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Zapatero rivela: il Cav obiettivo di un attacco dei leader europei

28 Novembre 2013

di Riccardo Pelliccetti
(da “il Giornale”, 28 novembre 2013)

Vorremmo dire «clamoroso», ma non è così perché sapevamo da tempo, e lo abbiamo più volte scritto, che non solo in Italia ma anche dall’estero arrivavano pesanti pressioni per far fuori Silvio Berlusconi. L’ultima prova, che conferma la volontà di rovesciare un governo democraticamente eletto, la rivela l’ex premier spagnolo Luis Zapatero, che nel libro El dilema (Il dilemma), presentato martedì a Madrid, porta alla luce inediti retroscena sulla crisi che minacciò di spaccare l’Eurozona.

Il 3 e 4 novembre 2011 sono i giorni ad altissima tensione del vertice del G-20 a Cannes, sulla Costa Azzurra. Tutti gli occhi sono puntati su Italia e Spagna che, dopo la Grecia, sono diventate l’anello debole per la tenuta dell’euro. Il presidente americano Barack Obama e la cancelliera tedesca Angela Merkel mettono alle corde Berlusconi e Zapatero, cercando di imporre all’Italia e alla Spagna gli aiuti del Fondo monetario internazionale. I due premier resistono, consapevoli che il salvataggio da parte del Fmi avrebbe significato accettare condizioni capestro e cedere di fatto la sovranità a Bruxelles, com’era già accaduto con Grecia, Portogallo e Cipro. Ma la Germania con gli altri Paesi nordici, impauriti dagli attacchi speculativi dei mercati, considerano il vertice di Cannes decisivo e vogliono risultati a qualsiasi costo. Le pressioni sono altissime.

Zapatero descrive la cena del 3 novembre, con il tavolo «piccolo e rettangolare per favorire la vicinanza e un clima di fiducia». Ma l’atmosfera è esplosiva. «Nei corridoi si parlava di Mario Monti», rivela il premier spagnolo. Già, Monti. Che solo una settimana dopo sarà nominato senatore a vita da Napolitano e che il 12 novembre diventerà premier al posto di Berlusconi. Il piano era già congegnato, con il Quirinale pronto a soggiacere ai desiderata dei mercati e di Berlino.

La Merkel domanda a Zapatero se sia disponibile «a chiedere una linea di credito preventiva di 50 miliardi di euro al Fondo monetario internazionale, mentre altri 85 sarebbero andati all’Italia. La mia risposta fu diretta e chiara: “no”», scrive l’ex premier spagnolo. Allora i leader presenti concentrano le pressioni sul governo italiano perché chieda il salvataggio, sperando di arginare così la crisi dell’euro.

«C’era un ambiente estremamente critico verso il governo italiano», ricorda Zapatero, descrivendo la folle corsa dello spread e l’impossibilità da parte del nostro Paese di finanziare il debito con tassi che sfiorano il 6,5 per cento. Insomma, i leader del G-20 sono terrorizzati dai mercati e temono che il contagio possa estendersi a Paesi europei come la Francia se non prendono il toro per le corna. Il toro in questo caso è l’Italia.

«Momenti di tensione, seri rimproveri, invocazioni storiche, perfino invettive sul ruolo degli alleati dopo la seconda guerra mondiale…», caratterizzano il vertice. «Davanti a questo attacco – racconta l’ex leader socialista spagnolo – ricordo la strenua difesa, un catenaccio in piena regola» di Berlusconi e del ministro dell’Economia Giulio Tremonti.

«Entrambi allontanano il pallone dall’area, con gli argomenti più tecnici Tremonti o con le invocazioni più domestiche di Berlusconi», che sottolinea la capacità di risparmio degli italiani. «Mi è rimasta impressa una frase che Tremonti ripeteva: conosco modi migliori di suicidio». Alla fine si raggiunge un compromesso, con Berlusconi che accetta la supervisione del Fmi ma non il salvataggio. Ma tutto ciò costerà caro al Cavaliere. «È un fatto – sostiene Zapatero – che da lì a poco ebbe effetti importantissimi sull’esecutivo italiano, con le dimissioni di Berlusconi, dopo l’approvazione della Finanziaria con le misure di austerità richieste dall’Unione europea, e il successivo incarico al nuovo governo tecnico guidato da Mario Monti». Un governo, ora sappiamo con certezza, eletto da leader stranieri nei corridoi di Cannes e non dalla volontà popolare degli italiani.


