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LETTERATURA: Luciano Botoni: “Il vademedicum, ovvero Racconti di un medico condotto di campagna” (2004)

20 Novembre 2007

di Bartolomeo Di Monaco

[Per le altre sue letture scorrere qui]

Marinari Editore, Altopascio, Lucca

L’autore ha esercitato la professione di medico condotto in una frazione della provincia di Pisa, Orentano, al tempo in cui a pochi chilometri di distanza, ad Altopascio, praticava come medico un altro scrittore, Remo Teglia, e poco più in là, a Lucca, nel manicomio di Maggiano, Mario Tobino, il medico dei matti, ai quali dedicò alcune delle sue opere più importanti.

Bisogna dire che a Lucca e dintorni ancora oggi la scrittura si rivela una vocazione per molti medici. Uno di essi, autore di racconti ispirati alla sua professione, è Dino La Selva, anche lui, fino a che fu possibile, medico condotto di San Concordio, un quartiere appena fuori delle mura della città.
Botoni è nato a Foligno (Pg) nel 1931. Il libro ne racconta l’esperienza ed ha un illustratore d’eccezione, il livornese Alberto Fremura, per anni vignettista apprezzato di vari quotidiani, tra cui La Nazione e vincitore di importanti premi. Nel 1984 uscì per la casa editrice pisana Pacini, “Le veglie di Neri” di Renato Fucini, corredate di sue illustrazioni.
I diversi racconti presentano una scrittura precisa, asciutta, chirurgica. Lo sguardo è rivolto al fatto narrato, sempre attinente alla professione di medico condotto, la quale è il vero assunto della raccolta: ricordare, ossia, una professione – soppressa con la riforma della sanità avvenuta negli anni ’80 – che portava il medico tra la gente, condividendone tremori, paure, speranze: “Il medico condotto era pertanto colui che introduceva in questo lavoro una scintilla di amore e di umana solidarietà producendo una specie di effetto sublimazione.” Vi compare una umanità frastagliata, gente umile, contadini soprattutto, tutta composta però nel dolore e nella sofferenza, e che riponeva nel medico condotto la stessa fede che nutriva per il prete.
È il caso di Cecco, il contadino a cui viene scoperta l’ipertrofia prostatica e non riesce più ad orinare se non con difficoltà, e che, vivendo in un luogo quasi inaccessibile, è raggiunto a piedi dal dottore e consigliato di recarsi con ogni mezzo e in tutta fretta al suo ambulatorio per il necessario intervento. Egli, pur sofferente, in mancanza di meglio attacca la mucca al barroccio e arriva all’appuntamento. La mucca, ovviamente, farà i suoi bisogni nel giardino della vicina, devastando vasi e fiori.
Il medico che racconta si chiama dottor Antonio, ma in lui si possono riconoscere tutti i medici condotti che ancora sopravvivono e che ricorderanno con nostalgia fatti analoghi che hanno impreziosito di sacrificio e di amore la loro dura professione: “In quell’epoca, il medico condotto, per regolamento, non aveva diritto al riposo domenicale e festivo come pure al riposo notturno, in quanto doveva essere sempre reperibile ad ogni emergenza.”
Viene da pensare a quanta umanità sia passata attraverso il loro cuore.
Immaginate, trovarsi, ad esempio, in casa di due coniugi che hanno brutalmente litigato e uno di essi ha conficcato nell’occhio dell’altro un corno di bue, accecandolo. Trovarsi, ossia, di fronte alla disperazione più profonda ed irreversibile: “Sono rovinato per sempre”. O, come accade alla signora Vittoria, rimasta vedova, innamorarsi del dottore, e consumarsi a poco a poco: “col tempo la signora Vittoria divenne sempre più triste e depressa. Parlava poco, aveva perso la memoria quasi del tutto.”

I racconti ci inducono a riflettere che sempre c’è qualcuno che soffre, anche nei momenti in cui noi stessi siamo al colmo della felicità o la natura che ci circonda irradi dappertutto la sua bellezza: “Una splendida mattina di primavera, quando l’aria comincia a intiepidire e, nello stesso tempo, diventa più tersa, trasparente e profumata, i contorni degli oggetti che ci circondano diventano più netti, come un’immagine fotografica messa perfettamente a fuoco, così fantastico ci appare allora il nostro mondo e si pensa che non possa verificarsi niente di brutto intorno a noi. Invece anche quella mattina qualcuno stava male, era sul punto di morire.” Il medico ha a che fare con il dolore ogni giorno, la sua vita è attraversata dalla sofferenza degli altri, e non è difficile immaginare da tutto ciò che egli maturi un punto di vista sull’esistenza diverso da quello della maggior parte di noi. Il contatto con il dolore produce sempre una parabola discendente e riduttiva della nostra felicità.
Il caso della piccola Azzurra, di nove anni, colpita irrimediabilmente dalla leucemia, non può che generare sconcerto e desiderio di ribellione. La madre non sa rendersi conto del perché Dio se la prenda con una bambina: “Mi spiega lei che male ha commesso quella bambina di appena nove anni per essere condannata ad una pena capitale senza appello?”
Il dottore non ha da opporre alla madre nient’altro che la magra consolazione che altri bambini soffrono come Azzurra, e anzi, alcuni anche in modo più grave.
La terribile schizofrenia affligge un giovane di nome Iliano che un giorno si getta nel pozzo. Invoca da laggiù l’aiuto del dottore, prontamente accorso, ma impotente. L’audacia di un paesano che di mestiere scava i pozzi, riuscirà a sbrogliare la situazione.
Si incontrano anche casi rari in medicina, come quello (“un disturbo psichico denominato ‘delirio di gelosia’“) di Lorenzo che, ultra novantenne, ogni notte pretende di fare l’amore con la moglie ultra ottantenne, la quale non ne può più e rischia di ammalarsi. O casi di abuso sessuale del padre verso la figlia, come accade alla bella ventenne Lucrezia: “La spogliava completamente, l’abbracciava stringendola con violenza, la toccava dappertutto, quindi arrivava all’atto sessuale completo, ultimamente era arrivato perfino a sodomizzarla.”

Quando si chiama il medico, è solo perché il dolore ha bussato alla porta, e questo è l’abituale contatto che chi ha scelto tale professione ha con la vita: “Già altre volte il dottor Antonio aveva passato la notte accanto a qualche malato grave, bisognoso di controllo. Erano i momenti in cui il sentimento di solidarietà vinceva ogni ostacolo ed il malato diventava un fratello.” Si deve lottare anche contro le superstizioni per convincere la gente a non ricorrere a streghe e a ciarlatani, solo capaci di spillare soldi.
Drago, il suo cane, un pastore tedesco, lo accompagnerà, seguendo di corsa la sua macchina, nel giro delle visite e quando morirà: “Fu sepolto nel piccolo giardino del medico, una lapide lo ricorda a tutti ancora oggi dopo molti anni.”
Il libro si rivela di estremo interesse, con varietà di situazioni che possono anche capitare sotto i nostri occhi,   e ci consente di assistere, soprattutto, alla formulazione delle diagnosi e alla prescrizione e attuazione delle cure, con una scrupolosità formativa ed educativa non indifferente.
Così commenta, al termine, Fremura: “La prima impressione che ho avuto leggendo questo libro, è stata quella di avere in mano un documento: la memoria scritta, per il futuro, di ciò che era, di ciò che significava per la gente dell’Italia dei paesi, la figura del medico condotto. È una memoria che andava lasciata non solo per i lettori – che son sempre meno – ma più che altro per le giovani generazioni che debbono intraprendere la professione medica.”


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Bart