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MUSICA: “La sposa fedele” di Pietro Alessandro Guglielmi. Opera bernesca in 3 atti.

21 Settembre 2007

di Stelvio Mestrovich 

[Alcune pubblicazioni di Stelvio Mestrovich: “Appunti di archeologia musicale”, Pagnini, 2002, “Il caso Palinuro”, Pagnini, 2003, “Venezia rosso sangue”, Flaccovio, 2004, “Delitto in casa Goldoni”, Carabba, 2007]

Il 9 dicembre del 1728 nacque a Massa Pietro Alessandro Guglielmi, fratello di quel Domenico sacerdote che fu organista della cattedrale della città apuana dal 1756. Dunque, in una famiglia di antiche tradizioni musicali. Sia il padre che lo zio (anch’essi musicisti) capirono subito le doti del fanciullo e lo iniziarono allo studio del contrappunto, della viola e della tastiera.

Grazie alla protezione della Duchessa di Massa Ricciarda Cybo Gonzaga, che ne favorì la splendida carriera musicale, Pietro Alessandro fu ammesso al Conservatorio di S.Maria del Loreto a Napoli, nella classe di Francesco Durante, che frequentò sino al 1754.
L’esordio al Teatro dei Fiorentini a Napoli con Lo solachianello imbroglione fu più che promettente. Poi, con Il filosofo burlato, consolidò la sua fama di operista.
La sua prima opera seria, Tito Manlio, andò in scena a Roma nel 1763. Al suo Ruggiero assistette a Verona il giovane Mozart e lo lodò.
Prive di alcun fondamento le opinioni di Charles Burney, secondo le quali Guglielmi scriveva troppo presto e con poco originalità e accuratezza nei passaggi, tutto preso com’era, sempre a parere dello storiografo inglese della musica, a giocare, a dar di spada, ad andare a donne, insomma un vero vizioso insensibile ai doveri familiari (era padre di otto figli) che, col pretesto della musica, badava solo a soddisfare i suoi bisogni tutt’altro che spirituali.
Dopo anni di intensa attività trascorsi tra Firenze, Padova, Torino e Venezia, Guglielmi si trasferì in Inghilterra, dove ricoprì le cariche di compositore e di direttore del King’s Theatre di Londra. I suoi lavori ebbero successo e inevitabile fu l’insorgere dell’invidia e delle ostilità da parte dei non pochi colleghi.
Rientrato in Italia e dopo vari spostamenti tra Napoli e Roma, Pietro Alessandro Guglielmi accettò la proposta del papa PioVI, nel marzo del 1793, di succedere ad Antonio Borroni quale Maestro di Cappella in San Pietro. Quattro anni dopo, lo stesso incarico gli fu dato anche a San Lorenzo in Lucina.
Morì a Roma nel 1804 e su i suoi lavori si ammucchiò la polvere dei secoli. Con la totale indifferenza dei critici di regime e della sua città natale.
Eppure Guglielmi fu affiancato a Cimarosa e a Paisiello. Eppure Guglielmi dette una svolta alla musica del Settecento col suo gusto fine e poco conservatore. Eppure Guglielmi perfezionò il contrappunto con la sua musica sacra, peraltro tutta ancora da esplorare. Basterebbe ascoltare il Debora e Sisara, un vero e proprio capolavoro. Eppure Guglielmi firmò pezzi di musica strumentale da camera, lavori per clavicembalo (movimento veloce seguito da un minuetto o da un rondò), sinfonie, sonate, divertimenti, così ricchi di fascino e di bellezza da non fare rimpiangere l’irraggiungibile Mozart.
L’opera bernesca in tre atti “La sposa fedele“, libretto di Pietro Chiari, fu rappresentata per la prima volta a Venezia, durante il carnevale del 1767, al Teatro San Moisè, ma si ipotizza pure una rappresentazione antecedente a Cremona nel 1765 col titolo La costanza di Rosinella. Questo dramma giocoso, in realtà, fu noto anche come La Rosinella ossia La sposa fedele, La fedeltà in amore ossia La sposa costante e fu tradotto in tedesco da Johann Joachim Eschenburg (1743-1820) e rappresentato nove anni dopo Venezia a Breslau col titolo Robert und Kalliste, oder der Triumph der Treue.

La trama è delle più semplici: Rosinella, figlia di ‘calzorari’, e il suo promesso sposo Pasqualino, che fa il cameriere, riescono a salvarsi durante un naufragio e, all’insaputa dell’uno e dell’altro, trovano riparo in uno dei tanti possedimenti del Marchese del Vento di Ponente, un uomo ricchissimo e di buon cuore, col cervello ‘sconvolto’ dalle letture dei romanzi cavallereschi, tanto che si crede di essere Orlando ‘ed impugna scudo e brando’. Per fortuna, però, la tempesta di follìa passa velocemente e sa poi farsi perdonare elargendo regali e soldi a chi gli sta vicino.
Rosinella si presenta come Donna Aurora del Campo e narra la sua disavventura:

Sono italiana, a Genova son nata, sposa fui destinata a un Baron forestiero.
(Pasqualino faceva il cameriere).
Fatte le nozze, il mio Baron, volendo condurmi al suo Paese,
entrati in mare, una fiera borasca ruppe il nostro vascello e, non so come,
due giorni sono già, che salva dalla procella, al lido giunsi al fine.

La donna, dai modi affabili e cortesi, suscita l’interesse sia del Marchese sia del Conte Lelio (già impegnato sentimentalmente con Camilla), che se ne innamorano.
Nel frattempo, Pasqualino contatta, solo e affamato nella proprietà del Marchese, il Conte Lelio, gli narra la sua sventura, questi si intenerisce e lo presenta al Marchese che lo assume come cameriere.
Rosinella ricambia inizialmente le attenzioni del Marchese, ma quando scopre che il suo Pasqualino, per uno strano scherzo del destino, non solo è salvo, ma offre i suoi servigi alla stessa persona che la tratta come una grande dama, cerca in tutti i modi di ritornare insieme all’amato. Ma, a questo punto, avendo concordato i due di non scoprirsi per evitare di ritornare ‘raminghi per il mondo’, subentrano la gelosia e il ‘gioco delle sedie’. Pasqualino mal digerisce di vedere seppure il suo benefattore avvicinarsi troppo a Rosinella e di accarezzarle la mano, sospirando. La prima volta butta giù il rospo, litiga con la compagna, ma si fa perdonare. La seconda volta, però, non resiste al ‘gioco delle sedie’ e si palesa. Il Marchese prima si arrabbia con Donna Aurora:

Oh, mio schernito amor!
Anteponeste un meschinello, un vile,
Ad un ricco signor, ad un Marchese?

Poi, dopo avere verificato che Pasqualino ha tutte le credenziali sociali per sposare Donna Aurora del Campo, il Marchese acconsente di unire in matrimonio i due amanti, ricongiungendo pure Camilla al Conte Lelio che lo perdona.
Il libretto si legge bene, è arguto e buffo al punto giusto, del resto il commediografo Pietro Chiari non ha bisogno di presentazioni. Gesuita, dopo avere insegnato retorica nel Collegio di Modena, si stabilì a Venezia nel 1746, dedicandosi all’attività letteraria e al teatro.
Fu poeta di corte di Francesco III di Modena ed arcade col nome di Egerindo Criptonide.
L’abate bresciano fu rivale del celebre riformatore del teatro italiano Carlo Goldoni.
Come librettista, scrisse per i più importanti operisti dell’epoca, tra i quali, oltre Guglielmi, Piccinni, Tratta, Galuppi e Gazzaniga.

Morì a Brescia il 31 agosto del 1785.


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