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LETTERATURA: Marino Magliani “Quella notte a Dolcedo” (Longanesi, 2008)

13 Agosto 2008

di Francesco Improta

Versione riveduta e approfondita della recensione del romanzo di Marino Magliani “Quella notte a Dolcedo” (Longanesi, 2008) pubblicata su La poesia e lo spirito  

Marino Magliani è uno scrittore ligure affacciatosi prepotentemente alla scena letteraria in questi ultimi anni ed  impo ­stosi all’attenzione di quanti – critici patentati, addetti ai lavori o semplici lettori – abbiano avuto la fortuna di leggerlo. Il suo penultimo libro “Il collezionista di tempo“, a mio avviso, è un vero e proprio gioiello; esso traccia un percorso umano e culturale a grandi linee attraverso tre tappe: l’infanzia, la prima giovinezza e la raggiunta maturità, meglio ancora, potremmo dire, il collegio, il servizio militare, l’esilio in Olanda, dove tuttora Marino vive concedendosi, più o meno periodicamente, dei sog ­giorni in Liguria, nell’entroterra di Imperia (e più precisamente nella Val Prino, dove è nato), per caricarsi di emozioni, di colori e di odori, e per fare soprattutto provvista di luce, ingrediente fon ­damentale della sua narrativa.
Con questo suo ultimo libro Magliani ha compiuto un ulteriore passo avanti, approdando al romanzo nell’accezione più vera e com ­prensiva del termine. Quella notte a Dolcedo, infatti, rispetta le regole di montaggio proprie della narrativa, nel senso che ogni fatto ed ogni personaggio viene chiarito, integrato o approfondito da ciò che segue e inoltre del romanzo ha il ritmo progressivo e regressivo in quanto tiene viva e costante l’attenzione del lettore su ciò che viene dopo e lo induce a riconsiderare sempre ciò che è stato detto prima. Anche qui, come nel Collezionista di tempo, si tratta di un viaggio, un viaggio a ritroso nel tempo, nel tentativo di tacitare i propri sensi di colpa e di portare alla luce segreti e misteri che arrovellano la coscienza e tolgono la pace. Si tratta, a ben guardare, di una Via Crucis punteggiata di spine e di rovi, un cammino di espiazione e di catarsi, che non conduce però alla salvezza. A proposito dei rovi va detto che sono una presenza costante nel romanzo, una mot-clef che rimanda al senso di abbandono e di degrado della vallata o come sostiene qualcuno alla rivincita sull’uomo della natura che si riapproprierebbe in questo modo dello spazio di cui è stata privata o saccheggiata, oltre a preservare tracce e vestigia di antiche civiltà; certo è che la parola “rovi” suggella la vicenda quasi fosse una pietra tombale.

      Un ex soldato tedesco, Hans Lotle, nel 1989, alla vigilia del crollo del Muro di Berlino, chiede il permesso di uscire dalla DDR, ufficialmente per visitare Vienna, della cui musica, il valzer, si dice ed è profondamente innamorato, in realtà per ritornare in Liguria dove ha combattuto durante la seconda guerra mondiale e dove è stato inconsapevole responsabile dell’uccisione di un’intera famiglia di civili che si era nascosta in un fosso. Eccidio che ha avuto una te ­stimone, una bambina nascosta tra i rovi, di cui Hans ricorda due occhi spauriti e sgomenti. Ottenuto il visto Hans, dopo un lungo giro, finalizzato al depi ­staggio di eventuali segugi, arriva in Liguria e più precisamente nell’entroterra d’Imperia. Nella Val Prino, dove era avvenuto il fatto, Hans soggiorna a lungo nel tentativo di gettare luce su quel drammatico episodio, facendo i lavori più duri e più umili e per mancanza di soldi e per espiare i suoi sensi di colpa. Sempre nella vallata torna quasi contemporaneamente ad Hans una donna di trenta anni, Lori, dopo aver condotto un’esistenza randagia, in giro per il mondo. Torna per fare anche lei i conti con il suo passato, la sua terra e i suoi affetti…

Nel romanzo, che è una struggente sinfonia di morte, si ritrovano topoi e stilemi, che abbiamo già incontrato nei precedenti libri di Magliani. Penso, tra i motivi ricorrenti, alla droga, all’attenzione e all’amore per la natura, e per la vita dei campi di cui dimostra di avere una conoscenza dettagliata e approfondita, alla nostalgia del passato, alla solitudine, al viaggio, meglio ancora al vagabondaggio, ai sensi di colpa assai vivi e presenti data la formazione cattolica dell’autore. A questi motivi aggiungerei quella tensione morale che tutti i suoi personaggi si portano dentro, per quella necessità che hanno sempre di fare i conti prima ancora con se stessi che con gli altri, soprattutto in relazione ad un passato carico di ombre e di rimorsi e infine l’attaccamento alla madre, in questo romanzo addirittura morboso, ai limiti dell’incesto, come risulta dalle parole della signora Müller che parlando di Hans e dei suoi rapporti con la madre al tenente Kobel, della famigerata polizia segreta della Ger ­mania demo ­cratica, dice testualmente: “Erano sempre abbracciatiSembravano due inna ­morati…” (non è un caso che Hans decida di lasciare la Germania democratica e di tornare in Liguria solo dopo la morte della madre). A livello stilistico penso, invece, alla duplicità di registri linguistici, altra costante della produzione di Marino, in questo caso abbiamo quello diegetico che accom ­pagna la narrazione e che si modella prevalentemente sul paesaggio circostante e quello, freddo, informe e impersonale, utilizzato per i verbali degli in ­terrogatori e per le informazioni, spedite via telegrafo o via fax, direttamente agli uffici della STASI di Berlino, da Hugo, un personaggio che ha il compito di sorvegliare Hans.
Il paesaggio, come sempre in Magliani, è quello ligure, ma questa volta non consola né tanto meno compensa. La luce stessa, di cui il paesaggio s’imbeve, s’intride non alleggerisce ma mineralizza, tende cioè a cristallizzare, a im ­balsamare persone, animali e cose. La campagna, inoltre, è invasa dalle erbacce, dai rovi, dalla vitalba, gli ulivi sono aggrediti e ricoperti di muffe, i torrenti sono ridotti a discariche, dovunque sono disseminati segni precisi di abbandono, di degrado, di disfacimento e di morte; gli uccelli volano basso e nidificano tra i rovi; i personaggi, infine, non guardano mai in alto verso il cielo ma in basso verso la terra, una terra continuamente smossa per riportare alla luce segreti e misteri, per liberarla dalle radici aggrovigliate, per tacitare i propri sensi di colpa mi riferisco ad Hans, al capitano Garser, e alla stessa Lori che, pur non scavando materialmente, fruga, rovista dentro di sé nel tentativo di fare i conti con il proprio passato, le proprie origini e… ancora una volta con la propria madre, a testimonianza di un rapporto sempre intenso e spesso problematico e difficile. Le esistenze di Hans e di Lori, per certi versi speculari, si sfiorano per un momento – ed è un momento di struggente te ­nerezza – prima di prendere due direzioni comple ­tamente diverse. Lori, che ha più connotazioni autobiografiche di quante ne abbia Hans, ci richiama alla mente alcuni personaggi pavesiani, a conferma di un debito, non ancora del tutto saldato, da parte di Marino nei confronti dello scrittore piemontese. Del resto il vagabondo, presente in tutti i libri di Marino, è figura d’elezione, sulla scorta della grande narrativa americana del Novecento, della fantasia di Pavese e Lori è, a mio avviso, la versione femminile di Anguilla, che torna, senza però aver fatto fortuna, per ritrovare il suo passato e per mettere radici, dopo aver capito nei suoi tanti spo ­stamenti che tutto il mondo è paese e che una carne vale l’altra. Alla fine, comunque, Lori si rende conto che il passato non può tornare, che la vallata della sua infanzia è ormai invasa dal cemento e “occupata” di nuovo dai tedeschi, questa volta non più soldati ma ricchi e facoltosi turisti, decide, allora, di ripartire sottraendosi in questo modo alle sirene di morte della vallata. Lori se ne va per sempre, ma porta con sé una nuova consapevolezza: che non c’è più differenza tra la città e la campagna, tra la costa e l’entroterra e che partire vuol dire  andarsene, crescere, veder morire e… morire. Ed eccoci di nuovo a Pavese, al miglior Pavese, per intenderci quello di La luna e i falò, cui rimandano pure la morte violenta di Garser, finito bruciato insieme alle sue carte e i suoi do ­cumenti, e l’incendio conclusivo che riporta alla luce la pietraia, la struttura del pozzo e la lapide di ardesia.
Il ritmo, inizialmente mosso e vivace per i continui salti di tempo e di luogo, diventa, nella parte centrale, lento e pausato assecondando l’avvicendarsi delle stagioni e l’alternarsi del dì e della notte, per accelerare nell’ultima parte quando in rapida suc ­cessione si sciol ­gono tutti i nodi affiorati durante la narrazione e la storia giunge a conclusione, segnando la fine non solo di una vicenda individuale ma di un’intera epoca, come è testimoniato, appunto, dal crollo del muro di Berlino. Cronaca e storia, pubblico e privato, mito e quo ­tidianità si intrecciano per ­fettamente creando un affresco di grande respiro storico e intimistico al tempo stesso. Ci sono riferimenti espliciti alla lotta partigiana e ad alcuni eroi entrati a far parte dell’immaginario collettivo, come Felice Cascione e Silvio Bonfanti e va ­gheggiamenti di reperti favolosi come i resti di Mammut di cui parla il capitano Garser, il famoso uomo degli atti, come veniva chiamato in paese. Tante altre cose si potrebbero dire del libro di Marino: dei suoi rapporti con Biamonti, qui meno evidenti che altrove, quasi Marino volesse prendere le distanze (sempre che ci sia stato veramente vicino) dallo scrittore di San Biagio, in cerca di una maggiore autonomia tematica e stilistica, così come, a mio avviso, Marino desidera recidere il cordone ombelicale con la sua terra. Le picconate con cui Hans, in compagnia di Manfred, smuove la terra altro non sono che la riprova del desiderio di Marino di strappare le radici, di chiudere, non certo a livello affettivo quanto a livello let ­terario con il passato e con la Liguria; e io sono sempre più convinto che in futuro i romanzi di Marino, anche se non il prossimo che credo sia già in gestazione, avranno altre ambientazioni ed altri scenari.  

 


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart