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LETTERATURA: Thomas Müntzer – Il ribelle tedesco, anticipatore dell’utopia socialista #1/2

15 Luglio 2011

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

Thomas, figlio di un artigiano benestante e di una contadina, nacque in un angolo della provincia feudale tedesca, a Stolberg nell’Harz, tra il 1489 ed il 1490. Nel 1506, compiuti gli studi preparatori   s’immatricolò nella facoltà delle arti dell’università di Lipsia, prima di spostarsi (sei anni più tardi) all’università di Francoforte sull’Oder, dove conseguì la laurea in filosofia e teologia. Non fu mai un umanista; troppo attratto com’era alle problematiche sociali, impegnato   a seguire le delicate ma secolari tensioni che negli anni della sua giovinezza cominciavano ad esplodere, troppo affascinato – come ebbe a dire egli stesso – dall’idea di “essere vicino al suo popolo” anche attraverso la scelta ecclesiastica. Quindi un vero “Pastore” a cui stavano a cuore le anime, ma che aveva anche occhi per riflettere sulle condizioni di quelle masse di contadini affamati e diseredati. Per questo motivo non fu mai tentato dalla   carriera accademica., preferendo proporsi prima come catechista in una scuola parrocchiale di Halle, poi come sacerdote ad Arschersleben, infine come predicatore – tra il ’16 ed il ’17 – nel convento di Frohse. Ma la vera scelta sarebbe venuta alcuni anni dopo, quando, non potendo ancora disporre di una parrocchia, ha fatto il missionario “itinerante”. Il suo innato spirito di servizio lo ha spinto ad abbracciare la causa dei più deboli, aiutandoli a prendere coscienza del loro sfruttamento. Il suo “apostolato” inizia nella Germania centro-settentrionale; instancabile nel visitare e informare le varie comunità, credendo anche lui come il suo confratello Lutero nella forza della “parola”. Questi continui spostamenti, sempre a piedi e fidando per le esigenze di sopravvivenza sulla provvidenza divina e sull’ospitalità di tanti compagni di fede, lo aiutarono a rendersi conto di persona delle varie situazioni di degrado in cui erano costrette intere masse di popolazioni e soprattutto i contadini, ancora sottomessi in molte regioni ad una disumana servitù della gleba. Generazioni intere di persone cui non erano riconosciuti diritti fondamentali, impossibilitati come erano di godere dei frutti della terra, di usufruire di quegli “usi collettivi” di boschi, prati e pascoli previsti dal diritto consuetudinario germanico, e poi progressivamente erosi dalla prepotenza dei vari signori locali, che per di più, oberati dai debiti per ristrutturare con sfarzo le loro residenze, li sottoponevano a vere e proprie angherie con pesanti esazioni feudali ed ecclesiastiche. Confrontato con quelle ingiustizie il giovane monaco maturava già allora riflessioni spontanee che avrebbero ispirato e guidato la sua azione: “è la più grande atrocità sulla terra che nessuno si prenda cura di coloro che sono in sofferenza, sicché i potenti fanno ciò che vogliono”. All’inizio del 1519   era a Lipsia dove Lutero assieme ad alcuni confratelli di Wittenberg era impegnato in una disputa religiosa con il più famoso teologo cattolico del momento, Johannes Eck, professore a Ingolstadt. Forse in quella occasione conobbe Lutero e lo seguì a Wittenberg, la cittadina sassone sede universitaria che cominciava ad imporsi all’attenzione del mondo accademico anche fuori dai confini del mondo germanico. In quella sede fu   anche lui uno di quegli   studenti