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LETTERATURA: Martin Luther: (1483 – 1546): I primi scontri sulle “Indulgenze” e sulla lettura della Bibbia. #2/8

30 Marzo 2011

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

Quanto alla “Teologia” gli Umanisti peroravano la necessità di consultare i testi del vecchio Testamento nella loro lingua originale  e di mettere da parte la traduzione ufficiale di San Geronimus, non sempre precisa e tra l’altro zeppa di errori. Ma a quel tempo abbracciare la causa “filologica” per un testo sacro era mettersi contro l’autorità della Chiesa, che da sempre aveva dichiarato intoccabili le relative traduzioni latine e greche, e di conseguenza rischiare un processo per “eresia”. Di certo non poteva essere considerato né un ribelle, né un eretico Reuchlin, intellettuale e giurista di livello europeo con tanta esperienza acquisita in Francia e in Italia, che nonostante tutto era stato condannato semplicemente per aver raccomandato la lettura dai testi originali. Lo studioso cattolico era e rimase un figlio della Chiesa cattolica, e,   una volta ritiratosi a vita privata dopo un’intensa vita di missioni diplomatiche, sarebbe diventato la massima autorità del suo tempo per la lingua ebraica. Sulla questione, che doveva finire in un processo, Erasmo si defilò, atteggiamento a lui congeniale visto che non era un uomo capace di prendere posizione, mentre a prendere le difese di Reuchlin nei confronti dei Domenicani di Colonia   fu proprio il giovane   Martin Lutero, che imperterrito affermava: “È meglio vedere con i propri occhi che con quelli degli altri”. Quel frate agostiniano, da anni insegnante universitario, non voleva ancora né riformare, né ribellarsi; ma si stava dedicando con particolare fervore allo studio del greco e dell’ebraico proprio   per avere un confronto diretto con le sacre scritture. Esigenza questa   sentita un secolo e mezzo prima   anche   dai mistici tedeschi, il cui massimo rappresentante era stato Meister Eckhart.   In quella atmosfera di scontri religiosi tra ordini monastici, rappresentati in primo luogo da domenicani, francescani e agostiniani, cui facevano da corona tante fazioni disposte a far valere i propri convincimenti, sarebbe bastata una scintilla per far esplodere quel forte “malcontento” generale che gravava su una Nazione come quella tedesca dilaniata e   mal governata. A far precipitare gli eventi sarebbe stata la storia della Chiesa:di Roma ed in particolare la sua perenne “fame” di fondi, impegnata com’era nella costruzione di un’opera senza eguali, quale la basilica di S. Pietro. Il 31 marzo 1515 Papa Leone X, figlio di Lorenzo “Il Magnifico” della Casa dei Medici, avrebbe emanato una bolla con la quale concedeva ad Alberto di Brandeburgo della casa di Hohenzollern, primo duca di Prussia, la possibilità di bandire sui suoi territori un’indulgenza plenaria ottenibile mediante versamento di elemosine a favore della fabbrica di San Pietro. Il Principe Alberto, già vescovo di Halberstadt e Magdeburgo, mirava alla sede vescovile di Magonza che avrebbe fatto di lui il primate di Germania, e di conseguenza era molto allettato dalla prospettiva. Per raggiungere questo obiettivo si era accordato con i Fugger, potente e influente casata di banchieri e mercanti   tedeschi che avevano il monopolio delle finanze papali in Germania e che da parte loro si erano dichiarati disposti a fornirgli i relativi prestiti. Quella delle indulgenze – come abbiamo già avuto modo di accennare – era   una pratica molto diffusa; instaurata per finanziare le crociate, era diventata col tempo la fonte più utilizzata per far fronte alle ingenti spese che gravavano sulla   Chiesa   (per quanto riguardava la città di Wittenberg, per fare un esempio preciso, si era fatto ricorso a questa “pratica” anche per disporre dei fondi necessari alla costruzione del castello e dell’università ). Il 10 aprile 1517 il domenicano Johann Teztel, incaricato di promuovere con opportune prediche le indulgenze e   raccogliere le relative quote rigidamente prefissate e variabili a seconda di chi le avesse acquistate, aveva escogitato una strofa facilmente orecchiabile e molto allettante per “convincere” le anime semplici e pie: “Sobald das Geld im Kasten klingt, / Die Seele aus dem Fegfeuer springt” (non appena il denaro risuona nella cassetta/ l’anima