Becchini. Spuntano i senatori a morte: presenti solo alla fucilazione
di Mario Giordano
(da “Libero”, 28 novembre 2013)

Più che senatori a vita, senatori a morte. Non si fanno mai vedere in aula, ma appena intrav­vedono la possibilità di fucilare Berlusconi, eccoli lì, tutti in fila, con il badge in mano come fosse un’arma letale da scaricare contro il loro bersaglio preferito: il Cava­liere di Arcore. Dice la Costituzio­ne che senatori a vita sono nomi­nati coloro che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti in cam­po sociale, scientifico, artistico o letterario. Ma per la verità, visti og­gi, sembrano solo capaci di illu­strare il loro cinismo da cecchini: basta guardarli, uno dietro l’altro, in coda per partecipare alla gran­de giostra del tiro al Silvio. Se que­sto è il meglio della nostra cultura, allora aveva ragione Goebbels: quando senti parlare di cultura metti maano alla pistola. Così al­meno puoi provare a difenderti …
Renzo Piano, Claudio Abbado, Elena Cattaneo e Carlo Rubbia: i quattro dell’Ave Maria sono stati
insediati a fine agosto, fra mille polemiche, dal presidente Napo­litano già responsabile dell’assur­da nomina di Mario Monti. Ci si era chiesti, allora, che senso aves­se mantenere in vita quest’istituto para-feudale con la cadrega incol­lata per sempre al dererano del privilegiato. Ci si era chiesti per­ ché, anziché ridurre il numero dei parlamentari, come gli italiani vorrebbero, ne erano stati nominati 4 nuovi. Ci si era chiesti, insomma, a che diavolo servono ancora nell’anno 2013 i senatori a vita. E ieri finalmente abbiamo avu­to la risposta: i senatori a vita ser­vono per votare contro Berlusco­ni. A nient’altro che a quello.

Prendete Renzo Piano, l’archi­star dei grattacieli che pendono a sinistra; finora non era mai andato a Palazzo Madama Mai mai. Neppure una volta, per errore, che ne so? Capita magari di sbagliare strada e imbattersi per caso nel seggio che dovresti occupare tutti i giorni per rispetto alla Repubbli­ca e del lauto stipendio che incas­si. lnvece, lui niente. Ha sempre girato accuratamente al largo. Forse era troppo occupato con nuove forme geometriche spazia­li, ristrutturazioni memorabili o articolesse indigeribili. Magari era occupato a far dimenticare il disastro dei suoi ultimi progetti in Gran Bretagna, dove fonti autore­voli dicono: Piano dovrebbe es­sere imprigionato nella Torre di Londra a contemplare le follie con cui ha rovinato la nostra città». In­somma, non sappiamo che cosa fosse occupato a fare, però sicura­mente fino a ieri non era mai (e di­co mai) entrato in Senato. Ci è andato solo per dare il colpo di grazia a Berlusconi. Che ci volete fare? Archistar si nasce. E quando c’è lo stile, nella vita, c’è tutto…
E il suo collega scienziato Carlo Rubbia? Finora, dal giorno della nomina, aveva partecipato ad ap­pena 5 votazioni su 629. In altre parole: ne aveva mancate 624 su 629. Pensate che potesse mancare ieri? Macché, c’era, eccome se c’era. È arrivato veloce come un atomo nell’acceleratore del Cem, e si è messo in prima fila per parte­cipare al festino d’aula intitolato «a morte Berlusconi». Roba da veri scienziati, si capisce. E infatti an­che l’altra scienziata, la più giova­ne della compagnia, Elena Catta­neo, che pure fino ad ora aveva bi­giato 1’82% delle votazioni, ha provveduto ad essere presente: che gliene importa, a lei, se si di­scute di bilancio dello Stato o di tasse o di diritti civili? L’importante è esserci quando si spara al Ca­valiere. Che queste menti chic sia­no attirate dall’odore del sangue? In effetti: l’unico che non si è ap­palesato è Claudio Abbado. Evi­dentemente sta proprio male. Pa­re che sia disposto a fare uno sforzo per presentarsi solo se Silvio di Arcore viene direttamente ghi­gliottinato nell’aula del Senato…

