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LETTERATURA: Scrittori Lucchesi: Lorenzo Viani: “Angiò, uomo d’acqua”

1 Aprile 2010

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

Viareggio ha una parlata tutta sua, un po’ scanzonata, e non intelligibile se uno non è nato lì. Tra Lucca e Viareggio si pratica una specie di sfottò, per cui i Viareggini mettono in risalto l’avarizia dei Lucchesi, e negli spettacoli popolari che si tengono, ad esempio, nell’estate, in pineta, le varie compagnie che si alternano sul palco gareggiano a dirne di più grosse in modo da far scompisciare il pubblico che, sapendo di che si tratta, vi accorre sempre numeroso. I Lucchesi sono un po’ più riservati e si limitano a dire che i Viareggini lavorano quattro mesi l’anno, quelli ossia della stagione balneare e, nei mesi restanti, bruciano tutto il guadagno, beati, come le cicale, del non far niente.

Quanto il Lucchese è parsimonioso e prudente, un po’ conservatore, tanto il Viareggino è azzardoso e geniale. Carrara, poi, che le è vicina, a un tiro di schioppo, le ha passato, in più, una fiatata d’aria anarchica, sicché i Viareggini si accendono facilmente e sono sempre pronti a fare una qualche rivoluzione.

Viani è proprio così, figlio spiccicato della sua terra. Lo è stato nella vita, nelle pitture, nei romanzi. Al principio della passeggiata sul molo, così piena di folla in estate, quel busto che si vede, che tutti osserva, è il suo, che i Viareggini vollero a perenne ricordo.

Quando, nel 1928, uscì “Angiò, uomo d’acqua”, Viani aveva già pubblicato: “Ceccardo”, del 1922; “Ubriachi”, del 1923; “Parigi”, del 1925; “I vàgeri”, del 1927. Seguiranno: “Il Bava”, del 1932; “Storie di umili titani”, del 1935; e, postume (Viani morì nel 1936, a 54 anni): “Barba e capelli”, del 1939; “Gente di Versilia”, del 1946; “La polla nel pantano”, del 1955 (Pea morirà tre anni dopo l’uscita di questo romanzo, nel 1958).

Già i titoli la dicono lunga sulla materia ispiratrice del suoi lavori, ed anche del suo stile legato così strettamente alla gente della sua terra.

Questo è l’incipit di “Angiò, uomo d’acqua”, assai significativo di che cosa andremo a leggere: “Il «Dedalo » era la terza volta che assommava la prua di sotto l’onde che, frangendosi sul taglia mare, sommergevano la coverta. Il barco, soprafatto dal gravame delle acque, rimaneva incantato sulla procella. I tuoni stritolavano sulle murate, i lampi tramutavano in fuoco i velacci e il sartiame, il piovasco tagliava la faccia ai naviganti e pareva gli forasse i panni incerati. I marinari, colle mani polpe, si tenevano alle caviglie confitte sulla murata per non essere travolti dai vortici spaventosi.”

Siamo intorno alla metà dell’Ottocento. Il nano Angiò (realmente esistito con il nome di Angelo Bertuccelli, “alto da terra cinque palmi e sette dita”), il quale è a bordo della nave come marinaio, promette a Dio che, se questa volta si salva, non s’imbarcherà mai più. Così, finita la tempesta – si trovava “al largo delle spiagge di Calabria” – va dal capitano e gli manifesta la sua intenzione. Se sei destinato ad affogare – gli dice il capitano – puoi anche morire dentro una pozzanghera. Ma lo lascia sbarcare, così “Angiò insaccò i panni, si pose sul capo la magnosa, larga come uno scudo di tartaruga, calzò le spardiglie, s’infilò il ràgane. La massima del capitano gli aveva però sconturbato il sangue.” Questo è Viani, ma il lettore non si deve spaventare, perché il romanzo offre, al termine, un “glossarietto” che aiuterà a districarsi tra le parole.

