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LETTERATURA: Martin Luther: (1483 – 1546) (L’uomo più tedesco della nostra storia) #1/8

15 Marzo 2011

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

Martin Luther (1483 – 1546)  
Der deutscheste Mann unserer Geschichte   (L’uomo più tedesco della nostra storia) Heine

“ L’uomo più tedesco della nostra storia …   I suoi pensieri avevano non solo ali, ma anche mani; egli parlava ed agiva. Nel suo carattere sono uniti nel modo più grandioso tutte le virtù e tutti i difetti dei tedeschi; egli rappresenta anche nella sua persona la portentosa Germania Non fu solo la lingua ma anche la spada del suo tempo. Fu ad un tempo un freddo cavillatore della scolastica ed un profeta ispirato, ebbro di Dio. Se di giorno si logorava con le sue dispute dogmatiche, la sera era solito prendere il flauto, osservare le stelle e abbandonarsi alla contemplazione degli astri col cuore colmo di melodia e religiosità. Lo stesso individuo capace di   inveire come una lavandaia, sapeva essere tenero come una dolce vergine. Era qualche volta selvaggio come la tempesta che sradica le querce e subito dopo delicato come lo zefiro…” (H. Heine).

Il fondamentale paradosso politico-religioso di Lutero fu rilevato da Karl Marx: “il riformatore trasformò i preti in laici avendo trasformato i laici in preti; spezzò la fede nelle autorità poiché restaurò la fede nelle autorità e con ciò spezzò l’unità spirituale del credente…”.  

Lutero nasce a Eisleben nello Harz meridionale il 10 novembre 1483 in una famiglia   modesta per censo, ma in discrete condizioni economiche. (il padre da contadino qual’era si ricicla in   minatore e si sarebbe trasferito   a Mansfeld, una località vicina appartenente al ricco bacino minerario della zona). A cinque anni comincia a studiare latino, prima a Mansfeld poi a Magdeburgo e a   Eisenach. In quel tempo regnava nella Germania del   “Sacro Romano Impero della Nazione Tedesca” Carlo VIII, mentre a capo dell’Impero c’era   l’inetto Massimiliano, tutto preso ad accrescere con matrimoni e loschi affari il potere della casata degli Asburgo. Nella “Nazione Tedesca”, intorpidita e oppressa dall’era feudale,   imperversava la classe dei nobili con una scala piuttosto folta di piccoli e grandi Signori regnanti alla cui testa c’erano Sette Principi elettori (3 arcivescovi: Magonza, Colonia e Teviri; e 4 Laici, il Re di Boemia, il Mangravio del Brandeburgo, il Conte palatino del Reno e il Duca di Sassonia, quel Federico il Saggio che a Lutero rimase sempre affettuosamente legato. La Germania era un Paese depauperato, il cui fulcro vitale era costituito da artigiani e da commercianti, mentre i contadini, di gran lunga la classe più numerosa, erano in parte ancora servi della gleba e tutti oberati da tasse e decime disumane, che facevano di loro una categoria   anonima di individui e di famiglie quotidianamente alle prese con gravissimi problemi di mera sussistenza. Era un periodo questo in cui il clero, le cui proprietà terriere ammontavano ad un terzo dell’intero patrimonio nazionale, aveva un ruolo importante, anche dal punto di vista sociale, costituendo, soprattutto con i tanti conventi e monasteri a disposizione – la città di Erfurt, capitale della Turingia, poteva contare all’epoca su oltre 90 tra Chiese e cappelle e 36 conventi – , una valvola di scarico per tutti coloro che, anche senza vocazione, avessero voluto risolvere i loro problemi esistenziali. A Lutero fu impartita un’educazione rigida, improntata alla massima severità, con genitori impulsivi   e pronti a punire con le maniere forti   le marachelle del figlio, su cui soprattutto il padre aveva puntato tutte le sue speranze di riscossa sociale. Giovanissimo Martin viene iscritto alla scuola di Mansfeld dove avrebbe frequentato dai Francescani le lezioni di latino, lingua indispensabile per qualsiasi carriera, religiosa o laica che fosse. Questo periodo di apprendimento, rigidamente seguito e controllato da insegnanti molto severi e dalla verga facile, gli permise di acquisire un’ottima conoscenza della lingua di Cicerone, in cui si sarebbe poi espresso in modo egregio in tutti i suoi scritti polemici e di lotta. Oltre alla competenza linguistica in Lutero si sarebbe fatta strada un profonda sensibilità religiosa, caratterizzata da un severo timore di Dio e   alimentata dalla regolare frequenza dei riti cattolici. A quindici anni viene inviato a Magdeburg, dove sarebbe rimasto un anno frequentando la scuola diretta dai “Brüder vom gemeinsamen Leben” (Fratelli dalla vita comune); qui verrà fortemente impressionato dalla figura di un nobile decaduto, un ex Principe diventato frate francescano e che da povero digiunatore si era dedicato interamente ad una vita di rinunce, di penitenza e di questua. Dopo Magdeburgo la sede scelta per continuare gli studi sarebbe stata Eisenach, dove poteva contare su alcuni parenti e avrebbe frequentato la scuola parrocchiale di San Giorgio. Questa esperienza rimarrà indelebile nella sua memoria; in seguito avrà occasione di riferirsi a quella sua parenesi esistenziale felice di diciassettenne melanconico, portato alla meditazione, ma capace anche di cogliere le piccole gioie del quotidiano. Nella “sua amata Eisenach”, così avrebbe avuto modo di definire quella cittadina frequentò il convento francescano situato proprio ai piedi della Wartburg, il castello ducale dove anni dopo avrebbe trovato rifugio e protezione   e avrebbe soprattutto portato a termine il lavoro più significativo della sua vita – la traduzione della Bibbia in tedesco -. Anche per il padre Hans si profilavano tempi migliori; abbandonato il duro lavoro nelle miniere   e più che mai convinto di promuovere le innegabili doti del suo Martin, che rimaneva sempre al centro delle sue più che comprensibili speranze di avanzata sociale, avrebbe invesito su di lui i risparmi di un’intera vita,   iscrivendolo all’Università di Erfurt e   regalandogli il “codice Giustiniano”. In quella città, sede di una delle Università più famose del tempo, Martin sarebbe arrivato, rigorosamente a piedi, alla fine di aprile del 1501. Qui frequenta la facoltà degli artisti delle arti libere, e poi passa a quella di “legge”. Proprio nella biblioteca di quella Università avrà modo di leggere la Bibbia e di restarne affascinato: “Mi piacque moltissimo e volevo ritenermi abbastanza fortunato di possedere un giorno quel libro”. Aveva finalmente trovato le coordinate cui ispirare la propria vita e la Bibbia sarebbe rimasta   per sempre il faro di riferimento per tutte le sue azioni.

Almeno secondo la leggenda in un’afosa giornata di luglio del 1505,  Lutero, sarebbe stato sorpreso in da un violento temporale; si trovava in aperta campagna nelle vicinanze della la cittadina di Stotterheim,. Atterrito dalla furia devastatrice di quella tempesta avrebbe cercato rifugio sotto un albero e proprio in quella occasione, per scampare al turbinio dei fulmini, si sarebbe rivolto a sant’Anna, protettrice dei minatori, facendo il voto di darsi alla vita monastica. Di lì a poco sarebbe entrato – “più per slancio   che per convinzione” – nel convento degli Eremiti Agostiniani di Erfurt. La decisione non avrebbe ottenuto il consenso paterno che vedeva così fallire i suoi sogni di affermazione familiare, cui si aggiungeva lo smacco di non poter contare su un erede dallo stesso cognome. Questa disapprovazione doveva incidere notevolmente sui rapporti padre-figlio; rapporti che si comporranno solo quando Martino sarà ordinato sacerdote, ma che non impediranno al padre di rivolgersi a lui dandogli sempre del “Voi”! Per quanto riguarda la “leggenda”, messa in giro dallo stesso Lutero già a quel tempo affascinato dalla figura di   San Paolo, desta qualche fondato sospetto la somiglianza con la  “conversione” tramandata dell’ebreo Saul, diventato poi San Paolo. Per Dietrich Emme, uno studioso tedesco che ha preso in esame proprio quel periodo della vita di Lutero, risulterebbe che la vera motivazione che spinse Lutero ad entrare in convento fu quella di sottrarsi a pesanti sanzioni giudiziarie, cui sarebbe incorso per aver ucciso in duello – cosa piuttosto frequente tra studenti, tra l’altro tutti armati in quel tempo perché lo spadino apparteneva alla loro uniforme… – un compagno di studi. Questa tesi è suffragata tra l’altro da un testo conviviale trascritto da Veit Dietrich, secondo il quale il monaco di Wittenberg avrebbe affermato: “Per un singolare consiglio di Dio sono diventato monaco affinché non mi arrestassero…” . Una volta in convento, dove fu accolto con un certo scetticismo, anche perché era già laureato, dovette subito confrontarsi con le dure regole che segnavano le giornate, con   preghiere e incontri rigidamente prefissati – 7 volte al giorno a partire dalle 2 del mattino… – e il resto da trascorrere in una piccola cella non riscaldata. In quell’ambiente in cui vigeva il silenzio assoluto, dominato com’era da un preciso sistema gerarchico e da una rigorosissima disciplina, si sarebbero accentuate in quel giovane seminarista le ricorrenti crisi spirituali e diventavano sempre più frequenti i periodi di depressione. L’idea del peccato, cui il priore – Johannes Staupitz – dedicava ogni venerdì   una seduta comune, sarebbe diventata ossessiva; per lui ogni cosa era “sporca” e “nonostante ci si lavi incessantemente le mani non riusciamo a liberarci della nostra sporcizia”. Si poteva trovare riparo dalla sporcizia del mondo solo evitandola, preferendo la solitudine al cameratismo proprio di quella età e di conseguenza la scelta del convento rappresentava un luogo ideale. Ordinato sacerdote nel 1507 “prende” i voti (ubbidienza, povertà e castità) connessi a quel suo nuovo “status” e si abbandona con fiducia alla vita che la Chiesa considerava come la più sicura via di salvezza:“Sono polvere e cenere e pieno di peccato”. Tentato dalla “carne” – e soprattutto dalla insidiosa concupiscenza -, in un ambiente in cui per gli “agostiniani” già la vista di una donna era considerata pericolosa e un peccato se ci si soffermava a guardarla, si sarebbe portato dietro questa idea di debolezza peccaminosa e, in linea diprincipio,  si rifiuta di confessare donne. Altri peccati “capitali” di cui resterà vittima per tutta la vita, saranno la superbia e l’ira, cui cerca di contrapporre un’assoluta disponibilità alla   riappacificazione e al perdono.

Alla cerimonia dell’ordinazione a prete, una vera festa con un lauto banchetto e la presenza di genitori e amici, c’era ovviamente anche il burbero padre Hans, che, nonostante la sua contrarietà per la scelta del figlio, avrebbe donato alla cucina del convento la considerevole somma di 20 fiorini d’oro. Lutero, seduto a capotavola accanto al padre, avrà occasione di rispondere al suo velato rimprovero di aver trascurato il comandamento di onorare il padre e la madre, dicendosi convinto di onorarli meglio con la preghiera di quanto avesse potuto fare rimanendo laico. Tuttavia al momento della celebrazione della messa sarebbe stato colto da terrore e tremore, stati d’animo che lo turbano al punto da essere tentato di scappare e lasciare tutto; sentimenti questi che regolarmente si ripetevano ogni volta che era chiamato ad interpretare il rito della “trasformazione” del vino e dell’ostia in sangue e corpo di Cristo. Lutero, fin dall’inizio della sua vita in seminario avrebbe avuto come Santo di riferimento il vescovo Agostino, anche se rimarrà per sempre legato a San Paolo, considerato il più grande missionario di tutti i tempi. Quell’ebreo implacabile persecutore dei cristiani, che, anche se non conobbe personalmente Cristo, ne subì la folgorante chiamata sulla via di Damasco, diventando un suo fedele discepolo. A questo apostolo delle Genti, giustamente famoso per aver diffuso il messaggio evangelico nel mondo mediterraneo di allora con la sua parola e con i suoi scritti, Martin Lutero avrebbe ispirato tutta la sua vita,   approfondendo soprattutto lo studio delle sue lettere, quelle 14 missive che fanno parte della “Vulgata” – versione latina della Bibbia – e costituiscono i cardini dottrinali della Chiesa. In esse Paolo espose il suo pensiero annunziante il Vangelo, a proposito del quale così ebbe a dire: “Io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo”. Lutero in convento si sarebbe dedicato agli studi teologici   ed alla pratica delle virtù monastiche, a cominciare dall’umiltà. Johann von Staupitz, vicario generale dell’ordine, colpito dal talento e dalla disciplina del giovane, lo segnalò al principe elettore Federico III di Sassonia, detto il Saggio, che aveva appena fondato l’università di Wittenberg per contrastare l’assoluto primato del cugino Conte Giorgio, titolare dell’altra metà della Sassonia e sulla cui giurisdizione cadeva la famosa università di Lipsia   risalente al 1406.   A quel   Principe “Illuminato”, cui Lutero sarebbe stato per molti versi debitore, non era estranea la cultura europea e, a ulteriore testimonianza di quanto prestigio godesse già allora la cultura italiana, aveva chiamato ad inaugurare la “sua” università Pietro Ravennate, un professore di diritto canonico, laureatosi a Padova e poi trasferitosi in Germania nel 1497, e precisamente a Colonia dove nel 1506 sarebbe diventato uno dei professori più rinomati di quella università. Wittenberg,   un piccolo paese di 2.500 abitanti, sarebbe diventata presto una sede di studio molto ambita e proprio in quella Università nel 1508 venne chiamato Lutero ad   insegnare filosofia morale; così a soli venticinque anni avrebbe cominciato la sua carriera universitaria.. L’impegno di Lutero sarebbe diventato presto rilevante, chiamato come era a ricoprire anche le cattedre di dialettica e   fisica.   Con l’arrivo di quel giovane insegnante comincerà a spirare in quell’ambiente austero un’aria nuova dato che egli, oltre a leggere e commentare l’Etica Nicomachea di Aristotele, aveva anche il compito di dirigere   le disputationes degli studenti. Proprio grazie a lui il numero degli studenti sarebbe cresciuto notevolmente, passando da dieci a seicento, quasi tutti provenienti dalle più disparate località europee. L’università di Wittenberg, schierata in un ambito Agostiniano e Paolino, era soprattutto impegnata a sottolineare il senso della Scrittura Sacra nella sua forma più pura. A scegliere i professori sarebbe stato lo stesso il Principe Elettore Federico, a cui le sorti della “sua” creatura staranno sempre particolarmente a cuore, rendendosi benemerito della cultura e dell’impegno sociale. Tra l’altro sarebbe stato uno dei primi ad istituire “borse” di studio per gli studenti poveri e meritevoli. Con l’insegnante Lutero, anche se non risulta che si siano mai incontrati personalmente, si sarebbe instaurato fin da subito un rapporto di fiducia e simpatia, che porterà il principe Elettore a difenderlo nei momenti di crisi con la Chiesa Cattolica e col Sacro Romano Impero della Nazione Tedesca. Quel giovane monaco poteva pertanto fin dall’inizio fare affidamento su due “Tutori” di primissimo piano: il vicario generale dell’ordine Agostiniano, Johann von Staupitz e il Principe Elettore di Sassonia. In quello stesso anno sarebbe stato convocato a Erfurt, dove aveva sede la casa “madre” degli Agostiniani,   e gli sarebbe stato assegnato il compito di andare assieme ad un confratello a Roma, a rappresentare il capitolo di quella importante città della Turingia. Il viaggio, rigorosamente a piedi com’era consuetudine a quel tempo e addirittura prescritto per i Monaci Agostiniani, avrebbe avuto inizio in un inclemente novembre del 1510. Attraversate le Alpi e la Lombardia – Milano gli procurerà una favorevole impressione -, i due monaci affrontano gli Appennini e arrivano a Firenze, dove purtroppo non possono ammirare la città perché Lutero, sofferente di stomaco, è costretto a farsi ricoverare in ospedale. Superato questo spiacevole incidente di percorso i due confratelli proseguono il viaggio verso Roma, dove arrivano a fine anno e verranno ospitati nel convento agostiniano di Santa Maria del Popolo Alla vista del Vaticano, non ancora dominato dal “cupolone” proprio allora in costruzione, Lutero si sarebbe gettato a terra esclamando – “Sei mir gegrüsst, Heiliges Rom!” – ( Ti saluto, Roma santa!). Nella città del Papa, allora Giulio II, rimasto nella storia come Papa “guerriero”, ma distintosi soprattutto come amante dell’arte e generoso mecenate di artisti, tra cui Bramante, Raffaello, Michelangelo, i due monaci sarebbero rimasti 4 settimane, sufficienti a lasciare loro un’impressione sgradevole, letteralmente impressionati dall’ignoranza, dalla frivolezza e dalla superficialità dei preti italiani. Da Roma Lutero si sarebbe quindi portato dietro questi ricordi di certo non esaltanti che avrebbero inciso parecchio sulla sua futura attività. Per lui rimaneva inconcepibile come nella città “santa” imperversasse tanta immoralità tra il clero romano, in una corte – la “curia” – contraddistinta da simonia e nepotismo. Tornato a Wittenberg (sempre a piedi, ma questa volta via Padova – Brennero), ha il piacere di vedersi assegnata nella locale Università anche la cattedra di “esegesi biblica” che ricoprirà fino alla morte (1546). Qui, nonostante l’aiuto del suo direttore spirituale, il vicario agostiniano von Staupitz, che in lui continuava a credere ciecamente, viene assalito da varie crisi; una delle principali “tribolazioni” del periodo era il timore di non ricordare tutti i suoi peccati; le sue confessioni duravano a volte sei ore. A Wittenberg Lutero, avrà modo di conoscere anche il collega di poco più anziano, Andreas Rudolph Bodenstein von Karlstadt, il decano della facoltà di teologia in seguito noto come Carlostadio, presso il quale avrebbe sostenuto l’esame di laurea. L’università di quella piccola città avrebbe presto acquistato rinomanza internazionale,   attirando studenti da tutta l’Europa, tra cui anche il principe Amleto, la cui figura sarà immortalata   cent’anni dopo nell’omonima tragedia di Shakespeare. Ma Lutero, a cui il paterno Staupitz aveva assegnato una stanzetta tranquilla e appartata sulla torre del convento, non si limitava all’insegnamento e alle prediche, nelle lunghe ore libere avrebbe cominciato a buttare giù le sue intuizioni religiose e riformatrici. La dottrina del perdono dei peccati, ripresa da S. Paolo, costituiva ad essere per lui l’idea centrale attorno a cui si sarebbero   raggruppate tutte le altre. Secondo S. Paolo il perdono era concesso solo dalla grazia di Dio; gli uomini non l’avrebbero meritata ed erano   incapaci di conquistarsela da soli. Tra la fine del 1512 e l’inizio del 1514, Lutero ebbe “l’esperienza della torre (Turmerlebnis)”; si sarebbe trattato di un’improvvisa rivelazione, che poi sarebbe diventata l’assioma fondamentale della religione protestante. Come egli stesso avrà modo di ammettere con il suo linguaggio disincantato quell’intuizione gli venne in mente mentre si trovava “nella latrina della torre”, intento a leggere la lettera di San Paolo ai Romani. Condividendone i principali motivi speculativi sul peccato, sulla grazia e sulla predestinazione, gli sembrava degna di essere sottolineata la tesi che Dio non aveva l’obbligo di ricompensare le azioni meritorie, poiché nessuna legge lo vincolava; e da ciò la “sua” conclusione che Dio era “capriccioso” e l’uomo imprevedibile; per lui i dannati restavano tali e la stessa cosa succedeva con i  salvati, qualunque cosa facessero. L’uomo era pertanto destinato a rimanere   schiavo dei peccati, tra cui primeggiava la concupiscenza; ma il vero cristiano avrebbe dovuto farsi schiavo di tutti gli uomini per “servirli senza mercede”. Un Lutero quindi ancora perfettamente ligio alla dottrina cattolica anche dopo l’esperienza traumatica con Roma e la Chiesa della città “santa”. Fino a quel momento   non aveva mai auspicato una frattura nel mondo cristiano, tutti gli scritti di quel periodo dimostreranno un chiaro intento di riformare dall’interno la dottrina della Chiesa, che ai suoi occhi aveva smarrito la missione assegnatale da Cristo. Il monaco agostiniano tuttavia doveva radicalizzare sempre più le proprie opinioni sostenendo che l’unica fonte di verità era la Sacra Scrittura   e non i Papi o i Concili che a più riprese si erano contraddetti nel corso dei secoli. Confrontandosi con Erasmo, un monaco di Rotterdam, esponente di spicco degli “Umanisti” e considerato la più alta autorità religiosa di quei tempi, si vantava di essere “barbarus in barbarie semper versatus”; con lui sarebbe risorta la ricerca della pura fede e lo studio del testo puro, ma anche il più intransigente atteggiamento sui secoli oscuri del Medioevo. Nel convento di Wittenberg, che il “pio” Federico il Saggio avrebbe voluto trasformare nella Roma tedesca per il gran numero (ben 5.005) di reliquie di Santi da lui collezionate e l’indulgenza plenaria ad esse connessa, il giovane professore avrebbe approfondito lo studio della Bibbia, dando inizio alla polemica contro la teologia scolastica. Tra i temi che caratterizzavano il dibattito teologico di quei tempi   c’erano la penitenza e le indulgenze, materie intorno alle quali giravano grossi affari economici. La Curia romana, da sempre molto sensibile a quelle tematiche, aveva addirittura creato un apposito “dipartimento” nei palazzi apostolici del Vaticano, cui era stato affidato il compito di provvedere alle risorse economiche per far fronte alle ingenti spese cui avrebbe dovuto far fronte il Papa – Leone X   -, impegnato nell’imponente costruzione della Cattedrale di S. Pietro. Lutero non aveva mai condiviso quella pratica di finanziamento, in corso fin dall’epoca delle Crociate; egli la considerava al limite dello “strozzinaggio” affermando senza giri di parole che   per lui era meglio “destinare le elemosine ai poveri che per comprare le indulgenze…”. La sua presa di posizione era in parte una conseguenza della sua “esperienza” romana e del suo impatto con quella curia corrotta e assetata di denaro. Egli stesso, educato al rispetto delle autorità, poteva essere definito un conservatore, avendo riconosciuto sia la gerarchia della Chiesa sia quella dell’ordine agostiniano di cui faceva parte; ma ebbe la ventura di vivere in un periodo di forte contestazione religiosa, dominato dai cosiddetti “umanisti” decisi a difendere ed imporre le proprie idee anche con le armi. In questa campagna Essi, con alla testa Erasmo, dopo aver “conquistato” le cattedre di molte università tedesche, speravano di imporre un regno di dotti silenziosi e capaci, un “rinascimento” culturale accompagnato da una vera fioritura di studi e di pubblicazioni. Ad affrontarli con i loro testi e le loro argomentazioni erano i “Dunkelmänner” (uomini neri, dal coloro della loro tonaca) rappresentati dai Domenicani di Colonia, che, forti del riconoscimento ufficiale della Chiesa, si erano imposti come i teologi-giudici dell’inquisizione contro le eresie e potevano con le loro sentenze mandare al rogo uomini e pubblicazioni. I loro avversari, definiti ironicamente i “poeti”, erano di norma giovani letterati, costretti a rimanere anonimi vista la potenziale pericolosità della loro attività.


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1 commento

  1. Commento by bertoncini salvatore — 26 Marzo 2011 @ 20:56

    l’argomento mi piace e mi interessa.Questa prima lettura della vita di Martin Lutero con la sua ossessione del peccato fino a impiegare sei ore per confessarsi e la sua ricerca in S:Paolo della figura che potesse dargli qualche spunto per pungere nel fianco della chiesa
    con tutti i suoi peccati mi suggerisce l’accostamento del monaco agostiniano alla figura di Giuda(con la sua disperata superbia nel non voler chiedere perdono)piuttosto che a quella di Paolo(alla quale sembra aggrapparsi)che porta in sè il fuoco del fulmine rivelatore di Damasco che lo avvinghia inseparabilmente a Gesù.
    La via di fuga dalla chiesa di Roma lo porterà,è vero,a creare una coscienza critica sulla parte oscura del Corpo della Chiesa che tuttavia va amata con fede e servita per superare le sue contraddizioni.
    Gesù ha predicato umiltà,coerenza e fedeltà alla Chiesa da Lui fondata.
    Bisogna lavorare per questo senza cedere  a superbia  e ira.:lol:        

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