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LETTERATURA: Martin Luther: (1483 – 1546): Lutero e la guerra dei contadini. #5/8

15 Maggio 2011

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

Questa lettera avrebbe contribuito e non poco ad allontanare Müntzer dalla sua parrocchia e dalla città. I tanti contadini che nel frattempo si erano lasciati contagiare dalle prediche del monaco ribelle  e si dicevano disposti a tutto per imporre il loro credo, furono rappresentati e combattuti come “terroristi”. La storia ha eternato l’infelice affermazione di Lutero, secondo il quale il contadino sedizioso “deve essere combattuto come un cane rabbioso, perché, se non l’ammazzi tu, esso azzannerà te e tutta la contrada con te”. Gli stessi contadini fecero di tutto per giustificare quella rabbia:, dando vita ad assalti ai castelli, a saccheggi,     estremamente feroci e coerenti con l’odio espresso e propagato da Müntzer nelle sue lettere e nelle sue prediche: “…Su questa terra nessun uomo che si oppone alla parola di Dio, sarà risparmiato…gli anticristi non hanno alcun diritto di vivere, essi hanno soltanto ciò che gli eletti vogliono loro concedere…”. Contro i Principi il “rivoluzionario” di Dio usava addirittura toni più violenti; i contadini venivano espressamente invitati a rimedi estremi nei confronti di quei principi non intenzionati a mettere la loro spada al servizio dell’emancipazione contadina: “…li si strangoli senza alcuna piet…à”. Dal pulpito della chiesa di Zwickau prima e da quello di Mühlhausen poi continuava ad rinfocolare speranze di giustizia e di affrancamento sociale predicando parole di fuoco: “…Questo è il momento, se siete soltanto tre interamente consacrati a Dio non dovete temerne centomila. Avanti! Avanti! Avanti! Non risparmiate nessun! Nessuna pietà per il pianto degli empi. Ricordate il comandamento di Dio a Mosè di distruggere interamente e di non mostrare pietà. Tutto il paese è in agitazione. Colpite! All’armi! All’armi! Avanti! Avanti”.  Queste accorate prediche diventavano per gli animi più semplici   inequivocabili inviti alla lotta armata in un clima ormai infuocato dove non c’era spazio alcuno per toni moderati o concilianti. Quella feroce campagna di intimidazione contro i “Potenti” sarebbe   continuata imperterrita e senza timore alcuno. Al conte Alberto, quello che si era fin dall’inizio dimostrato vicino al movimento, venne spedita una lettera nella quale si potevano leggere frasi che trasudavano pesanti minacce: “…Timore e tremore   a tutti coloro che fanno il male….Non hai saputo assaporare nel tuo zotico letame martiniano come Dio ordini a tutti gli uccelli del cielo di divorare la carne dei principi e a tutti gli animali   privi di ragione di succhiare il sangue dei potenti… Pensi che Dio non abbia più a cuore il suo popolo e sia a disposizione di voi tiranni?… Prendi le tue precauzioni. Se riconoscerai che Dio ha dato il potere alla comunità, se accetterai di comparire davanti a noi e rinnegherai la tua fede, accetteremo volentieri la tua confessione e ti accoglieremo come un comune fratello: in caso contrario, con verrà fatta alcuna concessione alle tue frottole insulse e smorfiose e ti combatteremo come un arcinemico della fede cristiana: sappiti perciò regolare”. Al conte cattolico Ernesto di Mensfeld, che aveva ostacolato la predicazione di Müntzer, veniva scritto: “…Ma guarda un po’, proprio tu , vile e squallido sacco di vermi, chi ti ha fatto principe sopra un popolo, che Dio ha riscattato con il suo sangue?… Sarai inseguito e schiacciato. Se non ti comporterai umilmente davanti ai piccoli, ti avverto che abbiamo pieni poteri… L’eterno Dio vivente ha ordinato   e ci ha dato l’autorità di deporti dal tuo seggio con la forza; non sei infatti di nessuna utilità, sei un flagello nocivo per gli amici di Dio, il tuo covo deve essere sradicato e distrutto: Vogliamo oggi stesso la tua risposta, perciò regolati”. Parole tra l’altro condivise dallo stesso Lutero e   che troveranno precisa rispondenza nelle sue feroci espressioni rivolte ai   Principi, e pubblicate a Wittenberg nel 1525 come “Esortazione alla pace…”: “Questo dovete saperlo, cari signori! Dio fa sì che non si possa né si voglia, né si debba più tollerare oltre la vostra pazzia. E se non lo fanno questi contadini, altri lo dovranno fare; e se anche li uccideste tutti quanti, ancora non sarebbero eliminati, perché Dio ne desterebbe altri”. A quel clima ormai infuocato non si sarebbero potuto sottrarre le autorità della Sassonia; il giovane principe Giovanni Federico, nipote ed erede designato di Federico il Saggio, già associato al governo, scriveva nell’agosto del 1524 ad un suo consigliere: “Passo giornate tremende a causa di quel demonio di Altstedt. Gentilezza e lettere non servono. La spada che è stata stabilita da Dio per punire chi fa il male dovrà essere usata con energia. Anche Carlostadio sta agitando qualcosa e il diavolo vuole diventare padrone”. L’aver stabilito in qualche modo una connessione tra Müntzer e Carlostadio era profondamente ingiusto e si sarebbe dovuto dimostrare fatale per il professore di Wittenberg. Proprio a causa di quel preciso riferimento sia Carlostadio che Müntzer vennero convocati dai Principi di Sassonia a Jena per fornire gli opportuni chiarimenti. Le argomentazioni di Carlostadio, nonostante si fosse dissociato da Müntzer e dalla sua “Lega degli Eletti”, non convinsero né i Principi né Lutero, presente al “processo” e ormai letteralmente terrorizzato dalla piega che avevano preso quei sanguinosi disordini. Carlostadio, costretto ad abbandonare la Sassonia,   fonderà una “sua” comunità a Orlamünde, la cui popolazione avrebbe in seguito accolto a sassate Lutero, reo di aver tradito il suo maestro con il suo   comportamento “pilatesco” quando i due – Carlostadio e Müntzer – erano stati convocati dai Duchi di Sassonia. Il   carisma di Carlostadio doveva tuttavia rimanere intatto e poco dopo alcuni Pastori di Strasburgo avrebbero scritto allo stesso Lutero una lettera di ferma protesta: “Non siamo ancora del tutto persuasi da Carlostadio, ma parecchi dei suoi argomenti hanno un certo peso. Ci turba il fatto che tu abbia espulso in modo così inumano il tuo antico collega. A Basilea e a Zurigo molti sono d’accordo con lui”. Stessa sorte sarebbe toccata di lì a poco anche a Müntzer, che, invitato a predicare a Weimar davanti a Federico il Saggio e a suo fratello, il duca Giovanni, ebbe la temerarietà di affermare: “Dio si fa conoscere per mezzo della parola interiore negli abissi dell’anima. L’uomo che non ha ricevuto la testimonianza vivente di Dio in realtà non sa nulla di Dio, quand’anche abbia divorato centomila Bibbie. Dio appare in sogno ai suoi eletti, come ai patriarchi, ai profeti ed agli apostoli… Voi Principi di Sassonia, voi avete bisogno di un nuovo Daniele che vi faccia conoscere questa rivelazione. Non crediate che la potenza di Dio lo faccia, se le vostre spade arrugginiscono nel fodero…La spada vi è data per annientare gli empi, ma se vi ritraete essa vi sarà tolta. Chi si oppone dovrà essere ucciso senza pietà, come fece Elia con i sacerdoti di Baal. Preti e monache che si beffano dell’Evangelio devono essere uccisi. Gli empi non hanno diritto di vivere…”. I Principi della Sassonia,   attoniti di fronte a quel linguaggio estremamente minaccioso, deferirono il caso ad una commissione. Müntzer non aspettò le decisioni e, prima di essere espulso, abbandonò volontariamente la Sassonia, riprendendo la sua peregrinazione. A Carlostadio si doveva così aggiungere un’altra vittima dell’arbitrio dei “potenti”; ulteriore motivo di riflessione per Lutero, che da potenziale martire, visto che su di lui incombeva sempre l’editto di Worms, stava facendo lui stesso dei “martiri…”. Alla base di questo suo “esagerato” livore c’era la minaccia rappresentata   dalle accese prediche di Thomas Müntzer, che avevano come fondamento i cosidetti “12 Articoli” un elenco di   ammonimenti e rivendicazioni indirizzati a i contadini, quella classe sociale da sempre vilipesa, sfruttata e maltrattata. Questi “Dodici Articoli”, redatti a Memmingen, anche se alcuni parlano di   Waldhut, e resi pubblici sulla piazza di Ulm il 12 febbraio 1525, rimarranno una pietra miliare nella storia delle lotte religiose e sociali del Cinquecento tedesco. Gli Articoli che   riguardavano la religione e la società avevano un forte sapore di “giustizia restituita”; in essi avrebbero trovato riscontro molte delle rivendicazioni che avevano portato alla guerra degli hussiti, conclusasi tragicamente nel 1415 con il rogo dell’eretico Hus.   Quel libretto avrebbe costituito un elenco preciso e articolato di alcuni dei diritti fondamentali, goduti da tempo immemorabile e successivamente abrogati dall’uso e dalla consuetudine imposti dai Principi e dai Signori. Quindi oltre alla parte religiosa, efficacemente delineata già nel primo articolo – “Le nostre Comunità avranno diritto ad eleggersi i loro Parroci e questi dovranno predicare la parola di Dio unicamente secondo il Vangelo” – , veniva affrontata anche quella sociale con indicazioni precise sul pagamento delle “decime in grano da servire al sostentamento dei parroci” e sulla restituzione ai contadini della “uccellagione,   pesca e boschi”. Ma la parte più decisamente “rivoluzionaria” sarebbe diventata quella che riguardava la dignità dell’uomo, con una dichiarazione perentoria destinata ad essere per tutti un “imperativo” categorico: “Sarà soppressa la schiavitù, perché Cristo col prezioso suo sangue ci ha tutti redento senza distinzione”. I motivi di quelle rivendicazioni   traevano ispirazione e forza dalla stessa Bibbia e soprattutto dall’indescrivibile miseria che attanagliava intere masse di contadini. La determinazione con cui Müntzer, convinto propugnatore di condizioni di vita migliori per i contadini tedeschi, dei cui diritti si era proclamato difensore, costituivano più che un potenziale pericolo. Le sue predicazioni, tutte costellate di riferimenti biblici,  trovavano orecchie sensibili presso per coloro che quotidianamente erano soggetti a innumerevoli angherie: “..- Guarda, i signori e i Principi sono l’origine di ogni usura, d’ogni ladrocinio e rapina; essi si appropriano di tutte le creature: dei pesci dell’acqua, degli uccelli dell’aria, degli alberi della terra.. E poi fanno divulgare tra i poveri il comandamento di Dio: “Non rubare”. Ma questo non vale per loro. Riducono in miseria tutti gli uomini, pelano e scorticano contadini e artigiani e ogni essere vivente; ma per costoro, alla più piccola mancanza, c’è la forca…”.    Ma era   soprattutto la sua incrollabile fede nella vittoria, che trovava riscontri diretti nell’Antico testamento, a destare preoccupazione. La stessa Sassonia, dove   grazie alla generosità di Federico il Saggio le condizioni economiche dei contadini non erano ancora così disastrose come nel resto della Germania, politicamente dilaniata ed economicamente allo stremo, correva il rischio di rimanere coinvolta in quegli scontri fratricidi. L’ormai vecchio Principe elettore, Federico il saggio, ormai stanco e già in punto di morte, aveva intuito il pericolo allertando il fratello Giovanni con uno scritto dalle tinte fosche: “Forse si è data una giusta causa alla sollevazione dei contadini, mettendo degli impedimenti alla Parola di Dio. Alla povera gente le autorità hanno fatto dei torti in molti modi, e ora Dio manifesta la sua ira su di noi. Se è Sua volontà l’uomo comune giungerà a governare, e se non è   Sua volontà la fine verrà presto in qualche altro modo. Preghiamo Dio di perdonare i nostri peccati ed affidiamo a Lui tutta la questione …”.   Il fratello Giovanni nel tentativo di venire incontro alle giuste rivendicazioni dei contadini aveva concesso loro il diritto governativo di percepire le decime, ma in cuor suo condivideva il pessimismo del fratello, a cui rispose laconicamente: “Come Principi siamo rovinati…”. Lutero, che viveva con costernazione quei momenti di sconvolgimento sociale, era letteralmente atterrito dalla violenza dei rivoltosi e forse proprio per questo motivo ha fatto ricorso ad un linguaggio per lui inconsueto ma terribilmente . Al suo amico Spengler, segretario del consiglio di Norimberga, così ebbe modo di scrivere: “Se essi rifiuteranno di riconoscere e di obbedire all’autorità secolare, dovranno perdere tutto, sia ciò che sono, sia ciò che hanno, perché questo vuol dire chiaramente insurrezione, assassinio nel cuore; spetta quindi all’autorità secolare capire che i vostri signori in queste cose devono sapersi comportare senza esitazioni”.  Allo scatenarsi dei primi scontri, che minacciavano di incendiare tutta la Sassonia,  redasse in tutta fretta quello che sarebbe rimasto   il suo opuscolo più agguerrito e cinico: – “Contro le orde dei contadini ladri e assassini” -. In esso esprimeva con forza le sue intime convinzioni che destarono allora parecchio disagio in molti “fedeli” e vengono ancor oggi lette con molto sconcerto: “… Se il contadino è in aperta ribellione, è fuori dalla legge di Dio, perché la rivolta non è un semplice assassinio, ma è come un gran fuoco che attacca e devasta un intero paese. Perciò la ribellione riempie un paese di assassini e di spargimento di sangue, fa vedove ed orfani e mette sossopra ogni cosa come un gran disastro. Perciò chiunque può farlo colpisca, trafigga e uccida in pubblico o in segreto, ricordando che nulla è così velenoso, dannoso e diabolico come un ribelle. È come quando si deve uccidere un cane arrabbiato; se non lo colpisci tu, lui ti ferisce e rovina l’intero paese con te…Scanni, ammazzi, strangoli chi lo può. E se ci rimetti la vita, buon per te, non potrebbe giungerti morte più beata. Son tempi stupefacenti questi, in cui un principe può guadagnarsi il cielo spargendo sangue meglio che altri pregando”. Egli tuttavia, nonostante le sue violenze verbali, non rimase insensibile al rimprovero di chi gli faceva osservare che la sua asprezza mal di conciliava con lo spirito degli apostoli. Dopo essersi inimicato molti potenti, adesso gli voltavano le spalle anche vecchi e autorevoli compagni di fede. Temendo che questa stessa sorte toccasse anche ai rapporti con il vecchio maestro Staupitz, nel frattempo diventato Abate dell’Ordine Benedettino, a Lui si era rivolto per avere qualche parola di conforto. La risposta del mite,   paterno Staupitz   avrebbe costituito per lui una “carezza” consolatoria: “…Il mio amore per te non è cambiato, più forte dell’amore di una donna …, ma mi pare che tu condanni molte cose esteriori che non hanno importanza ai fini della giustificazione. Come mai la tonaca è diventata un lezzo per le tue narici, quando tanti hanno vissuto in essa delle vite sante?In ogni cosa umana ci sono abusi. Caro amico, ti scongiuro di ricordarti dei deboli… Noi ti dobbiamo molto, Martino; tu ci hai condotto fuori del porcile ai pascoli della vita. Se soltanto tu ed io potessimo conversare per un’ora ed aprire i segreti dei nostri cuori!   Spero che tu avrai buoni frutti a Wittenberg. Le mie preghiere ti accompagnino”. L’auspicato incontro non ebbe mai luogo; ad impedirlo la morte improvvisa di Staupitz (1524). Per   Müntzer e i suoi contadini, abbandonati e traditi persino da Lutero, che avrebbe dovuto essere uno dei loro paladini più convinti, il destino era ormai segnato ed aveva un nome preciso: la battaglia di Frankenhausen   (15 maggio 1525). Rimane in proposito un racconto di Melantone che più di ogni altro dà il senso della tragedia e dell’impotenza di quella nefasta giornata, in cui un esercito raccogliticcio e improvvisato di contadini, male armati e peggio guidati, venne letteralmente massacrato: “Quella povera gente stava là e cantava: preghiamo lo Spirito Santo. Proprio come impazziti non si preparavano né alla difesa, né alla fuga“. In cifre quell’impari scontro avrebbe lasciato sul terreno cinquemila contadini e, dall’altra, solo tre cavalieri. Racconta un protagonista, Filippo il Magnanimo: “… Spostammo la nostra artiglieria su un monte vicino a loro, vi facemmo pervenire velocemente la nostra fanteria e la nostra cavalleria e ordinammo, quindi, all’artiglieria di puntare contro di loro, tenendo la più breve distanza possibile. Quando, però, i contadini videro ciò che stava succedendo, scesero dalla montagna verso la città: scappando dove era possibile; e noi dietro con i nostri ad incalzarli e trafiggere tutti quelli che ci capitavano sottomano. Poi prendemmo d’assalto anche la città e la conquistammo, le persone che vi si trovavano furono ammazzate e la città fu rasa al suolo…“. Sulle successive, feroci persecuzioni ed esecuzioni sul campo ci rimane una   sintetica cronaca da parte di un testimone: “…furono torturati e trafitti, alcun furono bruciati, ridotti in polvere e cenere, alcuni arrostiti al palo, altri squartati con tenaglie roventi, altri ancora sprangati nelle case e tutti insieme bruciati; alcuni furono impiccati agli alberi, altri infilzati con le spade, alcuni, gettati nell’acqua a molti fu infilata una stecca in bocca che impedisse loro di parlare e   così portati a morire…“. Müntzer, catturato, venne   sottoposto a inenarrabili torture; sempre secondo Melantone, impegnato com’era a distruggere anche il ricordo di un avversario che bisognava in tutti i modi “demonizzare”, egli non riuscì a recitare neppure il credo, atterrito com’era dalla paura. Ma da altre fonti, alcuni delle quali autorevoli perché redatte da personaggi di spicco che hanno voluto assieme a lui trascorrere le ore immediatamente precedenti alla esecuzione capitale, viene invece tramandato come Müntzer, prima di morire, avesse ancora modo di ricordare ai Principi il loro inevitabile destino di tiranni impietosi. Dopo la sua orribile morte – fu anch’egli decapitato – un gran seguito di giovani credenti continuò a ritrovarsi nel suo nome, ricordandolo come “… uomo santo, animato da un particolare zelo divino, il cui spirito e la cui parola nessuno può giudicare…“. Così Müntzer, nonostante la campagna denigratoria dei “Luterani” fu considerato – anche da morto – il capo indiscusso della gente misera   e continuò a far tremare i tiranni. Lo stesso Lutero, quando gli fu portata la notizia che la testa di Thomas Müntzer, infilzata ad un palo, era esposta al ludibrio dei suoi detrattori, si rinchiuse per tutto il giorno nella sua stanza, non volendo parlare con nessuno. Quel fantasma di un “compagno” di fede, fanatico, ma coerente fino all’estremo sacrificio, non lo avrebbe mai abbandonato…

A questo punto sembra opportuno dare uno sguardo d’assieme a quella parte di Europa direttamente coinvolta nella questione “luterana”. Nel 1521 era morto il Papa Leone X (1521);   chiamato a succedergli nel trono di Pietro un vecchio insegnante di Carlo V, l’olandese Adriano di Utrecht, un monaco integerrimo, già   professore all’Università di Lovanio. Il nuovo Papa, Adriano VI., scompare tuttavia precocemente; il suo pontificato   sarebbe durato solo sei mesi, periodo in cui aveva assistito impotente ed addolorato all’agonia del Sacro Romano Impero della Nazione Tedesca, dove ormai regnava anarchia e scontento. A strumentalizzare il momento sarebbero arrivati i “Ritter” (Cavalieri), banditi mercenari a capo dei tristemente famosi Lanzichenecchi. Il loro ambizioso capo, Franz von Sickingen aveva abbracciato – non disinteressatamente – la religione di Lutero e si era dichiarato a disposizione del nuovo movimento religioso, nella speranza di partecipare a qualche operazione militare particolarmente vantaggiosa. Ma si sarebbe trattato soltanto di una dichiarazione d’intenti, perché avrà la triste sorte di morire prematuramente, colpito da una scheggia durante l’assedio ad una delle tante città che voleva saccheggiare. In quella situazione di assoluta quanto deleteria confusione sociale e religiosa Lutero, atterrito dall’idea che quei violenti focolai di sommosse si potessero propagare a tutta la Germania, avrebbe perorato da Wittenberg misure chiaramente reazionarie come quella di concedere solo ai Principi e ai regnanti il diritto di sollevarsi contro i sacerdoti. Proprio all’inizio del 1523 l’arciduca Ferdinando, reggente in Germania per conto di fratello Carlo V, doveva fare una relazione dai toni preoccupati destinata all’Imperatore di stanza a Madrid: “…L’insegnamento di Lutero è a tal punto radicato in tutto l’impero che non c’è una sola persona a considerarsi libera…”. Tono che sarebbe diventato ancora più accorato e rassegnato alla fine dello stesso anno: “…La setta luterana domina in questo paese al punto tale che i buoni cristiani non osano tener loro testa…”.   Carlo V, impegnato com’era nella guerra contro i Francesi e a tener testa agli stessi Spagnoli che l’hanno sempre considerato uno “straniero”, non aveva tempo di occuparsi della minuscola Wittenberg, commettendo lo stesso errore che a suo tempo aveva commesso Leone X. Anche egli non aveva né intuito, né capito che   proprio in quella parte della Sassonia, dove da tempo regnava lo zio, Federico il Savio, stava covando un fuoco che presto avrebbe divorato quell’Impero definito dagli storici più grande di quello dell’antica Roma. In effetti proprio in quegli anni, Lutero, superati le ambasce e   i timori connessi all’editto subito nel maggio del 1521 e forte della protezione discreta ma efficace del suo Principe – Federico il Savio -, era alle prese con la messa a punto della “sua” nuova chiesa. Dal sicuro eremo di Wittenberg, o più precisamente dalla cella del suo vecchio convento agostiniano, il monaco ribelle, tenuto appositamente lontano dalla lezioni alla locale Università per evitare di procurare ulteriori difficoltà al “suo” principe elettore, si dedicava ormai   totalmente all’affinamento   della Riforma, su cui erano dirette le attese di un intero popolo. A lui venivano indirizzate le richieste più strane e proprio da Wittenberg, diventata nel frattempo sede autorevole e ascoltata, partivano le delucidazioni più convinte e convincenti sui vari quesiti religiosi. Lutero, che tra l’altro suonava flauto e liuto e componeva poesie, avrebbe compreso proprio in quel periodo l’importanza di sviluppare la conoscenza della lingua tedesca, destinata a diventare lo strumento basilare non solo per la predica e la lettura della Bibbia, ma anche per diffondere il canto collettivo, elemento considerato come ineludibile per rafforzare i legami di gruppo.

 


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1 commento

  1. Commento by renzo cresti — 15 Maggio 2011 @ 10:11

    come sempre Nino è bravo! Chiaro e puntuale

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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart