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LETTERATURA: Roberto Michilli – Simone Gambacorta: “La chiarezza enigmatica – Conversazione su Giuseppe Pontiggia”, pagg.124, Galaad Edizioni, 2009

18 Agosto 2009

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

Dopo “I Meridiani” Mondadori che hanno dedicato a Giuseppe Pontiggia (morto il 27 giugno del 2003) il volume intitolato “Opere”, curato e introdotto dalla bravissima lucchese Daniela Marcheschi (che fu sua estimatrice ed amica), questo è un nuovo omaggio che ci riporta alla memoria, così avara ai nostri contemporanei, l’autore de “La grande Sera”, del 1989 e di “Nati due volte”, del 2000, usciti entrambi per Mondadori.
Ci pensano due scrittori a rendergli omaggio, di uno dei quali mi sono occupato da quando uscì il suo romanzo “Desideri”, Fernandel 2005, l’altro, Simone Gambacorta, classe 1978, è giornalista impegnato in molte riviste culturali. Entrambi sono membri della giuria del premio Teramo, di cui fece parte fino al 2001 anche Giuseppe Pontiggia.
La forma scelta è quella dell’intervista. Simone Gambacorta rivolgerà alcune domande al più anziano Roberto Michilli circa il suo rapporto di amicizia con Giuseppe Pontiggia.
Veniamo a scoprire così che l’uomo non era diverso da come appare nei suoi libri: intelligente, severo con se stesso, scrupoloso, di grande cultura. Non esitava, tuttavia, a mettersi a disposizione di chi amasse la letteratura. I suoi consigli erano preziosi e formativi. Sosteneva che “Scrivere per lui non significava sceneggiare un’idea, ma compiere un viaggio di conoscenza alla ricerca di una rivelazione.
Michilli conosce Pontiggia in occasione del premio Teramo del 1997. È Michilli che vince quell’edizione, e Pontiggia ha parole lusinghiere per il suo lavoro. Ne nasce una amicizia che si rinnoverà ogni volta che Pontiggia tornerà nella città abruzzese per ricoprire l’incarico di membro della giuria del premio, che mantenne dal 1993 fino al 2001, quando lasciò per ragioni di salute. Michilli lo andava a prendere alla stazione e con lui passeggiava negli intervalli, accogliendo le sue confidenze, che poi continuavano per corrispondenza: veniva a conoscere così le fatiche che incontrava nel suo lavoro, la sua difficile accontentabilità, la corsa con il tempo per consegnare il lavoro agli editori.
Apprendiamo che Pontiggia era legato alla città di Teramo anche per un altro motivo: lì vi aveva pubblicato nel 1979, per i tipi di Lisciani & Zampetti, la favola “Cichita la scimmia parlante”, “che aveva inventato per i nipoti”.
Un’altra curiosità che aggiunge simpatia al grande scrittore: a tavola preferiva mangiare cose sostanziose e storceva il naso quando si trattava delle cosiddette cucine raffinate, che ti offrono sul piatto “rari lacerti di non facile identificazione” e poi stanno lì mezz’ora a spiegarti di cosa si tratti e quanto impegno abbia richiesto la preparazione e la cottura. Allora Peppo Pontiggia rispondeva sbrigativo: “Posala lì senza tante chiacchiere e lasciamela mangiare, che poi lo vedo da me se è buona!
Una delle frasi che amava dire è che “Solo il discorso chiaro può essere di una complessità inesauribile.
Ce n’è anche per i lettori delle case editrici: “i lettori editoriali di oggi sono spesso i meno indicati per dare un giudizio attendibile.
Appassionato lettore, la sua biblioteca contava “oltre quarantacinquemila volumi.” Da ragazzo, fu Salgari uno dei suoi autori preferiti. Ci racconta Michilli: “Quando a diciassette anni cominciò a lavorare in banca e prese il primo stipendio, Peppo aprì un conto alla libreria Bocca di Milano. In seguito i suoi investimenti in libreria aumentarono. Raccontò che ricorreva persino a prestiti bancari, pur di acquistare i libri che gli interessavano.”; “Diceva che la costruzione di una biblioteca è la distruzione di un reddito.
L’amore per i libri e per la lettura fu fondamentale in Pontiggia. Egli arrivò al punto di non   nutrire “una grande considerazione per quelli che non leggono, e nemmeno per quanti sono convinti che amare i libri significhi provare nostalgia per un oggetto inutile.” Invece “il libro è un oggetto perfetto, quindi eterno, che può essere sostituito ma avrà sempre i suoi cultori.
La sua biblioteca, dopo la sua morte, finì prima in Svizzera, poi finalmente riprese la strada per l’Italia. È stata acquistata dalla Fondazione per la nascente Biblioteca Europea di Informazione e Cultura. Vi sono conservate anche le copie di tutte le letture che Pontiggia inviava a Mondadori e Adelphi quale consulente delle due case editrici.
Le risposte di Michilli all’intervista offrono temi che furono affrontati con grande competenza e passione da Pontiggia, come quello del linguaggio, un’attenzione che sfiora il limite del puntiglioso e del maniacale. Ma grande era l’importanza che lo scrittore dava alla selezione delle parole in un testo di scrittura. La parola è rivelazione e in   quanto tale può determinare mutazioni in chi legge, la sua scelta deve essere, dunque, meditata e consapevole: “il problema non è quello che si legge, ma quello che uno ‘diventa’ dopo aver letto.
Il rapporto con il lettore è indispensabile: “il momento più importante della letteratura è la verifica, il contatto fra il testo e chi lo legge.
E ancora: “Quello che bisognerebbe evitare è un interesse per la trama che prescinda dalla qualità della scrittura, oppure un interesse per la scrittura che sia di tipo puramente sperimentale e linguistico senza che siano espressi   temi e motivi che ci riguardano personalmente.
Michilli ci sta offrendo un’ampia rassegna del pensiero letterario di Pontiggia. Attraverso di lui e delle confidenze ricevute, ci rendiamo conto che lo scrittore era dotato di una sensibilità profonda che gli consentiva di scendere fin dentro l’anima dei problemi affrontati. Passione e intelligenza facevano il resto: “Pensava che uno scrittore non dovesse scrivere né per sé né per gli altri, ma per quel sé che coincide idealmente con gli altri.”; “la scrittura è transitiva, presuppone un lettore come termine critico, come vaglio, come risposta.
Nella sua veste di consulente editoriale per Adelphi e Mondadori contribuì alla scoperta di Guido Morselli, Paolo Maurensig e Stefano D’Arrigo. Una speciale attenzione dedicò sempre alla poesia scrivendo le prefazioni ad alcune raccolte di Antonio Porta, Leonardo Sinisgalli, Renato Minore, Paolo Ruffilli e Daniela Marcheschi, che sarà poi la curatrice del volume dei Meridiani a lui dedicato da Mondadori.
Interessante è un giudizio di Pontiggia che Michilli riporta tra virgolette, estratto da una lettera ricevuta dallo scrittore. Se ne riporta uno stralcio: “Una volta i consulenti o i cosiddetti esperti venivano ascoltati perché la qualità letteraria giocava un ruolo importante nelle scelte. Oggi è uno dei fattori più marginali che entrino in gioco: gli altri sono la commerciabilità, gli echi sulla stampa, l’associabilità ad eventi o notizie eccetera.
Si tratta di un libro prezioso, dunque, che ci fa conoscere un Pontiggia più intimo. Le accorte domande poste dall’intervistatore   Simone Gambacorta spingono Michilli a rivelarci aspetti meno noti dello scrittore, al quale si sentì legato da una forte amicizia.
Il libro è corredato da un’ottima appendice in cui appaiono, tra l’altro, gli articoli di alcuni autori che lo commemorarono in occasione della morte, e un articolo di Pontiggia che ricorda il suo incontro con il vincitore di una edizione del premio Teramo per la narrativa inedita straniera, l’albanese Ylliet Alií§ka.


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3 Comments

  1. Commento by Carlo Capone — 18 Agosto 2009 @ 11:33

    Ho conosciuto Pontiggia nel 98, durante le lezioni di un corso di scrittura al Teatro Verdi di Milano. Era un Maestro, attento e scrupoloso nel raccomandare, ad esempio, di riscrivere il testo fino a ottenere -cosa mai certa- l’effetto voluto. A testimonianza ci mostrò la copia del suo primo romanzo, credo Morte in banca, edito negli anni 50. L’aprì a caso e con stupore notammo che al bordo del testo c’erano numerose correzioni. Insomma anche dopo la pubblicazione lui continuava a riscrivere. Ogni lezione era una miniera di consigli. Ricordo tra gli altri quello che io denomino come ‘problema del sì’. “Noi scrittori – diceva Pontiggia- non abbiamo l’audio del cinema che ci aiuti e perciò è cruciale il modo in cui si conferisce la giusta tonalità alla particella affermativa” . E passò a farci l’elenco minuzioso delle tante situazioni che richiedono ciascuna un ‘si’ diverso.

    Una di quelle sere la conduttrice del corso ci presentò un giovane scrittore, di cui era grande ammiratrice, autore di una raccolta di racconti di successo. Lui esordì affermando che “scrivo racconti perchè i romanzi non mi riescono. Punto”. Proseguì dicendo che l’idea per un racconto, una volta affiorata, la concretizza in qualunque luogo e momento. Raccontò che una volta era in Toscana con amici ed aveva avuto un’idea, o qualcosa del genere. Restò 4 ore in camera a scrivere. Mi colpì, quel giovane, intanto per la robustezza fisica, diciamo così, poi per la modestia del vestire e per il modo di porgere. Fissava accigliato l’uditorio e si esprimeva con voce lenta e cavernosa. Sinceramente mi apparve depresso. Si riebbe quando una corsista, gran sventola di ragazza e brava a scivere, si alzò e gli fece domande sulla scrittura che onestamente giudicai ochesche. Ma avrebbe potuto chiedergli anche dell’elenco telefonico, ormai il giovane non aveva occhi che per lei, la fissava serio con sguardi penetranti. Figurarsi lei. Anche dopo che si fu messa a sedere proseguì a far la ganza, attirandolo con smorfiucce e sorrisini. E perciò il giovin scrittore, mica scemo l’amico, se ne fottette dell’uditorio ed ebbe sguardi solo per lei, anche durante gli intervanti della Diretrice del Corso. E’ chiaro, la ragazza lo aveva colpito per le doti letterarie.
    Dimenticavo, quel giovane presentato con tanta enfasi, direi meritata, era un certo Giulio Mozzi. Non ne avevo mai sentito parlare.
    Dopo la sua seguirono le lezioni di Daniele Del Giudice, per me uno dei migliori scrittori di fine secolo, di Carlo Lucarelli, sempre in giro con l’elicottero della RAI e che perciò dava spesso buca, e Antonio Franchini, molto severo e anche lui, almeno mi parve, alquanto giù di morale.

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 18 Agosto 2009 @ 13:11

    – Lui esordì affermando che “scrivo racconti perchè i romanzi non mi riescono. Punto”.

    Tipico di Giulio. Il 22 settembre uscirà per Mondadori un suo nuovo libro di racconti.

  3. Commento by Carlo Capone — 18 Agosto 2009 @ 13:40

    Lo leggerò con curiosità, e’ da diversi anni che non pubblica una raccolta. Penso che conosceremo il Mozzi della maturità.

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