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LETTERATURA: Thomas Müntzer – Il ribelle tedesco, anticipatore dell’utopia socialista #2/2

30 Luglio 2011

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

Il giovane principe Giovanni Federico, nipote e erede designato di Federico il Saggio, già associato al governo della Sassonia, così commentava con un suo fido collaboratore nell’agosto 1524: “Passo giornate tremende a causa di quel demonio di Allstedt. Gentilezza e lettere non servono. La spada che è stata stabilita da Dio per punire chi fa il   male deve essere usata con energia. Anche Carlostadio sta agitando qualche cosa e il diavolo vuol diventare padrone”. In questa citazione tra l’altro c’è un riferimento ingiusto riferito a Carlostadio, che, convocato dai Duchi Sassoni assieme a Lutero per fornire spiegazioni, rimase vittima di quel sospetto e fu costretto ad emigrare in Turingia. Giovanni Federico, influenzato dai consigli di Lutero, la cui autorità nella Sassonia era indiscussa,   fece espellere dal Paese il tipografo che aveva dato alle stampe gli scritti di Müntzer e diede disposizione affinché tutti i suoi  scritti venissero sottoposti a censura preventiva dal parte del governo ducale di Weimar. Per il parroco di Allstedt gli spazi di manovra si facevano sempre più stretti. Egli tuttavia, pervaso da una incommensurabile fede nel Signore, sperava che rientrasse negli imperscrutabili “piani” dell’Onnipotente una grande insurrezione tedesca; una vera “rivoluzione” – questa almeno la sua convinzione – che sarebbe dovuta partire proprio da Allstedt, da lui considerata ormai la sua città. Il ribelle tuttavia, abituato ormai da tempo a confrontarsi con le insidie degli avversari, avrebbe presto    fiutato il pericolo, e nell’estate del 1524, solo un anno e mezzo dopo il suo insediamento, abbandonava in gran segreto la sua parrocchia, dirigendosi a Mühlhausen, dove c’era stata una fortunata sollevazione contro il Consiglio. Soggiogato dalla personalità di Müntzer, il capo degli insorti, Pfeiffer, un monaco che aveva abbandonato la tonaca per darsi alla lotta clandestina, cercò di allargare la base del movimento, rivolgendosi ai contadini e ai proletari dei sobborghi vicini. Anche questa volta, grazie al rinnovato quanto deciso intervento di Lutero, Müntzer sarebbe stato costretto a lasciare la città dopo solo alcuni mesi (fine di dicembre), trovando tuttavia ancora tempo di fare stampare un manoscritto: “Esplicita messa a nudo della falsa fede del mondo infedele mediante la testimonianza del Vangelo di Luca esposto alla misera compassionevole cristianità per rammentarle i suoi errori. Thomas Müntze con il martello. Mühlhausen 1524”. Anche in questo caso riappare un’immagine già usata nel nell’Antico Testamento (Geremia); quel “martello” sarebbe riapparso secoli dopo nell’iconografia cara ai lavoratori… Ricomincia così il suo esilio itinerante, ospite di amici devoti, come il mercante di libri di Bebra, Hut, a lui fedelmente legato e che aveva diffuso molti dei suoi scritti. A Norimberga avrebbe fatto una piccola sosta, rendensosi per l’occasione conto che   il suo prestigio cominciava ad accusare colpi: troppi e troppo agguerriti i “nemici” con cui era chiamato a confrontarsi. Il suo sarebbe diventato un peregrinare irto di pericoli, impegnato com’era a difendersi dall’anatema di Lutero e dagli scritti offensivi di Melantone che, nella sua Historie di Thomas Müntzer, oltre ad accusarlo di ogni nefandezza, come quella di “pretendere” prima di ogni predica un rapporto sessuale con la più bella   delle convenute, arriva ad affermare: “Dio dovette accordare a questa città una particolare protezione, perché Thomas non ci rimase. Infatti se a Thomas fosse andata bene, c’era da temere che si sarebbero potuti verificare disordini moto più gravi che in Turingia…”. Proprio in quel periodo Müntzer avrebbe redatto ed indirizzato   ai suoi fidati “compagni” quello che sarebbe stato l’ultimo libro da lui fatto stampare: “Confutazione altamente motivata e risposta alla carne senza spirito che vive mollemente a Wittenberg e che vive in modo manifesto, mediante il furto della Sacra Scrittura, ha macchiato miseramente la compassionevole cristianità”. Dopo   l’incessante impegno a denunciare i falsi profeti, adesso era arrivato alla conclusione di smascherare una volta per tutte l’ipocrisia di Lutero. Lo scritto è un durissimo attacco al monaco “che viveva mollemente a Wittenberg” e che da Müntzer viene senza mezzi termini così definito: “Benché cieco, vuoi essere guida dei ciechi nel mondo e vuoi incolpare Dio con la tua infangata umiltà del fatto che sei un povero peccatore e un verme velenoso. Del libero arbitrio, costruito con il tuo fantasioso intelletto dal tuo Agostino, hai ricavato davvero una cosa blasfema: disprezzare con insolenza gli uomini. Hai confuso la cristianità con una falsa fede e non la sai ragguagliare là dove c’è bisogno”.. Il manoscritto, pur essendo immediatamente sequestrato in base a quanto aveva stabilito il principe Elettore di Sassonia, avrà tempo e modo di passare di mano in mano e di essere letto soprattutto dalla povera gente, adesso in grado di possedere informazioni sulla vera natura di Lutero e sulle sue ipocrisie. Nel frattempo era esploso l’entusiasmo degli Anabattisti per la vita e la predicazione di Müntzer, che, espulso anche da Norimberga, si era rifugiato nell’alta Svizzera (Schaffhausen) nella metà di ottobre del 1524, da dove continuava imperterrito la sua opera di proselitismo, avendo sempre di mira le angherie perpetrate dai ricchi potenti nei confronti dei contadini privi di ogni tutela e diritti. Ci restano di quel periodo alcuni scritti molto sofferti, che magari non si possono ascrivere direttamente alla penna di Müntzer, ma sono la testimonianza di un diffuso malcontento.  Particolarmente violento il linguaggio con cui veniva descritta la classe dominante: “…   Ma dove sono andati a finire i tiranni e i violenti che si appropriano d’imposte, pedaggi e tasse e sperperano così vergognosamente ciò che dovrebbe spettare alle casse comuni e servire alle esigenze del paese? E guai a chi trova da ridire e si mostra sdegnato: finirà come un traditore al palo, decapitato e squartato; un cane rabbioso viene trattato con maggiore pietà”.  Si profilava ormai imminente la lotta e per questo impari confronto c’era da coinvolgere masse sempre più   numerose di “sfruttati”. Dalla Svizzera alla Sassonia c’erano ormai i presupposti per una sollevazione generale che avrebbe potuto portare all’auspicata grande rivoluzione tedesca. E proprio ispirato da questa convinzione che Müntzer, irresistibilmente spinto dalla missione che gli covava dentro, avrebbe presto abbandonato le regioni meridionali per avventurarsi verso il nord. Nei pressi di Fulda viene arrestato e poco dopo rilasciato senza essere riconosciuto. Sarebbe stato proprio quello il periodo in cui  sarebbe diventata  più intensa e capillare la sua attività di divulgatore itinerante. A Memmingen, anche se alcuni parlano di  Waldhut, furono scritti i “Dodici Articoli dei contadini”, documento reso pubblico sulla piazza di Ulm il 12 febbraio 1525   e che rimarrà una pietra miliare nella storia di rivendicazioni di questa classe sociale. Gli “Articoli” che   riguardavano la religione e la società, avevano un forte sapore di “giustizia restituita”. Essi  affondavano le loro radici nelle rivendicazioni che avevano portato alla guerra degli hussiti, conclusasi tragicamente con il rogo dell’eretico Hus (1415). Era stata proprio questa sollevazione popolare, repressa nel sangue (1420), a costituire il grande segnale, capace di illuminare la prima storia delle lotte contadine. Erano “rivendicazioni” legittime di una classe di individui fondamentalmente quieti che – almeno all’inizio – richiedevano soltanto la restituzione di ciò che originariamente avevano posseduto, quando vivevano ancora da uomini liberi in libere comunità. I 12 “Articoli” avrebbero costituito un elenco preciso e articolato di alcuni diritti fondamentali, goduti da tempo immemorabile e poi a poco a poco  abrogati dall’uso e dalla consuetudine imposti dai Principi e dai Signori. Quindi oltre alla parte religiosa, efficacemente delineata già nel primo articolo – “Le nostre Comunità avranno diritto ad eleggersi i loro Parroci e questi dovranno predicare la parola di Dio unicamente secondo il Vangelo” – ; viene affrontata anche quella sociale con indicazioni precise sul pagamento delle “decime in grano da servire al sostentamento dei parroci” e sulla restituzione ai contadini della “uccellagione,  pesca e boschi”. Ma la parte più decisamente “rivoluzionaria” sarà quella che riguardava la dignità dell’uomo, precisando quello che diventerà da allora in poi un “imperativo” categorico: “Sarà soppressa la schiavitù, perché Cristo col prezioso suo sangue ci ha tutti redento senza distinzione”. I motivi di queste rivendicazioni, che traevano ispirazione e forza dalla stessa Bibbia e soprattutto dall’indescrivibile miseria che attanagliava intere masse di contadini, non potevano   essere disconosciuti dallo stesso Lutero che pubblicò in proposito una “Esortazione alla pace a proposito dei dodici articoli dei contadini di Svevia” in cui c’erano dei moniti precisi contro gli “sfruttatori” di quelle masse indifese e bistrattate: “Questo dovete saperlo, cari signori! Dio fa sì che non si possa né si voglia, né si debba più tollerare oltre la vostra pazzia. E se non lo fanno questi contadini, altri lo dovranno fare; e se anche li uccideste tutti quanti, ancora non sarebbero eliminai, perché Dio ne desterebbe altri”. Questo scritto non doveva riuscire a placare l’inquietudine operosa che continuava ad animare Müntzer e che lo avrebbe   portato nel mese di marzo del 1525 nel cuore minerario della Sassonia. Qui  avrebbe trovato un ambiente in cui già divampava una vera rivoluzione portata avanti dai contadini e dai minatori. Probabilmente incoraggiato dal  ruolo assunto dalla moglie Ottilie von Gersen, che assieme ad alcune sue compagne si era fatta promotrice di azioni di appoggio,  il monaco “ribelle”sceglie come sede operativa Mühlhausen e spera da lì di stabilire accordi con gli Svevi e i Franconi, per dare uno sbocco più largo alle sue legittime rivendicazioni. Nel frattempo era riuscito a conquistare la simpatia di molti tessitori, categoria messa a dura   prova dalla crisi economica che allora gravava sulla Germania intera.  Proprio dal territorio minerario di Mansfeld aveva già indirizzato un accorato quanto bellicoso appello ai minatori; appello contenuto nella “Lettera ai cittadini di Allstedt: “Fratelli amatissimi! Il puro timore di Dio anzitutto. Fino a quando dormirete? Fino a quando non riconoscerete la volontà di Dio che a parer vostro vi avrebbe abbandonato? Ah, quante volte ve l’ho detto che deve essere così! Dio non può continuare a rivelarsi, dovete resistere e abbandonarvi a Lui! Se non lo fate, il sacrificio, il doloroso crepacuore, è inutile; e dopo dovrete ricominciare a soffrire daccapo. Vi dico questo: se non volete soffrire per amore di Dio, allora sarete per forza martiri del diavolo. State perciò in guardia, non perdetevi d’animo, non lasciatevi andare e smettetela di adulare false chimere ed empi malvag. Incominciate, combattete la battaglia del Signore, è il momento giusto!… Balthasar e Bartel! Krumpf e Bischof, procedete come si deve. Fate avere questa lettera ai compagni minatori. Il mio stampatore arriverà tra pochi giorni; me l’hanno comunicato, per adesso non posso fare altrimenti. Vorrei far capire io stesso ai nostri fratelli che il loro cuore dovrebbe diventare molto più grande di tutti i castelli e di tutte le armature degli empi malvagi di questa terra. Su, su, su, finché il fuoco brucia! Non lasciate che la vostra spada si raffreddi nel sangue…” Lo scritto, datato e firmato (Datum Mühlhausen, anno 1525 ,   Thomas Müntzer, un servo di Dio contro gli empi -) sarebbe stato redatto il 26 o 27 aprile del 1525. La fideistica convinzione di Thomas Müntzer di essere nel giusto e soprattutto di poter contare sull’aiuto di Dio, era  suffragata solamente da tutta una serie di citazioni tratte dal Vecchio Testamento. Il “fanatismo” – e qui aveva ragione Lutero – che ormai si era impadronito del suo spirito e di quello dei suoi trecento fedelissimi, sarebbe stato presto fatale per lui e la sua causa. Lo scontro che ormai si profilava come inevitabile vedeva schierate masse di contadini,  protagonisti di un programma provocatoriamente e duramente antifeudale, ma esclusivamente   animati  da un violento odio per un’oppressione secolare. Alla prepotenza dei Principi e della classe dei nobili opponevano giustamente un forte rancore, ma niente di alternativo alla società che volevano distruggere. Ciò spiega i fatti salienti della “loro” guerra e l’animosità criminale degli avversari, che ebbero buon giogo a rappresentarli e a combatterli come terroristi.    Lutero, anche se personalmente lontano dai teatri dove si stavano preparando gli scontri, seguiva da Wittenberg le notizie molto preoccupanti con cui venivano descritti sia il dilagare delle rivolte e sia la spietata determinazione con cui le stesse venivano combattute. La risposta cruenta e impietosa dei Principi era considerata uno strumento di legittima difesa contro gli assalti improvvisi dei castelli che masse di contadini affamati e disperati di volta in volta intraprendevano.. Si stavano così delineando le premesse che avrebbero di lì a poco portato ad uno scontro assolutamente improponibile tra contadini sommariamente armati e Principi dotati di veri eserciti,  equipaggiati tra l’altro con le più moderne attrezzature belliche. Lutero, letteralmente sconvolto dalla piega molto pericolosa che stavano assumendo eventi potenzialmente fatali per il futuro dei Principi e della sua stessa Riforma, si scatena contro il contadino sedizioso, che “deve essere combattuto come un cane rabbioso, perché, se non l’ammazzi tu, esso azzannerà te e tutta la contrada con te“; questa e altre espressioni ancora più crude e spietate, sarebbero state contenute nella pubblicazione “Contro le bande ladre e assassine dei contadini”, redatta nell’aprile del 1525, e pubblicata solo a guerra conclusa. Una pubblicazione “disumana” nei confronti dei contadini e del suo capo, Thomas Müntzer, che ancora oggi continua ad essere giudicate semplicemente “odiosa”. Ormai si profilava come inevitabile l’impari scontro tra militari ben armati ed esperti in operazioni belliche e un’orda indistinta – si parla di cinquemila contadini raccogliticci e soprattutto armati con mezzi di fortuna quali roncole e forconi -. Intorno al 12 maggio del 1525   Müntzer partiva con trecento eletti, in parte vecchi compagni della “lega degli Eletti” di Allstedt, sempre fermamente convinto che la sua missione fosse voluta da Dio. La reazione dei potenti dell’Assia fu particolarmente dura. Essi scossi dalle notizie provenienti da gran parte della Germania, temettero a ragione che si stava per mettere in pericolo non solo i loro feudi, ma la loro stessa esistenza. Di lì a poco sarebbero stati schierati gli eserciti  dei sette Principi elettori e il 14 maggio 1525 avrebbero conquistato Frankenhausen. Proprio in questo territorio,   nonostante gli appelli di Müntzer, riportati in modo subdolo e fuorviante da Melantone nella sua “Histoire”, la battaglia si sarebbe rivelata disastrosa per i trecento eletti e gli ottomila contadini. Per questa volta il “particolarismo” tipico della Germania venne superato e la coalizione contro l’incombente pericolo fu convinta a determinata. L’animosità, l’odio con cui i “fedeli” di Müntzer affrontarono quella carneficina sono ancora oggi considerati una delle pagine più buie della storia tedesca. Gli incitamenti con cui lo stesso Müntzer e alcuni improvvisati “comandanti” aizzavano gli animi – “Su, su, su”! – Dran, dran! – sarebbero diventate  il grido di battaglia dei Lanzichenecchi. Il monaco improvvisatosi doveva assistere impotente a quella carneficina, che avrebbe lasciato sul campo ben cinquemila contadini. Il 16 maggio del 1525, a battaglia praticamente conclusa,  il langravio Filippo d’Assia faceva un resoconto a Riccardo di Treviri, che fa poco onore all’appellativo “il Magnanimo” di cui si fregiava: “Se ci avessero consegnato Thomas Münster col suo seguito, avremmo accettato una resa a discrezione. Ma la risposta si fece attendere; allora spostammo la nostra artiglieria su un monte vicino a loro, i facemmo pervenire velocemente la nostra fanteria e la nostra cavalleria e ordinammo quindi all’artiglieria di puntare contro di loro tenendo la più breve distanza possibile. Quando però i contadini videro ciò che stava succedendo, scesero dalla montagna verso la città, scappando dove era possibile; e noi dietro con i nostri ad incalzarli e trafiggere tutti quelli che ci capitavano sottomano. Poi prendemmo d’assalto anche la città e la conquistammo, le persone che vi si trovavano furono ammazzate e la città fu rasa al suolo; e così con l’aiuto di Dio quello fu per noi un giorno di trionfo e di vittoria, e ne siamo debitamente riconoscenti all’Onnipotente, con la speranza di aver eseguito e portato a compimento un’opera buona”. Münster sarebbe riuscito a scampare all’eccidio, ma casualmente scoperto da un lanzichenecco, fu portato davanti al duca cattolico Giorgio di Sassonia e da questi consegnato come bottino di guerra al suo primo e peggior nemico, il conte cattolico Ernesto di Mansfeld, che lo gettò nella torre di Heldrungen per farlo torturare; proprio sotto tortura avrà modo di sottolineare i criteri cui si era ispirato durante la sua ultradecennale “missione” sociale e a riepilogarne i contenuti:  “Questo è stato il loro programma e questo hanno voluto conseguire, omnia sunt communia, e ad ognuno doveva essere distribuito secondo le sue necessità, secondo opportunità”. In molti hanno intravisto proprio in queste laconiche affermazioni il nucleo di dottrine che caratterizzeranno l’epoca moderna. Alla fine di maggio 1525 il prigioniero fu trasferito a Mühlhausen e qui crudelmente giustiziato. Si parla molto del “turbamento” di Lutero, che di sicuro aveva parecchio da rimproverarsi per i suoi rapporti conflittuali con quello che era stato un compagno di lotte e soprattutto di fede. Il Monaco, che da Wittenberg guidava il movimento religioso che avrebbe cambiato la Germania e l’Europa intera, si rinchiuse in una stanza per un giorno intero Da allora, nonostante le sue parole continuassero ad essere  piene di risentimento contro quel compagno di fede che aveva fatto una scelta radicale ma coerente, il padre della Riforma sembra essere perseguitato dal fantasma di  un uomo fondamentalmente pio e timorato di Dio e che lui aveva combattuto con tanto livore. Il Monaco di Eisleben che aveva da tempo abbandonato la lotta scegliendo una vita più tranquilla e tradizionale con la fida Katharina da cui avrà sei figli, tradisce la cupa oppressione di una coscienza sempre più buia che dispera del regno dei principi e del corso del mondo. La fine cruenta di Müntzer avrebbe finito col ripercuotersi inevitabilmente anche sulla moglie, Ottilie von Gersen rimasta incinta e sul piccolissimo figlio; la vedova, sopravvissuta al sanguinoso massacro di Frankenhausen, andava errando nel più totale abbandono e chiese formalmente al Duca Giorgio di Sassonia l’autorizzazione di tornare in convento per trovare un ricovero sicuro. Di   Müntzer, nonostante le maligne e false biografie curate da Melantone e dai suoi seguaci, rimane un ricordo accattivante. Era povero e tale rimase fino alla morte. Dalle rare illustrazioni che lo dipingono viene fuori un personaggio fiero, pienamente convinto della sua missione di poter rendersi utile alla causa dei contadini e dei ceti più bistrattati. Con i principi non fu mai servile e proprio a loro indirizzò in diverse occasione i suoi scritti più infuocati. Ma la società tedesca del tempo non era per nulla pronta ad   ascoltare messaggi del genere, anzi, a sentire un altro personaggio “profetico”, il poeta Heinrich Heine, ci avrebbe alcuni secoli prima di conquistare una decente coscienza civica“… Ahimè! se scorro l’intera storia tedesca, noto che i Tedeschi hanno poco talento per la libertà civica, al contrario hanno imparato sempre con facilità la schiavitù, sia teorica che pratica, e hanno insegnato con successo questa materia non solo a casa loro, ma anche all’estero. I Tedeschi sono stati sempre i ludi magistri della schiavitù, e ogni volta che si doveva incidere nei corpi e negli spiriti la cieca obbedienza, allora veniva assunto un insegnante tedesco. Siamo stati anche noi a diffondere la schiavitù in tutta l’Europa e come monumenti di questo diluvio universale generazioni di Principi tedeschi siedono su tutti i troni d’Europa”.

Ci piace in questo contesto chiudere con una lucida definizione di Karl Kautsky, un filosofo praghese di area socialista vissuto al tempo di Engels, e che di seguito riportiamo: “ Per quanto sia lontano il tempo in cui Müntzer ha sacrificato la vita per la sua causa, questa stessa vive ed è ancor più temuta che ai tempi di Müntzer. Le calunnie che ancor oggi preti e professori continuano a spargere sul grande avversario della Riforma dei principi e della borghesia non avrebbero senso se dovessero colpire soltanto l’uomo morto e non piuttosto il vivo movimento comunista”. Le teorie di Müntzer sono pervase da quel misticismo che i religiosi del tempo solevano attingere dalle sacre scritture. Le sue rivendicazioni, frutto di puro idealismo, erano innocenti e pretenziose al contempo, dato che perseguiva una completa comunione dei beni, essenza del cristianesimo delle origini, eliminazione di tutte le autorità, ripristino della legge basata sulla moralità e sulla preparazione a Cristo. Nella sua “preveggenza” il povero e umile predicatore di Allstedt, che si era fatto interprete di bisogni e di rivendicazioni del suo tempo. doveva costituire un   anticipatore di tematiche sociali, che   lì a poco si sarebbero state oggetto di studi e di riflessioni di politici come Engels e Lassalle e di storici come Zimmermann e Kautsky. Il giudizio di quest’ultimo studioso, attento osservatore dei fatti storici,   è pienamente condivisibile: “Il suo impeto e il suo dinamismo furono impareggiabili. Ma non per questo era una testa calda, né tantomeno un settario ottuso. Conosceva i rapporti di forza esistenti nello stato e nella società e faceva i conti con tali rapporti nonostante il suo entusiasmo mistico”.  

 (*) Daniele, è stato un profeta ebraico. Il Libro di Daniele che gli è attribuito è presente tra i Ketuvim secondo il Canone ebraico ed è catalogato come l’ultimo dei quattro grandi profeti nell’Antico Testamento cristiano. Da quello che si legge nel suo libro, Daniele, di nobile famiglia giudea, è un adolescente quando viene deportato a Babilonia. Per la sua saggezza conquista la fiducia del re Nabucodonosor e diventa funzionario di corte ed interprete dei sogni del re. La sua reputazione gli permette di continuare la sua attività dopo la conquista di Babilonia da parte dei Medi e dei Persiani avvenuta nel 539 a.C. Il re persiano Dario apprezza i suoi consigli ma dei nemici lo fanno cadere in disgrazia ed il re è costretto a gettarlo in pasto ai leoni.    Fedele al suo credo, Daniele evita miracolosamente il supplizio e si vede graziato.

 

 


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Bart