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Se il carisma non basta

10 Giugno 2013

di Ernesto Galli della Loggia
(dal “Corriere della Sera”, 10 giugno 2013)

Ci sono alcune cose interessanti in comune tra la nascita del Movimento 5 Stelle e la nascita della Lega Nord (a parte l’assai maggiore velocità con cui si sta consumando la parabola del primo). Così come è interessante un aspetto della situazione italiana che le loro comuni difficoltà ci dicono.
M5S e Lega nascono entrambi per impulso di due figure carismatiche, Beppe Grillo e Umberto Bossi, prive di qualunque background o curriculum di tipo politico. Sono loro due che s’inventano tutto, si creano un seguito personale e trascinano al successo la loro creatura. E lo fanno tutti e due attraverso una campagna di agitazione nelle piazze in cui mettono in campo un fortissimo e accattivante (a suo modo) elemento di fisicità personale: troppo forte per essere contenuto in qualsiasi schermo televisivo o per sopportare un qualunque «dibattito» (e infatti entrambi sostanzialmente disertano l’uno e l’altro). L’assenza nella loro immagine e nel loro discorso di qualunque tratto politico tradizionale li avvantaggia enormemente (così come all’inizio avvantaggia Renzi che però, obbligato a interloquire sempre di più con un organismo super politico come il Pd, riuscirà con sempre maggiore fatica a mantenere questo tratto e a non perdersi nella chiacchiera e nelle ritualità «politichesi »). È così infatti che essi riescono a intercettare la sacrosanta protesta dal basso—confusa, umorale, spesso violenta e volgare— di un’opinione pubblica stanca principalmente proprio delle forze politiche tradizionali e della loro enorme inadeguatezza. Nell’interpretare questa protesta li unisce ancora un elemento comune. Entrambi le danno uno sfondo utopico: Bossi il separatismo del Nord-nazione, Grillo il miraggio della Rete e della democrazia diretta all’insegna della trasparenza universale. Qui però iniziano per tutti e due i problemi: l’utopia, infatti, va bene per mobilitare, per spingere ad andare oltre l’oggi; ma se poi hai successo, è all’oggi, alla politica attuale, che in qualche modo devi inevitabilmente tornare.

Un ritorno per il quale la Lega è comunque in un certo senso attrezzata. L’elemento territoriale della sua utopia di partenza le ha consentito in modo abbastanza naturale, infatti, di trasformarsi in un partito degli interessi locali, in un partito di sindaci e assessori, accettando a livello nazionale un ruolo puramente gregario: importante ma pur sempre gregario. È sul Movimento 5 Stelle, invece, che le contraddizioni mordono con maggiore furia.

Quella certamente più evidente è la contraddizione tra carisma e leadership. Agitare una folla ed emozionare nei comizi è una cosa, guidare un gruppo di eletti al Parlamento in base a qualche strategia un’altra. Grillo ha mostrato di avere il carisma, ma sta mostrando di non sapere come trasformarlo in una leadership. Cioè in qualcosa che ha bisogno di almeno tre elementi: un’idea di fondo sufficientemente realistica delle cose da fare, riuscire a inventarsi una struttura organizzativa, e infine la capacità non già di farsi obbedire ma di convincere. Il passo dal carisma alla leadership non gli riesce probabilmente per un’insicurezza personale di fondo. Infatti, mentre egli ha assoluta padronanza del primo, per quanto riguarda la seconda, invece, è consapevole di non sapere neppure da dove si comincia.

Nella difficoltà – oggi per il Movimento 5 Stelle e il suo capo, ieri per la Lega di Bossi – di trasformare un successo elettorale in una leadership in grado di animare una vera presenza politica capace di ulteriori sviluppi si scorge in realtà un dato rilevante della situazione italiana. E cioè che da decenni ciò che nasce dal basso come genuino movimento di protesta e di rinnovamento della politica non riesce in alcun modo a liberarsi del connotato intellettualmente elementare e ingenuamente protestatario, antropologicamente plebeo-piccolo borghese, con cui vede ogni volta la luce. Non a caso elegge rappresentanti (vedi i parlamentari grillini attuali o tanti della Lega) i quali brillano quasi tutti per pochezza concettuale mista a insulsa prosopopea, sicché alla fine ciò che nasce dal basso come qualcosa di «nuovo» e «contro», e magari ha un iniziale successo, è però fatalmente condannato a un tramonto più o meno rapido nelle mani di un padre-padrone carismatico desideroso di restare tale per sempre, anche se ormai inutile.