salta dal purgatorio in fretta). Questo monaco nel suo giro missionario, che comprendeva la Sassonia e la Turingia,  era già giunto con la sua serie di prediche  nei pressi di Wittenberg. Lutero, venuto a conoscenza di quella che secondo lui era da considerare un’invasione di campo,   si sarebbe duramente opposto al Tetzel,  contrario com’era a quell’uso ormai radicato nella Chiesa di Roma di raccogliere fondi. La questione, che avrebbe visto misurarsi da fronti apposti domenicani e agostiniani, si sarebbe protratta per mesi per trovare solo alla fine di ottobre del 1517 una risoluzione culminata con l’affissione delle “famose” 95 tesi, redatte in latino e che avevano come oggetto proprio e soprattutto le indulgenze. Secondo la leggenda sarebbe stato lo stesso Lutero ad affiggerle verso mezzogiorno di quel fatidico 31 ottobre sul portone della chiesa del castello di Wittenberg. Esse, almeno secondo le intenzioni del monaco “ribelle”, dovevano servire per una serie di discussioni pubbliche – le ormai famose “disputationes” –   specialmente sulla penitenza e sulle indulgenze e non attaccavano i principi fondamentali della fede. In questa ottica da monaco attento alla gerarchia aveva cercato di ottenere un’autorizzazione preventiva mandando le tesi in questione all’arcivescovo di Magonza, quel giovane Aberto di Hohenzollern che aveva ottenuto quella carica con grossi sacrifici “finanziari”… I teologi del tempo, anche quelli di stanza presso la curia romana, si guardarono bene dall’affrontare quella scottante questione, sulla quale non c’era unanimità di consensi e di conseguenza essa finì col diventare un problema “politico” passando come tale all’attenzione dell’opinione pubblica.   In fondo le indulgenze non comportavano solo “sconti” sulla permanenza nel purgatorio, come veniva fatto credere, ma si erano trasformate in un   “perverso” strumento per fare cassa che poi veniva suddivisa in percentuali prefissate tra gli stessi raccoglitori (Tetzel), le varie autorità locali, le banche (i famosi Fugger) e l’avida “curia” romana. Lutero confrontato con un andazzo da tutti criticato e che rischiava di coinvolgere l’intera Nazione Tedesca, si sarebbe espresso in modo violento contro la pratica delle indulgenze sottoscritte dal Papa e continuava a predicare l’espiazione; convinto com’era che solo attraverso questa pratica si poteva ottenere la remissione dei peccati: “…bisogna seguire Cristo attraverso   sofferenza, morte e inferno…”. Le 95 tesi, accolte con qualche remore da quegli stessi critici che da sempre avevano bollato quel metodo equivoco di finanziamento inventato dalla Chiesa cattolica ma di cui in troppi approfittavano,   avrebbero costituito un potenziale esplosivo capace di far saltare un intero sistema.

Così quel giovane Monaco, senza rendersene conto, avrebbe minato alle basi un sistema logoro che da tempo immemorabile non faceva che riscuotere critiche e creare malcontento. Nella primavera del 1518 il capitolo degli agostiniani della provincia germanica, riunito a Heidelberg, preso atto della giustezza dell’iniziativa del confratello Lutero,   confermava assenso e appoggio. L’umile monaco di Wittenberg da quel momento, sarebbe diventato portavoce di esigenze latenti da tempo nella società tedesca e non solo in quella religiosa. L’intera Nazione avrebbe seguito con interesse e partecipazione quella sua “battaglia” in un confronto impari con vescovi, arcivescovi, cardinali e poi in un crescendo inarrestabile, con lo stesso Papa e Imperatore. Presto tuttavia Lutero avrebbe avuto modo di sperimentare la durezza con cui le autorità ecclesiastiche avrebbero reagito nei suoi confronti; da Magonza, al cui arcivescovo – il ventitreenne Albrecht von Hohenzollern –   egli si era rivolto con rispetto e umiltà gli venne imposto il divieto di parlare e di scrivere. Si delineava così una lotta tra “potenti”, nel corso della quale si sarebbe messo in discussione anche il ruolo preminente dello stesso Principe Elettore, Federico di Sassonia detto il “saggio”, dato che gli Hohenzollern, sponsorizzati dai banchieri Fugger, disponevano con Brandeburgo e Magonza di due voti nel collegio di sette membri dei Principi elettori, cui era riservato il privilegio di eleggere l’Imperatore. La stessa Magonza, famosa per aver dato i natali all’inventore dell’arte della stampa, costituiva in quel tempo, prima di Treviri e   Colonia, l’arcivescovado più importate di cui era titolare il Principe elettore. Albrecht, forte di questa sua posizione e ligio al dovere…, aveva inviato già nell’autunno del 1517 a Roma le tesi di Lutero, accompagnandole con una relativa relazione. Il Papa, che proprio in quel periodo era impegnato da altre questioni di vitale importanza per il futuro della Chiesa cattolica, non si sarebbe lasciato distrarre da quella che considerava una “bega” tra monaci e avrebbe passato tutto l’incartamento al generale dell’ordine degli Agostiniani. Nel frattempo nella Nazione Tedesca il domenicano Tetzel, lo stesso che aveva ottenuto l’incarico di predicare a favore delle indulgenze ed era stato bruscamente impedito a continuarla proprio grazie al deciso intervento di Lutero sul Principe elettore Federico il Saggio, aveva accusato di eresia il monaco di Wittenberg, pretendendone la condanna. Si delineava così ancora una volta una disputa tra domenicani e agostiniani, ordini che per motivi diversi avevano assunto un ruolo preminente nell’ambito della stessa Chiesa cattolica. Tre secoli dopo Lessing avrebbe ripreso questa tesi, corredandola con una citazione dello stesso Papa Leone X: “Il frate Martino ha una bella testa; si tratta di una lotta tra monaci”. I Domenicani, che a suo tempo avevano ottenuto la condanna dell’umanista Reichlin, anche lui accusato di eresia solo per aver rivendicato il diritto di tradurre i testi sacri, decidevano in un congresso tenuto a Francoforte sull’Oder di contrapporre alle 95 Tesi di Lutero le loro contro-tesi (106), convinti com’erano che presto sarebbe toccato proprio a  loro – considerati i guardiani della ortodossia cattolica – il compito di giudicare e condannare con la massima severità il monaco di Wittenberg,. Questi tra l’altro, oltre a combattere le indulgenze, metteva in discussione anche la dottrina delle “due spade”, quella del Papa e dell’Imperatore, secondo la quale il Papa poteva avanzare pretese su tutti gli imperi e i paesi. A quel punto il monaco di Wittenberg, nell’intento di   rendere più efficace la sua battaglia, decideva di portare a conoscenza dell’intera la “Nazione” tedesca i punti chiave della sua protesta. I professori delle università, timorosi e impauriti dalle ripercussioni che avrebbero potuto scatenare “Tesi” così “temerarie”, si tennero volutamente lontani dalla disputa. Solo da un prelato di Amburgo, interprete dell’atmosfera generale che regnava in quel momento in Germania,  sarebbe arrivato il   seguente ammonimento: “Tu dici la verità, caro fratello Martin, ma non riuscirai ad ottenere nulla. Torna nella tua cella e recita: Dio abbi pietà di me”.   Lutero aveva sollevato una questione di vitale importanza per la società tedesca e tutto questo era ampiamente testimoniato dall’interesse e dalla partecipazione con cui la sua articolata disputa veniva seguita. Dalla dura reazione della Chiesa di Roma e del Clero che la rappresentava in Germania si stava rendendo conto di aver toccato una questione molto delicata e di aver imboccato una strada molto pericolosa. Proprio   nella speranza di evitare equivoci o cattive interpretazioni, di sicuro consigliato da qualche autorevole esponente della Chiesa stessa, nelle cui file non poteva mancare il suo “amato” priore, Staupitz, redige delle spiegazioni sulle sue 95 Tesi, inviandole in anticipo alle massime autorità ecclesiali del tempo, e precisamente al Principe-vescovo Hohenzollern di Magonza e al vescovo di Brandenburgo, con preghiera di rivederne il testo, di correggerlo se lo ritenessero necessario  o addirittura di bocciarlo, , se non lo avessero condiviso.   Alle sue “delucidazioni” avrebbe   allegato una breve dichiarazione: “Nulla è così difficile che stabilire il giusto insegnamento della Chiesa” -. A questa chiosa avrebbe aggiunto la confessione di essere un incallito peccatore, ma sempre ed in ogni caso devoto al Papa; ancora una volta quindi una confessione di ubbidienza. Le autorità cui era stata indirizzata in via preliminare la preghiera con i relativi allegati, non hanno forse trovato   neppure il tempo per leggere il tutto; di sicuro non hanno fornito risposta alcuna e Lutero, incalzato da un’opinione pubblica sempre più impaziente e in attesa di conoscere gli sviluppi di quella delicata questione, avrebbe deciso di rivolgersi direttamente al “popolo”.