Focoso di carattere, Angiò squadrava ognuno come se dovesse aggredirlo da un momento all’altro; piccolo di statura, però, era oggetto di scherni da parte della “ragazzaglia”. Reagiva tirando fuori il coltello “catalano”, ma i ragazzi a quella vista fuggivano; allora: “gittò il coltello in terra, con tutta la sua forza, e ve lo immerse fino al manico, s’aggomitolò intorno all’arma e pianse dirotte lacrime.” Suoi amici sono Abbriccafame, Mangiasanti, Occhialetto, Sciamana, Giudizio, Naso a Peperone, Gioasse, Baldoria, Rincucché, e insieme formano la “compagnia dei trascurati”, ossia un gruppo di persone di cui la gente si prende gioco. Presto Angiò “si dannò carne e ossa; oltraggiava i Santi, il paradiso, si arrovellava contro le divinità e mandò anche delle maledizioni alle anime dei poveri genitori: – Perché m’avete ingenerato, Dio vi maledica!” Come vicini di casa ha certi pescatori (“navarchi”), “stangoni d’uomini sopra il metro e ottanta, con delle stiame di braccia e di gambe che a spaccarle ci sarebbe uscita una catasta.”

Si ha la sensazione, leggendo Viani, di trovarci nella Darsena di Viareggio a discorrere di cose di mare, con il linguaggio proprio dei navarchi. Pochi hanno fatto uso del parlare popolare, così assoluto ed invasivo, imbastendo una storia che vive e si anima di esso. Quando Angiò si decide a sfare il giuramento e ad attrezzare una piccola barca, promette di non spingersi “più in là di un uomo d’acqua.”, facendo sorridere i compagni, che accennano appena – per paura – che se lui intende riferirsi ad un uomo della sua statura, a ben poca distanza potrà inoltrarsi sul mare. Ma non ardiscono dire di più, giacché chi ha cominciato a parlare “non poté finire che il nano, spennando coda e cresta e raspando la sabbia colle gambe come un galletto marzuolo, gli andò sotto il viso e gli urlò: – Se il termine di misura fosse alto come te, lo scorcerei a coltellate.” Il padre del nano, uomo di mare anche lui, era soprannominato, quand’era in vita, “Scannato” e alla moglie che aveva avuto solo aborti, aveva minacciato di rispedirla a casa sua, se non gli avesse dato un maschio. Allorché, di ritorno da una navigazione, vide la creatura in fasce, disse solo: “È tutto lì?” e andò a rintanarsi all’osteria. Viani ci narra la storia di questo marinaio sbertucciato da tutti, ma orgoglioso e ribelle, mai sottomesso, sebbene non abbia avuto la fortuna dalla sua parte. “Da bimbo il nano fu colto dalla quartana, dalla migliara e dal mal maligno e gli uscì sotto un pomodoro infiammato, a cagione di ciò lo tenevano sempre seduto sopra un paiolo capovolto e lo ungevano con l’unto che rimane nel culo delle padelle.” La sua crescita si accompagna ai nomignoli che più gli assomigliano e che la gente gli affibbiava non appena lo scorgeva per strada. Così fu chiamato “Lebbra”, poi “Salacchino”, “Beo di fogna”, “Giulebbe”, “Cassandra”, “Sgomento”, “Zottino”, “Fegatino”, “Beduino”, “Tappo di barila”, “Gramignolo”, Tappo di botte”; il padre lo chiamò “Gerusalemme in coccorone”. Ne ebbe via via altri. Per questo soprannome avuto dal padre, gli rinfacciò: “me le lego tutte al dito, e quando hai la bocca in terra invece di darti una mano ti ci inghiozzo.” Non riusciva a crescere e a diciassette anni era sempre nano, che invece di alzare la statura, “sfiancò; il collo divenne doppio, le spalle si tarchiarono e anziché sviluppato sembrava si fosse rincagnito verso la terra.” Dunque, un essere umano perseguitato dal destino, il quale si compiace di infierire su di lui, che però non si piega, e accumula un odio che non nasconde, ma corre ed esplode in tutta la sua persona. Ci racconta, Viani, che “Avvenne che s’intabaccò d’amore al suo paese con una ragazza che pareva tolta di sugli altari”. La notte le fa la serenata, accompagnandosi con la chitarra, ma la finestra della ragazza resta chiusa. I nottambuli gli girano intorno e si burlano maliziosamente di lui. Ci metto io una buona parola, Angiò, devi avere costanza, gli dicono, prendendolo in giro. Ma finì che la giovane andò in sposa ad un altro e Angiò prese la via del mare, girando il mondo. Poi, “Il giuramento, a Dio, lo restituì alla terra e ne seppe la perfidia e la magagna.” Fello, un gigante, “l’uomo più alto del paese” diventa suo amico. È un uomo “buono e temerario”, a cui piace scherzare, soprattutto coi ragazzi, ma “se il mare rompeva al largo travolgendo uomini e barche, e la gente domandava aiuto, era lui il primo che si buttava a picco dall’ultima gettata del molo e faceva come il delfino arco sull’onde che la testa l’ingavonava al fondo. Era sempre Fello che, come il cane mastino, riportava a riva stretta tra i denti la cima della salvazione.”