Si sconta così il fatto che da questo «nuovo» le élites socio-culturali della Penisola sono ogni volta assenti. Ma non già solo perché tenute lontano dalla volontà del padre-padrone di cui sopra o dai meccanismi di consenso che egli produce. Sono assenti anche perché le élites italiane, pur se critiche, criticissime, delle condizioni del Paese e della qualità della sua classe politica accreditata – come da esse si ascolta sempre quando si sentono libere di esprimersi – tuttavia preferiscono l’immobilità. Hanno ereditato una sorta di timore atavico a schierarsi davvero all’opposizione del «sistema» nel suo complesso, a diventare fautrici di un vero rinnovamento. Hanno sempre timore di «esporsi», di mettersi in gioco senza paracadute, senza avere qualche forma di garanzia, come minimo un posto assicurato in Parlamento. Anche per questo in Italia è sempre così difficile mettere termine a ciò che non ha più ragione d’essere, spalancare le finestre, tentare strade diverse, inventare procedure inedite, chiamare gente nuova. Perché le élites del Paese, pure se a parole lo negano, in realtà sono come ostriche attaccate al passato, e le uniche novità che gradiscono sono quelle che vengono dall’alto: che però, come si sa, almeno qui da noi troppo spesso sono quelle famose novità che non cambiano nulla. Mentre ciò che ha in sé qualcosa davvero di nuovo finisce per avvizzire nella sua solitaria autoreferenzialità.


Lite fra i guru (rossi) della Costituzione
di Luigi Mascheroni
(da “il Giornale”, 10 giugno 2013)

L’attuale dibattito sulla Costituzione – se riformarla, e come – è innegabilmente uno dei più necessari nell’attuale momento politico, e quindi uno dei più intellettualmente feroci.
L’attacco più recente, col fioretto dell’ironia, è quello portato dal politologo Gianfranco Pasquino (per quasi mezzo secolo docente di Scienza politica all’Università di Bologna, senatore dall’83 al ’92 per la Sinistra Indipendente e dal ’94 al ’96 per i Progressisti) al «compagno di squadra» Gustavo Zagrebelsky, già giudice della Corte costituzionale, presidente di Libertà e Giustizia, firma di Repubblica e fra i fondamentalisti del «neocostituzionalismo».

Il sito della prestigiosa e progressista rivista il Mulino, dall’altro ieri, nell’indifferenza generale, apre con un articolo – sottile per ironia, devastante per gli effetti – del professor Pasquino (che negli anni ’80 diresse la pubblicazione del Mulino) dal titolo tranchant: La Costituzione imbalsamata. Dove ovviamente, per il riformatore Pasquino, l’imbalsamatore è Zagrebelsky, il quale considera la nostra Costituzione intoccabile (dimenticando che i costituenti stessi, saggiamente, scrissero un articolo apposito per regolamentare le eventuali riforme, considerate quindi possibili), insomma la vede come “la più bella del mondo”, tanto che «vorrebbe esibirla a un concorso di bellezza fra tutte le Costituzioni esistenti».

Partendo dall’intervista rilasciata giorni fa dal presidente emerito della Corte Costituzionale al Corriere delle sera, Pasquino rileva che «Disponendo forse di informazioni riservate, Zagrebelsky ci ha dato, non contrastato dall’ossequioso intervistatore (Aldo Cazzullo, ndr), un sacco di notizie democratiche e istituzionali. La prima, è che grazie al presidenzialismo o semipresidenzialismo, i colonnelli, come in Sudamerica, sono diventati capi di Stato… I dati storici, però, dicono inconfutabilmente che sono i generali a diventare capi di Stato nelle Repubbliche presidenziali e semipresidenziali, come Eisenhower (1952-60) e de Gaulle (1958-69). Poco sembra importare al giurista che entrambi abbiano vinto e rivinto elezioni democratiche e competitive e che nessuno all’Occidente considera né competitive né democratiche le elezioni russe. Peccato che l’intervistato non riesca a spingersi più in là con la sua memoria. Diciamolo: il vizio del presidenzialismo è d’origine. Addirittura il primo presidente degli Stati Uniti fu un generale: George Washington».

