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LETTERATURA: Scrittori Lucchesi: Vincenzo Pardini: “Tra uomini e lupi”

17 Ottobre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]  

Da “La volpe bianca”, del 1981, con cui iniziò la sua avventura letteraria, Vincenzo Pardini non ha fatto mancare ai suoi lettori, lungo il corso di questi lunghi anni, l’appuntamento con i suoi racconti e con i suoi romanzi, una splendida serie in cui si incastona quel gioiello uscito presso Mondadori nel 1983 che porta il titolo de “Il falco d’oro”; e non v’è dubbio che quando si parla di Pardini, la mente va subito a quell’autentico capolavoro, in cui rivelò uno stile particolare, aspro, secco, dotato di una sintassi creativa ed efficace al modo dei migliori narratori toscani, in particolare Mario Tobino e Federigo Tozzi. Una scrittura che è diventata il suo inequivocabile distintivo, capace di ammaliarci e di farci possedere da quel mondo primordiale, in cui vivono i suoi personaggi dai sentimenti scoperti, mai trattenuti, in un confronto continuo con la natura e con gli animali in modo speciale. Gli animali di Pardini sono sempre personaggi di primo piano, messi a fuoco da una conoscenza speciale illuminata dal cuore e dalla ragione. Ne intuisce, spia, assapora, rispetta e ammira gli umori, i gesti, gli sguardi, come fossero uomini. Anzi, essi stanno su di un piano superiore, perché dotati della virtù della loro naturalezza e primordialità. Sembra che con essi l’autore abbia una confidenza altrettanto antica, che ne fa un interprete di grande spessore. Collaboratore assiduo della pagina culturale de La Nazione, suoi scritti sono apparsi e appaiono sulle migliori riviste letterarie.
Tra uomini e lupi”, dedicato alla moglie Manola e alla figlia Flaminia, edito per i tipi di PeQuod nel 2005, ha avuto un riconoscimento prestigioso: il premio Viareggio Rèpaci – un libro per l’inverno, nello stesso anno della sua uscita. Presidente della giuria Enzo Siciliano che morirà qualche mese più tardi, nel giugno del 2006, alla vigilia dell’assegnazione dello stesso premio nella sua sessione estiva.
Nel primo racconto, intitolato “Due biciclette”, già appare il mondo amato da Pardini: sta ricordando i tempi in cui la bicicletta di suo padre, che custodisce in un soppalco e provvede a tenere pulita e lubrificata, “iniziò a viaggiare in strade di polvere e di fango.” Così continua: “Un mondo dove si poteva camminare dentro un silenzio rotto soltanto da qualche voce e pochi rumori. Tra cui lo scarrucolare di barrocci attaccati a buoi e cavalli.” Il silenzio è ciò che contraddistingue l’inizio della vita da ciò che la vita è diventata oggi. Là, ormai lontana, la purezza e la quiete, qui, i nostri giorni, il rumore, il declino e la consunzione. Solo quando, come per miracolo, si ricompongono il silenzio e la quiete, il mondo si ricongiunge al passato e torna a mostrare, anche se per brevi momenti, la sua autentica natura. La bicicletta, una Touring, ha una lunga storia che la conduce attraverso i tempi bui del fascismo, prima con in sella il padre, che riesce a fuggire ai tedeschi grazie ad essa, poi con in sella l’autore che gira per la città di Lucca del dopoguerra, quando non erano infrequenti i comizi di Giorgio Almirante, che scatenavano subbugli nella grande Piazza San Michele, dove era eretto il palco da cui il segretario del MSI lanciava le sue requisitorie, dopo aver salutato con il braccio teso in avanti il pubblico dei nostalgici, con “quel suo parlare, all’apparenza forbito e perfino musicale”, “costituito da frasi vuote, meccaniche come il rombo d’una macchina vecchia ferma sui ceppi.” Sembra che Pardini, dopo quell’accenno al silenzio che abbiamo sottolineato in principio, voglia metterci subito sotto gli occhi il rumore, quello più fragoroso suscitato dalla guerra e dalle ideologie. Racconta i fatti che sono rumori, esplosioni di violenza e di morte. Un vecchio che aveva partecipato alla Grande guerra gli racconta che “i reali carabinieri di Casa Savoia, non avevano nulla da invidiare – riguardo a ferocia – ai nazisti dell’ultima guerra o a certe formazioni di partigiani rossi. Aggiungeva che gli italiani erano di natura voltagabbana, e bisognava diffidarne. Innato nel sangue, avevano l’istinto del dominio e del tradimento.” Ci viene in mente il periodo delle Signorie e dei Comuni, i quali in Italia hanno rappresentato la massima espressione tanto del dominio quanto dei tradimenti.
La seconda bicicletta, una Bianchi, è quella vendutagli, per “una modica cifra”, dallo stesso vecchio, con la quale aveva fatto dei servizi a Giovanni Pascoli e alla sorella Mariù, che vivevano a Castelvecchio di Garfagnana. L’autore le rispetterà entrambe, anche se un occhio di riguardo andrà a quella ereditata dal padre, sulla quale spesso fa salire in canna la figlia e “Paesaggio, vento e persone vengono incontro eguale a ieri. Nulla mi sembra cambiato. Nemmeno i sogni e le speranze.”
La bicicletta assume quindi il significato di un viaggio nel tempo, in cui si incontrano delusioni e malinconie, che tuttavia non riescono a prevalere sulla forza del sogno e della speranza.
È proprio passeggiando in bicicletta che, nel racconto “Diego”, il protagonista Aprilio Gomez vede per la prima volta un cane che gli piace, di una razza che lo affascina. Ne compra un cucciolo a cui mette il nome Diego. È un Corso: una razza forte e aggressiva: “i Corsi sembravano figli della tempesta. Tutti quelli che aveva veduto ne possedevano i colori. Grigi, neri, o marroni striati di scuro. Sfumature di temporali, smottamenti e fiumane.” Pardini è entrato nel suo mondo, quello che vede gli animali a confronto con l’uomo e con la natura. L’ispirazione e il sentimento si fanno un tutt’uno con il narratore, si cementano in unico blocco in cui ciò che si legge sembra provenire non più da un essere umano, bensì dalla storia e dal mito. Scrive a proposito di Diego: “Il sangue che gli scorreva nelle vene era quello dei molossi delle masserie, avversari di lupi, orsi e delinquenti.” La sua casa e il suo giardino non sono adatti a ospitare un cane di quella tempra. Cerca di disfarsene, ma nessuno lo vuole. È troppo selvaggio. Quando gli accadrà di darlo via, desidererà di rivederlo almeno una volta, ma del cane si sono perse le tracce: “Si domanda quanti anni possa ancora vivere. I molossi non sono longevi. Gli piacerebbe rivederlo almeno una volta. Un pensiero che lo intenerisce e lo commuove; un pensiero che sente gli resterà sempre dentro.” Il mondo di Pardini si sta dispiegando sotto i nostri occhi, al punto che in esso ci sentiamo immersi grazie ad una prosa fascinosa che nutre le parole come cose vive, anzi, meglio ancora, risucchia e riversa in ogni parola la sostanza vitale dell’oggetto osservato e narrato.
Sassie è “il carrettiere dei monti”: “Prima dell’alba, Sassie, usciva; nel silenzio, lo sbattimento d’un catenaccio, lo schiavacciare della toppa, l’aprirsi d’un uscio; nell’ombra, la sua sagoma s’era mossa per l’aia. Il cane bianco e nero, sbucato dall’oscurità, gli veniva incontro. La montagna, le selve, a seconda del vento, della stagione, sussurravano voci, lamenti; grida mutabili, incomprensibili. Ma il chiù degli assioli singultava vicino, palpabile quasi. In una mano, lui, reggeva il lume; nell’altra, un’enorme chiave.” Oppure: “Fuori, il freddo, faceva lacrimare; viottoli e tratturi della spoglia campagna parevano cicatrici.” Ci sono sempre mito e mistero racchiusi nella vita e nella natura, allo stesso modo che sono racchiusi nella parola. Questa capacità di Pardini di appropriarsi della realtà nei suoi aspetti materiali e mitici ad un tempo attraverso una aderenza piena della parola, fa di lui un narratore singolare e forse anche inimitabile. Leggete questa descrizione assai esplicativa: “Il lume della lanterna, al vento, sobbalzava, sfrigolava, boccheggiava; carro, cavallo e uomo, sui muri, nella terra, apparivano, sparivano.” Perfino i nomi e i soprannomi dei personaggi, scelti con una cura meticolosa, esprimono già in sé una propria storia non scritta, ma antica e mitica: Aprilio, Sassie, Pettao, Attaglino, il Bondora, Menelippo, Mastrodome, Barzoffione, Casimirro, Caccaruga, Maizia, Fante, Basilio e le donne: Almira, Genesia, Cuccagna, Babbilussa, Tananea. È il mondo del passato che ammalia Pardini: solo lì vi si può trovare la spontaneità del vivere. Il terzo racconto offre, forse, tutti gli aspetti che caratterizzano la poetica dell’autore: “Trascorsero e passarono, nella loro inevitabile, indifferente e fulminea rapidità, degli anni. Molto era mutato: le strade del piano asfaltate; gente nuova, prepotente e sconosciuta che non sapeva nemmeno cosa fosse il saluto, la bevuta d’un bicchiere in compagnia circolava, come terra e cielo fossero stati suoi. Sassie s’avvide che i barcaioli coi quali si ubriacava nelle osterie; gli spazzacamini con cui giocava a carte e lo ragguagliavano sui fatti lontani; i carbonai suoi amici; i mugnai, clienti e ospiti, erano spariti; oppure, alcuni, avevano cambiato mestiere e incontrandoli, non lo guardavano più: andavano di fretta in camion e altri mezzi.”
Meglio la natura con le sue leggi primordiali. Leggete questo passo in cui esse appaiono come scritte nel dna. Siamo sui monti dell’Appennino tosco-emiliano. Sono tornati i lupi. Anche se Almira, la pastora del quarto racconto, non li vede, li teme e si tiene pronta a chiamare il marito Ovidio; così pure i suoi cani, “i toccatori”, tre “Pastori belga neri e dal pelo lungo”: “Almira temeva i lupi. Se i cani li avvertivano e le andavano appresso a orecchie basse, si metteva a sbraitare e lo chiamava.”
I lupi attaccano il gregge e lasciano le pecore a terra soffocate, poi tornano a prendersele solo quando tutto si è quietato: “L’estate precedente gli uccisero diversi capi. Immobili a terra parevano dormire, la gola forata come da una pallottola: i denti delle fiere, li avevano soffocati. Dileguatisi, tornavano non appena si fosse ristabilita la calma, trascinando via le prede.” Quando attaccano, ecco come si muovono: “Tra sterpi e cespugli ne scorse che avanzavano strisciando con i ventri al suolo.” Attento osservatore, Pardini ha impresse nella mente le immagini come fossero vive, e le trasforma per noi attraverso la scrittura allo stesso modo che un proiettore ci riversa le sequenze di una pellicola. L’attenzione per l’animale (in questo quarto racconto è una lupa cui la figlia del pastore, Genesia, ha sottratto un cucciolo) è tale e onnipresente, che anche quando Pardini ci narra di un delitto d’amore avvenuto vicino alla casa, non trascura di annotare la sua silenziosa presenza: “La lupa, accucciata nei pressi di una finestra, s’allontanò nel buio.” E quando accade la tragedia finale è ancora l’animale, il cucciolo questa volta, ad attraversare la scena: “una finestra a piano terra s’era spalancata. Il cucciolo balzò fuori, allontanandosi. Dal bosco si levò un ululato col finale di un sogghigno.”
Quand’era ancora ragazzo, vede una calza da donna nera “distesa nell’erba“; lo racconta alla nonna, che gli risponde: “È la calza che pinge sempre più oltre quella. Ma il peggio è quando appare a chi tel viene poi a palesare.” La natura, dunque, è intrisa di mistero e di superstizione, sempre. Pardini non manca di annotarlo e dedica il racconto “La calza nera” a disegnare le oscurità che si nascondono nell’animo umano come riflesso della paura e del mistero che ci circondano: “Venne un inverno gelido. Il vento, alla testa di una ridda di spettri, assaliva la foresta e le contrade. Gli alberi si piegavano, le case tremavano e cigolavano.”

Ogni tanto Pardini, con un racconto specifico, mette a fuoco uno dei suoi protagonisti, sia esso un uomo o un animale. Aveva già fatto cenno ai cani toccatori, i cani, ossia, che guidano e sorvegliano il gregge. Ora ci parla di uno di essi, Rudy, nel racconto “Il toccatore”. La prima cosa che ci viene in mente, allorché leggiamo queste parole che un pastore anziano dice a Attalino, al quale vende il cane a caro prezzo: “Ti assicuro che di eguali non ne hai mai avuti. Ha un anno e suo padre è un lupo, l’ho visto io stesso coprire la cagna.”, è il cane che Jack London ha immortalato nel suo “Zanna bianca”, del 1906. Infatti, di seguito ne farà cenno lo stesso Attalino. Le atmosfere create intorno alla casa del pastore rievocano tempi lontani allorquando intorno all’uomo la natura dispiegava la forza della sua selvatichezza e l’uomo vi si doveva confrontare: “Cena era scodellata e si sedettero. Arrivati alla frutta, s’alzò un ululato.”
Ma è anche presente la natura dei silenzi, che rievocano e avvicinano l’uomo alla Creazione. Scrive Pardini: “Un giorno d’estate andai alle pendici dell’Appennino per raggiungere il crinale. Lo faccio ogni anno. Nel suo silenzio, che il vento rende ancora più profondo, mi sembra esserci Dio e qualcosa di me.” Incontra cinque Pastori maremmani, che gli ringhiano contro, pronti ad assalirlo. Pardini prese “a parlargli con fiducia. Ne ho più in loro che negli uomini.” Ecco ribadito, con questa breve confessione, il grande amore che l’autore riserva agli animali e alla natura, più che agli uomini, i quali sono diventati con il tempo i perturbatori di un equilibrio di bellezza e di armonia. Sarà un uomo, infatti, ad uccidere Rudy.
Ma io non sono mai stato giovane. Tormenti e angosce mi hanno creato dentro i paesaggi che sopravvivono ai grandi uragani: niente rimane com’era. I vecchi del paese, la domenica mattina si riunivano nella piazza: seduti su dei muretti, fumando, rievocavano storie.” È un altro forte richiamo al passato, che nell’autore sopravvive e lo possiede privandolo della giovinezza. È il prezzo che Pardini paga per restare testimone di un mondo che se n’è andato e di cui rimane uno dei rari cantori. La Lucchesia raccontata da Pardini assume, perciò, l’universale significato di una esistenza che è stata lacerata nell’intero mondo; è un grido che si è svuotato del sogno e della speranza e che nel suo avvilimento ci mostra ciò che abbiamo perduto. Scrive in uno degli ultimi racconti, parlando dei giovani: “Iniziava l’omologazione sociale. Ogni persona doveva essere identica all’altra, nel pensiero, nel comportamento e nel vestire. Individui tutti uguali, alla stregua di prodotti usciti dalla stessa industria.”
Dedica un racconto alla pipa (“I cieli della pipa”), narrando di come aveva appreso a fumarla dai vecchi: “Per accenderla si usavano gli zolfanelli, scroccati sulle scatole, più spesso sui sassi e muri. I vecchi lo facevano con rapidità e perizia, portando subito la fiammella sulla superficie del tabacco, riparandola con la mano nocchiuta se spirava vento. Allora, fino a infossare le guance, tiravano lunghe boccate di fumo bianco come quello dei falò. Il trinciato diveniva brace che, non di rado, comprimevano appena con l’indice scuro di catrame. Di tanto in tanto rintoccava la stacca a morto. Qualcuno di loro se n’era andato. Sentivo spesso dire che l’aveva fatto con la pipa in bocca o in tasca.” È raro che Pardini scriva di cose che non ha veduto coi propri occhi e osservato con puntigliosa precisione nei minimi particolari, osservazione in cui sempre si nasconde il piacere generato dalla sua stessa curiosità. Si noti nella frase appena riportata quell’infossatura delle guance, che è il particolare che dà sapienza all’antico gesto del fumatore di pipa. Ancora: “Quando gli allungai la pipa, il vecchio mosse le labbra come una tartaruga d’acqua allorché colpisce la preda.” Si noti quest’altra descrizione: “Seduta in un giardino nei pressi d’un cancello, un’anziana e distinta signora, gamba accavallata e braccia conserte, teneva tra le labbra una lunga pipa dal bocchino d’osso e il fornello di spuma. Fumava guardandosi attorno, aria trasognata.” Un fumatore di pipa non può non notare con una semplice e rapida occhiata i particolari di una pipa e le caratteristiche del suo fumatore. I racconti di Pardini sono ricchi di movimento; ad un tratto un’osservazione, come una puntura di spillo, ne ferma il corso, per poi riprendere. Il linguaggio asciutto e il periodare rastremato, con una punteggiatura che si può giudicare davvero perfetta, consentono la realizzazione di una intelaiatura robusta lungo la cui trama scorre una sensibilità che ama e accarezza ogni cosa che vi compare. La rudezza della scrittura mostra in Pardini – quasi un controcanto – un amore intenso per la vita, osservata nei suoi minuti gesti e nei sotterranei misteri che li suscitano e li compongono: “le pipe sono magiche e possono viaggiare nella memoria e nel tempo. Soprattutto, credo, in quello trascorso. Per il resto non saprei cosa aggiungere. Gli anni passano. Comincio a invecchiare. Ma di pipe ne ho una collezione. Mi sopravviveranno. E, se qualcuno le accenderà, nel loro piccolo cielo azzurro ritorneranno, forse, i miei sogni. Non sarebbe poco.” È una scrittura diventata esperta, sicura, autorevole. Fascino e mistero avvincono l’autore. Non c’è osservazione che non consegni l’oggetto al mito. Quando scrive della mulattiera che lo conduceva alla Mora, una vacca di color cenerino, “il ventre chiaro e la puppora spiovente”, quel percorso recupera in sé e ravviva il tempo e le generazioni trascorse: “Un percorso ultramillenario, tracciato dagli uomini primitivi, e migliorato dagli etruschi. Di quella mulattiera di sassi levigati dal passaggio di calzari e di zoccoli d’animale respiravo il magnetismo, che m’entrava dentro e più ci sarebbe riuscito. Per quante altre strade abbia battuto, essa rimane la più vera e la più mia.” Riguardo alla Mora, aggiunge: “Mi sembrava di avvertirne il fluido del pensiero come quando parlavo con una persona.” Più avanti, allorché lo zio Leonetto decide di vendere la Mora: “Non potevo confidare ad alcuno il mio cruccio, né tantomeno, il mio modo di pensare circa gli animali che consideravo alla pari delle persone.” La voce di Pardini s’è fatta voce universale. Egli abbraccia il creato alla ricerca dei suoi geni primitivi, perché possano rigenerarsi puri come un tempo: “Avevo trasgredito, sfidato le leggi che relegavano gli animali alla schiavitù. Leggi che, peraltro, avevo violato fin d’adolescente aprendo le gabbie agli uccelli dei cacciatori, pollai alle galline, e sciogliendo i cani dalle catene. Un impulso più forte di me, a cui non riuscivo a sottrarmi.” E, morta la Mora: “Mi guardai attorno. Al di là degli alberi, mi parve di scorgere un’ombra. Poi, nella inspiegabile maniera della percezione, quando i sensi sembrano travalicare la materia, me la sentii accanto.”
Il falegname Mastrodome esce dall’acuta descrizione dell’autore con la luce densa e cupa di un quadro del Caravaggio: “piccolo e claudicante, la camicia sgualcita, raggiunse l’angolo dove teneva la mola e vi accostò la lama, che subito sprizzò scintille. Aveva la capigliatura color rame, la fronte rugosa, la faccia rasata, i baffi folti; si sarebbe detto un uomo mite non avesse avuto lo sguardo stralunato: due occhi blu nei quali sembravano passare i lampi di un temporale.” Uomini e animali sono guardati con lo stesso interesse, con la stessa attenzione e con il medesimo amore. Pardini sa coglierli nel vibrare delle emozioni che aleggiano intorno a noi; sembra avvertire con una speciale sensibilità l’elemento vivo e vitale della natura. L’uomo e l’animale sono colti, inavvertiti, da un occhio che li ferma nel tempo per renderli immortali: “Nandaccio era anomalo anche di aspetto. Alto e magro, aveva una gran testa, le mascelle pesanti, il naso aquilino e rosso dell’ubriacone, e gli occhi blu che ridevano prima delle labbra.” Più avanti: “I rapaci notturni persistevano nel loro canto quasi in maniera disperata. Salutavano la notte che stava andandosene. Ai loro canti subentravano quelli di merli, ghiandaie e altri. Una melodia primordiale che m’entrava dentro alla stregua d’un linguaggio che non avrei più dimenticato.” Anche le cose, gli oggetti inanimati, paiono godere di questo privilegio e comporsi anch’essi di un’anima, di una speciale e differente vitalità. La cavezza, che dà il titolo a uno dei racconti, come pure la pipa, la bicicletta, sono esempi di una scrittura che attraversa i protagonisti, animati o inanimati che siano, con lo stesso sguardo vivificante: “È la cavezza più vetusta che abbia visto. L’ho trovata in cantina, tra vecchi fiaschi e attrezzi da lavoro abbandonati. È di cuoio spesso e rigido, fibbie e borchie di ottone glassate di muffa azzurra. Altri l’avrebbero forse buttata via. Io no. I vecchi oggetti, specie se hanno resistito alle avversità, credo siano destinati a compiere una missione.”
C’è un filo che lega tra loro tanto i movimenti della tessitura quanto i protagonisti, ed è la Storia. Essi vi sono sempre immersi, come nell’acqua di un fiume. La guerra, in particolare i difficili tempi del nazifascismo, fa sovente capolino e tinge uomini, animali e cose del colore dei sopravvissuti. Non è un caso che i ricordi di guerra compaiono anche nell’ultimo racconto, dedicato alla morte del suo mulo, Giovale, dopo che avevano preso l’avvio nel primo, quello che ci narra delle due biciclette. Scriverà nell’ultimo racconto: “Ma nemmeno i partigiani, racconta chi li conobbe, erano stinchi di santo. Consumavano violenze, stupri e crudeltà di ogni genere perfino verso adolescenti e bambini, in base a illazioni e sospetti, oppure solo per il gusto di uccidere. Sequenze di una storia italiana che, ancora, debbono essere messe in luce. Anche perché, capire, può condurre a quanto abbiamo in noi di più nobile: il perdono che, tuttavia, non significa dimenticare. La memoria deve essere anche un sacrario.” Così pure fa capolino il colera che infestò quei luoghi “nell’estate del 1854.” Pardini lascia ovunque i segni del suo convincimento estremo, ossia che la vita è sempre stata e resta una spietata lotta di sopravvivenza. Solo i più forti resistono; gli altri svaniscono, si dileguano dimenticati. La lupa, la Mora, Mastrodome, Nandaccio, e così altri, sono tutti personaggi che, anche se talvolta sono segnati da una imperfezione fisica, appartengono ai forti, a coloro ossia cui la natura assegna il privilegio della prosecuzione della specie. È più una forza interiore, quella che viene tramandata, ed è essa che rende forte il corpo. E sono tutti figli più della natura che di Dio.
Credo che sia stato Lotar, il protagonista di uno dei racconti, un rottweiler, “petto largo e posteriore forte”, il cane dal pelo nero che Pardini teneva al guinzaglio il giorno che lo incontrai, insieme con mia moglie, nei pressi della sua casa, posta su di una delle dolci e boscose colline della Lucchesia. Il guinzaglio corto era tutto teso nello sforzo del cane di trainare a sé il padrone, che si era fermato a conversare con noi. Bestia magnifica, che incuteva rispetto e terrore. Nel racconto, Pardini accenna alla sua morte, e mentre lo va a seppellire (“L’ho sollevato di peso e messo sulla carriola”) ne ripercorre e celebra la lunga vita: “Nei momenti di solitudine, e in particolare quando eravamo in mezzo alla natura, si creava tra noi una simbiosi. Divenivamo come l’arabo nel deserto col suo cavallo. Ma, forse, eravamo ancora più complici e solidali. Mi univa a lui l’oscurità di certi miei stati d’animo; come lui m’accadeva di diffidare degli esseri umani e di voler stare lontano dal loro mondo. Era l’interprete, fraterno e assoluto, della mia parte inconfessabile.” E poco dopo: “Lo accarezzavo. M’accostava la testa a una gamba. Voleva che gli parlassi. Allora sollevava il muso e sorrideva. I nostri momenti felici. Cadeva ogni barriera e ogni differenza. Eravamo fratelli.”
È ancora con gli animali che Pardini si confida nel racconto, che appare autobiografico: “Quel disperato amore”, quando da ragazzo s’innamora di una coetanea. Allorché, infatti, incontra qualche ragazza, è sempre a un animale che paragona il suo stupore: “Alla vista delle ragazze avevo turbamenti che svigorivano: allora la mia memoria restava stupita: alla maniera di quando un selvatico taglia la via sbucando dal nulla.” Mario Tobino scrisse un romanzo dal titolo: “Il perduto amore”, del 1979; anche un altro lucchese, Umberto Fracchia, prima di lui, nel 1921, aveva scritto un romanzo dal medesimo titolo. Ad essi, ma soprattutto a Tobino, che nutriva una speciale stima nei confronti di Pardini, pare dedicato il racconto. Si domanda anche, alla ricerca di quel disperato amore, se “Farsi amare è davvero più difficile che nascere, vivere?”
È una domanda che cala come una pesante pietra di paragone tra il passato e il presente: chi sa se l’amore è sentito oggi come una volta! Attraversiamo un’epoca di omologazione e tutti ci somigliamo, forse non solo nell’aspetto esteriore, ci fa capire Pardini. Sebbene i giovani, soprattutto, cerchino di distinguersi indossando “braccialetti di corda, collari metallici di cane per catenina, piercing e tatuaggi sul corpo”, “nonostante ciò, restano simili gli uni agli altri.”
Un tempo non era così, non eravamo affatto uguali. Ce ne parla nel suo racconto “Costagrande”.Col senno di poi debbo dire che ogni paesano era un personaggio.”; “Ognuno faceva storia a sé.”
Ancora il passato, dunque, come espressione compiuta e matura di una vita modello amata e desiderata, che ha iniziato il suo declino inarrestabile. Persino le desuete e gergali parole che compaiono sparse come gemme nei racconti (ad esempio: rinfugare, telarono, chiappata, ronchiosa, acchinata, ridare, stortignaccoli, appalto, concio, ciucchettone, scalandrona, pricolare, nimo, sporcacchiavano, ramparlo, chiavelli, smoccava, diradarsi, busci, lata, campa, coppola, acchinata) sono espressioni e hanno la forza di un tale desiderio e di un tale amore.
La raccolta si chiude con “La morte di Giovale”. Giovale era il mulo dell’autore, al quale dedicò un libro dal titolo omonimo, pubblicato da Bompiani nel 1993 (“La storia di Giovale, il mio mulo, l’ho già raccontata. Ne mancava l’epilogo: la sua morte per vecchiaia a circa quarant’anni.) Qui sono raccolte e sublimate la pienezza e l’intensità dell’amore che Pardini nutre per gli animali: “Per certi aspetti siamo invecchiati insieme. Da tempo non godeva buona salute. Aveva perfino avuto una ischemia. Fatte le capriole non riusciva ad alzarsi: rimasto a terra girava su se stesso movendo le zampe anteriori come fossero remi. Cercava la posizione per spingere e sollevarsi sulle posteriori. Lo aiutavo afferrandogli la coda alla radice: nel momento in cui si puntava sugli zoccoli anteriori io tiravo verso l’alto, incitandolo. Si alzava. Poi mi guardava un attimo. La sua maniera di ringraziare.” E ancora: “Amare gli animali può far soffrire. Persiste in loro quanto noi abbiamo perduto di sacro.”
La morte di Giovale assume, perciò, per Pardini, un significato simbolico. Non solo il trascorrere della vita, ma la perdita dell’orgoglio e della forza. La condanna degli uomini: “È morto secondo natura, senza il tradimento vile quanto abietto degli uomini, soci e alleati di Mammona.” Scrive anche: “La morte, proprio perché morte, può assumere forma?”
Ci accorgiamo, così, che la morte è il velo che ha attraversato e avvolto via via tutta l’opera. Non più, dunque, solo il trascorrere del tempo e la vigorosa misura e potenza del passato inspirano questi stupendi sedici racconti, ma anche, e di più, il finale abbandono a lei, al più forte, il riconoscimento pieno della sua supremazia: l’inchinarsi definitivo al nostro più spietato ed esigente capobranco.


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3 Comments

  1. Pingback by Fontan Blog » LETTERATURA: Scrittori Lucchesi: Vincenzo Pardini: “Tra uomini e lupi” - Il blog degli studenti. — 17 Ottobre 2008 @ 07:12

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  2. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 17 Ottobre 2008 @ 18:30

    Scavo profondo, intenso, ampio, ricco di intelligenti osservazioni, da cui, Bartolomeo, emergono ancora una volta il tuo grande acume e le tue indiscusse capacità di entrare ben dentro la sostanza, l’essenzialità, la prerogativa delle opere. Complimenti!
    Gian Gabriele

  3. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 18 Ottobre 2008 @ 10:18

    Pardini mi disse che soltanto Natalia Ginzburg aveva avvertito, come me, la sensazione di morte che pervade le sue opere. Fu per me un bel complimento.
    Grazie, Gian Gabriele.

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