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LETTERATURA: L’invitato perenne

3 Maggio 2008

 di Lucetta Frisa
[Gli ultimi libri di poesie pubblicati da Lucetta Frisa sono: “L’altra”, Manni, 2001 e “Se fossimo immortali”, Joker, 2006]
 
Si era coricato da un pezzo, l’ultima occhiata era stata per Mahdiyya, la favorita delle favorite, che ogni sera danzava e cantava solo per lui, diffondendo nell’aria la magia dell’incenso e dell’ambra. Per tutta la notte il suo splendido palazzo restava avvolto da quei profumi. Ma, in una delle tante notti profumate, il suo sguardo cambi√≤ come cambiarono le notti che seguirono.
¬† ¬† ¬† Quella sera, Sindibad il marinaio era stato in silenzio, ¬† sdraiato sui suoi cuscini di seta. Senza quasi toccare cibo. Distrattamente aveva accarezzato i suoi tre cani, mentre Sindibad, il facchino, l’invitato perenne, gli sorrideva impacciato, incerto se andarsene o restare. Perch√© di solito il marinaio raccontava, gli raccontava sempre qualcosa di nuovo dei suoi viaggi, aggiungendo ogni volta dei dettagli anche minimi, non appena esauriva la trama centrale della narrazione. E gli occhi del facchino, desideranti, stupiti, invidiosi, non lo abbandonavano mai.
¬† ¬† Era molto stanco, in preda a un malessere cos√¨ visibile che la terza moglie, la pi√Ļ sensibile e apprensiva, venne a informarsi, con un bisbiglio, della sua salute.
¬† ¬† Sindibad il facchino non aveva occhi e orecchi che per Sindbad il marinaio. E pi√Ļ il marinaio taceva, e pi√Ļ l’altro prendeva il coraggio di guardarlo dritto in faccia con quegli occhi accesi da predatore, intollerabili, come tutto del facchino era intollerabile: il viso rugoso e scialbo, la barba incolta e sporca, le mani rozze e deformi e la grande gobba che gli era cresciuta a forza di sopportare pesi e rinunce, bagagli e delusioni. E pi√Ļ il tempo passava e il marinaio restava in silenzio, pi√Ļ gli orecchi del facchino avevano fame di parole, fame del suono della sua voce e i suoi occhi avevano fame delle visioni che il marinaio sapeva fargli entrare nella carne.
      Poco a poco, la grande inquietudine del marinaio si mutò in angoscia,   paura, e infine terrore.
    A un suo cenno, Mahdiyya aveva smesso di danzare, le mogli il loro gaio e sommesso cicaleccio, i servi andavano e venivano in punta di piedi. Si era alzato di colpo, imboccato di corsa le scale ricoperte di soffici tappeti, guadagnato le stanze private come fuggendo.  

    Adesso stava steso sul letto, immobile, le membra pesanti, gli occhi spalancati.
¬† ¬† Erano forse gli specchi che rivestivano le pareti a renderlo insonne? No, lui era abituato a specchiarsi, a raddoppiare in altezza e ampiezza la sua bella stanza, a godere due volte del corpo di Mahdiyya, sia quando la teneva stretta a s√©, sia quando non era che un’immagine riflessa, lontana e incorporea. Sprofond√≤ in quegli specchi lo sguardo cercando nella loro luce di cristallo qualcosa che forse gi√† intuiva ma che stentava a prendere forma.
¬† ¬† Rest√≤ cos√¨ finch√© un impercettibile sussurro scosse le tende del letto che, piano, cominciarono a frusciare. Prima con un tocco leggero, poi anche i pesanti, preziosi tendaggi che avvolgevano la stanza si mossero in un senso e nell’altro: e un vento di burrasca rovesci√≤ le ampolle d’oro dai tavolini e tutto il vasellame sparso sulle cassapanche. Tremavano i forzieri d’argento e i cani, accovacciati sotto il letto, mandarono un lungo latrato.
¬† ¬† Sindibad non si mosse, non corse alla finestra, non chiam√≤ i servi. Sapeva che fuori tutto era perfettamente tranquillo e non aveva nulla da temere: luna, stelle, cielo, giardino e palmeto, ogni cosa era al suo posto nell’aria sospesa dell’estate. Il vento era solo l√¨, nella sua stanza e in nessun altro luogo, mentre lo specchio che rifletteva la sua immagine di uomo mollemente sdraiato, si incup√¨, fino a cancellarlo, e qualcosa simile a un profilo di nave, con la poppa sollevata, le vele candide e gonfie, con uno strano bagliore emerse da quella liquida oscurit√†. Il pavimento oscill√≤, spingendo le cassapanche al centro della stanza, il letto si mise a scricchiolare. Sindibad chiuse gli occhi. Si, era giunta l’ora di rimettersi in mare.