Per l’occasione abbandona la lingua latina e ricorre per la prima volta al “volgare” destinato a diventare in seguito patrimonio di tutti i tedeschi. Veniva così dato alle stampe il suo   primo sermone – “Indulgenza e grazia” (AnlaíŸ und Gnade) -,   che si componeva di 20 articoli   e avrebbe avuto   ben 20 ristampe.   I temi trattati, già oggetto delle sue “Tesi”,  erano stati trattati da San Paolo e da questi ereditati. Su quel libretto, scritto in un linguaggio estremamente semplice, si sarebbe rivolta l’attenzione dell’intera Nazione, inevitabilmente destinata a “spaccarsi” in favorevoli e contrari. Intanto nell’opinione pubblica tedesca si faceva strada la convinzione che dalla lotta ormai inevitabile tra agostiniani e domenicani a prevalere sarebbero stati questi ultimi, che già pregustavano l’intima soddisfazione di fare un’altra vittima eccellente per i loro ricorrenti roghi Ad ingrossare il già folto schieramento dei Domenicani sarebbe arrivato addirittura il famoso Dr. Johannes Eck, teologo e professore a Ingolstadt, che accusava apertamente Lutero di riecheggiare le opinioni di Jan Hus, il “contestatore” boemo, anche egli contrario alle indulgenze e condannato al rogo come eretico dal concilio di Costanza del 1415. Gli Agostiniani, mostrando un notevole spirito di corpo, avrebbero risposto a quella serie di attacchi, convocando un’assemblea a Heidelberg. In quella sede si sarebbe dovuto affrontare il caso di un loro “fratello”, che per le sue “tesi” condivise da tanti, correva il concreto pericolo di essere arrestato e consegnato alla curia papale. Ad Heidelberg, dove Lutero si era recato come sempre a piedi, gli sarebbe stata riservata una vera ovazione dall’assemblea di confratelli provenienti da tutta la Germania. Già si parlava, alla luce della prassi consolidata con cui la Chiesa era solita dirimere questi confronti,   di un possibile “bando” contro l’umile fraticello, che da parte sua, perfettamente conscio dei pericoli incombenti, ma rafforzato dai consensi ricevuti, si dichiarava cristianamente rassegnato e pronto a tutto: “Chi vuole annunciare la parola, deve sempre fare i conti con persecuzione e morte”. Il suo riferimento era chiaro: egli chiamava in causa quella “parola” di Dio, cui credeva ciecamente e di cui d’ora in avanti si sarebbe fatto portatore. Animato da questo principio avrebbe continuato a portare avanti la sua campagna a difesa delle sue 95 tesi, con una frenetica quanto capillare attività di predicazione che avrebbe messo a dura prova la pazienza dei cattolici e soprattutto anche quella dell’imperatore Massimiliano, sempre più convinto della necessità di emanare un bando contro quel frate ribelle e insolente. Il papa Leone X, su sollecitazione di una curia abituata ad usare le maniere spicce per non fare esplodere problemi che potevano mettere in pericolo l’esistenza della stessa Chiesa, emanava un decreto – il “Breve” -, in cui si ordinava di arrestare Lutero e di consegnarlo alle autorità ecclesiastiche competenti. Al monaco tedesco, che non aveva intenzione alcuna di recarsi a Roma da “imputato”,  sarebbe stata concessa la possibilità di discolparsi e per questo motivo viene fissato ad Augusta un incontro previsto per l’ottobre del 1518, approfittando della concomitanza con il   Reichtstag (Dieta), programmato proprio in quella città.  