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LETTERATURA: Paolo Di Stefano: “Nel cuore che ti cerca” – Rizzoli, 2008

19 Gennaio 2009

Massimo Maugeri

Storia di un sequestro. Storia di un dolore che non si placa, di una ferita che non si rimargina.
La protagonista si chiama Rita: una bambina che viene rapita da un maniaco e tenuta segregata per ben otto anni in condizioni spesso disumane. L’altro protagonista si chiama Toni Scaglione. È un uomo obeso che fa il giornalista in un giornale scandalistico. Ed è anche il padre della piccola Rita.
Scaglione va alla ricerca della figlia. Non si rassegna al tempo che passa senza esiti, non si piega alla disperazione dei fallimenti; né alle beffe delle illusioni.
Infine la figlia viene ritrovata.
Ma è ancora Rita, la giovane sopravvissuta al pluriennale rapimento?
“Nel cuore che ti cerca” (Rizzoli, 2008, pag. 296, euro 19) è il nuovo romanzo di Paolo Di Stefano a cui è stato tributato il Premio Selezione Campiello: una storia struggente e coinvolgente; caratterizzata dalla presenza di più voci che si avvicendano alle due principali.

Paolo Di Stefano, con questo romanzo affronti – di riflesso – anche il tema della violenza sui bambini.   Al di là della vicenda specifica che affronti nel libro, credi che – in generale – i bambini di oggi subiscano più violenza rispetto a quelli di qualche tempo fa?  

“Forse la violenza sui bambini non è cambiata quantitativamente rispetto al passato, ma qualitativamente sì: c’è un rimbalzo di voyeurismo attraverso la tv e la pubblicità che nell’infanzia, come dice Anna Oliverio Ferraris in un bel libro uscito da poco, hanno individuato la nuova frontiera della seduzione. Di fatto i bambini non sono sicuri nemmeno nella loro famiglia: c’è un’immagine nefasta e pervasiva dell’infanzia e dei rapporti familiari e sociali che insinua dei germi pericolosi anche all’interno delle nostre case.
C’è una permeabilità inevitabile.”  

Una parte importante del romanzo è ambientata a Siracusa, in occasione dell’arrivo del corpo di Santa Lucia…  

” Sì, quella giornata viene raccontata nella parte finale del libro, direi forse nel capitolo più importante, perché lì si materializza per il padre la certezza che Rita è ancor viva. Qualcuno mi ha fatto notare, giustamente, che c’è una sorta di passaggio di testimone tra Santa Lucia e Rita. Siracusa per me, che sono di Avola, è ogni volta un miracolo e ho voluto regalare a Toni Scaglione la stessa mia sensazione”  

Quanto tempo hai impiegato per scrivere questo romanzo?  

“Questo è stato il più veloce di tutti. “Tutti contenti” l’ho scritto e riscritto per sette anni. “Nel cuore che ti cerca” ha come preso il volo immediatamente: mi sono lasciato catturare dall’idea, Rita e Toni Scaglione hanno cominciato a parlarmi e sono partito come un treno.  

Qual è stata la difficoltà principale che hai incontrato?  

” La vera difficoltà è stata nel preservare una forma di “delicatezza”.
Sapevo benissimo di camminare su un crinale, oltre il quale c’era la grevità, il cattivo gusto, il voyeurismo.
In altre parole la sfida è stata quella di evitare, trattando una materia così incandescente, la “pornografia” della violenza, pur lasciando che quella violenza terribile aleggi su tutto com’è inevitabile.”  

Hai qualche aneddoto particolare, legato a questo libro, che puoi raccontarci?  

” Il titolo: ero alla fine del libro (che poi ho voluto riscrivere in parte a distanza di mesi e dopo una malattia) e sono inciampato in quel verso di Giorgio Caproni che mi ha folgorato. Si verificano a volte coincidenze che sono vere e proprie epifanie. Te ne racconto un paio: dopo aver licenziato le prime bozze di “Tutti contenti”, lavorando sulla Divina Commedia per il Corriere, sono inciampato in due versi di Dante che mi spiegavano perché avevo scelto quel titolo (“Molti altri mi nomò ad uno ad uno / e del nomar parean tutti contenti”): in extremis li ho messi in epigrafe. Il giorno in cui sono andato alla Feltrinelli per firmare le dediche di “Azzurro troppo azzurro”, c’era un mendicante seduto davanti al portone di casa mia che cantava la canzone di Paolo Conte. Ancora adesso, se ci penso mi sembra un’allucinazione.   Forse lo era.”

(dal “Corriere Nazionale”)


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1 commento

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 19 Gennaio 2009 @ 22:12

    È un romanzo, questo di Di Stefano, che con grande, intelligente discrezione e con una chiarezza geniale tratta di uno dei più terribili delitti che si possano compiere. La violenza sui bambini (violenza sotto ogni punto di vista) ci sconvolge, ci fa decisamente indignare, inorridire fino a portarci ad ipotizzare le più gravi e pesanti condanne nei confronti degli aguzzini. Purtroppo nel nostro tempo, in cui i valori più essenziali vengono disattesi, dimenticati e, addirittura, negati o calpestati ed i pericoli moltiplicati, assistiamo ad efferati comportamenti. E quando a subire sono i bambini, le conseguenze risultano sempre drammatiche e sconcertanti e segnano pesantemente il futuro degli stessi, anche allorché i fatti dolorosi, in qualche modo, arrivano a risolversi.
    Non dimenticherei in questo caso il Vangelo. Gesù ebbe a dire addirittura: “Se qualcuno di voi scandalizzasse uno dei piccoli, sarebbe meglio che gli si appendesse al collo una macina di mulino e lo si immergesse nel profondo del mare”. Figuriamoci allora quale condanna si presuppone presso Dio per il rapimento, la violenza, la sofferenza imposti ad un bambino.
    Interessantissima e bene impostata l’intervista di Maugeri, che arriva a “sviscerare” perfettamente l’essenzialità, la peculiarità del libro e, soprattutto, l’animo, la sensibilità del suo autore
    Gian Gabriele Benedetti

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