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LETTERATURA: Marco Alfieri – La peste di Milano – Feltrinelli, Milano 2009

11 Febbraio 2010

di Alfio Squillaci

Vi prego di considerare il mio dramma personale. Giunto in un’età di bilanci e di verifiche mi sono ritrovato   in un punto morto della mia esistenza, la mia personale selva oscura. Sono partito in direzione Milano oltre trent’anni fa da una città vivace e provinciale, Catania, chiamata   la “Milano del sud”, e mi sono ritrovato trent’anni dopo nella stessa Milano che la lettura di questo libro di Alfieri mi   conferma essere diventata una specie di “Catania del Nord”. Circolo vizioso, diallele lo chiamavano gli antichi greci, rispetto alle diritte vie del pensiero logico:   un’impasse non solo personale, credo, visto che Milano significa molto nella storia nazionale.
Per quel che mi concerne ero partito poco più che ventenne, imbottito come un kamikaze di letteratura francese   – esisteva allora un Centre culturel franí§ais a Catania che ritrovavo a Milano – per tentare un’esplosione personale nell’ adorata città di Stendhal. “Mille ans à Milan“,   ripetevo piuttosto fino allo sfinimento il calembour dell’autore de   La certosa di Parma,   se l’alternativa era la lenta asfissia   nella   città natale.   Partito con la convinzione, che era ancora di Stendhal, che “la vera patria è laddove vi sono più persone che   ti somigliano”, adottavo   Milano come patria dativa e scuotendo definitivamente i calzari sulla patria nativa, la sceglievo   soprattutto con la testa visto che il cuore tradisce;   e ancora,   asseverando più volte la defintiva scelta   di fronte agli amici meridionali che si rifiutavano di   viverci stabilmente con la scusa del clima –   vivendo perciò col torcicollo a furia di guardare al Sud   che presto o tardi e per sempre raggiungevano- , io mi ripetevo con Giuseppe Marotta che A Milano non fa freddo, e   mi ostinavo a restarci, pur essendo anch’io un appassionato “alunno del sole”.   In segreto avevo   fatto un baratto: “Tutta la fascia pedemontana etnea, la baia di Taormina e la Conca d’Oro in cambio di un solo asilo-nido ben funzionante avvolto dalle nebbie brianzole”. Storia contro natura, centro contro periferia, mondo aperto delle opportunità contro il   cerchio asfittico – il diallele –   della città provinciale dove tutti i giochi sono fatti prima della nascita di tutti… ecco il nucleo segreto della mia scelta di vita. Avevo ragione?

In questo libro ho trovato una definizione convincente di   cos’è che può essere ancora “provincia”, in un’epoca in cui con un computer puoi aprire una finestra sul mondo dando e ricevendo informazioni e in cui non devi aspettare alla stazione della posta i cappellini da Parigi per intercettare e importare le tendenze e le mode del momento. L’accesso alle informazioni e agli stili di vita designavano ancora al momento della mia nascita – gli anni ’50 – la differenza tra centro e periferia, tra centro e provincia. Adesso non più.
Ma negli assetti sociali, nella distribuzione delle ricchezze,   nell’accesso alle   migliori opportunità   resiste ancora un “modello provinciale” che è valido sia a Brescia   come a Catania, a Sondrio come a Lecco, e parlo di città in cui ho vissuto, mondi in cui i giochi sono fatti da generazioni e gli assi ereditari si trasmettono di famiglia in famiglia, quieti, indisturbati. Parrebbe che a tal proposito, mentre sulla superficie della storia   si alternano e si agitano   i Giolitti, i Mussolini, i De Gasperi, i Craxi, i Berlusconi, in provincia “ci si fa i fatti propri”   giocando a   burraco nelle magioni avite.

Ora, Milano non   è stata mai una città provinciale nel senso sopra descritto, ma un luogo in cui i provinciali come me andavano proprio perché non è mai stata tutto questo. Riporto un passo di Alfieri che precisa la questione: « Il punto vero è sempre stata la differenza tra Milano, città di commerci e aperta al mondo, tendenzialmente liberal, e la provincia italiana (il 90 per cento del paese) dove la classe dirigente, la gestione della selezione del potere, è da sempre introflessa sul territorio. Tutto ciò che succede nel mondo interessa in relazione alle dinamiche locali. Questo fanno le classi dirigenti della provincia italiana: una sorta di imbuto in cui la parte larga è il mondo, per essere poi canalizzato nel quartierino. Ma l’incapacità di visione collettiva alla lunga produce asfissia. Perché il localismo porta all’arrocco, alla degenerazione particolaristica. Milano è sempre stata un’eccezione positiva, una metropoli “formato tascabile” ma dalla sicura vocazione internazionale. Poi però è arrivata Tangentopoli. Cioè una cesura potente che ha spazzato via l’alternativa delle classi pregiate, il modello della città aperta. Ed è cominciato lo sprofondo ». (pp. 27- 28)

Il passo citato segna un punto importante non solo logico ma anche cronologico, un dopo rispetto a un prima,   il   vero punto di svolta per la Milano da allora declinante verso un destino asfittico. La tesi di Alfieri, che sposo integralmente, è che Tangentopoli interruppe la grande tradizione riformista della città, buttò via non solo l’acqua sporca (la corruzione) e il bambino (i partiti politici e i politici), ma anche   la mamma (la politica). Da allora la città non si è più ripresa: decapitata non solo quella classe politica, ma anche “la” politica, la città di Turati e di Kuliscioff, di Greppi, di Aniasi e di Tognoli (ma anche di Craxi – nelle pagg. 31-32 è riportato un suo   discorso del 1967 orgogliosamente riformista   al consiglio comunale)   illanguidisce in una fanghiglia antipolitica,   rincula   rispetto ai suoi slanci ideali, retrocede rispetto alla sua capacità storica di saper affrontare con la politica e la buona amministrazione, i problemi posti dal più impetuoso sviluppo economico.   Certo c’è un’antipolitica di   destra (“Rubano tutti, sono tutti ladri, quindi voto il più ladro di tutti”) ma anche una di sinistra, verso cui Alfieri ha parole di fuoco, e che mi hanno a mia volta infiammato. Non è forse antipolitica “di sinistra” quella   che non sa   emanciparsi una volta per tutte dal populismo indignato di un Dario Fo ad esempio, nonché   incapace «di coltivarsi in casa candidati sindaci credibili, salvo poi scegliere all’ultimo minuto qualche campione delle istituzioni o della mitica società civile gauchiste, quel fritto misto di moralismo/giustizialismo/girotondismo che si è fatto ormai senso comune nella sinistra dei salotti? (…) E che cos’è infine l’idea che si debba vincere per liberare Milano dai barbari berlusconiani, se non antipolitica allo stato puro, cultura elitario-giacobina per Ottimati, quando invece la storia migliore di Milano è una storia di compenetrazione e di riformismo municipale? »
Un tempo a Milano la sinistra vinceva. Ma   dal 1991 – quasi vent’anni – non fa che incassare sonore sconfitte, da   quando il PCI, non più in mano ai miglioristi amendoliani ma agli occhettiani alleati ad Ingrao, mise in crisi la giunta rosso-verde e   determinò l’iscrizione della città nell’orbita della Lega   e del Polo/Casa della libertà, dov’è tuttora.
Se è questo lo scenario politico recente della città   – al quale è difficile sottrarsi anche quando di politica, arcistufi come siamo tutti, non vorremmo più parlare, ma al quale non ci possiamo sottrarre, esibendo apertamente i nostri orientamenti,   proprio perché poi si vota e si deve comunque scegliere-, qui, in questo scenario,   punta il suo grimaldello interpretativo   Alfieri: decapitati i politici (ed anche i partiti, con la loro capacità di fare sintesi) ed esautorata la politica riformista, resta, amici miei, il salotto di Arcore, o un Berlusconi che nomina la Moratti candidato sindaco, senza che lei neanche lo sapesse   «una mattina tiepida dell’autunno 2005, a Catania. Durante un comizio ». (Le mie due città ancora avvinte in un momento cruciale: in quell’anno venne deciso lo Sciampagnino bis da cui seguì   il decadimento totale della mia città natale, finita letteralmente al buio: la città che fu amministrata da   De Felice consegnata nelle mani di un macchiettistico sindaco partenopeo).

Anche Milano è diventata dunque una città -imbuto: risucchia il mondo dalla parte larga e lo forza nella parte stretta del quartierino, senza più visioni, incapace di fare sistema. Una Milano che sembra essere tornata al Seicento, coi suoi signorotti ultrasettantenni (Berlusconi, Geronzi, Ligresti, Bazoli, Sangalli, Mazzotta), le sue piazzaforti, le sue truppe. Rifeudalizzata attorno ai suoi interessi merlati.
Una città chiusa, rincangnata in sé stessa (un’altra formula oltre a quella della provincia-imbuto che ci aiuta a comprendere il particolare momento storico che vive la nostra città d’elezione è quella di “introversione regressiva” , vedi p.79 e segg.); romanizzata (vedi lo scambio fallimentare su entrambi i versanti delle vicende Alitalia-Malpensa) in cui la finanza di relazione ha sostituito quella di mercato; attovagliata sui grandi progetti immobiliari (Pirelli-Bicocca e Santa Giulia, i cui fallimenti sono sotto gli occhi di tutti);   litigiosa e incapace di decidere finanche sulle poltrone dell’Expo (« una specie di gran vasetto di miele per tutte le api criminali che ronzano attorno a Milano » p. 89) assegnate infine secondo logiche politico-clientelari; assediata dalla crimininalità organizzata (da qui il sospetto della “Catania del Nord” che sopraggiunge oltre che   per l’avanzata del crimine, anche per l’irresistibile ascesa di notabili meneneghino-etnei che hanno stabilito un “contesto” tra affari e politica che io avevo lasciato identico nella mia città di origine trent’anni fa). Questa è La peste di   Milano in cui ho scelto di vivere? Davvero: il mio dramma, di lettore di questo intenso libro di Alfieri e di cittadino catanese-milanese, a mezza strada tra due mondi, è dunque totale. È quello di chi non sa più dove   andare, e neanche dove tornare.


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1 commento

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Marco Alfieri – La peste di … — 12 Febbraio 2010 @ 01:27

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