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LIBRI IN USCITA: Daniela Toschi, Jaqueline Monica Magi, Bianca Stefania Fedi: “Processo a Kafka”, Del Bucchia Editore

23 Marzo 2010

LUCCA, LIBRERIA EDISON: Venerdì 26 marzo 2010 “Processo a Kafka”
Venerdì 26 marzo   (ore 19)   alla libreria Edison (via Roma angolo via Cenami, Lucca) sarà presentato il romanzo : “Processo a Kafka. E’ tutta colpa di Napoleone”, di Jacqueline Monica Magi, Daniela Toschi, Bianca Stefania Fedi. Editore Marco del Bucchia. Letture di Davide Masi.

Ambientato in un’epoca indefinita (quello descritto potrebbe essere il mondo del futuro, ma forse non è che il presente senza veli, o meglio ancora “ciò che è sempre stato, è, e sarà”) questo “Processo a Kafka” vede impegnate una giudice   (Diderot Levi), una psichiatra con funzioni di CTU (Tosca Amadei) e una germanista (Bianca Chiah). Il fantasma di Milena Jesenskà, amica di Kafka ed eroina della resistenza cèca, compare in diretta dal lager di Ravensbrück, dove trovò la morte, facendo da guida alle tre donne per prendere una “decisione sull’indefinibile”: giudicare Kafka, o forse tutti gli scrittori, o forse il 900 con le sue ideologie e i suoi olocausti. Ma più probabilmente, come si è espresso un lettore, sotto processo è proprio la storia, e con essa l’uomo, che della storia è vittima ma anche artefice e complice. E nelle intenzioni delle autrici è il lettore il vero giudice di questo Processo.

Per gentile concessione dell’editore, riportiamo un brano del libro.

 

 
[…] Tosca era soddisfatta: aveva spulciato la vita di Kafka ma non aveva reperito altri segni di patologia psichiatrica se non quelli che lei aveva descritto, gravi e pesanti per lui stesso – lo avevano addirittura portato con ogni probabilità ad una morte precoce – ma non tali da renderlo incapace di intendere e di volere   né tanto meno pericoloso per gli altri, se si eccettuano un paio di fidanzate a cui aveva creato qualche problema.
Adesso restava da vedere se Diderot avrebbe accettato la sua analisi, semplice ma attinente ai dati documentabili, oppure quella, ben più colorita ma mendace, di Abbondio Pilato. «Eh no, caro Pilato! Fai quello che vuoi, ma non me la sento proprio di convalidare le tue fantasie diagnostiche e le tue falsità! ».

C’era ancora da redigere le risposte ai quesiti sulla capacità di intendere e di volere e sulla presunta pericolosità sociale di Kafka. Cosicché, con onestà intellettuale e scientifica, Tosca ritenne indispensabile allo scopo   rileggere tutte le opere dello scrittore. Le sarebbe stato sufficiente il tempo che le rimaneva? E inoltre, cosa avrebbe potuto trarne lei, che di letteratura non era un’esperta? E infine, come poteva continuare a lavorare se, come già era avvenuto, gli scritti kafkiani l’avessero contagiata di umor nero?

Consapevole che tutto ciò denotava un’ossessività pari a quella del suo periziando, Tosca cominciò il minuzioso lavoro, cercando di non perdersi d’animo. Si inoltrò nei labirinti del Processo con una sensazione di disorientamento: dove si trovava? Nella realtà esterna, nella realtà interna, o in un luogo superiore, come quei Tribunali Celesti di tradizione cabalistica? Si trattava di qualcosa a forte valenza simbolica? No, non era semplicemente così. Si trattava piuttosto di un’esperienza polisemica, come quella dei sogni. Così andava inteso Il Processo, come si intendono   i sogni: scrutando l’intrecciarsi delle stratificazioni di significato; spostando costantemente la direzione dello sguardo e il punto di vista. Leggeva ammaliata, finché arrivò a quel capitolo che aveva sempre amato: Nel duomo. Buio pesto, fioche luci ingannevoli. “Non ti illudere”, dice il sacerdote.   E Joseph K. replica: “Qui si fa della menzogna una norma universale”. E poi, inesorabile, il verdetto definitivo del sacerdote: “Non si deve credere che tutto è vero, si deve credere soltanto che tutto è necessario”.

La ‘giustizia’ del Tribunale descritto nel Processo, dunque, non commina condanne sulla base di ciò che è ‘vero’, ma di ciò che è ‘necessario’.

«Ma ‘necessario’ per chi, per che cosa, per quale fine? » si chiese disperatamente Tosca. «Si antepone forse il fine ai mezzi per raggiungerlo? Non è barbarie questa? Quanti cosiddetti ‘eretici’ bruciati per fini malvagi o divenuti tali a causa dei mezzi spietati usati per raggiungerli! »

D’un tratto, il suono stimolante e gradevole della tempesta sottomarina si interruppe e lo schermo iniziò a sibilare, come quando comparivano quei maledetti messaggi. Tosca sollevò gli occhi:

Scrisse il Processo dopo un particolare giudizio a cui era stato sottoposto e a cui si era sottoposto.

 

Si condannò a morte e ordinò che i suoi libri fossero bruciati.

Heretico.

Impenitente.

Pertinace et ostinato.

Riprobamo et prohibemo tutti li tuoi libri et scritti come heretici et erronei.

Pertinace et ostinato.

COME TE.

 

Questa volta si trattava di una vera e propria minaccia. Parole degne dell’Inquisizione. Sapevano di fuoco acceso, di carne bruciata, di rogo! Tosca non avrebbe mai voluto avere una tale conferma a quel sospetto che non osava nemmeno formulare: lo schermo leggeva i suoi pensieri, la sfidava e l’avvertiva che avrebbe fatto una brutta fine se non si fosse arresa!
Si sentì perduta, ma rifiutò di darsi per vinta: «Ebbene sì: sono pertinace ed ostinata! ». Con tutta la forza della sua indignazione fece per scagliare il pesante telecomando sullo schermo; ma riuscì   a bloccare il braccio appena in tempo e, col sangue che le pulsava in testa, il volto in fiamme e le mani tremanti, inserì il programma Mar Glaciale Artico: quello sì, forse, l’avrebbe aiutata a raffreddare gli umori bollenti.
Dal ghiaccio di superficie un tricheco si tuffò rumorosamente nel mare gelido e l’acqua cristallina si increspò, mettendo in dissolvenza quell’odioso messaggio, che lentamente svanì. In quel preciso momento il campanello suonò con insistenza.

«Chi siete? Cosa volete? » chiese Tosca bruscamente, socchiudendo la porta.

Due individui in giacca nera attillata, cravatta ed occhiali altrettanto neri, comparvero sul vano della porta d’ingresso.

«Ci risulta che lo schermo di casa sua sia gravemente danneggiato ».

«Niente affatto! ».

I due intrusi insistettero, si introdussero nella stanza e pretesero di controllare personalmente:

«Debbono esserci crepe sullo schermo ».

«Vi dico di no! ».

«Eppure debbono esserci! ». Controllarono la parete palmo a palmo, con difficoltà, viste le spesse lenti scure.

«Non ce ne sono, vi dico! Se vi degnaste di togliervi quegli occhiali che vi parano gli occhi ci vedreste meglio! ».

«Non possiamo: sono occhiali d’ordinanza ».

Alla fine parvero delusi nel constatare che, effettivamente, tutto era a posto.

«Ci scusi. Siamo stati male informati ».

Ma esitavano ad andarsene:

«Ci teniamo all’integrità degli schermi… ».

«Lo vedo: siete stati più che tempestivi! ».

«â€¦ e alle condizioni di salute dei nostri clienti ».

«Sto bene, grazie ».

«Quindi non c’è nessun problema? ».

«Nessuno. O meglio un problema ci sarebbe: mi arrivano frequentemente messaggi anonimi. E’ normale? ».

«Ha qualcosa di cui rimproverarsi? ».

«Niente affatto! ».

«Se non ha dato fastidio a nessuno, nessuno dovrebbe mandarle messaggi anonimi ».

Tosca cercò di mantenere la calma: «Ho solo chiesto se è normale che, attraverso questi schermi a parete, che dovrebbero servire a tutt’altro scopo – ovvero a rilassare -, chiunque possa mandare dei messaggi anonimi che possono risultare piuttosto … inquietanti, diciamo così! ».

«Certo che è normale. Siamo o no in democrazia? Chiunque può mandare messaggi a chi gli pare. Trova forse qualcosa da ridire su questo? ».

«Certamente no. Va bene così. Arrivederci! ».

«Piuttosto, quel tricheco sembra un po’ affamato. Non lo ha ancora nutrito? Lo sa, vero, che lo stato dei suoi animali finisce sul suo profilo personale? Stia attenta: il punteggio nell’item ‘umanità e compassione’ potrebbe raggiungere livelli di insufficienza ».

«Lo so, ho visto nascere il   Programma ». Non precisò, tuttavia, che aveva fatto di tutto per opporsi al Programma di Valutazione in Tempo Reale della Normalità. Riteneva infatti che l’affannarsi per il benessere degli animali virtuali, allo scopo di mantenere un profilo adeguato, impedisse alla gente di coltivare umanità e compassione nel mondo reale.

«E’ il colmo! » disse Tosca a denti stretti quando i due ebbero sgomberato il campo. «Quella che una volta si chiamava ‘paranoia’ oggi è la vita. Sinora ero riuscita a non dare troppo nell’occhio, a passare sotto silenzio… . Ma adesso questa perizia mi sta sconvolgendo la vita! E’ incredibile, spiano qualunque mio gesto e comprendono i miei pensieri, anche se non so come ciò sia possibile. In soffitta! Solo in soffitta mi sento tranquilla ».

E mentre saliva le scale, riflettendo se non fosse stato meglio confermare il parere tecnico di Abbondio Pilato – cosa che le avrebbe garantito sicurezza e serenità -, anziché inguaiarsi a quel modo, si trovò nuovamente a pronunciare in maniera automatica le parole di Joseph K.:

«L’unica cosa che adesso posso fare è conservare sino alla fine l’intelletto che sereno ripartisce. »

Il Processo:quella frase, che le si era insinuata come un tarlo nella mente, era tratta dall’ultimo capitolo del Processo: quel libro geniale, che le si stava rivelando sempre più profetico, e che illustrava così chiaramente la struttura del mondo in cui Tosca si trovava a vivere – o forse, a pensarci bene, era il mondo di sempre? – E quella benedetta battuta sembrava alludere a qualcosa.

Chissà? Forse poteva ancora chiedere aiuto a Bianca. Tosca si arrestò di colpo sulle scale. «E’ un bel rischio » considerò. «Gli psichiatri dovrebbero stare alla larga dagli intellettuali. E va bene: rischierò! ».

Invertì il suo percorso lungo la scalinata, ridiscese al pianterreno e inviò un messaggio a Bianca.


Letto 3601 volte.


8 Comments

  1. Commento by daniela toschi — 23 Marzo 2010 @ 11:14

    La “maledizione di Kafka” ancora una volta: l’impaginazione è venuta un pò strana. Di certo è il suo fantasma che si diverte; oltretutto   di questi tempi viene così spesso evocato! A parte gli scherzi ce la siamo  voluta:  abbiamo fatto dei capitoli complicati dal punto di vista editoriale, tra corsivi, citazioni e messaggi in  maiuscoletto. Grazie, Bart!

  2. Commento by Bianca Stefania Fedi — 23 Marzo 2010 @ 15:20

    Grazie anche da me!*)

    p.s. ( nel titolo) “Magi” e “Bianca”, manca. Manca anche Jacqueline, soriso!

  3. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 23 Marzo 2010 @ 16:00

    Avete troppi nomi :)   Avevo tentato di scorciare, ma m’avete scoperto :oops:    

  4. Commento by Bianca Stefania Fedi — 23 Marzo 2010 @ 16:10

    (La cosa “buffa” è che con il titolo così perfetto il mio commento precedente èn’po’ strano, rissolliso*) :lol:

  5. Commento by daniela toschi — 23 Marzo 2010 @ 23:27

    La cosa ancora più buffa è che il Processo descritto nel libro dura poco più di tre mesi. E che il Processo scritto da Kafka dura esattamente un anno, sentenza ed esecuzione comprese: in Italia  saremmo a metà della fase istruttoria, se va bene!     Insomma: lo stesso Kafka non è stato abbastanza kafkiano, nel suo Processo, in confronto a quanto avviene realmente da noi. E tanti non se ne rendono conto. Ma basta, devo stare zitta, visto che una di noi è un giudice. :-|

  6. Commento by daniela toschi — 23 Marzo 2010 @ 23:32

    La cosa ancora più “buffa” è che il Processo descritto nel romanzo, che pure è ambientato in un mondo “kafkiano”,  dura poco più di tre mesi. E che il Processo scritto da Kafka dura esattamente un anno, sentenza ed esecuzione comprese: in Italia  saremmo a metà della fase istruttoria, se va bene!     Insomma: lo stesso Kafka non è stato abbastanza kafkiano, nel suo Processo, in confronto a quanto avviene realmente da noi. E tanti non se ne rendono conto. Ma basta, devo stare zitta, visto che una di noi è un giudice. :-|

  7. Commento by daniela toschi — 23 Marzo 2010 @ 23:35

    :oops: Ops. E’ vero che mi premeva sottolineare il concetto, ma non tanto da ripeterlo due volte.

  8. Commento by Bianca Stefania Fedi — 2 Aprile 2010 @ 23:45

    Da: Capitolo 3 “Non riesco a provare compassione!”

    «Non riesco a provare compassione! » pensò Bianca e ammutolì. Ammutolirono i pensieri, tutti i libri, persino l’abbecedario “Conoscere” e l’immagine sulla copertina lì a Brussel, quella Torre atomica fuori dal parlamento quando andava di moda l’atomica, nel 1968; ammutolì la tv, Praga, “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, tutti i Film, Oh capitano! Mio capitano!, i poeti estinti che si incontravano di notte, ammutolirono tutte le poesie e le partenze, i filosofi:

    Nell’aria che si fa limpida…
    quando già il conforto e della rugiada
    goccia a goccia scende sopra la terra,
    non visto, non udito:
    (…)
    in maschere di tutti i colori,
    maschera a se stesso,
    preda a se stesso –
    questo – il pretendente della verità?
    No! Solo giullare! Solo poeta!
    che parla in tutti i colori,
    colori erutta da giullaresche maschere,
    rampicando su ponti di mendaci parole,
    su variopinti arcobaleni
    tra finti cieli
    e finte terre,
    vagando, strisciando –
    solo giullare! Solo poeta!

    L’ebraismo.

    Solo un restare.

    Kafka le sorrise, sorrise il tedesco che aveva imparato, quella lingua nominale così piena di regole, di parole, di suoni dodecafonici tra la geometria di Kant e quel musicista di Bonn, sordo, e le Valchirie, il suolo, il sangue, il genio. La memoria si perse in quel Silenzio delle sirene, in quell’Ulisse che aveva solo finto di ascoltarne il canto.

    Bianca guardò Tosca come a cercare realtà: «Sei mai stata a Chia? »
    Tosca trasalì. «A Chia? » Forse Bianca era presa dalla fantasmagoria dei suoi sogni, confondeva i luoghi con le persone. «A Chia? » ripeté, «Chia è… ». «Chia! Vicino Viterbo, Pasolini vi ha girato molte scene di quel suo “Vangelo secondo Matteo”. Mi chiedi se Kafka sia pericoloso per Potere e Mediocrità, m’è venuto in mente Pierpaolo e quella torre. M’è venuto in mente quel suo articolo sul “Corriere della Sera”, martellano quelle parole come i passi di Joseph K. dentro quel Tribunale, “Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti” – si riferisce agli attentati alle istituzioni e alle stragi, Tosca, come a Piazza della Loggia – “di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere.”
    Chiuse gli occhi Bianca a cercare la luce. Le parole sfiorarono le labbra. «Sono scomparse le lucciole… ». Silenzio. Si riprese, li aprì.
    «L’hai mai vista una foto di Pasolini da morto? Uno sfacelo. L’hanno pure schiacciato con la macchina quel comunista frocio, uno così non è normale, no? E, poi, morire così… . Fa male sapere troppe cose.
    Una volta gli ho dedicato una poesia a quell’intellettuale, anzi due, ma questa è più corta:

    A Te

    A Te che piace recitare e non trovi gli occhi,
    a Me che sono stanca di guardarti, dormire,
    in un giorno di sole.
    Passai vicino al paese, ‘un comunista frocio’ sotto la torre,
    nella casa mi chiamava, poesia.
    Al critico piaceva la Grecia e sentì nella voce un angelo,
    nelle mani il sudore freddo della morte, nel volto un ammacco futurista:
    – una bellissima statua di bronzo caduta da un autotreno e
    ammaccata dalle automobili che lo seguono.

    E, poi.

    Il Caravaggio.

    Ma già! Te l’avevo già detto ‘comunista frocio’; ma t’era venuta in mente la morte in quella luce di Medusa? » Bianca si arrese ad una risata ch’era una smorfia di dolore, un dolore sordo, un vizio assurdo, vivere. Poi si riprese roteando il capo e puntando gli occhi negli occhi della psichiatra, sua amica:
    «Kafka però non era uno scrittore politicamente impegnato come così correttamente si dice, anzi il suo amico Max Brod ne ha fatto un santino – che certo ‘santino’ non è la parola adatta con quel comandamento Non ti farai immagine di me e che anche a me sembra così bello! Dunque, ti dicevo, Brod ne ha fatto un’icona di misticismo ebraico, quasi un campione della causa. Povero Franz, lui che aveva scritto “se non fosse intervenuto il Sionismo…”. Il Sionismo, intendeva, a rovinare il perpetuo assalto contro il confine in cui lui cullava la sua vita e cullato dall’unica amante che abbia mai avuto: la lingua, la letteratura. Lo sapevi che scrisse una volta “La lingua è un’amante perpetua?”. Certo, a pensare come ha trattato le donne…, tra l’andare e il venire Ti sposo, Felice, non ti sposo! e le dedica “La condanna”, Cara Signora Milena… e poi “Tu sei per me il coltello con il quale frugo – e quel verbo ‘wühlen’ vuol dir ‘grufolare’, Tosca, lo sai?- dentro me stesso”; ma, forse, non le ha nemmeno trattate male, forse cercavano proprio Kafka e anche loro quel ‘grufolare’, magari solo preparando la minestra per la cena o l’agnello kasher, puro perché è ruminante e ha lo zoccolo spaccato. Lui ne ha distrutto le lettere, perché loro no? Grufolare? Un ebreo non lo può nemmeno mangiare il maiale!
    Puro?
    Ho letto l’altro giorno che uno studioso ha trovato un articolo che riportava la scoperta di un altro studioso inglese… ».
    «Lo so! » disse Tosca.
    «Lo sai? Che cosa sai? ».
    «So che uno studioso inglese ha scoperto dettagli imbarazzanti sulle fantasia erotiche di Kafka ».
    Bianca la penetrò con gli occhi: «Qualcuno ci spia! Ci capita troppo spesso da quando ci conosciamo di, di, di…ma come le chiama Jung queste cose? ».
    «Sincronie » rispose Tosca guardandosi le mani.
    «Ecco, sì, quelle. Quando ti capitano tutte le cose a proposito, al momento giusto. In effetti a me succede in continuazione da qualche anno e così spesso con te! A volte così in continuazione che mi sento assediata, però è bello! E’ come se dentro e fuori fossero la stessa cosa e forse lo sono, chissà? Ma torniamo a noi, a quella pantografia, ah no! Patografia. Sai com’è? Con questo tavolo da pantografo che uso come scrivania… il pantografo invece è in cantina a sagomare i topi. » Bianca rise. Di gusto questa volta. In quell’allegria ubriaca in cui spesso migravano i suoi pensieri sbottò: «Ma lo sai che questa patografia mi piace assai? Ora m’è venuta in mente quella stanza 101 nel romanzo di Orwell sai? Quando al povero Winston Smith gli mettono la gabbia con i topi sulla faccia e lui ha paura e rinnega l’amore. In fondo anche Kafka ha oscillato sul pendolo di questi due opposti. Forse la sua patologia sta nel fatto che s’inceppava nell’oscillare sulle sue credenze per prendere il volo solo a tratti, ora verso destra ora verso sinistra di quel pendolo. Ce chi l’ha definito nevrotico ossessivo Kafka. Può un nevrotico ossessivo avere fame di letteratura? ».
    …*)

    Vorrei qui – nell’augurare Buona Pasqua –  ringraziare Gian Gavbriele Benedetti di questo pensiero:
    Gian Gabriele Benedetti

    E se ammutolisce la poesia, si fa silenzio l’anima del mondo, si fa buia ogni speranza umana, si perde tutto ciò che divinamente cammina con piedi leggeri ed incisivi sulla Terra. Nell’ora della suprema minaccia, è la parola dell’uomo (“il Verbo”) che si fa recupero del tempo e decifrazione della storia; instaura rapporti nel bisogno di incontro; diviene risoluzione del conflitto esistenziale; offre segni e ragioni di vita; impone dolcemente un senso di fresca saggezza; apre al trascendente…
    La poesia è canto illuminante e salvezza. La poesia è complice di un gioco che sigilla l’identità del presente e del divenire; è magia tesa a strappare l’impronta del reale alla dissolvenza del non-essere.”
    Marco Saba,

     Marco Saba
    Nel brano c’è una chiara citazione di Pasolini che, avendo conosciuto Ezra Pound, aveva capito che il motore del terrorismo e delle stragi è la lotta senza fine per il potere supremo, quello dell’emissione monetaria con appropriazione privata del signoraggio.

    E Clelia Ciriminna che conosce il significato delle parole:

    Clelia Ciriminna

    “La sua (di Tosca Amadei)  perizia è professionale,ma il suo amore riscatta la condanna;
    tutti siamo condannati,basta trasformare una condanna in
    un rituale d’amore.”

    Buona Pasqua a Tutti, Domenica*)

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Bart