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LETTERATURA: Martin Luther: (1483 – 1546): Carlo V diventa Imperatore e eredita la “spinosa” questione Lutero. #3/8

15 Aprile 2011

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

La questione Lutero rimaneva tuttavia sempre irrisolta. La Curia di Roma, nel tentativo di zittirlo tacitamente, avrebbe fatto un ulteriore tentativo, ricorrendo all’intervento diretto del Generale dell’Ordine Agostiniano che aveva sede a Roma. Questi scrive per competenza al suo rappresentante ufficiale in Germana facendo ricorso ad espressioni che avrebbero dovuto toccare il suo confratello tedesco: “L’ordine, che non era mai stato prima sospettato di eresia, si sta rendendo odioso. Ti prego, nei vincoli della carità, di fare tutto il possibile per impedire a Lutero di parlare contro la Santa Romana Chiesa e le sue indulgenze. Fa’ pressioni affinché cessi di scrivere. Ch’egli risparmi il nostro ordine dall’infamia”. Il destinatario di quella missiva, Johannes Staupitz, che poi era il superiore diretto di Lutero, con cui aveva un rapporto di filiale affettuosità, non se la sente di ubbidire e rassegna le sue dimissioni da vicario, sarebbe passato all’Ordine dei Benedettini… L’elezione e l’incoronazione del nuovo Imperatore non aveva risolto il “problema” Lutero che continuava a gravare come un macigno sia sull’Impero che sulla Chiesa. Proprio sulle questione delle indulgenze, della libertà dell’Uomo, della giustificazione e del Papato fu organizzata una disputa a Lipsia nel 1519, che doveva tra l’altro servire anche a stabilire quale delle due università dello stesso Land – la Sassonia – , quella più antica di Lipsia appartenente al duca cattolico Georg e quella emergente di Wittenberg di Federico il saggio,   fosse la più prestigiosa. In quella occasione a rappresentare la Chiesa “ufficiale” venne chiamato proprio Eck, che potendo disporre di   un’ immensa conoscenza sulla storia dei Papi e dei   vari Concili, era capace – grazie alle sue notevoli doti oratorie – di vincere qualsiasi confronto.  Da quella disputa con Martin Lutero e   Andreas Bodenstein (il futuro Carlostadio, allora rettore della facoltà di teologia a Wittenberg), che avrebbe polarizzato per ben 17 giorni – dal 27 giugno 1l 16 luglio –   l’attenzione della Germania intera, ad uscire vincitore sarebbe stato Eck, considerato l’esperto cattolico più preparato teologicamente e più efficace dialetticamente. Il teologo di Ingolstadt sarebbe stato da allora in poi   incaricato dalla Chiesa di Roma di difendere il suo primato dovunque questo fosse in qualche modo messo in discussione.   Alcuni anni prima si era imposto anche all’attenzione della classe colta italiana partecipando ad una disputa sull’etica economica, tenuta all’Università di Bologna. Questo esperto, assurto a rinomanza internazionale, dopo il confronto vittorioso di Lipsia,  sarebbe stato chiamato a Roma quale consulente e poi nominato Legato pontificio per la questione Lutero.

Nel frattempo il modesto monaco di Wittenberg, sempre impegnato nella sua instancabile attività di scrittore, continuava a sfornare pubblicazioni, che nei periodi più prolifici sarebbero arrivate anche a trenta per anno. Le stesse venivano di   norma redatte   in latino, perché  destinate all’estero e   alla gente colta; mentre per gli scritti che dovevano essere rivolti al popolo della Sassonia e degli “Stati” limitrofi l’autore ricorreva al dialetto “volgare”, un linguaggio direttamente preso dalle osterie, dalle strade e dalle piazze. Per stare dietro a colui che sembrava letteralmente invasato da un “furor teutonicus” c’erano ben tre editori, il più famoso dei quali era Froben di Basilea, che aveva accettato quell’incarico molto redditizio di stampare e ristampare la produzione incessante del monaco di Wittenberg. L’editore svizzero, che avrebbe fatto la fortuna sua e quella della sua casa editrice, provvedeva ad evadere tutte le richieste, curando personalmente la spedizione in Francia, Spagna e Inghilterra. Dalla Germania si stava così irradiando in tutta l’Europa un pericoloso quanto contagioso entusiasmo. Quel piccolo frate agostiniano, stava senza rendersene conto, mettendo in moto un’onda d’urto che avrebbe cambiato la storia del suo Paese e quella e del mondo intero. All’inizio del 1520, cessati i motivi che durante l’elezione dell’Imperatore Carlo V avevano consigliato una tattica dilatoria, riprendeva a Roma il processo contro Lutero. L’insensibilità di Roma al tormento spirituale di Lutero, il disconoscimento dei motivi della sua rivendicazione sulla vera “penitenza” e sulla “teologia della croce”, la sensazione del pericolo per l’interesse mostrato in Germania soprattutto da quei “nostalgici” molto presenti tra le file dei Principi e delle città “libere”, da sempre tentati dal richiamo di una Nazione tedesca da tanti auspicata,   avrebbero portato alla convocazione di un Concistoro. Esso viene fissato tra la fine di maggio e l’inizio di giugno;   in quella sede si sarebbe dovuto affrontare espressamente la questione “Lutero”, i cui peccati “capitali” potevano così essere riepilogati: 1) tutti i Cristiani col battesimo sono chiamati alla santità e non c’è alcuna differenza tra preti e laici; 2) la tesi, considerata erronea, sull’infallibilità del Papa; 3) la facoltà che solo il Papa possa convocare un concilio. Lutero avrebbe sostenuto queste sue tesi con una pubblicazione di dieci pagine, con la quale responsabilizzava l’uomo dichiarandolo capace di interpretare da solo la Sacra Scrittura. Ma non si limitava solo a questo; elaborava anche suggerimenti su una auspicabile Riforma circa la nomina dei vescovi, sui conventi e sui monasteri, concludendo il tutto con un auspicio preciso e rivoluzionario: l’abolizione del celibato e del nubilato per l’intero clero. Nel relativo processo, dopo un attento riesame delle fatidiche 95 Tesi   viene deciso di condannare quarantun articoli e di concedere al frate “ribelle” un termine di sessanta giorni per fare atto di sottomissione. La relativa bolla, che porta la data del 15 giugno 1520, ha una prefazione dello stesso Leone X, che già in cattive condizioni di salute sarebbe morto a novembre dell’anno dopo a soli 46 anni. La bolla inizia nel vecchio stile curiale, con parole che sembrano prese dai salmi della Bibbia: “Exsurge Domine… –  “Sorgi o Signore, un cinghiale cerca di distruggere la tua vigna” e sembra sia stata   propiziata da quel Johann Eck che aveva sostenuto a Lipsia la “disputa” contro Carlostadio e Lutero. e che dopo l’esito positivo di quel confronto era stato chiamato a Roma per dare manforte al Papa e alla Curia pontificia proprio in quella delicata questione. Lutero, messo al corrente di quanto si stava preparando a Roma,   reagisce da par suo (11 giugno 1520), consegnando alle stampe un’apposita pubblicazione (Von dem Papstum zu Rom). Per lui la vera Chiesa era quella invisibile fondata sulla fede; il cattolicesimo aveva un’idea insufficiente della santità di Dio e un’idea troppo ottimistica delle capacità dell’uomo. Il 13 agosto, confortato dalla adesione convinta di tanti tedeschi e per tutti va ricordato Ulrico von Hutten, umanista e cavaliere amico di Sickingen, un altro cavaliere guerriero le cui armate costituivano un più che ipotetico percolo per la quiete della Nazione tedesca, Lutero redigeva il “Manifesto alla nobiltà cristiana di nazione tedesca”, il primo degli scritti che lo eterneranno come iniziatore di una nuova epoca della storia e della vita cristiana in Germania. Poco tempo dopo (6 ottobre) avrebbe composto il suo scritto teologico più radicale “La cattività babilonese della Chiesa”, in cui affermava che i sacramenti erano “prigionieri” della Chiesa. Egli ne riduceva il numero da sette a due, eliminando la cresima, il matrimonio, l’ordine sacro, la penitenza e l’estrema unzione; riduzione dettata dal principio che un sacramento per essere tale doveva essere stato istituito direttamente da Cristo. Rimanevano quindi la Cena del Signore e il battesimo. Con l’occasione avrebbe anche negato la “transustanziazione” cattolica; per lui Cristo non viene sacrificato ogni volta che si celebra la Messa, perché il suo sacrificio è stato compiuto una volta per tutte sulla croce. Egli, d’intesa col vero teologo del nuovo Movimento, quel Filippo Melantone, diventato nel frattempo la voce più autorevole dell’Università di Wittenberg ed erede designato di Lutero, preferisce parlare di “consustanziazione”; per loro   il corpo ed il sangue di Cristo sono presenti “in, con, e sotto le forme del pane e del vino”. Lutero addirittura, per illustrare la sua teologia sull’Eucaristia, farà ricorso ad una similitudine: “in analogia al ferro che, messo nel fuoco, fa sì che sia il fuoco che il ferro siano uniti nel rosso ferro incandescente, e tuttavia ognuno si mantiene…” Risale a questo periodo la composizione dell’inno: “Salda roccia e fortezza è il mio Signore…”,  destinato a diventare il Lied ufficiale dei Protestanti. La reazione di Roma si sarebbe   concretizzata nella già citata   bolla papale, stampata, autenticata da un notaio e munita di sigilli per un’ampia diffusione; ad essa faceva seguito un significativo rogo di libri di Lutero, effettuato davanti ad una folla delirante in Piazza Navona. La bolla   avrebbe impiegato ben   tre mesi per raggiungere Lutero (10 ottobre 1520), che già   nel mese di agosto, con l’umiltà che gli era congenita nei rapporti coi “potenti”,   si era rivolto direttamente al nuovo imperatore Carlo V: “…Perciò, indegno e povero quale sono, mi prostro davanti alla vostra Maestà Imperiale. Ho scritto dei libri che sono spiaciuti a molti… Per tre anni ho invano cercato la pace, ma ora non mi rimane che una possibilità: mi appello a Cesare. Non desidero che mi si difenda se sarò trovato empio o eretico, ma chiedo una sola cosa: che né la verità, né l’errore siano condannati prima di essere stati uditi e confutati”. Ma   non è la sola iniziativa che avrebbe preso in quei mesi, che avevano registrato anche la compilazione di una “Lettera aperta alla nobiltà cristiana della nazione tedesca intorno alla riforma dello Stato”   – . Uno scritto questo che avrebbe avuto subito un eclatante successo e la cui prima edizione sarebbe andata letteralmente a ruba, data la particolare attualità del tema trattato. Con questa pubblicazione si proponeva il ritorno del papato a funzioni solo spirituali, una maggiore autonomia delle chiese nazionali, l’abolizione del celibato per il clero a tutti i livelli e quindi anche dei parroci, che dovevano essere eletti dalle rispettive comunità. A proposito di questo punto che sarà tra l’altro determinante per la storia della Riforma, Lutero ammette candidamente quella che era ormai una pratica diffusa. Il Vaticano, al corrente di quella promiscuità ormai diffusa, era particolarmente generoso ad emettere dispense, dietro compenso, rimanendo tuttavia contrario in linea di principio solo al matrimonio. Erasmo da Rotterdam, noto per la sua estrema cautela, che aveva fino ad allora guardato Lutero con simpatia, come del resto avevano fatto altri “umanisti”,   prevedeva, o meglio temeva che la diffusione di questo ulteriore scritto avrebbe comportato una rottura irreparabile. Il clima in Germania era particolarmente infuocato; Lutero spaccava l’opinione pubblica;   molti vedevano in lui un “profeta”, un potenziale martire; altri lo temevano come   possibile capo-popolo a cui guardava con interesse Ulrich von Hutten, un condottiero brigante sempre disposto a mettersi al servizio di chi offriva di più. Sarà quello un periodo di frenetiche iniziative editoriali, tutte finalizzate a chiarire il suo pensiero e a difendersi dalle calunnie. In merito alla bolla “Exurge Domine”, emessa dal Papa Leone X a giugno, il monaco di Wittenberg avrebbe addirittura assunto toni sarcastici nella relativa pubblicazione “Contro l’esecrabile bolla dell’Anticristo”:   ‘…Ho sentito che la bolla emessa contro di me ha percorso tutta la terra prima di giungere sino a me, perché, essendo figlia delle tenebre, temeva la luce della mia faccia…’ . Due settimane dopo la pubblicazione di questo opuscolo ne sarebbe suscito un altro – “La libertà del cristiano” –, che cominciava con una deferente lettera a Leone X. Lo scritto, nonostante l’intenzione ironica anche se attenuata da un voluto rispetto per la persona del pontefice, ebbe una vasta eco e non solo in Germania: “Santissimo padre in Dio!… Io ti ho chiamato un Daniele in Babilonia… Perciò ti prego, santo padre Leone, che tu voglia degnarti di accogliere questa mia giustificazione… Questo però è vero: ho attaccato vivacemente la sede romana, ho chiamato la corte romana…che è più scandalosa e abominevole di qualunque Sodoma, Gomorra e Babilonia… Non è forse vero che non vi è nulla sotto il vasto cielo di più malvagio, pestifero, odioso che la corte romana?… Io sono povero, non ho altro per cui ti possa servire; né hai bisogno di altro che di essere accresciuto nei beni spirituali. Con questo mi raccomando alla tua santità, la quale conservi eternamente a sé Gesù Cristo. Amen”.   Il riferimento al profeta Daniele non era arbitrario. Da quello che si legge nel suo libro, Daniele, di nobile famiglia giudea, era un adolescente quando venne deportato a Babilonia, dove per la sua saggezza riuscirà a conquistare la fiducia del re Nabucodonosor. Ed era proprio quella “saggezza” che Lutero riconosceva a Leone X paragonandolo ad uno dei Profeti a lui più cari. Tuttavia Leone X non avrebbe mai letto né la lettera né lo scritto a lui dedicato. Ad impedirlo in un periodo letteralmente dominato da intrighi e congiure ad ogni livello sarebbe stato il famoso professore Eck, proprio l’avversario di Lipsia, che, chiamato a Roma dopo la vittoria nella famosa “disputa” nela Sassonia del duca cattolico Georg, era stato e nominato “nunzio apostolico”. In questa veste avrebbe avuto, assieme al cardinale Caietani, un ruolo decisivo alla stesura della Bolla senza mai cessare di brigare contro Lutero, dipingendo lui ed i suoi seguaci come eretici e nemici giurati della Chiesa cattolica.

Scaduto il termine concessogli per ritrattare, i sessanta giorni fissati nella bolla relativa, Lutero avrebbe bruciato alla fine dell’anno i testi ufficiali della Chiesa, assieme alla relativa bolla papale nell’ambito di una cerimonia solenne, presenti Melantone e molti studenti dell’Università di Wittenberg (10 dicembre 1520). Federico il Saggio, da sempre dichiaratosi “neutrale” ma in realtà protettore discreto del frate, anche se non ebbe mai modo di incontrarlo personalmente, era perfino disposto a qualche “trasgressione” formale pur di rimanergli spiritualmente vicino. Egli subito informato di quello “affronto” aveva cercato di scusare Lutero presso l’Imperatore scrivendo ad uno dei consiglieri: “Dopo che fui partito da Colonia, vi si bruciarono i libri di Lutero e parimenti a Magonza. Me ne duole, perché il dottor Martino ha già dichiarato di essere pronto a fare qualunque cosa che sia in armonia col nome di cristiano, ed io ho insistito costantemente che non lo si deve condannare senza averlo ascoltato, né si devono bruciare i suoi libri. Se egli ha reso pan per focaccia spero che sua Maestà imperiale vorrà graziosamente non farne caso…”. Il riferimento a Colonia non era casuale perché proprio in quella città aveva avuto luogo il 4 novembre del 1520   un incontro significativo tra Carlo V e lo “zio” Federico il Saggio, nel corso del quale il giovane imperatore aveva formalmente promesso che Lutero non sarebbe stato condannato senza essere stato prima ascoltato. L’Università di Wittenberg, che seguiva da vicino tutta la questione in cui era coinvolto uno dei suoi insegnanti più autorevoli, aveva salutato con favore questa “apertura” dell’Imperatore che in fondo accoglieva una rivendicazione da tempo avanzata dallo stesso Lutero. Ambienti vicini al monaco proponevano che la relativa udienza fosse tenuta in occasione della dieta della nazione tedesca, prevista a Worms; proposta questa fatta propria da Federico il Saggio e subito inoltrata all’Imperatore suo nipote. La risposta imperiale del 28 novembre era affermativa. Ma non sarebbe trascorso troppo tempo per gelare le aspettative del partito “luterano”. Il 17 dicembre, l’Imperatore, su pressione del nunzio papale in Germania, Aleandro, disdiceva l’invito. Lutero, alla soglia dei trent’otto anni, un’età matura per quei tempi in cui pochi arrivavano e superavano i cinquanta,   avrebbe reagito da par suo a questa ulteriore “provocazione”, e, ai primi del mese di gennaio 1521, pubblicava una “Difesa di tutte le proposizioni condannate dalla nuova bolla”, in cui tra l’altro affermava: …La parola di Dio è con me, non con loro; ecco perché li temo così poco! Le loro persecuzioni non mi spaventano e raddoppiano la mia fiducia. D’altra pare, costoro non possono far nulla: possono solo infierire contro il mio povero corpo…”.   Il processo,   che per molti doveva essere quello definitivo, venne preparato da tutta una serie di incontri durati ben quattro mesi, durante i quali – preso atto del clima di attesa e di crescente inquietudine esistente a Worms e in tutta la Germania – si arrivò alla richiesta di un aggiornamento dello stesso, sostenendo che l’insegnamento di Lutero era ormai così radicato nel popolo che il condannarlo senza avergli prima dato udienza avrebbe comportato gravi pericoli d’insurrezione. All’Imperatore a questo punto non rimaneva altro che dare ascolto agli “autorevoli” consigli provenienti da tutta la Germania e inviare un nuovo invito a Lutero per partecipare alla Dieta programmata. Per l’occasione, per metterlo al sicuro da qualsiasi esito, gli avrebbe garantito un “salvacondotto”. Il viaggio da Wittenberg a Worms sarà una marcia trionfale, che si snodava attraverso boschi e prati illuminati dallo splendore primaverile: Lutero questa volta non andava a piedi; il consiglio della città di Wittenberg, su iniziativa di Lukas Cranach intimo amico del