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LETTERATURA: Tino Vittorio – Storia del mare. Questione meridionale come questione mediterranea – Selene Edizioni, Milano 2010

13 Settembre 2011

di Alfio Squillaci

Prenderò l’abbrivio del resoconto di lettura del libro di Vittorio un po’ alla larga. E avvierò la mia recensione da un’osservazione che può sembrare del tutto frivola e peregrina –   ma che, si vedrà, tale non è   – rispetto alla   scintillante e informatissima Storia del mare   che ho appena finito di leggere. Sentite questa: c’è chi sostiene che il format televisivo “Il grande fratello” non poteva nascere che in Olanda (infatti è prodotto dalla società televisiva olandese Endemol che lo ha esportato in tutto il mondo), per via del fatto che in quel Paese si è già avvezzi a spiare la vita degli altri prima che nei reality nella realtà attraverso quei grandi finestroni delle case spalancati sulla pubblica via, che offrono squarci di vita alla mercé dello sguardo di tutti. E questi finestroni, con grandi vetri a quadri,   sono il risultato di una architettura che deve avvantaggiarsi il più possibile della luce solare così scarsa in un paese umido e avvolto nelle brume per molti mesi dell’anno (mentre nei paesi mediterranei avviene tutto il contrario e ci si difende dal sole con scuri, persiane e veneziane ma si spia ugualmente la vita degli altri in maniera più obliqua   e contorta, vedendo non visti)…

 

Ora, la catena di inferenze che abbiamo appena rilevato: format televisivo-spiare apertamente la vita degli altri-finestroni-sfruttamento della luce-brume,   è una mera   bizzarria o una catena logica assistita da un accettabile buon senso, ossia da un fondo di verità? La cosa detta così sembra del tutto oziosa o degna al massimo di una neghittosa conversazione ferroviaria. Ma trasportata   nella cultura alta porta a interrogativi che hanno occupato menti di tutto rispetto, quelle ad esempio del secondo illuminismo francese, dei cosiddetti idéologues, Condillac, Cabanis, Destutt de Tracy i quali si sono chiesti, partendo da impostazioni sensiste: qual è l’influenza del physique sul moral?,   ricomprendendo nel primo termine un dato esogeno, una variabile indipendente (il clima, l’assenza di luce) che interagisce   su un comportamento individuale, un fatto della vita sociale (l’osservazione voyeuristica della vita degli altri). Gioverà anche ricordare che tutta questa problematica, per nulla dozzinale e di secondo momento, confluirà poi, trovandone un’affascinante sistematizzazione, nel pensiero di Hyppolite Taine che ne La philosophie de l’art proprio a proposito di olandesi, di questioni di luce ecc, dirà che tutto il colorismo della pittura fiamminga (come anche di quella veneziana) è una risposta ottativa all’assenza di luce di quei luoghi. Insomma, Taine tratterà in quel libro straordinario una questione centrale non solo per la sua filosofia dell’arte, ma una questione che sta nel cuore di problemi immensi di filosofia della storia, riassumibile nella domanda: qual è l’influenza   dei fattori ambientali, sintetizzati nella parola-chiave milieu, sulla vita degli uomini, sulla loro storia? Ossia, fino a che punto, per dirla con Jules Michelet che non era estraneo a queste suggestioni (Tableau de la France),   la storia non è altro che geografia? Schema mentale nonché chiave interpretativa storica che non erano estranei neanche a Hegel quando nelle Lezioni sulla filosofia della storia parlava della situazione di natura, ossia della base geografica della storia del mondo: provate a immaginare infatti la storia dell’Egitto senza il Nilo, e quella dei Sumeri, Ittiti, Babilonesi senza i due fiumi Tigri e Eufrate e la loro terra che sta in mezzo, detta appunto Mesopotamia. (In questo caso la catena di inferenze è: fiume-abbondanza d’acqua-fertilità del suolo-sviluppo agricolo e zootecnico- cibo per tutti-benessere-potenza statuale e militare ecc).

 

Vedete che la questione che ci era parsa oziosa si complica maledettamente, ed è proprio tale questione, di interpretazione storica se non   di filosofia della storia, che sta al centro di questo libro dello storico dell’Università di Catania Tino Vittorio, ossia: vuoi vedere che la questione meridionale (storia) non è altro che una questione mediterranea (geografia), ossia una storia di mancato incontro dei peninsulari meridionali con l’elemento che li circonda da ogni dove: il mare? In sintesi: questione storica come questione geografica? Sembrerebbe di sì: «Il mare – scrive Vittorio – è stata una risorsa vocazionale, destinale, sottratta ai popoli mediterranei. La loro storia, dopo la sottrazione, è una sorta di preistoria, vicenda dimidiata, reversione del mito, mitizzazione di una distorsione antropologica: la terra ha preso il sopravvento sul mare, annichilendolo, prosciugandolo come opportunità su cui costruire la propria identità » p. 178. «Il Meridione d’Italia ha prodotto braccianti e rentiers terragni e banditi di terra, affollati in piccoli spazi, invece di ammiragli e pirati e navi. In questo lavoro ci siamo proposti di elencare le strategie di occultamento del mare e di imposizione della terra da cui le isole e le coste meridionali sono state abbagliate nell’età moderna » p. 179. Ancora: «Politica e terragna, istituzionale e terraiola, culturalista e terrazzana: queste le caratteristiche rappresentative della “questione meridionale”. Raramente è venuta in mente una rappresentazione del Sud focalizzata nelle sue coste, nelle sue marine, nei suoi porti. Questa assenza del mare nelle rappresentazioni del Sud è la “questione meridionale”: ideologia della provincia, provincialismo ideologico e ruralista o continentalista » pp. 98 e 99.

 

Vittorio suggerisce anche una data in cui nascerebbe ufficialmente il Mezzogiorno italiano contemporaneo come “questione meridionale”: il trattato di Tordesillas del 7 giugno 1494 che spartisce il mondo   al di fuori dell’Europa tra Spagna e Portogallo e segna il declino definitivo del Mediterraneo che «a quella data, era divenuto o stava per diventare mare periferico ed iniziava a farsi estraneo ai suoi stessi abitanti », p.47.   Ed è la successiva politica dei re spagnoli Carlo V e Filippo II che privilegiando una strada non di guerra e di mare, ma di terra e di difesa statica e mera amministrazione   a segnare per il Mezzogiorno d’Italia un destino “fisiocratico” di perenne “questione agraria” in cui il mare non bagnerà non solo Napoli ma tutto il Sud. Da qui una catena di inferenze: il “disarmo del Meridione”, la de-marzializzazione della sua nobiltà, tutta una serie di esiziali conseguenze, non ultima fra queste il proliferare di una pirateria e di una filibusta di terra (il brigantaggio, la mafia) mentre altri popoli, gli Inglesi, con la filibusta e la pirateria di mare andavano alla conquista del mondo, imponendo il loro sea power o quella “rivoluzione spaziale” di cui parla Carl Schmitt nel suo Terra e mare che non poteva mancare tra i riferimenti del lavoro di Vittorio.

 

Da un lato il libro di Tino Vittorio sembra raccordarsi a quel lavoro straordinario di Paul Bairoch, Lo sviluppo bloccato: succede nella storia che, per ragioni che possono essere rintracciate solo a ritroso, un luogo fino ad allora baciato dagli dei ( e lo era il nostro Sud almeno fino a Federico II) perde per una svolta improvvisa della storia   il contatto con la storia universale, e gli dei dello sviluppo se ne vanno lasciando quella regione, secondo una espressione che risale anch’essa al ‘500 (attribuita da Croce al dantista Morelli), come un “paradiso abitato da diavoli”.

Per altro verso più che una “storia” nel senso narrativo o saggistico questo libro si presenta come una gigantesca fantasmagoria critica con quasi un migliaio di testi citati nelle note, che sono la parte sommersa, stavo per dire marina, del lavoro di Vittorio – e sicuramente sta il sottotesto in rapporto di quantità al testo come il mare alla terra. Ricorrendo ad un modo di dire siciliano (sono autorizzato a farlo da una certa sprezzatura stilistica di Vittorio che riporta un sicilianissimo «finiva tutto a schifìo » p. 156 ) occorre friggere il pesce (leggere il testo) e stare attenti al gatto (le frequentissime e densissime note) che a volte sono acutissime (segnalo anche un rimando strepitoso al Thalassa di Ferenczi (p.193), anche se talora il sottotesto sembra in procinto proprio   di mangiarselo il testo. Ma anche se gli attribuissimo la qualifica di storia questa non si presenta come una semplice storia del mar Mediterraneo ma una sorta di contributo alla Weltgeschichte, alla storia universale, all’anima del mondo, per i continui rimandi acuti e colti ad altri mari, a quelli del Nord, a quelli arabici, all’Atlantico, al Pacifico…

 

Nel tentare di affrontare quell’enorme rompicapo che è la storia del nostro Mezzogiorno tra tutte le filosofie della storia, Vittorio cita, ma   non avvalendosene in fondo, quella storicista crociana (una   cronosofia che irrideva a ogni inferenza del milieu, ricordando sardonicamente con lo Hegel maggiore che laddove il Greco erigeva il Partenone il Turco fumava la pipa); trascura del tutto quella detta del materialismo storico o anche gramsciana (il Mezzogiorno come immensa “disgregazione sociale”)   e punta buona parte delle   sue carte sulla filosofia della storia che non credo gli farà dispiacere definirei “positivista”, seppur di un positivismo visto alla luce delle correzioni e precisazioni di un Lucien Febvre (vedi La terra e l’evoluzione umana). E il libro si muove perciò tutto sul crinale della geostoria, mettendo sotto tono anche le spiegazioni mentali-culturali di ispirazione   weberiana, a cui io sono particolarmente affezionato, quelle che insistendo sul tradizionalismo, sul pensiero magico-sacramentale, sul familismo amorale o sulla incompleta tradizione civica (Vittorio non trascura il libro di Putnam La tradizione civica delle regioni italiane) sono un altro possibile approccio alla comprensione della storia del nostro Mezzogiorno. E chissà quando vedremo tutte queste filosofie della storia   rispondere riunite alla nostra chiamata di soccorso al fine di spiegarci in modo definitivo il collasso del Mezzogiorno sotto i colpi delle mafie e affogato nell’immondizia…

L’immenso intarsio di citazioni, di appunti, di ipotesi di lavoro, di suggestioni, di rimandi alle fonti rimane il valore di fondo di questo testo, preziosissimo per il lavoro di scavo, di messe a punto, di precisazioni, di erudizione brillante. Infine il lavoro si avvale di una prefazione di Francesco Merlo come sempre flamboyante e profonda assieme, una prosa che è un omaggio costante alla lingua italiana per l’uso eccelso che egli ne sa fare qualsiasi cosa tratti.


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