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LETTERATURA: Josè Manuel Fajardo: “Il mio nome è Jamaica”, Guanda

6 Ottobre 2011

di Alberto Pezzini

Josè Manuel Fajardo (in Italia è tradotto e pubblicato per Guanda, “Il mio nome è Jamaica” per fare un esempio), non è soltanto una delle voci più alte del Mediterraneo, ma ne è un figlio naturale che non può fare a meno della sua dimensione tragica e solare. È nato a Granada dove gli arabi hanno eretto un monumento all’Islam in terra cristiana, a quattro anni si è trasferito a Madrid – che per lui è la negazione concettuale del mare – ha vissuto in Spagna per circa quarant’anni e poi ha voluto coronare uno dei suoi sogni: Parigi. Per gli spagnoli una specie di tappa obbligata di un viaggio mentale da compiere. Solo che là il sole non esisteva e – mentre la scrittura fluiva comunque – era la sua vita a non essere più felice.   Senza sole le batterie del cuore non si caricano e la macchinauomo si imballa. Perciò, è emigrato a Lisbona dove l’Oceano Atlantico regala l’infinito all’occhio ed all’anima. E una strana malinconia.

Esiliato in terra portoghese?

Assolutamente no.La Spagnaed il Portogallo sono molto vicini e non solo geograficamente.   È la cultura mediterranea a tenere unite queste due realtà nazionali.
Io ho deciso di trasferirmi in Portogallo per un motivo semplice: mi dà la possibilità di guardare alla Spagna da un punto di vista diverso.

Sei finito sull’Oceano però.
Volevi dimenticare Parigi?

Ho un buon ricordo di Parigi. Per me è stato il raggiungimento di un sogno. Però a Parigi il sole era un visitante straniero. È una città molto fredda e non solo a livello climatico. Lisbona ha una luce bianca unica. Anche se abito a circa venti minuti dal mare, dall’oceano (non sono così ricco da permettermi una casa fronte mare), sento il suo canto.   Abbraccio il detto di Conrad per cui il mare resta uno specchio dove uno scrittore impara a scrivere.   A Lisbona vivono molti scrittori. Uno è Antonio Tabucchi che ha deciso anch’egli di vivere in quella città fatta di electricos, sole sempre acceso e respiro dell’oceano dentro la testa.   Siamo amici con Tabucchi.
Ci siamo conosciuti a Strasburgo anni fa per una rassegna letteraria.   Ci vediamo spesso.

Anche se le vostre idee politiche e le visioni ideologiche sono molto diverse? (si narra di alcuni scontri personali abbastanza accesi)

Io cerco di avere sempre un rapporto con gli essere umani. Avere idee diverse è una benedizione.   Non c’è niente di più noioso che il condividere – sempre – la stessa opinione. La trovo una delle cose più terribili al mondo.

Torniamo al concetto mediterraneo del sole. Voi spagnoli siete tuttavia un ossimoro vivente. Condividete nelle vene un caldo implacabile ed il senso tragico della morte. O no?

La mancanza di sole di cui ho sofferto a Parigi era diventata un incubo per me. Il sole è il simbolo della cultura mediterranea.
È la rappresentazione terrena della famiglia, dei nostri colori, della sensualità che è solo nostra.   Il senso della morte è un altro mattone dell’anima spagnola. È l’incarnazione che lo spagnolo ed in genere l’italiano, il francese, il portoghese – ha del tragico. La tragedia è forse anche un modo per rendere meno paurosa la morte stessa.

Hai paura della morte?

Si. Credo che sia la dimostrazione di come Dio non sia stato un buon impresario. Il prodotto uomo è nato difettoso. O, meglio, con una scadenza troppo ravvicinata. Oggi l’Europa – quella mediterranea sta vivendo una deriva molto pericolosa e molto massiccia.

Come giudichi Zapatero e come giudichi l’Italia. Cosa salvi dell’Italia di oggi?

Zapatero è stata una delle mie delusioni più cocenti. Era partito con un programma molto interessante.   Ha finito con un disastro.
Io non nego ai politici il diritto di cambiare idea. Ma quando lo fanno, hanno il dovere di convocare nuove elezioni per sottoporre agli elettori il cambiamento. Dell’Italia salvo l’Italia. La considero la culla della cultura mediterranea. Credo che in Italia si sia verificata l’incarnazione di quanto più negativo possa realizzarsi politicamente: un accentramento mediatico, economico e politico.

E la corrida?

Personalmente la considero un atto tragico e barbaro. Ma credo che sia l’ultimo dei problemi del mondo, oggi. Comunque, ho smesso di andarci già da piccolo.   Soffrivo più io del toro.

(dal “Corriere Nazionale”)


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