monaco-imputato, gli aveva messo a disposizione una carro coperto, per ripararlo dal sole o dalla pioggia, e due cavalli. Alle spese di viaggio si era impegnata la stessa Università. Da Wittenberg, attraverso le tappe di Lipsia, Erfurt, Eisenach, Hersfeld, Francoforte, il piccolo corteo era costretto a farsi strada tra una folla festante. Un intero popolo in delirio salutava e   acclamava quello che ormai era considerato l’uomo nuovo della Germania. L’accoglienza più splendida gliela avrebbe riservata Erfurt, che vent’anni prima lo aveva visto immatricolarsi nella locale Università; ad accogliere l’ex studente il rettore in persona accompagnato da un corteo di cavalieri in gran gala. Via via che il carro si avvicinava a Worms diventavano sempre più numerosi i “volontari” che si aggiungevano alla sua scorta “personale”, composta da gente comune e confratelli disposti – in caso di necessità – a difendere quel coraggioso frate, pronto a confrontarsi con l’Imperatore in persona e con le più alte autorità del mondo cattolico. L’atmosfera cominciava a diventare incandescente anche perché da Roma era arrivato nel frattempo un ordine preciso e perentorio per chiunque avesse posseduto libri di Lutero; questi dovevano essere consegnati. Indizio che tradiva la volontà del Papa di fare a Lutero un processo per eresia e di chiedere la relativa condanna a morte. Ad aspettarlo a Worms c’era anche Martin Bucerus, suo fedelissimo seguace, che aveva con se le lettere del Sickingen e di Hutten, i cavalieri più in vista dell’Impero, da tempo in attesa di un cenno del monaco per mettere a sua disposizione i loro eserciti ben equipaggiati. E così il 16 aprile Lutero faceva il suo ingresso trionfale a Worms su un carro sassone, accompagnato da alcuni compagni e preceduto dall’araldo imperiale; un corteo inusuale anche perché su di esso erano rivolte le “attese”di un intero popolo. Quell’accoglienza insolita doveva provocare una vibrante protesta del Legato apostolico, Aleandro, letteralmente scandalizzato per il trattamento riservato ad un potenziale eretico già scomunicato. Il giorno dopo “Imputato” più noto della Nazione tedesca sarebbe comparso dinnanzi all’imperatore Carlo V; un confronto inedito e inimmaginabile che vedeva di fronte la più alta autorità civile del tempo ed un umile frate agostiniano. Davanti a lui oltre ad un Carlo V, impassibile, e silenzioso, i più autorevoli Principi elettori. A completare la coreografia alcuni libri   buttati alla rinfusa su un tavolo, quasi a sottolineare il disprezzo con cui la corte aveva accolto la sua attività di scrittore. L’interrogatorio avrebbe avuto inizio con domande precise messe a punto dall’Arcivescovo di Treviri   d’intesa col Nunzio apostolico: “Riconoscete per vostri questi libri su questo banco? Li volete ritrattare, o volete ostinarvi nelle dottrine ivi esposte? Riflettete che in questi libri ci sono molte cattive dottrine, che hanno provocato insoddisfazione e ribellione nel popolo”. L’avvocato aveva parlato in latino e in tedesco. Lutero, intimidito dalla maestà dell’imperatore   sembrava molto imbarazzato. A toglierlo da quella momentanea difficoltà un giurista, presente come consigliere di Federico il Saggio e che quindi poteva a ragione essere considerato dalla   sua parte. L’inatteso intervento invitava a leggere i titoli dei libri “incriminati”, spezzando così’ quella pesante atmosfera intimidatoria. Finita la lettura, sarebbe toccato a Lutero, che,   a voce talmente bassa da poter essere percepita solo dai presenti più vicini,   avrebbe risposto   in latino e in tedesco di riconoscere quei libri come suoi. Per quanto poi riguardava la ritrattazione ci avrebbe pensato e si riservava una risposta. Contro il regolamento allora vigente, ma per esclusiva magnanimità dell’Imperatore, a Lutero vengono concesse ventiquattro ore di tempo per riflettere e preparare efficacemente la risposta. Non tutti furono d’accordo con quell’atto benevolo e si dice che lo   stesso Carlo V, dopo la seduta, abbia reagito a quell’atmosfera di gelida delusione in modo sprezzante: “Non sarà costui a farmi eretico”.   Ripreso il dibattimento in quell’ambiente severo e autorevole Lutero, con accanto il suo consigliere Spalatino, avrebbe continuato a rispondere con molta dignità alle domande, precisando che quei libri buttati alla rinfusa sul tavolo adiacente non erano altro che   libri di fede e di devozione. Egli pertanto non aveva intenzione alcuna di ritrattare; dato che   perfino gli autori della bolla, pur condannando quei suoi scritti, li avevano considerati innocui. Per quanto riguardava poi le accuse di critica al papato e ai papisti, esse rispecchiavano lo stato d’animo di un intero popolo, di cui egli stesso si era fatto interprete. Per l’occasione ammetteva di poter essere stato irriverente, duro e intollerante nel linguaggio, adducendo come attenuante quella di essere cresciuto in una cella di un convento e non in una corte principesca …Si dichiarava   pertanto disposto ad accettare biasimo e critica, ma per quanto riguardava la dottrina era e rimaneva irremovibile. Avrebbe potuto fare una ritrattazione solo davanti alla dimostrazione che le sue dottrine erano erronee e non fondate sulla Scrittura.   Davanti alla Dieta imperiale di Worms, al gran completo, Lutero si dichiarava quindi dispiaciuto, ma si vedeva   “costretto” a pronunciare quel fatidico – non possumus -. Ancora una volta avrebbe basato la sua “temeraria” presa di posizione su una citazione presa dal Vangelo: “Quando Cristo comparve di fronte ad Anna disse: – Porta dei testimoni – Se il Nostro Signore che non poteva errare fece questa richiesta, perché non lo potrebbe un verme come me. Se mi si mostra il mio errore, sarò il primo a gettare i miei libri nel fuoco… A meno che io non sia convinto con la Scrittura e con chiari ragionamenti… La mia coscienza è vincolata alla Parola di Dio Non posso e non voglio ritrattare nulla perché non è né   giusto, né salutare, andare contro la propria coscienza. Iddio mi aiuti. Qui sto fermo. Non posso fare altro. Amen”. Quel deciso quanto inequivocabile: “Hier stehe ich,   kann nicht anders” (rimango sulle mie posizioni, non posso fare altrimenti), che si dice Lutero non avrebbe pronunciato ma abbia aggiunto nella relazione scritta e poi consegnata alla storia, avrebbe fatto di quel 18 aprile 1521 il giorno del gran rifiuto. Per secoli, la “regula fidei” aveva imposto di giudicare le proposizioni religiose sulla base del loro accordo con la tradizione della Chiesa, ossia con i concili e i decreti papali. Ora, rivendicando il primato della coscienza, quel semplice e modesto frate tedesco innescava una rivolta intellettuale destinata a segnare il destino dell’intera civiltà occidentale. Dalle cronache del tempo si apprende che a chiudere la seduta sia stato l’imperatore deluso e spazientito; di   fronte a lui un Lutero sereno, che, accompagnato dai suoi confratelli, giustamente preoccupati per l’esito del processo, sarebbe rientrato nella sua camera alzando le braccia al cielo ed esclamando: “Ich bin hindurch” (ce l’ho fatta). La sera stessa il Principe Elettore, Federico il Saggio avrà modo di confidare ai suoi consiglieri che era stato favorevolmente impressionato dal comportamento di quel suo suddito, capace di portare avanti le sue argomentazioni senza alcun timore reverenziale e in modo estremamente lucido di fronte all’Imperatore,   nei cui confronti aveva mostrato un coraggio al limite della   temerarietà. Il   tutto era avvenuto in un ambiente ben disposto nei confronti del monaco “ribelle”; il conte di Braunschweig, resosi conto della sua fatica,   gli avrebbe mandato nell’albergo dove alloggiava tre boccali della migliore birra “Einbecker”.


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Bart