che continuavano ad affluire da ogni contrada del nord Europa, attratti dalle letture bibliche e dalle prediche di Carlostadio, di Melantone, e di Lutero. Thomas aveva ventinove anni quando avrebbe cominciato a frequentare il gruppo del teologo di Eisleben, subendo il fascino di quei riformatori che puntavano tutto il loro prestigio sulla “parola” di Dio. L’incontro avrebbe lasciato tracce profonde sulla sua formazione; le denunce di Lutero erano condivisibili, lo sconcerto sulla corruzione della Chiesa di Roma e sulla strumentalizzazione delle indulgenze stava suscitando in Germania un’eco devastante. Dal maggio del 1519, per un anno esatto, si sarebbe ritirato nel monastero di Beuditz in qualità di padre confessore. Qui avrebbe cominciato ad imporsi la sua figura che così ci viene tramandata da chi ha avuto la fortuna di conoscerlo: “Piccolo di statura, con i capelli neri, pelle scura, sguardo di fuoco”. Connotati che faranno di lui un personaggio rispettabile, la cui figura incuteva timore e rispetto. Nonostante i giudizi articolati e non sempre univoci   dei suoi contemporanei, rimane una caratteristica indiscutibile la sua onestà intellettuale e la sua povertà di fondo, dato che povero era e tale rimase fino alla sua morte. Proverbiale il suo distacco dai beni terreni e la sua intransigenza nel predicare tenori di vita improntati ad una rigida severità: “Se volete diventare beati, dovreste allora finirla con l’idolatria di case e cassetti, togliere dalle pareti tutte quelle belle stoviglie di stagno e gettar via dai cassetti i gioielli, l’argenteria e il denaro; perché finché amerete queste cose lo spirito di Dio non abiterà in voi…”. Ovviamente in un individuo così impegnato e soprattutto “fanaticamente” pervaso da uno zelo più che religioso si possono riscontrare difetti di fondo, quali il non aver esattamente valutato il peso dei suoi interventi, tutti pervasi da un coraggio al limite della temerarietà. Come “Profeta” aveva dei punti di riferimento precisi ed incrollabili; la sua fonte prima rimaneva la sacra Scrittura e soprattutto quel Dio del Vecchio Testamento, capace di individuare e condannare gli “Empi”, esaltando al contempo l’azione degli “Eletti”. Questa fede illimitata nell’intervento di Dio, confortata da autorevoli esempi sulla storia dei “Profeti”,   fu la causa principale che portò al fallimento della guerra dei contadini e al sacrificio di migliaia di individui chiamati ad una lotta impari e disperata. L’utopia impossibile di Müntzer si fondava su una completa comunione di beni, che aveva costituito l’essenza del cristianesimo delle origini, accompagnata dal ripristino di leggi basate su una rigida moralità. In proposito ci piace riportare un giudizio dello studioso cecoslovacco Karl Kautsky, con laurea a Vienna e impegno sociopolitico in Germania, dove assieme a Agust Bebel sarà il cofondatore del Partito Socialdemocratico Tedesco. Proprio a Kautsky si deve forse l’immagine più fedele di quell’eroe tragico, dotato a tratti di forza messianica: Il so impeto e il suo dinamismo furono impareggiabili. Ma non per questo era una testa calda, né tantomeno un settario ottuso. Conosceva i rapporti di forza esistenti nello stato e nella società e faceva i conti con tali rapporti nonostante il suo entusiasmo mistico. Müntzer era superiore ai suoi compagni comunisti non tanto per senso filosofico o per talento organizzativo, quanto invece per la sua energia rivoluzionaria e soprattutto per la visione propria dell’uomo di stato” .

Münzter   nell’anno trascorso presso il monastero di Beuditz (maggio 1519) avrebbe approfondito lo studio della Bibbia, avendo occasione di riflettere e meditare in pace sull’evoluzione di quella sfida religiosa portata avanti dal gruppo di Wittenberg. Nel maggio dell’anno successivo, si dice su consiglio dello stesso Lutero, il suo cammino lo porterà a Zwickau, la città delle miniere e delle lane. Prima nella chiesa di S. Maria, poi in quella di S. Caterina ebbe modo di osservare da vicino due categorie sociali – i minatori e i tessili – che per motivi diversi fremevano d’irrequietudine e che si sarebbero presto imposte nel panorama socio-economico della nascente borghesia.   In quel periodo avrebbe conosciuto Nikolaus Storch, Markus Stübner e Thomas Drechsel; i tre, che avrebbero costituito il gruppo dei “Profeti” di Zwickau, erano influenzati dalle dottrine dei Fratelli Boemi, e come loro fermamente convinti dell’imminenza dell’avvento del “Regno Millenario”, la “Chiesa degli Eletti”. Essi ricusavano lo studio della teologia e consideravano gli uomini istruiti come manipolatori della parola di Dio. In quella periodo (1521) Müntzer era ancora affascinato dalle tesi luterane tanto da firmarsi “Emulus Martini apud domini”.  Subito dopo però – e questa rimarrà una costante nella sua vita “avventurosa” –   sarebbe entrato in rotta di collisione con   i “ricchi notabili” – die reichen Hansen – della città, contro cui aveva indirizzato le sue critiche, e questa sua presa di posizione, aspramente criticata dai   “Notabili” della città,avrebbe spinto il Consiglio cittadino di Zwickau a decidere il suo allontanamento, addebitandogli di :   “aver provocato la rottura della pace religiosa” e “aver istigato all’odio”. Müntzer,   convinto che la sua missione non fosse quella di rimanere impastoiato in beghe locali,   rinuncia ad ogni più che legittima azione di difesa e abbandona tutto per prendere la strada dell’esilio. Questa volta meta della sua peregrinazione sarebbe stata Praga, una città con un glorioso passato, dove era ancora   vivo il ricordo del “martire” Jean Hus e dei suoi seguaci. Ben presto nella capitale Boema si sparse l’eco della sua venuta, tanto che i professori dell’università di Praga lo invitarono a predicare. Proprio in quella città sarebbe dovuta sorgere la “nuova vera chiesa”, una chiesa rigenerata rispetto a quella corrotta e mondana di Roma e completamente diversa da quella elaborata a Wittenberg, da cui stava prendendo le distanze: “Non possono difendere la fede cristiana con una Bibbia che non sia stata messa in pratica, anche se cianciano tanto. Guai, guai a quei preti infernali che seducono così palesemente il popolo[… dicono gelidamente: chi ha creduto ed è stato battezzato è salvato. Questa e nessun’altra motivazione viene offerta agli avversari … Poiché il popolo ha tralasciato di curare l’elezione dei preti, è stato impossibile, prima dell’inizio di tale disinteresse, convocare un vero concilio. E in quelli che hanno avuto luogo, concili e sinodi del diavolo, non si è trattato che di fanciullaggini: campanari, calici, paramenti, lampade e chierici. Sulla vera e vivente Parola di Dio non si è mai aperto bocca e non si è riflettuto…”.   Proprio a Praga, dove imperterrito continuava la sua opera di proselitismo parlando nelle strade e sulle piazze,   avrebbe redatto alla fine di novembre del 1921 quello che viene riconosciuto come “Il manifesto di Praga”. Opera, che, redatta in quattro copie manoscritte, avrebbe costituito un documento fondamentale nella letteratura protestante. Essa ha il tono di una “confessione” aperta e personalizzata. A parlare   è lo stesso Müntzer: “ Io, Thomas Müntzer, nativo di Stoltberg e residente a Praga, la città del diletto e inclito lottatore Jean Hus, intendo suonare le squillanti e melodiose trombe con il nuovo canto di lode allo Spirito santo…”. A   questa breve presentazione fa seguito un duro attacco ai rappresentanti della Chiesa cattolica colpevoli di aver mistificato la parola di Dio rivelandosi come “creature”   del diavolo. Lo scritto, com’era costume del tempo, è ricco di citazioni del Vecchio Testamento. Da combattere erano soprattutto quei religiosi che con le loro false prediche fuorviavano il popolo privandolo delle giuste indicazioni per ottenere la fede, quella vera non quella “letterale e inesperta” che creava solo confusione. Dopo queste precise denunce, l’autore si rivolge direttamente ai suoi interlocutori con ammonimenti precisi; il suo è un linguaggio diretto, capace di scuotere le coscienze; un discorso indirizzato agli “Eletti”, a coloro che vogliono totalmente dedicare la loro vita a Dio, con la convinzione che Egli non li abbandonerà mai: “…E poiché intendo farlo accuratamente sono venuto, diletti Boemi, nella vostra terra non chiedendovi altro che di studiare con diligenza la parola di Dio dalla sua stessa bocca, mediante la quale voi stessi potrete vedere, udire e comprendere in che modo gli ottusi preti hanno traviato il mondo intero. Per amore del sangue di Cristo aiutatemi a combattere codesti nemici della Fede! Voglio svergognarli agli occhi vostri con lo spirito di Elia. Poiché è nella vostra terra che comincerà la nuova chiesa apostolica che si estenderà in ogni luogo. Sono a disposizione del popolo in chiesa, sul pulpito, perché mi interroghi e voglio dare ad ognuno una risposta soddisfacente e se non saprò provare tale maestria, che io sia un figlio di questo mondo, della morte eterna. Non ho pegno maggiore da offrire. Ma chi disprezzerà la mia esortazione è dato già ora nelle mani del turco. L’anticristo in persona, l’avversario di Cristo, regnerà come fuoco che divampa lestamente; ma tosto quegli darà il regno di questo mondo ai suoi eletti in saecula saeculorom. Data in Praga nel giorno di Caterina, nell’anno del Signore 1521.

Thomas Müntzer vuole adorare un Dio non muto ma parlante”.
Questo appello avrebbe seguito la sorte di tanti altri da lui fatti e venne inghiottito dal disinteresse proprio di quelle masse a cui era rivolto. Anche a Praga, città che per prima aveva beneficiato dei privilegi assegnati da Lutero a chi avrebbe abbracciato la nuova fede, cominciava a farsi strada un certo disagio nei confronti di un religioso autodefinitosi fustigatore di costumi non in sintonia con la parola di Dio. La grassa, sonnolenta Praga non era disposta né a lasciarsi intimidire dalle infiammate prediche di Müntzer, né a ributtarsi in un’avventura rivoluzionaria come quella di Hus. La ricca nobiltà praghese reagiva a quelle sollecitazioni con chiari segni di insofferenza e così al monaco errante, che era entrato in città nel settembre 1521 e aveva affisso il suo manifesto il primo novembre, fu fatto capire che il suo tempo era trascorso. Ricominciava così dalle mura della città di Praga, che era stato costretto ad abbandonare, l’itinerario “pastorale” di quel monaco senza pace, letteralmente ossessionato dall’idea di portare a più gente possibile il suo messaggio religioso e sociale. Per tutto il 1522 sarà un continuo peregrinare per i monti della Turingia e alcune città sassoni vicine. Erfurt, Wittenberg, Weimar, Halle,   Nordhausen costituirono alcune delle brevi tappe di questa sua missione itinerante. Da Nordhausen sembra sia stato lo stesso clero a cacciarlo, mentre a   Wittenberg avrebbe avuto un “franco” confronto con   Lutero ed alcuni fanno risalire proprio a quella occasione l’inizio delle “incomprensioni” con il predicatore di Wittenberg, che, segnato dall’editto emesso nei suoi confronti nella Dieta di Worms,   aveva assunto toni moderati nella speranza di salvare la sua “Riforma”, puntando su un’azione di riappacificazione, accompagnata da pressanti inviti rivolti alle autorità per combattere e respingere con la forza ogni tentativo di attentare all’ordine costituito. A questa presa di posizione luterana, da lui non condivisa, avrebbe reagito con una serie di lucide osservazioni, condite da epiteti di certo non edificanti affibbiati all’ex monaco agostiniano, : “Lutero dice che i poveri hanno quanto basta loro nella fede. Non si accorge che l’usura e le tasse impediscono a molti di ricevere la fede? Dice   che la Parola di Dio è sufficiente; non si rende conto che gente che spende ogni minuto del suo tempo per procurarsi il pane non ha tempo d’imparare a leggere la Parola di Dio? I principi dissanguano il popolo con l’usura e considerano loro proprietà i pesci degli stagni, gli uccelli del cielo e l’erba dei prati e il dottor Bugiardo dice ‘Amen!’. Con che coraggio parla il dottor Posapiano, il nuovo papa di Wittenberg, il dottor Comodone, il gaudente adulatore? Egli dice che non ci dovrebbe essere ribellione, perché Dio ha dato la spada all’autorità, ma il potere della spada appartiene alla comunità intera. Nel buon tempo antico il popolo assisteva quando si rendeva giustizia , per impedire che le autorità pervertissero la giustizia, ma ora esse l’hanno pervertita. Devono essere gettate giù dai loro scranni. Gli uccelli si vanno radunando per divorarne i cadaveri”. Meta delle sue prediche anche la cittadina di Allstedt, situata vicina alla grande miniera di Mansfeld e appartenente al Principe Elettore Federico il saggio, famoso per la sua tolleranza. In   questa località sarebbe riuscito a farsi eleggere pastore nella Pasqua del 1523; così a trenta anni Müntzer avrebbe avuto finalmente una parrocchia e di lì a poco anche una moglie dello stesso suo ambiente, essendo stata una monaca…Condizioni queste che avrebbero potuto consigliargli una “nuova” vita se non avesse continuato a privilegiare il suo entusiasmo “mistico” e soprattutto la sua voglia di incidere sulla storia delle Germania. In questa sua nuova avventura aveva preso le distanze dall’impostazione classica del riformatore di Wittenberg e del suo più stretto collaboratore, il serafico intellettuale Melantone. Rimaneva una certa identità di vedute con Carlostadio, che presto avrebbe fatto scelta simile alla sua, rinunciando ai piccoli benefici della parrocchia e tentando di essere in tutto uguale ai suoi fedeli,   improvvisandosi contadino per raggiungere un’autonomia anche economica. L’azione di Müntzer in questo periodo è chiaramente indirizzata agli strati più bassi; il suo obiettivo rimaneva quello dell’affrancamento dei ceti in “sofferenza”, non trascurando di modificare anche la liturgia. In questa sua nuova veste avrebbe introdotto significative modifiche, già nella Pasqua del 1523 e quindi ancor prima di Lutero, abolendo la messa latina (“è mia ferma intenzione venire in aiuto della povera decaduta cristianità affinché possa vedere, udire e comprendere che quei disperati e scellerati papisti le hanno rubato la sacra Scrittura…”). Tuttavia non furono solo queste le iniziative a cui si dedicò in quel periodo, che vide la pubblicazione di tre scritti liturgici e due teologici. Ma forse l’episodio che doveva avere gravi ripercussioni sull’asseto politico del territorio fu la creazione di un’avanguardia di credenti – la “Lega degli eletti” -, i cui componenti, indottrinati dalle campagne contro i simulacri “sacri”, presto si sarebbero messi in luce per un’azione violenta contro la cappella mariana di Mallerbach.   L’elezione a parroco di Allstedt   gli aveva quindi consentito di dare un carattere di stabilità alla sua vita fino ad allora “randagia”,, anche se Müntzer non era il tipo di crogiolarsi nelle mura domestiche; troppo forti le tentazioni per dare impulsi nuovi ad una società ancora preda dell’oscurantismo medievale. Presto, nonostante i consigli alla cautela di Carlostadio e i suggerimenti di Melantone, preoccupato assieme a Lutero per il crescente consenso che continuava a mietere quel monaco ribelle,   a prevalere sarebbero stati ancora una volta i   suoi sogni di impegno sociale, che lo faranno assurgere al ruolo di paladino delle cause dei più deboli. La sua azione e soprattutto le sue infiammate prediche finirono con l’avere un incredibile ascolto presso gli strati popolari più bassi, di cui stava interpretando bisogni e rivendicazioni. Presto avrebbe trovato in questa sua nuova missione compagni di lotta; quei trecento volontari disposti a   seguirlo incondizionatamente e a cui inviava messaggi estremamente chiari: “dar corpo e animo l’uno per l’altro”. I potenti della zona, come il Conte di Mansfeld, giustamente preoccupati per l’azione dirompente che avrebbero potuto assumere i continui inviti a non sopportare supinamente quelle condizioni di vita disumane, tentarono in tutti i modi di mettergli o di attutirne gli effetti, vietando espressamente ai loro sudditi di assistere alle sue dirompenti prediche. A comporre quel pericoloso scontro sarebbe intervenuto lo stesso Principe elettore, Federico il saggio, che nella sua moderazione avrebbe anche tollerato quel ribelle “visionario”, cui andavano le simpatie anche di Erasmo da Rotterdam, sempre cauto ad esporsi. In molti ormai avevano intuito il carattere sociale oltre che religioso di quelle prediche infiammate in cui si potevano intravedere larvate istigazioni alla rivolta. All’inizio del 1524 sarebbero andati in stampa altri scritti di Müntzer, come la predica   dal titolo “Protesta o indignazione di Thomas Müntzer di Stoltberg nello Harz, pastore di   Allstedt, riguardante la propria dottrina e, per cominciare, la giusta fede e il battesimo”. L’altra pubblicazione risalente a questo periodo ha un titolo più impegnativo, diretto com’era ai “laboriosi e diletti duchi e rettori della Sassonia”.   Qui per la prima volta c’è un esplicito invito ai Duchi di intervenire, facendo propria la determinazione con cui nel Vecchio Testamento avevano agito i profeti, ispirati dallo Spirito Santo. Al troppo cauto consigliere Lutero, sempre prono e   compiacente nei confronti dei “suoi” Principi, si sostituisce adesso il temerario Thomas che affronta il problema sociale e chiama a partecipare a quella lotta di emancipazione persino coloro, contro cui quella lotta sarebbe dovuta essere indirizzata.   La predica, che di sicuro avrà creato imbarazzo e disagio ai Duchi presenti, si conclude con un invito inequivocabile: “…Bisogna sradicare la zizzania dalla vigna di Dio al tempo della mietitura, allora il bel fulvo frumento metterà radici stabili e crescerà diritto. Ma gli angeli che affilano per questo la loro falce sono i servitori di Dio, che adempiono lo zelo della saggezza divina. Siate dunque coraggiosi. Colui al quale è dato ogni potere in cielo e sulla terra e vuole avere per sé il governo vi preservi nel modo più caro per sempre. Amen”   Ma Müntzer non si limitava alle prediche; da uomo d’azione qual’era continuava a infiammare i proseliti esortandoli ad agire nel nome di Dio e del suo messaggio universale. I destinatari delle sue esortazioni non erano adesso solo contadini, ma ad essi si sarebbero dovuto aggiungere i minatori particolarmente numerosi in quella regione ed in grado anche di ricorrere alle armi. Il parroco di Allstedt, convinto della necessità di estendere le zone potenzialmente sensibili al suo messaggio,   era impegnato ad allargare il suo campo di riferimento ad altre comunità vicine, tra queste anche quella di Orlamünde dove operava Carlostadio, anche egli profondamente deluso dal “pacifismo” camuffato dei riformatori di Wittenberg. Quell’operosità “pericolosa” di Müntzer costituiva una spina nel fianco dello stesso Lutero, che proprio in quel periodo – marzo del 1524 – redasse la “lettera ai principi di Sassonia sullo spirito di sedizione”. Era un chiaro tentativo di prendere le distanze da quel movimento eversivo, denigrando il suo capo: “Questa gente di Allstedt svillaneggia la Bibbia e si pavoneggia con lo Spirito, ma dove ne mostrano i frutti, l’amore, la gioia, la pace e la pazienza? Non vi occupate di loro, finché si limitano al servizio della Parola. Lasciate che gli spiriti contendano tra loro, ma, quando c’è chi sguaina la spada, che si tratti di noi o di loro, dovete farvi avanti. Dovete mettere il colpevole al bando. Il nostro compito è semplicemente quello di predicare e di soffrire. Cristo e gli apostoli non distrussero immagini e chiese, ma guaagnarono i cuori con la Parola di Dio. L’uccisione degli empi dell’Antico Testamento non è da imitare. Se questi tali di Allstedt vogliono eliminare gli empi dovranno fare un bagno di sangue, ma voi siete stati stabiliti da Dio per mantenere la pace e non dovete dormire”. Il duca Giovanni, sollecitato da quella precisa denuncia, non può fare altro che citare Müntzer in giudizio, convocandolo al castello di Weimar. L’accusa principale era quella di aver costituito una associazione eversiva –   la “Lega degli Eletti” – e di diffonderne il messaggio. Infatti il predicatore di Allstedt, dotato com’era di insolite qualità oratorie, non si stancava mai di aizzare fedeli e uditori con infiammate “prediche”, in cui erano frequenti le citazioni dell’antico Testamento e il ricorso alle visioni dei “profeti”, spesso chiamati alla lotta contro gli “empi”.

 


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Bart