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LETTERATURA: LIBRI IN USCITA: Nino Campagna: La leggenda di Colapesce e i miti dello “Stretto” nella letteratura europea. Edito dall’Associazione Culturale Italo-Tedesca (A.C.I.T.), Pescia, 2008

6 Febbraio 2009

Il libro sarà presentato Domenica 8 febbraio, con inizio alle ore 17,30, presso il Teatro della Società Ricreativa l’Affratellamento di Ricorboli, via G.P. Orsini 73, Firenze, nel quadro del “Meriggio fiorentino” in cui è prevista la mostra di Giuliano Pini.  

Nino Campagna (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. I tedeschi le dedicano manifestazioni importanti che vedono radunati per intere giornate tanti affezionati che accorrono da ogni parte del Paese per raccontarsi fiabe. Il libro che è ancora fresco di stampa è dedicato alla comparazione di una delle fiabe più famose in Italia, quella siciliana di Colapesce, con la letteratura europea. Pochi sanno che l’Europa deve molto alla fiaba italiana. Giovanni Francesco Straparola (1480 – 1557), Giambattista Basile (1575-1632) ne scrissero ancor prima del francese Charles Perrault (1628 – 1703). Clemens Maria Brentano (1778 – 1842) prima, e gli stessi Fratelli Grimm poi (Jacob 1785 – 1863; Wilhelm 1786 – 1859), riconobbero il tributo che la fiaba tedesca deve a quella italiana.
Da qui, l’importanza della pubblicazione, che è arricchita dai disegni di Giuliano Pini   e dalle fotografie di Salvatore Centorrino, che danno al volume un contributo artistico di grande valore. (bdm)
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Nino Campagna, germanista, ha studiato lingue e letterature straniere all’Università di Messina, laureandosi nel 1968 con una tesi su Franz Kafka (Lettere a Felice). Assegnatario di alcune Borse di studio (Fridtjof Nansen Haus di Göttin ­gen e DAAD di Bonn) ha frequentato l’Università di Göttingen dal 1969 al 1971. Ha insegnato lingua e letteratura tede ­sca alla Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori di Firenze ed ha al suo attivo diverse pubblicazioni sulle Tradizioni popolari italiane e tedesche. È autore tra l’altro di uno studio comparato su “Colapesce” e “Der Taucher” di Schiller pub ­blicato nel 2001, che costituisce la vera fonte del presente volume. Ha partecipato come conferenziere a Congressi della Europäische Märchengesellschaft di Rheine e pubblicato parecchi saggi in lingua tedesca (Diederichs e Fischer Verlag). Ha scritto monografie su Kafka, Büchner, Brecht, Hölderlin e Heine e due volumi sulla storia tedesca del XX secolo: “Gli anni Trenta in Germania” e “Sulle orme di Willy Brandt”.
Nel 1972, tornato a Firenze, ha fondato, assieme a Giuseppe Bevilacqua, l’Associazione Culturale Italo-Tedesca (ACIT) di quella città. Vent’anni dopo, trasferitosi in Valdinievole, è stato promotore della nascita dell’ACIT di Pescia di cui è presidente.
La sua ultima pubblicazione (2007) su Georg Büchner, cui aveva già dedicato una monografia nel 1999, riprende gli studi effettuati alla “Georg-August-Universität di Göttingen all’inizio degli anni 70, partecipando ad un seminario di Albrecht Schöne. Recentemente gli è stata conferita dal Presidente della Repubblica Federale di Germania, Horst Köhler, l’ambita onorificenza della “Croce al Merito Culturale” per la sua attività, ormai quasi cinquantennale, finalizzata a consolidare gli scambi culturali tra l’Italia e la Germania.  