E, come surplus, Pasquino aggiunge l’esempio della Repubblica di Weimar (1919-33), dove si ebbe un generale, Paul von Hindenburg, «democraticamente eletto e rieletto, anche con il voto dei socialdemocratici tedeschi già in preda alla sindrome di Stoccolma, vale a dire, per seguire l’analogia zagrebelskyana, innamoratisi del loro nemico». E anche la Costituzione di Weimar, scritta da alcuni dei più brillanti giuristi del tempo, fu un caso di semipresidenzialismo. Ma questi «sono tutti particolari marginali per gli imbalsamatori della Costituzione italiana pronti a sparare a zero sul presidenzialismo e, quando si ricordano che non è la stessa formula istituzionale, anche sul semipresidenzialismo».

Del resto, conclude amareggiato e sarcastico Pasquino (che con tale ironica puntualizzazione rischia ora di essere arruolato d’ufficio tra i “quattro gatti liberali”) «La Costituzione italiana, dichiarano solennemente gli “imbalsamatori”, “non è cosa vostra”, cioè di noi cittadini riformatori. Quindi malvagi».
Quelli che il diritto è uno solo. Il loro.


Il fisco saprà per chi voti
di Franco Bechis
(da “Libero”, 10 giugno 2013)

Avevano già i nostri redditi. E anche i nostri conti bancari, le carte di credito. Tutte le assicurazioni stipulate. I dati sanitari. I lavori. Avevano i nostri scontrini. Le targhe delle nostre auto. Le nostre case. I quadri che avevamo comprato o ereditato. Ogni grammo d’oro acquistato o ricevuto da papà, mamma e perfino dalla bisnonna. Hanno il nostro stato civile, la fedina penale, conoscono i nostri figli, i computer, la televisione, gli iPad, i numeri di telefono della nostra famiglia, gli indirizzi di casa e ufficio, tutte le bollette: acqua, luce, gas, comunicazioni. Non sfugge un nostro viaggio, una vacanza, un biglietto aereo, una crociera in nave. Grazie a scontrini, bollette del telefono e talvolta intercettazioni il Grande fratello dello Stato italiano è in grado di conoscere perfino il cuore dei suoi cittadini: amicizie, amori, passioni, doppie vite. C’era una sola cosa in cui lo Stato non poteva mettere becco, perché protetta dalla carta fondamentale della Repubblica italiana: il voto. Dice l’articolo 48 della Costituzione che «il voto è personale ed eguale, libero e segreto». E invece sarà segreto per l’ultima volta in questo 2013. Perché l’articolo 48 della Costituzione è stato di fatto abolito da Enrico Letta.

Dice la nuova legge sul finanziamento ai partiti che dal 2014 i cittadini potranno sostituire l’attuale sistema di rimborso delle spese sostenute in campagna elettorale devolvendo ai partiti il 2 per mille dell’Irpef nella loro dichiarazione dei redditi. Spiega lo stesso Letta nella relazione che accompagna il suo disegno di legge che «le scelte saranno effettuate in sede di dichiarazione annuale dei redditi mediante la compilazione di una scheda recante l’elenco dei partiti aventi diritto, sulla quale il contribuente può indicare un unico soggetto cui destinare il due per mille della propria imposta sul reddito». Dal 2014 dunque gli italiani daranno al fisco insieme alla propria dichiarazione dei redditi una scheda dove sarà indicato il partito che vorranno finanziare. Come le dichiarazioni dei redditi dunque il voto degli italiani, o di quella parte di italiani che vorrà finanziare il partito del cuore, finirà insieme alla dichiarazione dei redditi nelle mani dell’Agenzia delle Entrate di Attilio Befera. E rischia di finire in quel grande frullatore della privacy degli italiani che è il Sid (Sistema di interscambio dati), quella banca dati, il Grande fratello che il fisco italiano ha costruito per scovare gli evasori. La preferenza politica del singolo cittadino verrà dunque frullata insieme al redditometro, ai propri dati bancari, assicurativi, sanitari e familiari. Un’arma micidiale nelle mani di qualsiasi regime autoritario, ma rischiosa anche in una democrazia come quella italiana.

Se il fisco avrà in mano anche il dato della preferenza politica dei propri contribuenti, potrà venire la tentazione (fosse anche a funzionari infedeli) di usare impropriamente quell’arma nei confronti dei propri avversari politici. Decidendo ad esempio di compiere verifiche fiscali selezionando “politicamente” i primi campioni, le vittime predestinate. Pensate ad esempio con un governissimo Pd-Pdl-Scelta civica in carica che cosa potrebbero rischiare gli elettori del Movimento 5 Stelle che volessero finanziare direttamente Beppe Grillo e i suoi. Ma naturalmente le vittime “politiche” del fisco italiano potrebbero essere altre con il mutare della situazione politica. Quale sarebbe stata con un’arma così in mano in questi anni la guerra pro o contro Silvio Berlusconi? E chi l’avrebbe vinta mettendo con il fisco in ginocchio tutti i sostenitori dell’uno o dell’altro fronte?

La scelta operata nel disegno di legge Letta sul finanziamento ai partiti è dunque clamorosa e mina le basi stesse della democrazia. Non a caso quando tre lustri fa – era il 1997 – fu scelto per finanziare i partiti politici un sistema quasi identico, che devolveva il 4 per mille dell’Irpef, fu esplicitamente esclusa la possibilità di dichiarare il partito a cui fare andare quei soldi. Anche all’epoca i partiti esistenti si resero conto del rischio che correvano: restare con le casse all’asciutto. Perché era evidente a loro che ben pochi avrebbero dato il proprio 4 per mille Irpef al sistema dei partiti nel suo complesso: complicato chiedere a un berlusconiano di finanziare Massimo D’Alema e Valter Veltroni, e viceversa. E in effetti andò malissimo: solo lo 0,5% dei contribuenti versò il proprio 4 per mille, e non si andò oltre i 2 milioni di euro attuali. Ma fu esplicitamente esclusa ogni ipotesi di meccanismo che avrebbe consegnato al fisco le preferenze politiche degli italiani, perché venne ritenuta incostituzionale violando la segretezza del voto.

Letta invece ha voluto dare al fisco questo strumento micidiale, in grado di minare alle radici il nostro sistema democratico. Lo ha fatto forse perché ha voluto correre troppo in fretta, tanto è che la presidenza del consiglio dei ministri ha motivato con l’urgenza la richiesta di non sottoporre il testo alla necessaria Analisi di impatto sulla regolamentazione esistente (che avrebbe segnalato i rischi). Formalmente i tecnici che hanno scritto il disegno di legge sostengono che la Costituzione sarebbe rispettata perché qui il partito su cui il contribuente mette la “x” è quello da “finanziare”, e potrebbe essere diverso da quello che segretamente si vota. Ma la spiegazione è da arrampicata sui muri: è già difficile scegliere un voto, figurarsi se un contribuente è disposto a versare propri soldi a un partito che nemmeno vota. C’è quindi un solo antidoto: fare saltare subito in Parlamento quel 2 per mille ideato in modo così diabolico. Mina la convivenza civile assai più della vecchia generosità dei rimborsi elettorali. Tanto più che con il nuovo sistema ai partiti finirebbe comunque più o meno la stessa somma pubblica che veniva data prima…


Il governo e la corsa di Matteo
di Federico Geremicca
(da “La Stampa”, 10 giugno 2013)

Da lle parti del centrosinistra – e del Pd, più in particolare – va ormai radicandosi (fino ad esser giunta ad un passo dall’ufficialità) una incontrollabile novità. Infatti, c’è un giovane amministratore, Matteo Renzi, che potrebbe presto porre la propria candidatura alla guida del partito sull’onda di una linea che prevede il no all’ineleggibilità di Berlusconi, è critica con le «toghe rosse», ha da ridire sul ruolo svolto dal sindacato, ritiene perfettamente normale andare a pranzo con Briatore e a cena con finanzieri più o meno discussi, è scettica verso un governo guidato da un esponente del suo stesso partito e reclama – infine – «una sinistra finalmente non decoubertiniana»: che se ne frega, cioè, delle vecchie compatibilità e delle buone maniere, perché l’importante è vincere. Punto e basta.

La prima reazione, di fronte a un elenco così (ma si potrebbe continuare…) è ovvia: o il potenziale candidato ha sbagliato partito oppure sono in molti nel partito (perché gli aficionados aumentano) ad aver sbagliato candidato. In realtà, è possibile una terza ipotesi: e che cioè – pur con tutte le approssimazioni e le cose da meglio definire – la sinistra italiana stavolta si trovi davvero di fronte a quel rischio-possibilità di radicale rinnovamento che da più parti (e perfino dal suo stesso interno) è ormai da tempo invocato.

È una ipotesi – quest’ultima – naturalmente più difficile da liquidare con un semplice «tanto si sa che Renzi è di destra»: e certamente più impegnativa circa la valutazione degli approdi cui potrebbe portare.

Ieri, incalzato dalle domande dei colleghi de «la Repubblica», il sindaco di Firenze ha chiesto a Guglielmo Epifani di fissare data e regole del Congresso Pd. E ha aggiunto: «Stavolta non mi faccio fregare: prima le regole e poi dico se mi candido». Ma che si decida a farlo oppure no, è chiaro fin da ora che il pacchetto di «provocazioni» immesso da Renzi nel dibattito precongressuale dei democratici, segnerà – e non poco – l’intera discussione: a maggior ragione per la contemporanea presenza sulla scena di un governo che ha seminato depressione e insoddisfazione nelle file Pd.

Ecco, il governo: che sembra essere il più esposto di fronte al possibile tsunami della candidatura (e poi dell’elezione) di Renzi alla guida del Pd. E infatti non è certo per caso che, da quando presiede il suo esecutivo di «larghe intese», Enrico Letta cerchi di curare il più possibile i rapporti con l’«amico Matteo». L’altro giorno i due sono rimasti faccia a faccia a Firenze per un paio d’ore, cercando di capire se sia possibile una qualche intesa tra un leader che è a Palazzo Chigi e ci vuole restare, ed un altro che ne è fuori e ci vuole entrare. Non è semplice: e infatti, per quanto i riflessi di una antica e comune «democristianità» abbiano aiutato a smussare gli angoli, è proprio questo quel che è emerso dall’incontro.

Per tanti motivi – a cominciare dalle dichiarate ambizioni di Renzi – bisogna dunque cominciare ad abituarsi all’idea che una eventuale ascesa del sindaco di Firenze alla guida del Pd porterebbe con sé (anche solo oggettivamente) rischi serissimi per la tenuta del governo. Letta lo sa, e Renzi non lo nasconde: «Questo governo – ha ripetuto ancora ieri – non aiuta il bipolarismo». Il problema è che, pur di fronte a questa eventualità, è estremamente difficile che i due possano raggiungere un’intesa capace di evitare un quasi certo scontro frontale.

Enrico Letta, infatti, si trova nella posizione di non poter spingersi troppo oltre nelle rassicurazioni sul futuro, essendo legato ad alleanze interne al Pd (da Bersani a Franceschini) fatta anche di leader che non intendono stender tappeti rossi per l’arrivo dell’«amico Matteo»; e Renzi, d’altra parte, non si fida: e soprattutto, è poco incline a stringer patti quando non è lui ad esser il più forte. D’altra parte, è vero che è giovane, ma ha visto e letto di troppi accordi politici stretti e poi traditi: dal patto «della staffetta» tra De Mita e Craxi (Anni 80) a quello «della crostata» tra D’Alema e Gianni Letta (Anni 90) ce ne fosse uno andato in porto…

Dunque, meglio le mani libere. Che è precisamente la rotta che Matteo Renzi terrà da qui fino al momento in cui saranno fissate le regole per il Congresso. E se alla fine decidesse di candidarsi, una cosa può esser certa: nel bene o nel male, nulla sarebbe più come prima. Per il Pd, certo: ma anche per lo strano governo delle «larghe intese»…


Lupi, il Peter Pan del governo che corre con le grandi opere
di Giancarlo Perna
(da “il Giornale”, 10 giugno 2013)

Quanto a idee, Maurizio Lupi, le ha chiare. Non ci piove. Il neo ministro Pdl per le Infrastrutture sguazza nei Lavori pubblici da lustri. Se ne occupava già da assessore nella giunta milanese di Gabriele Albertini nel 1997, poi come capogruppo del Pdl nella commissione Lavori pubblici della Camera e infine da responsabile del partito nello stesso settore.
Mangiando pane e grandi opere da una vita, non si può davvero dire che sulla poltrona sia stato messo un incompetente.
Poi, però, subentra il carattere. Lupi è prudente, attento ai rapporti di forza, deciso a farsi benvolere. Resta perciò di lui l’incognita – nonostante lo si conosca da tempo e non sia più un pupo (53 anni) – se sia tipo da condurre le battaglie fino in fondo. Il dubbio nasce dalle sue dichiarazioni programmatiche.
Prendiamo il ponte sullo Stretto di cui si ciancia da decenni. Ora che tocca Lupi, uno che considera le opere pubbliche volano dell’economia, sentite come parla: «Rimango un convinto sostenitore del ponte di Messina. Dopodiché, so che è stata presa un’altra decisione e che, dunque, è inutile riaprire quel dossier». Ma come? Sei un convinto sostenitore e poi rinunci? Se ci credi, battiti. Mostra i pugni. A che serve avere idee nette («sostengo il Ponte»), se ti manca il fegato di realizzarle? Ecco l’incognita Lupi: in premessa appoggia l’opera, nella conclusione la affossa.
Vi do un altro esempio. Il famoso «patto di Stabilità», ossia il rigore dei conti pubblici. Non è materia di competenza di Lupi ma lo riguarda perché, per fare le opere, ci vogliono i dané. «Io credo – ha detto il Nostro – che il patto di Stabilità sia totalmente un errore», perciò, conclude, «va allentato». Anche qui, gioca al ribasso. Se pensa davvero sia «totalmente un errore», si dia da fare per cancellarlo. Perché solo annacquarlo? Sei convinto o no di quel che dici? O lo fai solo per lavarti la coscienza e, se devi passare ai fatti, scegli il quieto vivere?
Non potendo ancora giudicarlo all’opera, siamo andati a caccia di indizi. Comunque, è servito a delineare il personaggio.

Maurizio è un milanese, laureato alla Cattolica in Scienze politiche, aderente a Comunione e liberazione, amico di Angelo Scola, l’arcivescovo di Milano, vicino a Cl. Quasi in fasce, ha mostrato una spiccata attitudine per l’accumulo delle cariche. All’università, per conto di Cl, fondò una coop di servizi agli studenti di cui divenne amministratore. Poi, è entrato al Sabato, il settimanale di Cl, come assistente personale dell’ad, per poi passare alla direzione del marketing. Presto, si è buttato anche in politica. Esordì in Consiglio comunale nei primi anni ’90, come dc. Fu uno degli ultimi di quella stirpe, a ridosso del crollo tangentopolista. Dopo il patatrac, si salvò salendo sulla zattera del Cdu, una dependance di Cl, guidata da Rocco Buttiglione, segretario, e Roberto Formigoni, presidente. Viste le peripezie, Maurizio capì che, accanto alla politica, ballerina per natura, doveva crearsi un lavoro suo. Fondò, così, Fiera Milano Congressi, società leader nella organizzazione di eventi, in grado di fornire a chiunque voglia parlarsi addosso, vaste sale sparse per l’Italia per un totale di ventimila posti a sedere. Di questo gigante del raduno, Lupi è stato amministratore delegato fino alla nomina a ministro. L’incompatibilità lo ha costretto a dimettersi. Comunque, la poltrona è lì che lo aspetta.
Preceduto dalla fama della sua intraprendenza, Maurizio entrò alla Camera nel 2001, tra le file di FI, sempre rieletto nelle successive tre legislature. Subito cominciò a collezionare incarichi: capogruppo in commissione, vice presidente della Camera, portavoce tv, commissario del partito nelle sedi inguaiate, eccetera. Questa bulimia è la favola di via dell’Umiltà, sede Pdl. Inoltre, avendo un estro animatore tra parrocchia e Club Med, ha portato un po’ di vita tra la polvere di Montecitorio fondando organizzazioni trasversali.
La principale è l’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà (più individuo, meno Stato) cui aderiscono Alfano con altri del centrodestra e cani sciolti del Pd, da Enrico Letta a Bersani. La più pittoresca, il Montecitorio Running Club, che riunisce i deputati di ogni partito che partecipano alla Maratona di New York. Lupi è un notevole atleta che, nell’imminenza della gara, corre venti chilometri ogni giorno, partenza all’alba. Fa una dieta a zona: carne e insalata a pranzo, pasta al pomodoro la sera. Si assoggetta alle cure della fisioterapista Piera – detta Scrocchiapiera per l’energia – che gli strappa urli belluini a ogni seduta. Fino a due anni fa, deteneva il record parlamentare di percorrenza della maratona, 3,48 ore. Dal 2011, l’uomo da battere è invece il più giovane Sandro Gozi del Pd, con 3,38 ore. Gli anni, ahimè, volano anche per Lupi che pure ha un’aria imberbe tanto da passare per uno dei «quarantenni» del Berlusca, quando è già oltre i cinquanta. Gli fa da contraltare, Sandro Bondi, che a 45 anni ne dimostrava 60.

Questo entusiasmo, venato di infantilismo, gli attira benevolenza. Quando, all’ultimo conclave, vide in tv la fumata bianca corse in Piazza San Pietro senza aspettare la proclamazione, convinto che il nuovo papa fosse l’amico Scola, dato per favorito. Tornato in via dell’Umiltà con le pive nel sacco fu accolto dai «buuu» ironici che si riservano ai tifosi delusi. Che sia baciapile, l’avrete capito. «Cerco di portare il messaggio di Cristo in ogni aspetto della mia vita, compreso il Parlamento», dice.
In questo, si inserisce la sua dimestichezza con monsignor Rino Fisichella, ex cappellano di Montecitorio, col quale ha seguito la conversione del giornalista Magdi Allam, di cui è stato padrino nel battesimo officiato da Papa Ratzinger.
Ogni tanto, però, seguendo il Vangelo, sbaglia pagina e finisce dalle parti di Giuda. Anche Lupi sei mesi fa, come la stragrande maggioranza dei maggiorenti del Pdl, è stato tentato di mollare il Cav per Mario Monti. Brutta storia che ha scavato un solco nel partito tra quelli rimasti accanto a Berlusconi e quelli pronti al salto della quaglia. Frattura esplosa con il governo Letta, poiché dei cinque ministri Pdl quattro sono tacciati di «tradimento».
La sola «pura» è considerata Nunzia De Girolamo. Gli altri, Gaetano Quagliariello in testa, sono nella lista nera. Di costoro, comunque, Lupi è quello su cui si è più disposti a sorvolare.
La sola spiegazione, essendo la sua posizione identica agli altri, è che riesce simpatico. Sa girare la frittata, la butta a ridere e, come per il ponte di Messina, si tira soavemente indietro. L’uomo di mondo è promosso, il ministro resta un rebus.


Scovati negli archivi di Harvard i compiti di matematica di Abraham Lincoln
di Francesco Tortora
(dal “Corriere della Sera”, 10 giugno 2013)

La storia ce l’ha tramandato come un maestro d’eloquenza che nel corso degli anni da autodidatta e con estremi sacrifici riuscì a scalare i vertici della società americana fino a diventare il sedicesimo presidente degli Stati Uniti. Tuttavia il ritrovamento negli archivi dell’Università di Harvard di alcuni compiti di matematica di Abraham Lincoln smentisce la leggenda secondo cui uno dei più importanti Capi di Stato statunitense abbia frequentato la scuola solo per pochi mesi. Nerida Ellerton e Ken Clements, i ricercatori dell’Illinois State University che hanno ripescato queste preziose reliquie, sostengono che i documenti dimostrano chiaramente come il futuro padre della battaglia per l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti non solo abbia studiato per diversi anni in una scuola dell’Indiana, ma che sia stato anche un valente studente.

SCUOLA – I compiti di matematica ritrovati risalgono agli anni 1824-1826 e sono trascritti su un paio di pagine di un quaderno che sarebbe appartenuto al giovane Lincoln. I fogli sono stati scovati negli archivi della Houghton Library e rappresentano il più antico manoscritto del futuro Capo di Stato americano. La tradizione narra che il sedicesimo Presidente degli Stati Uniti, figlio di due contadini del Kentucky privi di una formale educazione, avesse frequentato al massimo per 5 mesi le scuole del suo paese, ma gli studiosi dell’Illinois State University, carte alla mano, attestano invece che per diverse stagioni Lincoln, da alunno modello, svolse diligentemente a casa i compiti di matematica assegnati dai suoi professori.

POCHI ERRORI – Secondo lo studioso Ken Clements i documenti parlano chiaro: «Crediamo che Lincoln frequentò la scuola almeno per due anni – dichiara lo studioso ai media americani – Abbiamo studiato migliaia di questi libri cifrati e sebbene non si abbia sempre la sensazione che questo ragazzo sappia quello che sta facendo, c’è da dire che nei compiti ci sono pochi errori e che il giovane si dimostra all’altezza dei problemi di matematica che sta affrontando». I documenti ritrovati erano negli archivi della biblioteca dal 1954 e saranno uniti agli altri manoscritti appartenuti al futuro Presidente già in possesso dell’istituto di Harvard.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart