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LETTERATURA: Pino Nazio: “Il bambino che sognava i cavalli”, Sovera Edizioni

19 Novembre 2010

di Alberto Pezzini

Pino Nazio è un giornalista. Autore di Chi l’ha visto, è anche sociologo, e si occupa da tempo dei rapporti tra la mafia, la televisione, l’alimentazione, la politica ed i bambini. Un occhio a nudo, che sembra una voce unica tra tante tutte uguali. Sarà per questo che da una conversazione con Santino Di Matteo, mafioso, ma prima di tutto il padre di Giuseppe, il bambino fatto sciogliere nell’ acido da Giovanni Brusca, gli è nata un’idea delicata.

Il bambino che sognava i cavalli (Sovera Edizioni) è la storia di quel sequestro, realizzato dalla mafia per cercare di fermare il pentitismo.
Si pensava che rapire il figlio di un infame avrebbe rallentato l’assedio a Cosa Nostra. Dopo la strage di Capaci, dopo l’assassinio di Borsellino, l’attentato fallito a Maurizio Costanzo, dopo che i Corleonesi avevano cominciato a traggediare da bestie che mugghiavano contro tutti, c’era rimasto lo Stato. Totò Riina era una fiera con il sangue impiastricciato, il suo sapore di metallo, e tutti sapevano che prima o poi li avrebbe perduti tutti.

Il sequestro di un bambino è la prima violazione a quel codice millenario. I pentiti in realtà non hanno rappresentato uno strappo alla regola,mauna reazione fisiologica ad una sua applicazione che ormai era diventata incontrollata e, soprattutto, incontrollabile Pino Nazio ha scritto un romanzo.
Tante pagine vissute senza un aggettivo di più, sempre a contatto con l’idea di quel bambino, quasi a stringerla addosso.

Giuseppe era un bambino solare, che i cavalli li amava più di sé stesso. Aveva un’empatia naturale per quelle bestie, di cui si sottolinea la scarsa intelligenza compensata da una sensibilità ultraterrena.   Era un gioco di affinità, quella del bambino mischiata ai cavalli, un incrocio dentro il quale Nazio ha visto.

Giuseppe viene rapito e rinchiuso dentro un bunker per 779 giorni, fino alla fine. Cambiano i luoghi del sequestro ma lui sta sempre sotto il cemento, senza luce, all’umido, sopra un pagliericcio pungente, con gli occhi rivolti al soffitto, privato all’improvviso dell’attività fisica come del pane. Gli portano qualche rivista, lo trattano come un cane, un figlio di cane.

Franca, la madre, è una donna riservata, religiosa, che muore già quando capisce chi è il marito, e scompare dalla vita civile quando realizza il rapimento di Giuseppe.   Il nonno è un mafioso antico, convinto di risolvere tutto da uomo d’onore. Non capisce che il tempo dell’onore è andato. Ha virato in tragedia, in grottesco, in sangue e merda.

La mafia sta slittando nel fango perché ha paura. Quando le forze di polizia arrivano ad un centimetro da Brusca, nell’Agrigentino, trovano sul comodino l’ultimo libro di Giovanni Falcone, Cose di Cosa Nostra, quello scritto a quattro mani con Marcelle Padovani, ed il segno indica un brano dove si parla della solitudine.

Sarebbe bastato poco, alla mafia di quel tempo, per evitare il buio.   Sarebbe bastato liberare quel figlio di un pentito per affermare la propria intima forza. Uccidere quel cagnuleddu, come lo chiamò Brusca quando apprese di essere stato condannato all’ergastolo, fu il segno della fine. E l’inizio del caos.

Il sequestro di Giuseppe ha segnato le coscienze dei magistrati, poliziotti, avvocati che hanno assistito al racconto di quell’omicidio :gli avevano rubato la luce del giorno,prima sottoterra, e poi dentro l’acido. Le persone che hanno ascoltato erano quasi tutti padri di famiglia. Sono invecchiati tutti, o quasi, in quella notte maledetta, fatta di ore che non finivano mai come la paura di quel bambino, solo, figlio di una colpa sconosciuta.

Pino Nazio ha abbracciato il male, ma lo ha fatto con delicatezza estrema, infantile. Dentro il libro c’è un capitolo chiuso, quello dell’orrore. Chi vuole può non leggerlo. Ma chi vuole sapere, può tagliare quelle pagine ed aprire il capitolo tacciato da alcuni di furbesco marketing scambiando per ambizione economica ciò che resta un tentativo di non dimenticare la crudeltà, quando è soprattutto inutile.   Il libro è dedicato a tutti i mafiosi che avrebbero potuto fermarsi prima, prima della linea identificata dalla palma di Sciascia, e prima dell’abisso in cui la mafia ha visto i propri occhi abbuiati dallo spavento.

Con la morte di Giuseppe Di Matteo la mafia ha smesso di far paura e si è trasformata in imperdonabile pantomima.

(dal “Corriere Nazionale”)


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1 commento

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Pino Nazio: “Il bambino che … — 19 Novembre 2010 @ 09:38

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