Premessa dell’autore  

Ci sono libri o temi che per qualche motivo diventano magneti, alla cui forza di attrazione è difficile sottrarsi. Per quanto mi riguarda, è il caso di “Colapesce”, leggenda che mi è stata raccontata fin dalla primissima infanzia e con cui per certi versi sono cresciuto a Messina, in un quartiere che aveva già impresso nel nome – “Maregrosso” – la sua posizione e al contempo la sua vocazione. “Invecchiando” uno pensa di essersi affrancato dalle esperienze che avevano caratterizzato gli anni della fanciullezza, quando all’improvvi ­so, per quei misteriosi motivi sulle cui origini è vano arrovellarsi, si fanno strada in modo inarrestabile ricordi dolci e vivi al contempo, che meritano di essere approfonditi. Ecco così che alla fine degli anni novanta, impegnato a organizzare la Biennale della Fiaba nel triangolo “nobile” della Toscana (Firenze – Pistoia – Lucca), dove attualmente vivo, grazie all’approccio con questo genere letterario “nobilitato” dai fratelli Grimm, mi viene in mente di rivisitare alcune delle fiabe italiane e tedesche e mettere a fuoco la leggen ­da di Colapesce. Già in quell’occasione, approfittando della mia formazione professionale di Germanista che ha avuto la fortuna di approfondire questi studi nella suggestiva Università di Göttingen, dove tra l’altro avevano inse ­gnato anche Jakob e Wilhelm Grimm, avevo privilegiato la tradizione lettera ­ria tedesca, anche perché, sempre per quei casi strani della vita che una loro ragione devono pure averla…, mi ero ritrovato tra le mani un documento raro sui presupposti letterari che avrebbero fornito a Schiller gli elementi basilari per la sua famosa ballata “Der Taucher” (Il Subacqueo). Si tratta di una testimonianza contenuta in un saggio pubblicato nella rivista letteraria “Erholungen”, di cui purtroppo si sono perse le tracce, essendo forse durata solo un anno e rappresentando così una delle tante meteore che infiammaro ­no il panorama culturale dei primi anni dell’Ottocento tedesco. Il numero in questione è il dieci, datato 01.02.1812, e il cui testo devo alla cortesia di un appassionato bibliofilo, Wolfgang Schultz, già amministratore dell’Europäische Märchengesellschaft di Rheine. Il sottotitolo, impegnativo e pretenzioso al contempo, recita testualmente “Un foglio d’intrattenimento per persone istruite”. Il saggio, di autore ignoto (A****b in Eisenach), che riporto inte ­gralmente e in lingua originale alla fine della pubblicazione, e tradotto nel ca ­pitolo dedicato alla presenza di Colapesce nella letteratura tedesca, è in grado di dipanare qualche legittimo dubbio anche per quanto riguarda le fonti della ballata schilleriana. A dire il vero si tratta di una fonte “secondaria”, dato che fa riferimento a una fonte primaria inglese, contenuta nelle “Letters From Portugal, Spain etc. by Chr. Hervey Esq. London, 1785”, e, in effetti, altro non è che la traduzione di una storia contenuta in “De Inaequalitae fundi Maris: cui jungitur Historia memorabilis supradicta confirmans”, un’opera di Athanasius Kircher pubblicata ad Amsterdam nel 1678. Ulteriore prova di quanta strada avesse fatto in Europa il motivo su cui era stata costruita la leggenda di Colapesce. L’autore, come abbiamo visto anonimo, ma di sicuro erudito, fa precedere il testo da una breve premessa, sufficiente a farci per ­cepire la soddisfazione e la gioia dello studioso per quella “scoperta” da lui ritenuta preziosa: “È altamente attraente conoscere il motivo primo che ha dato vita a bellissime