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LETTERATURA: Viste (sull’isola)

10 Agosto 2009

di Nicola Dal Falco

gettata l’ancora sottocosta,
si muove al canto delle cicale,
la risacca dei profumi

 

L’isola benedice il dubbio, raduna le nuvole in cielo, si pensa. ¬†

Mirabile quando piove e con il sole a picco, lì nel bel mezzo del vasto, rapinoso mare.  

L’isola √® un paradosso umano, chiede agricoltura e impone fughe; affranca il naufrago e lo trasforma in detenuto. ¬†

L’isola si pasce d’orizzonti nel raggio di pochi passi. ¬†

√ą il pesce e la rete che lo attende. ¬†

Sognare l’isola, da una parte scioglie il crampo della paura, dall’altra fa scoprire la notte come unica minaccia in tutto simile al mare. ¬†

Notte e mare, oliati cardini del terrore umano.  

Coltiva l’orto in barba ai corsari.

Non c’√® malinconia sotto la pergola, solo possesso. ¬†

Il tedio della vela o il tedio del gregge?  

L’isola si scompone in terra, cielo e mare e si ricompone di luce e ombra. ¬†

L’isola distanzia le acque superiori dalle inferiori, √® la scena della creazione, un ratto divino, una distrazione; perci√≤ diviene preda dei ricordi, del d√©j√† vu. ¬†

Ci sono nuvole stupite di stare in cielo ed isole persuase di non dare ritorni, di essere anche loro terraferma. Non √® una questione di estensione, piuttosto di attrito con la storia. Si sentono isole ombelico. Le altre, ebbero, generosamente e sinceramente il nome di Cozzanti, Galleggianti, Intermedie o Cunicularie√Ę‚ā¨¬¶ ¬†

Degna di approfondimento √® la grotta marina, dove le onde recapitano il respiro del mare. Chi vi entra fa l’esperienza del Gran Pesce, soggiorna come Giona nella pancia della Balena, tra le fauci che accolgono. Si prepara. ¬†

Faraglioni, scogli ed anche secche sembrano ornare la vista dell’isola, ricadere a breve distanza come un manto. Hanno, invece, l’effetto contrario, sono frammenti di un frammento. Scaglie. ¬†

Mi rendo conto che i muretti a secco hanno tolto corpo all’isola, imbastendo una trama superficiale, assottigliandone il profilo, eterizzandola come. Al tempo stesso, l’hanno per√≤ ampliata, aggiungendo e ingrassando terra.
Tutta questa immane fatica andava verso un’essenza o al contrario contribuiva a disperderla? Da come l’isola, attraverso la macchia, si √® ripresa i sassi che le appartenevano, se li √® rimessi in grembo, parrebbe di no.

Simile a una vela, al rammendo di una vela, fiorisce il rosmarino dentro il vaso. Un vaso di precedenti rotte: nominato e rugginoso quando è latta di pelati; rapito al fuoco se era pentola. Certo nel proprio navigare e fiorire sopra il muro, sia di giorno che di notte, con le stelle.
Ancora ricorda l’andare dei Pelasgi, il loro perdersi per trovare. ¬†

Onde di mare vecchio  

Trovammo ancora tra Didime e Lisca
Onde di mare vecchio giunte oltre
Incerte  

Le affrontammo come si affronta
Una raffica di vento dritti senza deviazioni
Chinando un poco il capo  

Ma loro invischiando la rotta
S’appesero alla chiglia
E come riunite in una piazza chiusa  

Avrebbero forse muggito
Scontrandosi esauste tra di loro  

Non era solo il nome nero e triste
Ma anche l’aspetto morente
Lo sguardo perso

L’incanto dell’isola ¬†

Dove risale l’incanto dell’isola? Si fa vena, fiotto, affiorando da se stessa? Ne scorgi le tracce appena ti allontani dal mare come da un brutto sogno, immettendo nei polmoni tutto il caldo della salita.
Tra due muri, si restringe la stradina, dando agli orti che non vedi una vaghezza di stanze, una signorilità che senza pretese li riguarda.
Sono – gli orti – un occhio chiuso al mare, al vento e aperto sul cielo. Un viatico che non serve da qua a l√†, per quanto indeterminato e favoloso possa sembrare l’allontanamento, ma per il qui. L’isola √® l’orto dei risvegli.
√ą la notte che si prepara e annuncia un nuovo vento.
Allora, pura, di una purezza d’antenati, saranno la stradina, i muri, le palme che ombreggiano il terrazzo. Istantanea dell’arrivo e del suo contrario. ¬†

Ad occhi spalancati
Scivoli in seno
All’onda senza luce
Larga di blu e indaco  

Quasi un sasso
Che non dà fondo

E risali ancora
Per altre eterne volte  

Rimbalzando sopra
Una pelle tesa
Un corpo estraneo

¬ę l’otto dicembre del quarantacinque
vennero a Leni due sorelle√Ę‚ā¨¬¶ scesero per mano ¬Ľ
 

è vero,
l’unica distanza che ci interessi corre sott’acqua:
dai frangenti alla radice dell’isola; profonda
quanto il cielo e raggiungibile

 

¬ę la pi√Ļ grande tornava nell’isola a fare la maestra ¬Ľ ¬†

l’altra seguiva la curva di un’assenza;
il vuoto attorno a s√©, l’arrivo
da una vicina lontananza
la imparentava ai doni,
a un carico dirottato
di spezie, a una migrazione
favorevole di pesci  

¬ę la ebbe il primo che si fece avanti, colpiti insieme dagli sguardi ¬Ľ
 

marito non tanto per il tempo del matrimonio
quanto per gli anni, da nove a ventuno,   in cui
sospinse avanti la promessa, trasse sponde al mare

 

La cana  

La cana √® nome comune di genere femminile. In cana, cui manca la g di geometra, la seconda sillaba si sdraia definitivamente. Ca- √® ancora un muso appuntito e levato, un abbaiare in forse, ma si tratta dell’evidenza, dell’origine dell’essere in questione. Na- toglie qualsiasi dubbio al fatto che si tratta dell’opposto di cane. Un cane, una cana, dei cani.
La cana, va da sé, poco ha a che fare con la cagna. Se la cagna per definizione, secondo Omero, è Elena, la cana potrebbe essere la compagna che muore sul ciglio, la moglie di Enea, ad esempio. La cana morde, ma solo alla fine e lo fa con dolcezza, tenendo il ringhio tutto nello sguardo; lasciando a chi la batte il disgusto pieno del gesto.
Per la cagna si compiono imprese, per la cana peregrinazioni e processioni, perché attecchisca qualcosa.
La cana √® sempre dove te la aspetti, al punto che puoi dimenticartene. Se va √® per compiere un giro: il cerchio √® la sua figura chiave. All’altra, l’ellisse e la linea spezzata, covi d’opportunit√†.
La cagna può darti tutto, lasciandoti solo. La cana si affida a chi è solo. La cana, in definitiva, si fece trovare.

Oggi che un velo
Le avvolge e tormenta
Che un soffio immobile di caldi
Stende le onde

 

Oggi
Tra le isole si dà
Il canto delle sirene

 

Lo squillo
L’ombra bianca
Che tutto tira a sé

 

Nascondimento
D’isole
E indici


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ÔĽŅ

1 commento

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 10 Agosto 2009 @ 23:44

    Prosa e poesia? Meglio: prosa-poesia e poesia. Dove la metafora ed il simbolismo si fanno voce portante dello sguardo, del senso, dell’emozione, dell’evocazione, del fremito, dell’essenza√Ę‚ā¨¬¶ Affascinante sensibilit√† d’animo, in una complessa armonia spirituale e culturale. Ritmo modulare, accattivante, sull’incanto della natura. E si va oltre i limiti del segno per illuminazioni e valenze non solo estetiche. Unita al lirismo la meditazione. Infine gioco suggestivo sulla parola, che si trasforma in sostanza cromatica, polarizzante, sapiente
    Gian Gabriele Benedetti

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