Quando Fello, detto anche “Marzocco”, loda la muscolatura di Angiò, e lui, tutto tronfio, la esibisce con fierezza, il nano dà all’amico questa risposta: “Mi sentirei di strozzare il Drago. Vedi, se ne avessi qui un requesto, sarei capace di far piovere sul paese màcine di molino e camallarle come pennecchi di stoppa.” “Ferrone” sarà un altro dei suoi nomignoli, come pure “Dragomanno”, “Spacca-porte di ferro”, “leone”, lupo”. Molte delle parole usate da Viani sono scomparse tra il popolo; solo i più anziani le ricordano. L’opera acquista così un valore immenso, aperta ad ogni studio, un deposito di ricchezza straordinaria da far spalancare gli occhi di stupore ad un novello Aladino. Il romanzo, che, come si è detto, si rifà ad una figura veramente esistita, racconta una storia di esseri umani afflitti dalla sfortuna come se ne leggono tante, anche oggi; ma raramente troviamo la storia incorporata in un linguaggio che la permea tutta. La vera storia è quella del linguaggio, e sulle parole prendono forma i personaggi, manifesti nella loro intimità grazie proprio a quelle antiche parole. Viani era più che consapevole che la sua scelta, così insolita nelle patrie lettere, avesse questo preciso significato e una tale conseguenza sui suoi personaggi. Del resto, anche nella pittura ebbe una originalità assoluta, essendo i suoi dipinti distinguibili subito, all’impronta, tra mille.

Angiò continua a scansare la gente; solo con Fello si trova a suo agio, anzi se ne sente il tutore, essendo il gigante un uomo buono ed ingenuo. Dagli altri cerca di tenersi alla larga, temendone gli sberleffi. Ogni volta che ne scorge qualcuno da lontano (i funai, i ragazzi), si nasconde, ma quelli riescono sempre a scoprirlo e si divertono a irriderlo. Una volta che scorse sulla riva del mare un gruppo di ragazzi, entrò in acqua tutto vestito e avanzò fin tanto che non gli arrivò fino al collo, poi “si piegò sulle ginocchia e immerse il capo sott’acqua e durò il tuffo fino a che non gli scoppiò il sangue dagli orecchi che fece levare sulla superficie tante piccole bollicine laccate. Quando non ne poté più, lento come un palombaro, messe fuori la voltata del cranio, gli orecchi e quando assommò la bocca dette una soffiata d’acqua come un pesce mostruoso. Una matta risata strepitò dalla riva.” La sua condizione di perseguitato affiora spesso nel suo lamento rivolto a Dio: “Ma un Dio per me non c’è su nei Cieli?” Allorché si trova in compagnia di Fello, ogni tanto cita i versi della “Gerusalemme Liberata” del Tasso, “che sapeva a memoria”. Sono i suoi momenti più spensierati, quando la poesia – lui e Fello seduti davanti al mare – lo avvolge e lo conduce in un mondo lontano. Racconta a Fello l’avventura dei ragazzi, e gli rivela che l’essere stato per tutto quel tempo in acqua (“ero stato a molle come uno stoccafisso per tre quarti d’ora”) gli aveva procurato un ronzio agli orecchi, “come intronati da tufa marina e ho la testa indalocchita, tal che se la tragitto di qua e di là mi par imbozzita d’acqua.” Il consiglio che, in risposta, gli dà Fello non è che una pratica che si faceva anche ai tempi della mia infanzia, e forse si fa ancora oggi. Anche a me, e a tanti altri ragazzi, capitava di avere intronati e imbozziti gli orecchi a seguito del bagno che facevamo nel fiume Serchio. Come si riusciva a risolvere il fastidio e chiamar fuori l’acqua dagli orecchi? Proprio come Fello suggerisce di fare a Angiò: “Se prendi due ghiaie di fiume pulimentate dal corso perenne dell’acqua di monte e te le porti all’altezza degli orecchi e insieme le fratti, susciti un suono come d’acqua corrente che ti muove quelle stagnanti nel capo.”  “Ricordami tutto alla foce del Magra”, gli risponde il nano. Altre volte diventa una furia e pare ammattire, come nel momento in cui incontra sulla spiaggia carri di contadini, trainati da bovi, che si presentano a raccogliere i rimasugli (la “straccatura”) che il mare ha trascinato a riva. Guai a loro! “La straccatura è per diritto sancito della gente che è stata a repentaglio coll’Oceano.” Li scaccia, tirando fuori il coltello catalano e “attorcinò con una mano la frogia di un bue e dié una strappata: la bestia avvincò il collo, muggì, rinculò, il timone sgrugnò la bestia aggiogata al carro dietro e tutte le carra si percossero insieme come i vagoni di un treno dopo il cozzo di una macchina. Le bestie s’alzarono sulle zampe, fecero ritrecino della sabbia, spolverandola intorno. Fremiti d’ira trascorsero in tutte le membra e le cervici fecero le corna al cielo.” Immagine bellissima, che conserva il fascino del suo tempo, proprio grazie alla parola. Come lo conservano questi altri nomi: Giovanni di Meacco, Drea di Peporo, Angiò di Traicche, Giandò di Mafù, Togno di Calempore, Luigi di Giuraddondiana, Marzo di Baucca. Che sono persone, “capoccia della Migliarina”, che si son fatte l’idea che il nano, che aveva “navigato sulle spiagge delle Calabrie”, fosse venuto in possesso di un “libro fatato”, con il quale poteva mandare sortilegi nefasti a chiunque, leggendo “il tomo all’ora che le civette sfalcano dalla frappa dei lecci al tetto delle case”. Perciò, si mettono in testa di privarlo di quel libro. Scopriranno che, in realtà, non è altro che il “Portolano”, una raccolta di proverbi per i marinai: “Quando torni dal mare bacia la terra e vatti a lavare.”, Monte Cristo incappucciato/stai nel porto ben legato”, e così via; nonché, allo stesso tempo, un diario che Angiò ha tenuto durante le sue molte navigazioni, sul quale ha perfino annotato i soprannomi “uditi navigando l’Oceano”, che sono numerosi e significativi. Basti citarne alcuni, dopo quelli dei marinai versiliesi che abbiamo già indicato: Trebesto, Caccarè, l’Assassino, Balloccioro, Pattana, Cicciottoro, il Diaule, Pitoro, Bettelemme, Lo Sproccoso, Sbucchiapini, Masticabrodo.  Vi annota perfino i “nomi di cane portati in navigazione”: uno di questi si chiama Mangiadebiti. Come si vede, il nano Angiò non è soltanto un tipo ombroso e violento, bensì anche un attento osservatore della realtà. Sa perfino dipingere; non solo, ma quando, con Fello, va a trovare il pastore Sirizio, spesso viene richiesto di raccontare qualche sua favola o qualche sua storia di mare. Angiò non si tira indietro ed è un buon raccontatore. Narra di un naufragio e i superstiti, il brigante Salardo e il Gatto Mammone, riescono a salvarsi raggiungendo a nuoto un’isola dove comandano i topi, la “famosa” Isola dei Topi. Qui nasce una guerra tra le due parti. Il nano ne è preso: “Tale era l’enfasi che aveva colto il nano che, nella narrazione, egli prendeva ora le muovenze del gatto, ora quelle titaniche di Salardo e saltava ora verso Fello ora verso Sirizio e gli occhi gli friggevano nel sangue.”

La paura di dover morire in mare continua, però, ad ossessionare Angiò. Un giorno che si trova sulla barca con Fello, presso la foce del Magra, li sorprende una tempesta. Fello lo vede tremare e deve fargli coraggio. Quando tutto è passato, Angiò confessa all’amico: “lui lì mi chiama a sé con quegli urli, e lui lì, quando ha detto ha scritto.” L’espressione “lui lì”, abbreviata anche in “lullì”, è tipica della terra di Lucchesia. Non è, invece, tipica dei marinai Viareggini la paura del mare. Il navigare, l’hanno nel sangue, e mettono in conto tutti i rischi, compresa la morte. Mario Tobino ne parla spesso, specialmente nei due libri: “L’angelo del Liponard e altri racconti di mare” e “Sulla spiaggia e di là dal molo”, in cui ricorda, fra l’altro, proprio Viani (“Lorenzo nacque da un pastore della Lucchesia”, e rammemora con dispiacere il periodo in cui da anarchico si avvicinò al fascismo) e anche Pea, “scrittore versiliese scoppiettante di ammicchi e allusioni” che, sempre un vulcano di idee, aveva preso a Viareggio il Politeama, “un baraccone di legno, una pagoda, panciuta e ridanciana balena tramutatasi in teatro” e vi teneva spettacoli. Angiò è un po’ fuori da questa tradizione, anche se nel carattere è viareggino spaccato. Le parole del capitano del “Dedalo”: se era destino che perisse affogato, ciò poteva succedergli anche “in un bozzo di strada”, non solo non lo hanno più abbandonato, ma tornano a farsi sentire con una frequenza sempre più ravvicinata. È con questa paura che ora deve fare i conti. Dunque, il mare è diventato per lui il mostro che sta in agguato, pronto a ghermirlo. Ha perso per Angiò tutto il suo mito e il suo fascino: “Vile”, lo chiama. La sua paura aumenta il suo odio verso il mare e nello stesso tempo lo incita e lo lusinga ad una sfida: “Fuori s’udiva l’implacabile nemico”. Sa che il mare ce l’ha con lui per quel giuramento, ma Angiò gli grida: “Se ho fatto il giuramento l’ho fatto a Dio medesimo che ti creò il terzo giorno, al padrone del mondo. Mio e tuo!” Il dramma del nano è ora tutto scritto. Ne dobbiamo solo seguire gli sviluppi e la impari lotta. Ci domandiamo: il mare può perdonare ad un marinaio che lo abbandona per paura di morire tra i suoi flutti? “Il mio sterminio è stato deciso”, pensa tristemente Angiò. Che se la prende anche con Fello, colpevole di condurlo in luoghi in cui è esposto agli sberleffi degli altri, come quella volta che andarono di notte a pescare le “anguille cieche”, al molo di Viareggio (“le cee”). Così ogni tanto inveisce duramente contro il compagno, minacciandolo di botte, pur essendo Fello un gigante: “pare pieno di semola, le gambe gli fan cilecca e il capo taneo. Ha un mannello di stoppa sulle spalle e par che sollevi la terra. Tra tre giorni è spedito agli eterni riposi. È pien di vento e forandolo sfiata e si acciuccigna come una vessica di porco.” Infine “si spaiò da Fello” e per un po’ di tempo i due non si salutano neppure. Sembra che tutto il mondo ce l’abbia con Angiò, e che lui, a ricambio, ce l’abbia col mondo con un accanimento e una rabbia maggiori: “son dieci anni che io bevo alla tazza del veleno.” Sospetta di tutti e di tutto un po’ come Gesualdo Motta, il protagonista di “Mastro don Gesualdo” di Verga. Dunque: un vinto anche lui?