poesie. Di solito si ha la soddisfazione di vedere in che modo sorprendente l’animo del poeta, una volta colpito da aspetti insignificanti, riesca a sviluppare per noi la godibile struttura della sua fantasia. Di sicuro quindi a nessun lettore farà dispiacere leggere qui di seguito la storia cui noi siamo debitori per la stupenda ballata di Schiller ‘Der Taucher’ “. In effetti ci dispiace smorzare, dopo tanti anni, il genuino en ­tusiasmo con cui l’ignoto autore di Eisenach aveva corredato la sua scoperta, ma per onestà intellettuale dobbiamo ammettere che su di essa aleggia più di un dubbio, confortato dalla lettera che lo stesso Schiller scrisse il 7 agosto 1797 a Goethe, nella speranza di saperne di più su “Nikolaus Pesce”. Il che fa supporre che Schiller, proprio nel periodo in cui era impegnato a scrivere la sua ballata, non avesse idee del tutto chiare sul personaggio mitico di cui si apprestava a cantare le gesta. Il sommo poeta, plenipotenziario del ducato di Weimar, che era stato in Sicilia e aveva soggiornato a Messina dal 9 al 12 maggio 1787, nel rispondere prontamente all’amico molto meno fortunato di lui, visto che Schiller la Sicilia, Messina e i suoi miti se li era solo imma ­ginati, si limita a parlare di un vago ricordo, confermando che: “Nikolaus Pesce è, almeno per quanto me ne possa ricordare, l’eroe della fiaba, che Lei ha trattato, un nuotatore abilissimo”. Tra l’altro su Messina e sulle due sirene che stanno a guardia del suo Stretto, il poeta tedesco avrà modo di ritornare appuntando sul suo diario, in data 12 maggio 1787, una impressione che conferma il suo interesse per Colapesce e i miti a lui collegati. Già imbarcato assieme all’ami ­co pittore Kniep sulla nave mercantile francese che l’avrebbe riportato a Napoli, appena fuori dal porto la sua attenzione era stata attirata da un feno ­meno tipico dello Stretto, un turbinio di gorghi e mulinelli, dovuti secondo una terribile leggenda alla malvagità delle due sirene, il cui canto aveva per secoli tragicamente ammaliato tanti naviganti: “Mentre contemplavamo entusiasti quel panorama e i suoi aspetti sempre nuovi, ci fecero notare, alquanto lontano a sinistra, un certo vorticare dell’acqua, e più vicino, sulla destra uno scoglio che spiccava contro la riva; il primo era Cariddi, il secondo Scilla. Questi due famosi fenomeni, così distanti l’un dall’altro in natura e che la poesia ha invece collocato così vicini, sono stati la fonte d’aspre rimostranze sulle fanfaluche dei poeti, dimenticando che sempre l’immaginazione umana, quando vuol dare risalto a determinati oggetti, se li rappresenta piuttosto alti che larghi, perché in tal modo l’immagine acquista maggior carattere, gravità e decoro…”. Una testimonianza suggestiva della presenza dei due mostri marini, Cariddi e Scilla; le sirene mitologiche su cui si è sbizzarrita la fantasia di moltissimi poeti e che fin dai tempi di Omero costituivano il terrore dei naviganti. La scoperta di questo reperto di autore anonimo, in cui si parla espressamen ­te di “Pesce Cola”, e l’altrettanto casuale impatto con il poemetto in versi del poeta Franz von Kleist “Nicolaus der Taucher” (Nicolaus il tuffatore), pubbli ­cato a Berlino nella “Deutsche Monatsschrift (settembre – dicembre 1792), mi offrono il gradito “pretesto” per ritornare su una leggenda che mi riguarda da vicino, come siciliano e come messinese, e di tracciare seppur fugacemen ­te i presupposti su cui è sorto e poi si è sviluppato il mio interesse per la cultura germanica.