Adesso è chiaro il perché delle nomine. E anche il perché di que­ste nomine. Ce l’eravamo doman­dati un po’ tutti. Come mai pro­prio Abbado e non Muti, per esempio? Come mai la giovane Cattaneo, che pure risulta solo 440sima nelle classifiche inter­nazionali degli scienziati italiani? Come mai Renzo Piano? E’ eviden­te il filo rosso che collega queste scelte portandole su su fino al Col­le: sono tutti fortemente anti-ber­lusconiani. Elena Cattaneo, per dire, ha dichiarato che «lascienza è di sinistra»: la scienza di sinistra. capite? Come dire che la musica vota per ilSudtirolerVolkspartei o la pittura è socialdemocratica E Renzo Piano aveva definito, pre­ventivamente, il Cavaliere un ma­le del Paese e «un esempio terribi­le».Napolitano li aveva selezionati accuratamente: dovevano essere forze di complemento per il ploto­ne di esecuzione, se i numeri non fossero stati sufficienti a mante­nere in vita il govemo e impalare il Cavaliere. I numeri, invece, sono stati sufficienti, epperò loro, i prescelti, non hanno voluto privarsi della macabra gioia di partecipare lo stesso al funerale. Da un seggio privilegiato, perdi più. Lo spettacolo, però, dà un certo senso di nausea anche a chi è abituato a vedere ormai di tutto. Se questi sono quelli che illustrano il nome dell’Italia nel mondo, beh, viene voglia di non essere italiani. Meglio un passaporto dello Zim­babwe che il rischio di essere con­fusi con questi signori che, sia detto per inciso, si portano a casa cir­ca 300mila euro l’anno ciascuno, più annessi, connessi e benefit va­ri. La nostra Elena Cattaneo, per dire, se arriverà all’età di 90 anni porterà via ai contribuenti italiani la bellezza di 9 milioni di euro, se vivrà quanto Rita Levi Montalcini (glielo auguriamo) ne porterà via addirittura 12. Una ricompensa adeguata no, per maramaldeggiare su Berlusconi? E con questo non c’è altro da aggiungere: da tempo ormai, avevamo il sospetto che l’istituto dei senatori a vita non avesse alcun senso di esistere. Da ieri ne abbiamo la certezza definitiva.


I nemici di sempre non festeggiano: “Ora sarà tutto più difficile”
di Federico Geremicca
(da “La Stampa”, 28 novembre 2013)

Ci sono giornate che aspetti per anni, poi quella giornata arriva e tu non sai più bene se è valsa la pena attendere tanto, se hai fatto un affare oppure no.
Con qualche approssimazione, è più o meno questo l’umore incerto dei «nemici di sempre» nel giorno in cui Silvio Berlusconi – detto anche il Dottore, il banana, il Caimano e, più gentilmente, il Cavaliere – decade dalla sua carica di senatore. Il Pd si interroga sui rischi e i vantaggi di un tale accadimento e non trova una risposta. O meglio, come da un po’ di tempo a questa parte, ne trova due: quella degli amici di Renzi e quella dei nemici di Renzi…

Insomma: è un buon affare, per il governo, una maggioranza senza Berlusconi, anzi con Berlusconi che va all’opposizione affianco a Grillo e si prepara a cannoneggiare Palazzo Chigi un giorno sì e l’altro pure? E sono stati un affare, per il Pd, questi quasi quattro mesi vissuti pericolosamente, con l’obiettivo prioritario di «applicare la legge», di «dare esecuzione a una sentenza», di mettere – insomma – Silvio Berlusconi fuori dal Parlamento? Enrico Letta – e lo ha detto subito – non ha dubbi, ne è valsa la pena: il governo ora è più forte perché la maggioranza è più coesa. Ma tra i Democratici, in verità – e non solo per faccende congressuali – non sono in molti a pensarla come lui, anche in un giorno tanto atteso come questo.

Non la pensa come lui, per esempio, Sergio Cofferati: «Quella di Letta è un’affermazione che non ha elementi razionali a sostegno». E anche Rosy Bindi – icona antiberlusconiana per antonomasia – non è ottimista: «Per il governo comincia una fase più difficile, non più facile». Paolo Gentiloni, renziano dichiarato, aggiunge: «L’idea che maggioranza e governo siano più forti è tutta da dimostrare: ci vorrebbe almeno una “fase due” dell’esecutivo, con una visibile discontinuità». Ma Beppe Fioroni, anti-renziano ugualmente dichiarato, replica: «Il governo è più forte perché a farlo cadere, ora, dovrebbe essere il Pd: e io voglio vedere quale segretario mette la faccia in un’operazione che porta alle dimissioni di Enrico Letta…».