Quando incontra sulla spiaggia un pittore malridotto e fiaccato dalla sventura, prende le sue difese e l’aiuta. Il pittore ama il mare: “Soltanto il mare mi consola col suo canto.” Ma Angiò, di rimando: “lui lì è il peggiore nemico dell’uman genere., e allorché il pittore gli confida che vuole dipingere il naufragio del Dedalo e il miracolo dello scampato pericolo da parte di Angiò, il nano ne è entusiasta, fino a che non vede il dipinto e scopre che il pittore lo ha raffigurato sotto la forma di “un uccello in croccia” (ossia, sul trespolo); allora va su tutte le furie e impone allo sventurato di non tornare mai più sulla spiaggia, poiché, come gli aveva già detto la prima volta che lo vide dipingere di fronte al mare: “dovete sapere che siete in terreno che per diritto sancito è di spettanza dei vecchi naviganti dell’Oceano.” Scaccia anche un nano e un nero gigantesco che fanno parte di una compagnia ambulante, trovati a passeggiare di notte sulla spiaggia. Ma non si accontenta di spadroneggiare. Compra alcune scatole di fiammiferi e ne fa una poltiglia fosforescente che si spalma sul viso, così che, uscito di notte, spaventa la gente, che crede si sia in presenza del demonio: “Nel bujo pesto la testa di Angiò cominciò a rilucere di bagliori fosforescenti che la aureolavano, sotto l’ombra verde dei cipressi pareva una gigantesca lucciola.” I paesani si serrano tutti in casa spaventati e pregano; e Angiò, acceso di furore e di cattiveria (“quel che mi fa friggere nell’ira non è l’allegria schietta e giovevole, ma è lo sbeffo”), libera e sevizia il bestiame, entrando nelle stalle: “Il demonio aveva straziato le bestie, tagliato gli orecchi ai ciuchi, reciso le froge ai buoi, scalciate le code ai cavalli, risegolate le zampe alle pecore, incicciato i maiali, strozzate le galline, smusati i conigli, accorate le scrofe.” Quella notte Angiò dormì placidamente come non gli succedeva da tempo e sognò che molti paesani, spaventati da quella singolare apparizione, si erano suicidati nei modi più bizzarri: “appiccati con capello di donna a un cornocchio di granoturco”;una dozzina, fatto un baston pontuto, l’aveva confitto nei solchi, poi eran saliti sui pioppi più alti e ci s’eran buttati sopra a picco a bocca aperta e il bastone aculeato gli era entrato davanti e gli usciva di dietro.”; Le donne, riscaldati i forni, c’entravan dentro con una mela tra i denti e ci uscivano scheletrite colla mela cotta e l’andavano a mangiare davanti ai mariti impalati a quel modo.” Gli fa compagnia nel sonno un corvo parlante. Conan Doyle (nell’interpretazione che del suo romanzo: “L’avventura degli omini danzanti” ha dato, nel 1944, Roy William Neill con il film: “Sherlock Holmes e l’artiglio scarlatto”), Hieronymus Bosch e Edgar Allan Poe sono presenti dal momento del mascheramento fosforescente fino all’epilogo del sogno.

Ancora il mare: “Eppure mi vuol biasciare, ciancicare, ciccare, rivoltarmi a su’ piacimento giù tra ‘l limo e poi risputarmi qui tra la su’ bava. Mi vuol far compatire tra i trascurati il giorno che mi troveranno gonfio come un boddone, straccato tra le ceppe dei ginepri.” È una lotta, una sfida, che hanno del disumano e del tragico, come in “Moby Dick”.

Prima che la sfida entri nel vivo, Viani ci fa allontanare dal mare in direzione della montagna, dove la miseria più nera affligge quelle popolazioni: “Nei casolari delle Pizzorne, su quelli inerpicati sullo schienale della grande Pania e da tutti i monti che avvallano tra chiostre sonanti d’acque, la gente raccolta intorno ai focolari ascolta lo scoppiettìo della scorza di pino e la romba del vento che porta di forra in forra ululi umani e bramiti di bestie randagie. I vegliatori si stringono uno tocca l’altro, si addossano alla parete bollente come quella di un forno e la brace tinge i lor volti di carminio e l’ombre son calde di fuliggine. Corrono i tempi della carestia.” La voce di Viani si è fatta drammaticamente possente, come nella tragedia greca, o nel canto di Omero. La natura, dunque, è ora pronta ad accogliere la sfida tra il mare, “potenza arcana”, ed un uomo generato sgraziato ma indomito. Angiò sale in barca in “Un’alba armoniosa come un novilunio.”, “L’acque eran tanto limpide che si scorgevano i fondali, i remi ribollivano argento.” Ma non appena esce dal molo, ecco che il mare lo sente, si agita, solleva il gozzo e ad Angiò “il cuore gli s’empì di commozione”. Sa che è giunto il momento: “Il mare sollevato oltre i poggi empiva del suo orrore sonante le dàrsene, il bosco sconvolto, ritorto, squassato ne dilatava lo strepito con la sua romba piena di gemiti.” Sarà Fello, arrampicatosi sul faro nel tentativo di aiutare Angiò a salvarsi, ad assistere all’ultima, titanica e definitiva, sconfitta del vecchio amico.


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