La dieta di Augusta sarebbe stata l’ultima a cui avrebbe partecipato   l’imperatore Massimiliano, già gravemente ammalato. Prima di partire per Augusta Lutero, che si era già   rifiutato di presentarsi in Vaticano,   si era rivolto per chiedere consiglio e aiuto a Federico II di Sassonia, il Saggio, che rimarrà il suo protettore più convinto. In quella atmosfera oltremodo pericolosa Lutero si sarebbe dovuto confrontare con il cardinale Caietano (Tommaso de Vio), Generale dell’Ordine Domenicano, famoso per le sue pubblicazioni su Tommaso d’Aquino e   inviato espressamente dal Papa come “Legato” pontificio, con l’incarico specifico di affrontare e    risolvere la questione “Lutero”. Il cardinale, facendo ricorso alle sue consolidate arti diplomatiche, si sarebbe dimostrato paternamente comprensivo e benevolo col frate, anche se non ha potuto fare a meno di mettere al corrente l’imputato sui pericoli insiti nel “Breve” (un documento equiparato alla “Bolla” di scomunica) firmato del Papa e che gli stava per consegnare. In quel documento si pretendeva espressamente da Lutero di rinnegare le sue “Tesi” e soprattutto di impegnarsi a non disturbare  “il quieto vivere” della Chiesa. Il monaco “ribelle” non si sarebbe lasciato né blandire, né intimidire;   egli, confermando quella che era la sua posizione orami nota,   avrebbe con estrema franchezza dichiarato di riconoscere solo quegli errori che potevano essere dimostrati tali da un confronto con la Sacra Scrittura; all’autorità indiscussa del Papa non aveva mai creduto e di conseguenza non era disposto ad accettare la tesi sostenuta dal Caietano secondo la quale il Papa era al di sopra della stessa scrittura. Questo duro confronto, protrattosi per più giorni, non avrebbe avuto l’esito sperato dal Cardinale. Lutero, confortato dalla inaspettata presenza del suo priore, Staupitz e lusingato dalla partecipazione di notevoli personalità del tempo, come il vescovo di Lüttich, si consultava giornalmente   con i consiglieri del suo Principe Elettore e con i colleghi-amici venuti dall’Università di Wüttenberg. La sua decisione   di   rifiutare di fare un passo indietro sarebbe stata non solo meditata, ma anche condivisa.

Nemmeno il mite priore Staupitz, espressamente invitato dal Caietano ad intervenire per assumere il compito di “mediatore”, se l’era sentita di fare pressione su Lutero che conosceva bene e amava come un figlio. Egli addirittura   temendo per sé e per la sua delegazione, avrebbe lasciato in anticipo e in gran segreto Augusta. Lo stesso Lutero lo avrebbe seguito subito dopo, approfittando della cortesia di alcuni “amici” che gli avevano messo a disposizione due cavalli. Con una cavalcata di ben 8 ore  ininterrotte, sarebbe arrivato a Norimberga.   Poi, una volta al sicuro nel suo convento di Wittenberg, avrebbe fatto ai superiori un esauriente rapporto sull’incontro col Cardinale e, al corrente della lettera che lo stesso aveva inviato al suo Principe Elettore per farlo arrestare e consegnarlo a Roma, si dichiarava disposto ad abbandonare sia il convento che la città di Wittenberg per non creare difficoltà a   nessuno e soprattutto al suo amato principe Federico il Saggio Nonostante la precisazione papale del 9 novembre 1518, contenuta in un’apposita bolla “Cum postquam”, scritta probabilmente dallo stesso cardinale Caietano, il “ribelle” di Wittenberg rimaneva irremovibile e lo dichiarava apertamente : “Non ho nulla da perdere, perché il mio padrone è Iddio”. La sua lotta era destinata a diventare inevitabilmente sempre più radicale, dato che non si limitava a contestare le indulgenze, ma metteva in crisi lo stesso potere temporale del Papa Per quanto riguardava il suo futuro, su cui pendeva un’esplicita condanna per eresia (il “Breve”), si sarebbe affidato alla suprema volontà del Signore, dichiarandosi al contempo disposto a lasciare il convento. Lo stesso Federico il Saggio, alla fine di novembre, conosciuta la decisione di Lutero, si sarebbe dichiarato d’accordo. Tuttavia proprio la sera in cui lo stesso Lutero si stava congedando dai sui confratelli, pronto all’esilio in Francia, dove su intercessione del suo priore Staupitz era stato allestito per lui un rifugio sicuro alla Sorbona, sarebbe arrivato il contrordine. Direttamente dal Vaticano, dove la Curia e il Papa erano rimasti profondamente delusi dell’esito della missione tedesca del