A Messina sono arrivato, assieme alla mia famiglia e poche masserizie, nel 1946 da Calatabiano, un paesetto in provincia di Catania, dove ero nato e sono rimasto “sfollato” per tutto il periodo della guerra. Ricordo ancora il paesag ­gio ricco solo di rovine di una città strategicamente importante e per questo martoriata dai bombardamenti, fattisi ancora più impietosi dopo lo sbarco in Sicilia degli alleati. Le squallide impressioni delle mie prime giornate in quel rione ferrovieri del quartiere di Maregrosso, in cui erano visibili le devasta ­zioni tra le case rimaste in piedi e in mezzo alle quali noi bambini avremmo di lì a poco improvvisato un rudimentale Campetto per giocare al pallone, mi hanno accompagnato per molto tempo e mi hanno fatto capire meglio – tanti anni dopo – lo stato d’animo con cui Bertolt Brecht si aggirava nel ­la sua Berlino, diventata subito dopo la seconda guerra mondiale una città spettrale. La Chiesa dei Santi Pietro e Paolo e il suo piccolo campo di calcio in miniatura, polveroso e malmesso, sono stati per anni punto di riferimento e di aggregazione per ragazzi in cerca di orientamento. Quante discussioni con l’allora vice-parroco, il mite e caro Padre Nino Interdonato, che spesso si vedeva costretto a contestarmi, seppur bonariamente, la regolarità dei “tim ­bri” sull’apposito tesserino attestanti le frequentazioni alle Messe domenica ­li, senza i quali era impossibile scendere in campo…
In questa città ho frequentato le scuole elementari, medie e superiori, com ­preso quel liceo “Francesco Maurolico”, che secondo il mio povero padre, avrebbe dovuto aprirmi la strada per un avvenire diverso dal suo, magari non disgiunto da un auspicabile “salto” sociale. Egli purtroppo, vittima di un incidente ferroviario, sarebbe dovuto morire nel 1959, proprio nell’anno in cui ero impegnato con la maturità classica, facendo svanire il sogno per anni accarezzato di diventare medico e lasciandoci afflitti e disorientati.
Nella speranza di tirarmi fuori da quella situazione di indigenza accettai la proposta di improvvisarmi insegnante di italiano nella Berlitz Schule di Hannover e partii nell’inverno del 1960 per quella città della Bassa Sassonia con due paia di mutandoni di lana, che la mia povera madre, giustamente preoccupata, mi infilò all’ultimo momento nella valigia. In Germania rimasi più due anni (1961 e 1962), e dato che i proprietari della Berlitz di Hannover ne avevano una anche a Berlino, nell’autunno del primo anno scolastico – in occasione degli esami c’era il canonico scambio degli insegnanti – ebbi oc ­casione di avere un impatto straziante e indimenticabile col “muro della vergogna” ancora fresco di cemento (era stato costruito il 13 agosto del 1961) e con il dolore di una città assurdamente divisa. Tornato in Sicilia – era difficile per un primogenito staccare del tutto il cordone ombelicale con la madre vedova – sono rimasto a Messina fino al 1968, anno in cui conclusi i miei studi nella facoltà di Lettere e Filosofia con una tesi su Franz Kafka. Proprio in quell’anno, parafrasando l’affermazione di Goethe alla vista di Venezia (28.9.1786) – “c’era scritto nel libro del destino sulla pagina a me dedicata” -, doveva capitarmi un’altra svolta esistenziale. Sempre per “quella ragion d’essere del caso”, coniata da Karl Marx e di cui io continuo imperterrito ad appropriarmi, ricomincia la mia avventura tedesca. Nell’estate del 1968, gra ­zie alla mediazione di Frau Grote, una mia ex alunna non più giovanissima dei tempi della Berlitz Schule di Hannover, che in seguito avrebbe fatto una scelta di vita “fiorentina”, aiutandoci in maniera decisiva a crescere le due bambine e insegnando loro tra l’altro la lingua tedesca, mi arriva una lettera da Göttingen. Il mittente era il reverendo Olav Brennhovd, un pastore pro ­testante norvegese impegnato subito dopo la guerra, assieme a Willy Brandt, nell’Ambasciata del suo paese nella Berlino divisa in quattro settori. Questi due autorevoli personaggi si ritagliarono, prima nell’ex capitale tedesca e poi nella “Fridtjof-Nansen-Haus” di Göttingen, una parte notevole nel tentati ­vo di ricostruire dalle macerie della seconda guerra mondiale un’atmosfera di comprensione tra i popoli e soprattutto con quelli dei Paesi al di là della cortina di ferro. Anche se le loro strade dovevano presto dividersi, avendo Willy Brandt accettato di riacquistare la nazionalità tedesca per iniziare quel ­la luminosa carriera che lo doveva vedere in seguito Borgomastro di Berli ­no, Ministro degli esteri e Cancelliere della Repubblica Federale di Germa ­nia, i due non si persero mai di vista e Brennhovd ha potuto contare su uno “sponsor” autorevole per la sua politica di apertura verso il blocco dell’Est, già allora ferocemente diviso dalla famigerata cortina di ferro. Quella del direttore della “Fritjof-Nansen-Haus”, così si chiamava quella villa ricostru ­ita sullo “Schillerwiese”, ristrutturata e messa a disposizione per una “politi ­ca” di riconciliazione e di apertura, era una proposta di una borsa di studio, che veniva a premiare l’originalità della mia tesi sulle “Lettere a Felice” di Kafka, appena pubblicate dalla Fischer Verlag grazie alla mediazione di Max Brod. A questo pastore protestante, benemerito della cultura e assertore convinto della “Völkerverständigung” (comprensione tra i popoli), va per l’occasione un commosso e grato ricordo. In quella città universitaria ho avuto la forte tentazione di restarci per sempre, anche perché nel frattempo, oltre ad essermi stata riconfermata la prima borsa di studio della “Fridtjof Nansen Haus”, e, alla sua scadenza, a essermene stata assegnata un’altra dal DAAD (Deutscher Akademischer Austauschdienst), ne era stata concessa una anche a Concetta, compagna comprensiva e determinata, cui va l’indub ­bio merito di aver tenuto salda la piccola famiglia. A Göttingen, dove aveva studiato anche Heinrich Heine, che l’aveva definita “famosa per i suoi salami e l’Università” aggiungendo poi ingenerosamente “la città stessa è bella e piace ancora di più quando la si è lasciata alle spalle...”, mi tocca di vivere in pieno gli anni della contestazione studentesca. Dibattuto tra legittime rivendicazioni e metodi di lotta non sempre condivisibili, ho sperimentato sulla mia pelle la difficoltà di conciliare l’utopia rivoluzionaria per un mondo più giusto con le ferree esigenze di una lotta impietosa tra due sistemi diametralmente opposti, ma ambedue cinici nei confronti delle legittime rivendicazioni di tanti giovani. In quegli anni caldi (1968-1971), che avrebbero preceduto e sotto certi aspetti preparato i cosiddetti “anni di piombo” della contestazio ­ne studentesca, accarezzo con sempre maggiore convinzione l’idea di “aussteigen” (prendere le distanze), concetto che già si faceva strada in tanti altri giovani, delusi dalla piega presa dalle lotte studentesche e frustrati dalla con ­vinzione di ritrovarsi in un vicolo cieco. In questa piccola città, bella e triste al contempo – dato il clima deprimente e soprattutto la mancanza di sole che la caratterizza per troppi mesi l’anno -, comincia a farsi strada l’idea (fortu ­natamente condivisa…!) di costruire almeno un’alternativa “bucolica”, resi ­stendo con sofferta determinazione alle allettanti proposte di un posto di lettorato nella locale Università e di un piccolo appartamento al “Nikolausberg”. Si decide così di tornare in Italia, e precisamente a Firenze, l’unica scelta, tra le tante più o meno “casuali”, a poter essere definita veramente tale. Di quel periodo tedesco, per certi versi esaltanti se penso alla rocambo ­lesca vittoria “messicana” del 1970 contro la Germania, un 4 a 3 vissuto davanti alla televisione in un incredibile alternarsi di stati d’animo e rumo ­rosissime esplosioni di entusiasmo (ero l’unico italiano nella gremitissima sala della televisione, con 150 tedeschi a fare il tifo per la squadra di Becken-bauer!) e conclusosi con le “sportivissime” – ma non so fino a che punto sentite… – congratulazioni dei miei “colleghi” tedeschi, che mi hanno pa ­zientemente atteso all’uscita formando una doppia fila di “sportivi” tutti lì a voler stringere la mano e a complimentarsi con l’unico rappresentante dell’Italia di Riva e Rivera, mi rimane tuttavia una spina ancora oggi dolorosa.

Penso infatti sempre con un certo disagio alle difficoltà cui per un intero semestre ha dovuto far fronte un vero maestro e apprezzato germanista, Albrecht Schöne, che ha avuto il solo torto di proporre in quel periodo troppo rovente un seminario sul “rivoluzionario” Georg Büchner, subendo una durissima contestazione, tra la muta, qualche volta allibita, partecipa ­zione mia e di un maturo germanista americano, gli unici “stranieri” ufficial ­mente ammessi. Quel seminario rigidamente a numero chiuso, che era stato definito dalla locale “Rote Zelle Lehre” (Cellula rossa) seminario “politico”, ha finito col diventare teatro di interminabili, accesissime discussioni. Si sono delineati fin da subito due fronti dialetticamente agguerriti e politica ­mente inconciliabili. Il mio tedesco di allora – e forse neppure quello di adesso… – non mi consentiva, purtroppo, di avventurarmi in un confronto con quei “compagni” tedeschi, alla cui aggressività verbale non avrei potuto tener fronte. Così, nonostante le frequenti sollecitazioni di Albrecht Schöne, che evidentemente intuiva spesso dai miei sguardi una impotente quanto sofferta solidarietà, sono rimasto letteralmente bloccato per l’intera durata del seminario e non sono mai intervenuto. Tutto questo mi pesa ancora, a distanza di quasi 40 anni…!
Adesso, dopo aver percorso tante stagioni di una vita particolarmente va ­riegata, approfitto della quiete di “Cirindomini”, una località sulle colline di Pescia dove da più di 20 anni tento con risultati non esaltanti di fare il “contadino”, per fornire qualche testimonianza concreta sulle mie radici e su un percorso culturale che ha finito col privilegiare le relazioni italo-tedesche, coltivate ormai da troppo tempo, se penso all’Associazione Culturale Italo-Tedesca (ACIT) di Firenze, fondata nel 1972 assieme a Giuseppe Bevilacqua, titolare di lingua e letteratura tedesca nell’Università di quella città, e all’ACIT di Pescia, messa su con un gruppo di amici nel 1991 e tutt’ora fiorente. Il presente lavoro si inquadra quindi in questo contesto ed è frutto di una personalità incostante, che si riconosce perfettamente in quanto ha asserito Goethe, in una delle primissime riflessioni fatte non appena aveva messo piede in Italia: “dato che il mio malvezzo di incominciare molte cose, e poi di abbando ­narle quando il mio interesse scemava, s’era accentuato via via con gli anni, gli impegni e le distrazioni varie…”.
Pertanto le seguenti riflessioni su Colapesce, dopo quelle inserite in un vo ­lume interamente dedicato alle “Affinità culturali tra l’Italia e la Germania” e pubblicato nel settembre del 2001, anche se non prive di spunti e di rife ­rimenti interessanti per coloro che intendessero approfondire l’argomento, non hanno e non vogliono avere alcuna pretesa scientifica. Esse, oltre a con ­tinuare a essere ispirate al desiderio di fornire utili elementi sui legami elettivi e culturali che contraddistinguono ormai da secoli i rapporti tra l’Italia e la Germania, rappresentano al contempo – infarcite come sono di elementi autobiografici – una piacevole testimonianza su quanto sia vivo il mito di Co ­lapesce a Messina e come rimanga indelebile il suo ricordo anche in coloro che a Messina non ci tornano più da un bel po’ di tempo e sono molto restii a tornarci, nel timore fondato di non riconoscerla…
A corredare il libro, così com’era successo per l’edizione del 2001, alcuni disegni di Giuliano Pini, un pittore di cui la città di Firenze è fiera e al quale ha dedicato alla fine degli anni novanta un’ampia e articolata mostra presso le prestigiose sale dell’Ospedale degli Innocenti. Giuliano ha accompagnato fin dalla sua nascita l’attività culturale dell’ACIT di Pescia, di cui è socio, pre ­standosi all’allestimento di parecchie mostre sulla cultura tedesca (particolar ­mente riuscita quella su Wagner al Teatro “Pacini” di Pescia) ed esponendo alcune delle sue opere più significative sia a Bonn, sia a Berlino. Esclusivamen ­te per me ha creato le “copertine” per alcuni libri (Kafka, Brecht, Büchner) e per la “nostra” Associazione numerose litografie, che hanno avuto come oggetto la Fiaba, Brecht, Kafka, Puccini e Adenauer. In questo contesto è compreso il ciclo di disegni e di litografie da lui dedicato alla leggenda di Colapesce.
Ma l’aspetto veramente nuovo di questa pubblicazione è costituito dall’al ­trettanto casuale riscoperta di un’amicizia messinese che ha radici lontane (gli anni sessanta) e che dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, quale peso continui ad avere quella “sicilitudine” così cara a Stefano D’Arrigo e da cui scaturiscono rapporti affettuosi più che fraterni, capaci di resistere all’usura del tempo impietoso. Mi riferisco a Salvatore Centorrino, con cui abbiamo trascorso interminabili mattinate a riflettere sul tedio esistenziale, auspicando che prima o poi arrivasse quella svolta capace di dare nuovi impulsi a una vita troppo appiattita sul quotidiano. Salvatore, che già allora aveva il “pallino” della fotografia, si è nel frattempo imposto all’attenzione di coloro che ama ­no questo tipo di arte per la sua originalità e per certi versi può essere consi ­derato un vero cultore delle tradizioni messinesi e sicule avendo già dato alle stampe diversi volumi, in cui a farla da padrone sono le sue vere creature: fotografie che non hanno bisogno né di didascalie, né di interpretazioni. Il presente lavoro vuole per certi versi rappresentare una sfida di due siculi “innamorati” delle tradizioni locali, spinti dalla voglia di fornire e mettere a disposizione per “Coloro che verranno” – mutuando il titolo di una fortuna ­ta poesia di Bertolt Brecht – una testimonianza su una “storia” tipicamente messinese, corredandola con foto su alcuni luoghi della memoria e soprat ­tutto sulla scenografia immutabile dello Stretto, teatro in cui la leggenda di Colapesce è nata e ha preso corpo. Ma forse l’aspetto più singolare di questa “casuale” quanto stretta collaborazione è costituito dalla passione con cui Salvatore Centorrino ha condiviso i presupposti di questa pubblicazione che può a buon diritto essere considerata il frutto di una comune maturazione.
Egli ha letto e riletto il testo, lasciandosi spesso suggestionare da singole in ­tuizioni ed estrapolando via via espressioni che sono diventate le didascalie delle sue riuscite fotografie. Il libro che ne è venuto fuori e che adesso con un “certo” orgoglio, non disgiunto da una legittima soddisfazione, affidiamo alle stampe non può quindi prescindere dalle fotografie che lo corredano. In conclusione si può quindi affermare che la rivisitazione di una leggenda tipicamente messinese, tramandata per via orale ed impostasi nel tempo, an ­che perché arricchita da interpreti più o meno autorevoli, ha dato vita ad un lavoro che ci auguriamo venga apprezzato soprattutto per il tentativo di of ­frire una serie di fonti italo-tedesche in grado di dare al “nostro” Colapesce una patina di internazionalità. La “fiaba” di Colapesce, come l’aveva definita Goethe nel suo soggiorno messinese, finisce così con l’essere una involon ­taria conferma dell’atemporalità delle fiabe, che, secondo un’autorevole tesi bretone, dovrebbero iniziare con il seguente assioma: “C’era una volta, c’è adesso e ci sarà sempre”.


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2 Comments

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: LIBRI IN USCITA: Nino Campagna … — 6 Febbraio 2009 @ 15:38

    […] Continua Articolo Originale: Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: LIBRI IN USCITA: Nino Campagna … […]

  2. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 6 Febbraio 2009 @ 16:13

    Ho letto con piacere la premessa di Nino Campagna, che contiene aspetti di notevole interesse. Innanzi tutto il ricordo, che si fa momento vivo e vitale nell’autore e diviene saldo punto di riferimento, nonché motivo di amore.
    In secondo luogo il rilevante, significativo, costruttivo rapporto culturale e letterario italo-tedesco, rapporto fondamentale per approfondire varie tematiche e soprattutto in riferimento alla leggenda di “Colapesce”. E qui sono coinvolti autori di grande spessore e di grande fama.
    In terzo luogo la passione per la leggenda e la fiaba.
    La leggenda, a mio avviso, affonda le radici nel tempo e caratterizza il luogo dove nasce, o ne viene caratterizzata. E si trasforma non di rado in mito.
    La fiaba è il trionfo della fantasia adattata alla complicità dell’uomo, fantasia che, non di rado, però, si fa “mondo della memoria emancipato dall’ordine del tempo e dello spazio” (Coleridge).
    E per me la fiaba è “un incantesimo liberatorio”
    Gian Gabriele Benedetti

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