Non è però solo questione di chi fa cadere chi: è anche questione di chi fa cosa e perché. E dunque: cosa può fare Letta con una maggioranza magari più coesa ma certo più ristretta, tanto che – per iniziare – escono dall’agenda quelle riforme costituzionali che pure sono la vera «missione» affidata alle larghe intese dal Capo dello Stato? «Potrà fare poco, immagino – profetizza Rosy Bindi -. Con Berlusconi che lo attacca dall’opposizione, anche Alfano dovrà alzare la sua asticella. Il Cavaliere dirà “troppe tasse”? Alfano dovrà dire lo stesso, e per Enrico saranno problemi… Vedo all’orizzonte una competizione interna al centrodestra della quale noi del Pd rischiamo di pagare il prezzo».

Non solo: per quanto può contare – e conta molto – c’è anche un problema elettorale e di consenso all’orizzonte: «Per Letta e per il Pd – azzarda Gentiloni – può essere pericolosissimo farsi “testare”, come si dice, alle prossime Europee: sono per antonomasia elezioni con voti “in libera uscita”, si svolgono con metodo proporzionale e Berlusconi e Grillo le giocheranno tutte in chiave anti-euro e anti-Europa, come i movimenti populisti che vanno radicandosi in tutto il Vecchio Continente. In due parole: rischiamo di rimetterci le penne».
Dunque sono un guaio la decadenza di Berlusconi e il passaggio di Forza Italia all’opposizione?

«Possono diventarlo – annota Rosy Bindi -. Per me quello di ieri non è stato un giorno politicamente felice, e non maramaldeggio sulle vicende di Berlusconi. Tolte le riforme costituzionali, che vedo svanire all’orizzonte, che resta da fare al Pd e al governo? La legge elettorale da riformare, certo: e dobbiamo a tutti costi riuscirci. E poi il semestre europeo, che non è poco, intendiamoci. Ma da anti-renziana come sono, dico che su questo Matteo ha ragione: il governo fino ad ora ha usato la nostra prudenza, ora deve usare le nostre idee e il nostro coraggio…».

E quindi? Come chiudere questa giornata prima tanto attesa e ora così temuta? Forse affidandosi alla vena filosofica di Beppe Fioroni: «Può succedere di tutto, ma Letta deve andare avanti – dice -. Del resto, con la fine della Seconda Repubblica, siamo entrati in una fase di caos primordiale, dove tutto finisce e tutto comincia». Caos primordiale, già. E figurarsi se il caos può spaventare il Pd…


Cronaca di un berlusconicidio annunciato
di Salvatore Merlo
(da “Il Foglio”, 28 novembre 2013)

A un certo punto Sandro Bondi si alza in piedi, prende la parola, osserva i suoi colleghi di partito, anche gli uomini di Angelino Alfano, torvo, “inutile resistere tanto hanno già deciso di espellerlo”, soffia nel microfono. E il Senato, luogo di accidia e di uggia, si anima all’improvviso di un ritmo sforzato, una recita in movimento di cui ciascuno è insieme spettatore, attore, autore, impresario. “Discutiamo da cinque ore”, recita stentoreo Luigi Zanda. “A nome della stragrande maggioranza dell’Aula chiedo di mettere ai voti l’ordine del giorno. Senza indugi”, dice il capogruppo del Pd, rivolto al presidente del Senato Pietro Grasso. E dunque si vota. Sono le 17 e 43. Silvio Berlusconi decade con voto elettronico, ci vogliono dieci secondi. D’un tratto appare uno striscione del Movimento 5 stelle, “fuori uno”, e un sentimento di sinistra letizia sembra pervadere alcuni uomini del centrosinistra, di Sel, e i senatori di Beppe Grillo. Applaudono, e con una persuasione in tutti d’essere nella gioia, nella gloria della gioia, tutti a un culmine irripetibile. Qualche ora prima la senatrice Paola Taverna, da civile impiegata in un poliambulatorio di analisi cliniche, aveva definito l’ex presidente del Consiglio Berlusconi “un delinquente abituale e recidivo seduto in Senato per architettare reati e incrementare il suo patrimonio”.