cardinale Cietano, veniva fatto un ulteriore tentativo per risolvere la questione Lutero. Nella corte del Principe elettore di Sassonia sarebbe arrivato ai primi di gennaio del 1519   un inviato papale, Karl von Miltitz, coadiutore di Caietano per le questioni estere e parente dello stesso Federico il Saggio. Il giovane Legato, di appena 28 anni, un’età inconsueta per essere investiti da incarichi così delicati,   aveva in  borsa riconoscimenti vari per il Principe Elettore, tra cui due “Dispense” che lo assolvevano dal peccato di due figli illegittimi ai quali era promessa tra l’altro una sistemazione adeguata tra le file del Clero, e   la “rosa aurea”, un ambito riconoscimento direttamente concesso dal Vaticano ai suoi “figli” più devoti. Ma non erano solo queste le “sorprese” contenute nel bagaglio di Miltizt, che poteva disporre anche   di un “ricco” repertorio di bolle e provvedimenti simili – in tutto una settantina – per Lutero e i suoi “simpatizzanti”, qualora quella spinosa questione non fosse stata risolta.

Anche questo ulteriore   tentativo di mediazione, preceduto da un atto significativo quale voleva essere la condanna del maggiore persecutore di Lutero, il domenicano Tetzel, cui venivano imputati malversazioni e due figli illegittimi, sarebbe stato destinato a fallire. Lutero, nonostante la favorevole impressione ricevuta dallo stesso Miltizt, personalmente felice di avere un incontro con un “coetaneo” e non come egli aveva immaginato con un pedante e maturo teologo, sarebbe rimasto ancorato alla sua posizione intransigente.  Tuttavia a conclusione di tutta una serie di incontri, alcuni dei quali tenutisi a Altenburg, Lutero si sarebbe dichiarato disponibile ad un “armistizio” verbale di due mesi. Egli, pur avendo garantito il suo silenzio, nel corso di una cena alla corte del Principe Elettore avrebbe continuato imperterrito a sostenere le sue Tesi,   mettendo soprattutto  in discussione l’infallibilità del Papa e dei Concili e negando il primato della Chiesa di Roma –  “sola gratia, solo Christo, sola Scriptura” -.   Il giovane Legato pontificio von Miltizt, che aveva tentato in tutti i modi di convincere il “ribelle” si vide costretto a rinunciare e si sarebbe accomiatato affettuosamente col monaco intransigente, scambiando un abbraccio e un bacio fraterno;   probabilmente quel giovane monaco aveva fatto presa anche su di lui… Tornato in Vaticano il Legato avrebbe informato il Papa sui suoi colloqui con Lutero e Leone X , iniziativa unica nella storia della Chiesa, avrebbe deciso di scrivere personalmente a quel Monaco che stava procurando tante preoccupazioni, invitandolo a Roma e promettendogli un trattamento paterno e benevolo. Purtroppo questa lettera inviata per via gerarchica al Principe Elettore, che, preoccupato per l’invito in essa contenuto, non   l’avrebbe mai   consegnata  al diretto interessato…
Nel frattempo (12 gennaio 1519) moriva l’imperatore Massimiliano I, evento che sarebbe tornato “comodo” a Lutero perché le operazioni connesse all’elezione del successore avrebbero relegato in secondo piano la sua questione personale, finendo inevitabilmente col rimandarla. Prioritaria era allora l’elezione del nuovo Imperatore e, una volta caduta la candidatura del Principe di Sassonia Federico il Saggio, dichiaratosi indisponibile nonostante le allettanti promesse e la dichiarazione del Papa che lo avrebbe visto di buon grado quale successore di Massimiliano I,   e,   visto che neppur Francesco I di Francia si era mostrato entusiasta per quell’incarico, non rimaneva che puntare sul diciottenne Carlo V di Spagna, della casa di Asburgo. Questo giovane rampollo di una delle case più potenti d’Europa sarà eletto e incoronato nel Duomo di Francoforte il 28 giugno 1519 e avrebbe regnato per quasi quaranta anni!


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Bart