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LETTERATURA: STORIA: I MAESTRI: “Tutta la guerra” di Giuseppe Prezzolini

31 Dicembre 2008

di Geno Pampaloni
[dal “Corriere della Sera”, martedì 10 dicembre 1968]  

Questa terza edizione di Tut ­ta la guerra di Giuseppe Prezzolini (ed. Longanesi, pagg. 546, lire 2.600) non capita davvero a buon punto. Il suo stesso sottotitolo: «Antologia del popolo italiano sul fronte e nel paese » è già motivo possibile di contestazione, non riconoscendosi più alla borghesia, indubbiamente classe guida nel ’15-18, di rappresentare il popolo ita ­liano.
II Prezzolini fonda il suo lavoro sui concetti di «nazione » e di «unità nazionale », oggi impopolari, controversi o al più inattuali. Fa spazio all’eroismo, che viene invece legittimato ed esaltato solo in quanto unito alla protesta, e altrimenti con ­siderato come una manifesta ­zione di ingenuità strumentaliz ­zata dalla repressione. Riflette, pur nel pragmatismo tipico del ­lo scrittore, l’ispirazione idealistica, nuovamente più «supe ­rata » che mai. E ancora. La nostra storiografia è impegnata, spesso in modo molto serio, a ricostruire il volto dell’Italia neutralista, dissidente o addirittura reni ­tente, contrapposta, come più autentica, a quella « ufficiale ». Ciò che appartiene all’area del consenso (e Tutta la guerra, nel chiaroscuro delle diverse te ­stimonianze umane e lettera ­rie, è fondamentalmente un’an ­tologia del consenso, e sia pure del consenso critico) è defini ­to retorica, inganno e frutto o spia di un’insidiosa intolleranza. La nobile equazione stabilita da Barba Piero (Jahier): « il do ­vere di comandare è uguale al dovere di ubbidire », a proposi ­to, figuriamoci, del saluto militare, è, più che respinta, spez ­zata. Il testamento di Nazario Sauro: «prima italiano, poi pa ­dre, poi cittadino », è, nella qua ­si generale coscienza, rovescia ­to nella sua graduatoria. La re ­ligiosità solenne di Scipio Slataper, che arrivò a turbare la nostra giovinezza: « Si sente che è vicino Dio sul campo di bat ­taglia », appare estranea o abor ­rita. Di recente, per un’altra antologia di scritti di combat ­tenti, persino Adolfo Omodeo non è sfuggito alla qualifi ­ca di fascista. Soltanto il ricordo, o meglio la coda di pa ­glia, di Praga ci esimerà dal vedere assimilato a precurso ­re nazista Gaetano Salvemini quando riassume l’opera di Ce ­sare Battisti come «organizza ­zione e conquista socialista ed eccitamento e difesa nazionale ».
Molto, molto tempo è dunque passato da quando il Prezzolini mise insieme la sua antolo ­gia per l’editore Bemporad (la prima edizione apparve nel ’18, la seconda, qui riprodotta, nel ’21); attorno a noi è un cimi ­tero di valori, che ci sembra, leggendo, di rivisitare mossi da un sentimento di pietà storica (ma anche questo sentimento, e anzi forse questo per primo, è entrato in crisi profonda).
Del resto, proprio nelle pa ­role di un cattolico impegnato di allora, Eugenio Vaina, troviamo esplicita l’anticipazione di un mondo che non avrebbe risparmiato processi. Il mite profeta dell’autocritica, che seppe offrire la giovane vita alla lotta « necessaria, giusta e santa » nei primissimi mesi di guerra, incarna il momento più puro e sacrificale della continuità delle generazioni: « in sincerità di spirito mi auguro che tanto progredisca per il no ­stro sforzo l’umana civiltà da poter questa nostra lotta essere oggetto di biasimo e di pietà per parte dei nostri figlioli ». Che è concetto di oggi detto con l’umiltà e la delicatezza di ieri. Su un piano di vigoroso storicismo laico anche le pagi ­ne qui riportate di Umberto Zanotti Bianco fanno risuonare un motivo simile; battendo sul pericolo, non solo politico ma morale, che il tragico olocau ­sto della guerra si riveli sol ­tanto, « senza il trionfo del di ­ritto e della libertà », una gran ­de illusione: «il più doloroso insulto gettato da una civiltà impotente a tutti coloro che sono morti con questa fede nel cuore ».
E infine, accanto ai poeti più celebri, come dimenticare l’allora sconosciuto ventenne Cor ­rado Alvaro: la sua cantilena dell’uomo indifeso, confuso nella moltitudine delle sofferenze, stretto al nudo presepio del suo destino: il suo accento così con ­temporaneo di «creatura »? «Non dire alla povera mamma che io sia morto solo. Dil ­le che il suo figliolo più gran ­de, è morto con tanta carne cristiana intorno »
Ecco dunque, anche attraver ­so queste minime spigolature che l’antologia del Prezzolini ci si presenta tutt’altro che «trion ­falistica » e invece molto meno lontana da noi di quanto si sa ­rebbe immaginato. La coscien ­za nazionale tende a identificarvisi con una disinteressata tensione di umanità. Direi che se un eccesso di enfasi percor ­re le sue pagine, non sia l’en ­fasi nazionalistica ma se mai il correlare troppo strettamen ­te la Patria a una sua presunta missione. « Fu il momento dell’Italia. Vi assicuro che era bellissimo », scrive oggi l’autore. La conclusione del processo unitario del Risorgimento sembrava dovesse aprire le porte alla redenzione sociale. Il tema dell’antologia non è celebrati ­vo, ma educativo.
Quando licenziò per la prima volta i fogli del suo libro («dicembre 1917, dopo Caporetto »), egli pensava agli insegnanti, alle scolaresche, a una destina ­zione   moralizzatrice,   intesa     a rivelare   quale   fosse   stato,   in sacrifici, dedizione,   generosità, il   prezzo     della     guerra:     quale immensa somma spirituale l’Ita ­lia vi avesse investito per il suo rinnovamento.     Come   al   solito aperto e spregiudicato, intendeva introdurre, al pari dei giovani     d’oggi,     la   politica     nella scuola:   «Non si tema dì por ­tare i giovani alla discussione di idee generali, a proposito di fatti   contemporanei ».     Il   compilatore     dell’antologia     partecipava della medesima temperie che univa i migliori di   coloro di cui trasceglieva gli scritti, fossero essi letterati, o cronisti, o popolani, o semplicemente testimoni. Ritrovava naturalmente nelle pagine e nei diari di guerra la generazione plura ­lista e illuminata che aveva chiamato a raccolta su «La Voce ».
Per questo Tutta la guerra su ­pera le divergenze storiografiche e rimane inaspettatamente attuale, perché rispecchia con immediatezza una realtà uma ­na che, si sente, è congeniale al suo autore; esprime, prima che un giudizio, una fraternità. L’entusiasmo (così raro in lui) che questa volta anima il rea ­lismo del Prezzolini, non è ri ­volto all’Italia « ufficiale » ma ad un’Italia creatrice di storia. Agli storici stabilire quale fu la parte della mistificazione e quale quella della verità. Per mio conto rimango alla verità di Renato Serra, epigrafe per ­fetta per il lettore di oggi a un libro di mezzo secolo fa: «Quando tutto sarà mancato, quando sarà il tempo dell’iro ­nia e dell’umiliazione, allora ci umilieremo: oggi è il tempo dell’angoscia e della speranza ».


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