¬† ¬† Come altre volte, il volo radente di uno stormo di gabbiani s’impigli√≤ nelle sart√¨e con strilli simili a gemiti umani, qualche flutto si alz√≤ qua e l√† sopra gli altri insieme a brevi raffiche di uno strano vento che nessuno riusc√¨ a capire da dove venisse. Ci fu un attimo di silenzio, sul mare e sulla nave, quel ¬† silenzio che non sembra mai finire e precede il segnale d’inizio delle battaglie. Gli ordini del capitano lo interruppero. Segu√¨, all’unisono, l’urlo della ciurma. Gli uomini presero a correre per tutta la nave come scimmie impazzite, ognuno alla sua mansione, alla sua postazione difensiva.
¬† ¬† Infine la tempesta esplose con un fragore terribile e in un lampo squarci√≤ le vele, fece a pezzi i remi, spazz√≤ via il timone e l’albero maestro, rovesci√≤ una valanga d’acqua ribollente fin gi√Ļ dentro le stive e Sindibad fu sbattuto sulla tolda da una raffica enorme, piagandosi in tutto il corpo, mentre ¬† vento e marosi si accanivano su di lui.
¬† ¬† Come per l’assalto improvviso dei pirati, gli scontri con le balene o i condor, qualsiasi attacco imprevisto della natura o degli uomini in cui il marinaio correva il rischio di soccombere, ogni tempesta segnava il punto d’incrocio di due sguardi frontali: ¬† gli occhi spaventati di Sindibad il marinaio fissavano gli occhi maligni di Sindibad il facchino. Ma, una volta scongiurato il pericolo, Sindibad il marinaio si trovava fortunosamente aggrappato a un legno o sopra una zattera che lo avrebbe condotto in salvo, e subito si dimenticava di Sindibad il facchino, dei suoi occhi maligni che si allontanavano da lui come sempre si allontanano i venti e le tempeste dal mare, lasciando infine spazio alla bonaccia: e allora cominciava a pensare che tutto quanto gli era accaduto lo avrebbe raccontato al ritorno, a casa, davanti alla sua gente, ma in particolare lo avrebbe raccontato a lui, a Sindibad, l’invitato perenne. E ne pregustava il piacere.
¬† ¬† Cos√¨ aveva sempre fatto. Sia quando, prigioniero del sultano Abd As Samad, manc√≤ poco venisse impalato come un traditore o quando rest√≤ sepolto vivo in una grotta e si nutr√¨ del cibo per i morti o naufrag√≤ su isole sconosciute o cammin√≤ solitario aggredito dalle febbri e dai ladri. In tutti quegli attimi di smarrimento in cui il tempo sembra aprire una voragine e ci si chiede: perch√© sono qui? dove sto andando?, ecco che gli appariva lo sguardo ferito di Sindibad il facchino, il suo volto grigio, il suo sorriso ironico. E allora, pi√Ļ caparbiamente di prima, riprendeva il viaggio, raddoppiando con rabbia commerci e imprese, barattando mercanzie, uomini e navi per non dover incontrare ancora quello sguardo.

¬† ¬† Ma fu quella l’ultima di tutte le ¬† tempeste. Ormai da tempo, nella nicchia sottoprua che raggiungeva alla sera ogni volta pi√Ļ stanco, filtravano voci e odori familiari – le cantilene delle mogli al bagno, i movimenti flessuosi di Mahdiyya e il suo corpo chiaro, le sue carezze, l’affaccendarsi dei servi, ¬† certi richiami, ¬† i volti degli amici, ¬† gli scorci della citt√† natale con i suoi vicoli freschi e silenziosi, il tepore del letto di casa e l’abbaiare festoso dei suoi cani. Sentimenti di irresistibile dolcezza – cos√¨ estranei alla nave e al suo presente – contro cui si scopriva sempre pi√Ļ indifeso. E insieme a quei sentimenti, cominciava a chiedersi quanto tempo fosse passato da quando era partito. Era allora il momento di tornare.

    Nel palazzo splendente di luci e fontane, tutto spalancato per mostrare a tutti le sue meraviglie, per sette giorni e sette notti, Sindibad il marinaio, ininterrottamente, raccontò. Il palazzo traboccava di gente di ogni età e condizione e chi non era riuscito ad entrare si accalcava nel giardino, arrampicandosi dove poteva, su muri, alberi e cancelli, perché nessuno voleva perdere una sola parola del racconto.
¬† ¬† C’erano anche il Gran Visir in persona, con la corte al completo di ministri, segretari e valletti e poi tutti gli amici, nobili e meno nobili, marinai e mercanti, parenti stretti e lontani, tutte le mogli, le favorite e gli innumerevoli figli. Ma Sindibad non se ne curava. Seduto al centro dell’enorme sala, non aveva occhi che per lui, l’invitato perenne, che gli stava di fronte e lo guardava.
¬† ¬† A voce alta, con frenesia e passione, nel silenzio assoluto dei presenti che quasi non respiravano, Sindibad il marinaio narrava le sue avventure straordinarie. E non appena lo coglieva la stanchezza e le fiamme dei bracieri davano segno di affievolirsi, i servi si affrettavano a ravvivarla con grandi torce mentre lui si rinfrancava con una coppa di vino che Madhyya gli porgeva premurosamente. E subito riprendeva a raccontare: ¬† pi√Ļ descriveva gli avvenimenti e le meraviglie incontrate, le pene sofferte, le prove superate e quanto felice fosse stato di questo e altrettanto dei pericoli e dei patimenti sub√¨ti se, appunto, ora poteva stare l√¨ a raccontarli e a riviverli facendoli rivivere negli occhi e nel cuore degli ascoltatori, e pi√Ļ gli pareva che Sindibad il facchino s’ingrigisse, s’incurvasse, vinto da un peso invisibile.
    Al settimo giorno, Sindibad   smise di raccontare. Le ultime sillabe gli morirono sulle labbra in un bisbiglio incomprensibile, e pallido e sfinito si abbandonò sul divano.
¬† ¬† Di colpo si spensero le luci festose del palazzo, l’acqua delle fontane cess√≤ di zampillare, si tirarono le pesanti cortine come a fine spettacolo e gli spettatori – ¬†increduli, ¬† ammirati, invidiosi, ¬† stupefatti, e chi soltanto felice di quanto aveva udito e imparato – tornarono a casa. Le mogli e i figli si erano addormentati da un pezzo, anche Mahdiyya si ritir√≤ insieme ai servi. ¬†
¬† ¬† Nell’immensa sala deserta e buia, l’uomo di mare e l’uomo di terra restarono soli, l’uno di fronte all’altro.

    Il giorno dopo, quando i servi andarono a svegliare il loro padrone, videro nel suo letto un vecchio dal viso rugoso con una grande gobba. Immobile. Lo specchio della stanza era grigio, non rifletteva nulla,   né mandava bagliori.


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2 Comments

  1. Pingback by Fontan Blog » LETTERATURA: L'invitato perenne - Il blog degli studenti. — 3 Maggio 2008 @ 08:04

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  2. Pingback by Appunti Blog IT » LETTERATURA: L'invitato perenne — 4 Maggio 2008 @ 01:57

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Bart