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LETTERATURA: Sandra Petrignani: “E in mezzo al fiume”, Editore Laterza

6 Settembre 2010

di Stefania Nardini

Poche parole, complici : «Sono sicura che ti interessa ». Il biglietto accompagnava il libro “E in mezzo al fiume. A piedi nei due centri di Roma” (ed. Laterza) di Sandra, la mia amica Sandra Petrignani.   Me ne aveva parlato. Anzi mi aveva chiesto qualche aneddoto, qualche storia su Trastevere.   Glissai. Ed ora le confesso ciò in queste righe sperando non me ne voglia.

La verità è che Roma, dove sono nata, dove sono le mie radici, dove sono cresciuta e diventata giornalista, è un’ossessione.   Quando certe persone parlano di Roma attraverso cliché che sanno di precotto, con molto garbo evito il discorso. E’ un amore tradito, Roma, la mia città. Che io ho ricambiato diventando una specie di cittadina del mondo. E continua a provocarmi sentimenti contrastanti: amore e rabbia.   Non mi sono mai sentita tradita invece da Sandra Petrignani con la quale ho avuto il piacere di lavorare quando eravamo giovani esploratrici del giornalismo. Oggi, scrittrice apprezzata e di grande talento (Il suo ultimo romanzo è “Le dolorose considerazioni del cuore” che ebbi modo di recensire su questa pagina), non ha alcun bisogno di dimostrare il suo valore di persona e di professionista.   Ma questa volta il suo nuovo lavoro toccava le mie dolenti note. Al di là della certezza che il suo libro non sarebbe stato il “solito”. Anzi ricevendolo con il suo biglietto mi sono anche sentita in colpa. Avrei potuto fornirle qualche “dritta” visto che decenni or sono pubblicai un testo dal titolo “Roma Nascosta”.

Ma veniamo a “E in mezzo al fiume”.   Ho capito subito, dalle prime pagine, che questo libro è vero.   Una medicina per la mia “ossessione”.   Perché Petrignani per scriverlo è tornata cronista, ha guardato la gente negli occhi, è entrata nelle case, si è sporcata le mani con il bene e il male, come è giusto che sia. Infatti né esce un ritratto di Roma, di quella parte di Roma attraversata dal Tevere, in cui la storia si intreccia con la realtà, in cui finalmente – e sottolineo finalmente – la città è stata restituita alla sua memoria, al suo modo di essere generosa e sfacciata, greve e romantica. Un viaggio che Sandra Petrignani ha affrontato dal primo momento raccontando chi sono i romani di oggi, recuperando con dovizia di particolari quella città che rischia sempre di più l’invisibilità dopo le “calate” di occupanti in giacca e cravatta che nella capitale vivono da saccheggiatori, da predatori di bellezza oltre la quale c’è una storia, un linguaggio, mille complicità e un codice: la passione.

Infatti Sandra Petrignani finalmente fa parlare la gente in dialetto, quello vero, che ha diverse sfumature tra un rione e l’altro, ci racconta del Ciriola che gestiva lo stabilimento balneare a Lungotevere, della sora Wilma che ricorda Cacarella e le Piscione quando passava la botticella con i cavalli. Ci racconta di un“de qua e un de là” per dire che il Tevere ha sempre, nei secoli, diviso la città facendo di Trastevere uno dei rioni più rissosi e malfamati.   L’antica erboristeria dei frati, le Mantellate, gli stornelli che erano veri e propri racconti orali oggi dimenticati. Ma l’operazione della Petrignani, attenzione, non è nostalgica. Ha solo rimesso le cose a posto. Una città è di chi ci vive, e lei ha fatto parlare scrittori, registi, giornalisti, fruttaroli, panettieri, strappandola a quel ricatto che oggi è certa banalità mediatica. Roma, come raccontano i personaggi del libro, è sempre stata una capitale aperta a tutti e dal grande cuore. A tale proposito ricordo una storia emblematica.   Il terribile 16 ottobre del ‘43, quando iniziò il rastrellamento degli ebrei, anche il cielo annunciava ciò che si stava per consumare. Pioveva, e una certa sora Celeste, popolana considerata un po’ “toccata”, da Trastevere, affannata, attraversò Ponte Garibaldi per raggiungere il Ghetto.   Aveva saputo, da fonti sicure, quello che era il piano dei nazisti.   “Scappate, vi giuro che è la verità”.   Urlava. Ma le famiglie ebraiche non la presero in considerazione.   «Ve ne pentirete! Se fossi una signora mi credereste … ». La sora Celeste con gli occhi spiritati, sciatta e fradicia voleva impedire con tutte le sue forze quella che è ancora oggi la grande ferita. Superò il Tevere mettendo a repentaglio la sua vita. Quando si dice “er core de Roma”…

(Dal “Corriere Nazionale”)


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1 commento

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Sandra Petrignani: “E in mezzo … — 6 Settembre 2010 @ 23:18

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