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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Mariapia Frigerio, L’odore della muffa, Camorak Sogni editore, 2008

21 Febbraio 2010

 di Daniele Luti

[La rivista dà il benvenuto al nuovo collaboratore]

L’odore della muffa raccoglie cinque racconti: L’uomo alla finestra (reverie su Gustave Caillebotte); Atto unico di e con Mariapia Frigerio; Visita alla vecchia signora; L’odore della muffa (l’eponimo); La vera storia del signor Poli e Requiem.

L’elemento comune dei cinque scritti è quello che potrei chiamare “intenzione teatrale”, un’intenzione che mi sembra evidentissima.

Tutti i racconti rispettano in modo quasi perfetto le classiche unità di tempo, di luogo e di azione. Quasi tutte le storie si svolgono all’interno di stanze o di spazi chiusi, quasi scatole o bomboniere desunte da oniriche scenografie tratte dalla fantasia del dolcissimo e crudelissimo Guido Gozzano; tutto si sviluppa in una compendiosità tipicamente teatrale nel senso classico della parola. I personaggi sono limitati, pochi, manca una presenza corale, ci si esprime mediante il dialogo e ci si affida al monologo così come vuole la tecnica della commedia. Perfino il modo in cui i protagonisti vengono presentati nella narrazione richiama la didascalia che suole accompagnare il testo teatrale.

Frigerio insiste sulle minuzie, sui dettagli, sul modo di vestire, sugli oggetti, sugli odori che rimandano non solo al ricordo, ma al laboratorio attoriale, al camerino alle quinte come luogo di nascita del sogno, Per non parlare poi delle luci che “piovono” sulla scena, sulle cose come i riflettori che illuminano il palcoscenico e guidano così lo sguardo del…lettore.

Detto questo, è giusto chiedersi il perché di questa scelta, domandarsi quali siano le ragioni che hanno portato la scrittrice a privilegiare la dimensione chiusa, questo particolare modo per ambientare l’azione narrativa e dal quale far nascere il racconto, esprimere il proprio punto di vista. Il fatto è che la scelta tecnica è funzionale alla centralità che nei racconti assumono le figure femminili: sono donne che, come ha detto Marisa Cecchetti in una recensione al volume, hanno un disperato bisogno di tenerezza, rifiutano del maschio e del mondo la rozzezza, la grossolanità. Quindi il luogo chiuso come scudo, come “bozzolo protettivo”.

Voglio aggiungere che nelle invenzioni di scena di Frigerio c’è però una forte e travolgente libertà ariosa, come se la realtà delle cose raccontate potesse ridursi a una sfoglia fantastica, appetitosa. Manca infatti nella struttura espressiva quella ambiguità che, come diceva Garboli, si trova soltanto nelle “storie raccontate o inventate per forza, scritte senza piacere”; mentre i lavori di Frigerio esprimono la qualità opposta: si vede benissimo che la scrittrice, quando scrive, si diverte fino a dimenticarsi di sé, fino a liberarsi, attraverso la scrittura, di quanto di autobiografico c’è dentro la struttura della narrazione.

Molta di questa gioia nello scrivere è ovviamente legata anche alla sua formazione personale, al suo itinerario esistenziale.

Mariapia, quando racconta, ci fa sentire tutta la sua vicinanza a quella élite, a quella buona borghesia colta e raffinata odiata, non a caso, dal fascismo, prima, e, dopo, da quella piccola borghesia reazionaria e malaffarista che ha distrutto il senso dei diritti e dei doveri ed è oggi la base di massa della nuova demagogia dominante. È ovvio che per buona borghesia intendo quella classe, costituzionale e repubblicana, che ha nei suoi caratteri la lezione di Gobetti, dei Rosselli, dei gruppi giellisti della Torino laica e liberale cara a Natalia Ginzburg e naturalmente a Mariapia Frigerio.

Finisco dicendo che il volume è corredato da cinque splendide tavole in bianco e nero di Romano Masoni che, come spesso accade alle opere d’arte, pur non essendo state pensate in funzione del libro, lo accompagnano come una Arianna gentile nel suo percorso dedalico verso il lettore.


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