Ma Palazzo Madama è gonfio di sentimenti ambigui e contrastanti, è un turbinio disomogeneo e stanco, molti senatori del Pd sono scuri in volto, abbandonano l’Aula in silenzio, cinerei. Le donne di Forza Italia sono vestite di nero, lutto meridionale e caparbio. Gli uomini ruminano fiele, diventano sensibili ai bacilli più miti, e Bondi per poco non viene alle mani con Roberto Formigoni, che sta con Alfano e il governo, “vi faccio tanti auguri perché adesso dovrete governare con questi”. E intanto Pier Ferdinando Casini scuote la testa, si avvicina a un gruppo di giornalisti, poco fuori l’Aula, “non c’è niente da festeggiare”, sussurra. E’ sconfitta la linea di chi aveva tentato di tenere distinto il percorso giudiziario da quello politico, ed è così che il centrosinistra si compiace e si tortura. “Io lo ripeto”, si lamenta Francesco Boccia, che di Enrico Letta è amicissimo, “un paese normale avrebbe aspettato la decisione della Suprema Corte”. E lo pensa anche Luciano Violante, così come, forse, chissà, pure Giorgio Napolitano, il presidente della Repubblica, il contrafforte delle larghe intese. “La fretta con la quale si è arrivati a questo voto è incomprensibile”, sibila Casini. “E’ come se la sinistra provasse un piacere fisico nel passare per giustizialista e giacobina. La Cassazione avrebbe fatto decadere Berlusconi comunque, bastava aspettare”. Ma un paio di senatori del Pd applaudono assieme al Movimento 5 stelle, e l’effetto è straniante, tutto si confonde in una incongrua polifonia. Ed è difficile ascoltare un’orchestra di sentimenti tanto furiosa, di violoncelli in calore e timpani cupi, ripetitivi, vogliosi di rissa o di requie, in cerca di pace o di vendetta, gonfi di rimpianto o di odio. “La politica si pentirà d’essersi arresa alla magistratura”, dice Marina Berlusconi, che ad Arcore attende l’arrivo del Cavaliere, il papà condannato e adesso anche decaduto, eppure non domo. Nel manicomio dei suoi contegni, nel beccheggio ininterrotto della sua indole imprevedibile, di fronte ai militanti di Forza Italia radunati sotto casa sua, a via del Plebiscito, alla fine Berlusconi ieri si è fatto largo nel folto di parole già dette e sentite per agguantare il nocciolo d’una giornata di mestizia novembrina. “Non finisce così”, ha detto. “Non mi ritiro in convento. Si può essere in politica senza sedere in Parlamento, come Grillo e come Renzi”. Le bastonate degli anni non sono valse a togliergli una pellicola di ribalda innocenza che lo protegge, come la buccia d’un frutto, e si mischia nei suoi atti a un’aria di malinconia ludica. “Ma oggi con Berlusconi decade anche la democrazia”, dice Daniela Santanchè, con un lampo di rancore. Gli uomini e le donne del berlusconismo sono infiammati, Forza Italia è tenuta insieme da un’animazione palpabile, l’opposizione, adesso, sarà per loro una rincorsa verso la campagna elettorale, “ripristineremo le regole”, minaccia oscura la Pitonessa. Ma tra tante fronti accese d’estasi furibonda è quella del Cavaliere la fronte più accigliata eppure insondabile. Cosa farà? “La campagna elettorale”, esulta Renato Brunetta, “ci sono dei grandi temi che riguardano la crisi economica e la costruzione dell’Europa”. Ma Berlusconi non ha dato indicazioni chiare, asseconda la baruffa tra i suoi sottoposti e i ministeriali di Alfano, ma non rompe con il suo lontano Delfino, evoca l’elezione diretta del presidente della Repubblica, ma non cita mai Giorgio Napolitano, parla della sua decadenza con una spina d’apprensione in fondo al petto, ma non riproduce la grammatica esplosiva dei suoi parlamentari. Forse aspetta ancora qualcosa, la mossa delle procure che tanto teme, un gesto del Quirinale? Chissà.


L’addio che è mancato
di Marcello Sorgi
(da “La Stampa”, 28 novembre 2013)

Non è affatto scontato, come ieri al contrario erano in molti a sostenere, che il voto per la decadenza di Berlusconi da senatore corrisponda alla sua fine politica. E tuttavia, la sua esclusione dal Parlamento, la condanna definitiva per frode fiscale, e quelle che tra poco lo saranno per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile, oltre ai processi appena aperti per compravendita di parlamentari e corruzione di testimoni, mettono il Cavaliere in condizioni precarie.

Inoltre, hanno il loro peso l’età ormai avanzata e il normale logoramento di vent’anni in politica. Se non è proprio la fine, è chiaramente l’inizio di un declino che potrebbe essere rapido e ripido.

Ma anche prima di assistere alla conclusione del suo ciclo, occorre farsi la domanda che in Italia è difficile porre per qualsiasi uomo politico, ma per il leader del centrodestra diventa improponibile. E cioè: Berlusconi è stato o no l’uomo-simbolo della Seconda Repubblica, che con la sua improvvisa e imprevedibile discesa in campo, la legittimazione a sorpresa di Fini e della destra estrema fino a quel momento emarginata, e di Bossi e della Lega come forza di governo, ha introdotto il bipolarismo in Italia e per la prima volta ha reso possibile che gli elettori scegliessero i governi o li mandassero a casa, tal che per due volte il centrodestra e il centrosinistra si sono alternati alla guida del Paese?

E prima ancora, Berlusconi è stato o no l’imprenditore innovativo che con il talento, gli animal spirits e le male arti di molti altri esponenti della sua categoria, ha introdotto in Italia la tv commerciale e ha contribuito a una modernizzazione e a un mutamento culturale del Paese paragonabile solo a quello della Rai dei primi Anni Cinquanta e Sessanta?

Oppure Рecco il centro del problema РBerlusconi ̬ stato solo uno spregiudicato corruttore, della politica, del costume, della vita pubblica, un personaggio privo di qualsiasi fondamento di etica, di senso delle istituzioni, di consapevolezza del bene comune, uno che insomma ha badato sempre e solo agli affari suoi?

In attesa che gli storici – ma ci vorrà del tempo – sciolgano questo dilemma, si potrà osservare che quella che oggi concerne Berlusconi è una questione che in passato ha riguardato quasi tutta la classe dirigente della Prima Repubblica e buona parte di quella della Seconda. Da Tangentopoli in poi, infatti, leader e premier italiani incappati nelle maglie della giustizia sono stati archiviati con l’infamia di essere, o essere stati, dei criminali. Non politici responsabili, occasionalmente o prevalentemente, di attività illegali, ma delinquenti tout-court. E se per Craxi, dieci anni dopo la scomparsa, è dovuto intervenire il Presidente della Repubblica Napolitano, per ristabilire la verità storica e affermare che, al di là di singoli fatti giudicati nei processi, il leader socialista era stato un politico di prima grandezza, capace di imporre una spinta innovatrice a un Paese anchilosato, e se per Andreotti, malgrado la mezza assoluzione e la mezza condanna, legata alla prescrizione, dalle accuse di mafia, nessuno s’è sognato, al momento della morte, di considerarlo un boss della criminalità organizzata, è esattamente l’opposto il destino riservato a Berlusconi. Di non poter, in sostanza, essere in alcun modo disgiunto, e anzi di essere sopraffatto, dal peso della sua biografia giudiziaria rispetto a quella politica, di non poter assistere, nell’ora del tramonto, a una serena valutazione dei risultati, degli errori e dei meriti (qualcuno ce ne sarà pure) della sua vita pubblica.

È per questo motivo che Berlusconi avrebbe fatto meglio a presentarsi al Senato – come Craxi appunto fece alla Camera – e pronunciare il suo ultimo intervento, invece di arringare la folla infreddolita di via del Plebiscito e disertare l’aula di Palazzo Madama. Avrebbe potuto dimettersi, un minuto prima di farsi cacciare via dai suoi avversari, dicendo con franchezza: io almeno ho provato a cambiare, su alcune delle cose che volevo fare, anche senza ammetterlo, molti di voi eravate d’accordo, ma piuttosto che darvi la soddisfazione di farmi fuori grazie a un infortunio giudiziario, me ne vado. Una conclusione del genere, impossibile conoscendo il personaggio, lo avrebbe fatto uscire di scena da statista. Invece, per non passare alla storia come un pregiudicato, e tentare impropriamente di cancellare l’onta della condanna con il voto dei cittadini, Berlusconi ha scelto di combattere fino allo stremo la sua ultima, disperata, battaglia. E così, la Seconda Repubblica finisce esattamente come la Prima.
______
(Caro Marcello Sorgi, hai fatto un buco nell’acqua. Quello che nella parte finale consigli a Berlusconi avrebbe rappresentato la sua fine ingloriosa. Saranno non solo gli elettori, ma la Storia a stabilire la verità dei fatti e a restituire un poco almeno di dignità all’uomo a cui hai pur riconosciuto di aver fatto cose egregie. Cerca di non mescolarti – e da qualche tempo sei un po’ meno obiettivo e sempre più scivoloso – ai cavalier serventi. bdm)


Il miglior perdono è la vendetta
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 28 novembre 2013)

Ero convinto di conoscere a fondo Silvio Berlusconi, essendomi occupato di lui fin dal 1973, quando stava per ultimare Milano 2. Invece mi accorgo, con grande sorpresa, di non conoscerlo neanche superficialmente. Lo osservo da lontano e ogni giorno egli mi stupisce per come vive l’epilogo della sua avventura (meglio dire disavventura) parlamentare.

Non so dove trovi la forza per sopportare ciò che non è esagerato definire martirio, se si considera il modo in cui i suoi avversari, tra i quali numerosi ex amici (cortigiani, beneficiati), lavorano per eliminarlo: sembra che godano a stringere lentamente – molto lentamente – la vite della garrota.

Non si accontentano di farlo fuori; pretendono di trasformare – e ci riescono – l’esecuzione in uno spettacolo dell’orrore. Altro che macchina del fango. Quello che usano contro di lui è un imponente strumento di tortura affidato a un esercito di sadici, ciascuno dei quali svolge il suo compitino per rendere più macabro il linciaggio-show: comici, satirici, editorialisti di pronto intervento, politici di risulta, tifosi di alcune Procure, toghe svolazzanti, pidocchi, conduttori televisivi a scartamento ridotto con codazzo di ospiti a gettone.

Mentre il Cavaliere si batte e si dibatte per non soccombere gratis, si odono nell’arena risate, insulti da trivio, frasi d’incitamento dirette ai picadores affinché sfianchino la vittima sanguinante. Già. Vittima. Come si potrebbe diversamente definire un uomo che da venti-anni-venti viene scazzottato nei tribunali, poi condannato, poi costretto ad ascoltare il tintinnio delle manette, a leggere articoli che raccontano di magistrati intenti a predisporre il suo arresto, obbligato a schivare una pioggia di sputi? Nonostante tutto, il vecchio imprenditore e leader politico ha ancora parecchi aficionados decisi a sostenerlo a ogni costo, ma il loro sostegno (benché appassionato) e i loro applausi non possono soffocare il frastuono provocato dai detrattori animati da odio feroce.

In effetti si è sempre notato che mille esagitati progressisti fanno più baccano di diecimila borghesucci casa e chiesa, buoni tutt’al più a sfilare in processione e a salmodiare: gridare, ribaltare automobili, fracassare vetrine non è la loro specialità. Tutte cose ben note a Berlusconi che periodicamente medita di puntare sulla piazza per dimostrare quanto sia vitale il proprio popolo, ma quasi sempre vi rinuncia. L’ultima manifestazione degna di questo nome avvenne nel 2009 a Milano in piazza Duomo e chiunque ricorda quell’oggetto scagliato in faccia all’allora premier, subito ricoverato all’ospedale San Raffaele mentre l’orda antiberlusconiana scuoteva la testa delusa dal suo mancato decesso.

Questo è il clima che ha accompagnato Silvio dalla sua «discesa in campo» (espressione logora e addirittura fastidiosa) a ieri sera: nessuno sarebbe stato in grado di non cedere alla tentazione di mollare tutto e ritirarsi in luoghi più ospitali del cosiddetto Bel Paese. Lui, viceversa, è rimasto lì imperterrito a ricevere schiaffoni su schiaffoni, aiutato dalla propria presunzione (sconfinata quanto l’intraprendenza di cui occorre dargli atto). C’è da chiedersi chi gliel’abbia fatto fare. È la domanda che mi rivolgono ossessivamente lettori, passanti, avventori di bar, commensali, amici. Difficile dare una risposta soddisfacente.

Un signore straricco e famoso, protagonista dell’imprenditoria, proprietario di ville e palazzi, presidente di una società di calcio che a livello internazionale s’è aggiudicata qualsiasi trofeo, non ha bisogno della politica per sentirsi qualcuno e dare un senso all’esistenza. Non vi è un solo italiano, nemmeno quelli che lo detestano e si augurano di vederlo inchiodato alla croce, che non nutra almeno una puntina d’invidia nei suoi confronti. Un sentimento, questo, tra i più stupidi in assoluto (è solo causa di sofferenza) e che però sembra essere il motore del mondo.

Per negare a Berlusconi ogni virtù, si esaltano i suoi difetti, di cui non è certo sprovvisto. Infastidiscono il suo eccessivo ottimismo, l’inclinazione a scherzare, la propensione a sfoggiare un repertorio inesauribile di barzellette, l’ostentazione della ricchezza e delle capacità di seduttore (non solamente di donne). Ingigantendo questi aspetti negativi, fatalmente si trascurano quelli positivi che sono sovrastanti: talento speciale per gli affari, fiuto commerciale straordinario, temperamento d’acciaio, intuito sopraffino, abilità organizzativa.

Il Cavaliere è stato un fenomeno nell’edilizia, s’è inventato la tivù privata sbaragliando la Rai e altri concorrenti senza risparmiare loro badilate sui denti. In politica ha compiuto un capolavoro: in tre mesi ha messo in piedi un partito che ha stritolato i comunisti quando ancora erano comunistissimi. E di ciò non gli saremo mai abbastanza grati. I suoi denigratori affermano che egli sia portato a contornarsi di servi e di imbecilli. Fosse vero non sarebbe arrivato tanto in alto, posto che una persona da sola non può scalare l’Everest; fosse falso, tuttavia, non si spiegherebbe il ruzzolone che lo ha fatto precipitare dove adesso sta, nei paraggi della galera. Un bel dilemma. Forse la verità è nel mezzo: anche lui, per quanto dotato d’intelligenza manovriera, ha commesso degli errori che offuscano le mirabili opere realizzate in anni e anni di duro lavoro.

Ora paga un dazio sproporzionato alle sue eventuali colpe, tutte da dimostrare. L’unica certezza è la seguente: il Cavaliere ha rotto le uova nel paniere ai partiti superstiti della Prima Repubblica, impedendo loro di conquistare stabilmente il potere. Questo non glielo hanno mai perdonato. La guerra contro l’intruso scoppiò subito dopo il successo elettorale di Forza Italia, nel marzo 1994. La sinistra cercò immediatamente di delegittimarlo col conflitto di interessi (ancora irrisolto), poi lo irrise, quindi lo trasformò in bersaglio fisso. Quello che egli ha subìto è stato un bombardamento cui non si può dire non abbiano partecipato vari Pm. È stata la ricerca disperata di un motivo per eliminare il politico improvvisato, e baciato dal successo, che prima o poi non poteva portare ad altro risultato se non a quello di ieri: l’espulsione del Nemico al termine di un rito disgustosamente ammantato di legalità formale.

Anche chi ha ragione, ha sempre qualche torto nel sacco: ecco, si è tenuto conto soltanto del torto, sorvolando sulle esigenze della giustizia sostanziale. Siamo allo scempio. Alla vergogna di un Paese che, unico nell’Occidente, fa secco il capo dell’opposizione azionando la leva giudiziaria – in puro stile sovietico – anziché tentare di superarlo nelle urne. Ma la partita non finisce qui. Ci avviamo verso i tempi supplementari che garantiscono nuove polemiche e altri colpi di scena. Dal male e dalle iniquità nasceranno altro male e altre iniquità.

Berlusconi non è un fantasma, ma un uomo in carne e ossa, non ancora domo, e la sua presenza peserà nei prossimi mesi sui destini italiani. I cittadini sono arcistufi di questo osceno tormentone; quando si tratterà di votare, non dimenticheranno quanto di sporco è accaduto e metteranno in pratica un proverbio riveduto e corretto: il miglior perdono è la vendetta. Un Berlusconi martire e liquidato come un criminale minaccia di diventare assai pericoloso per la sinistra, fornendo a Forza Italia il carburante di consensi per trionfare alle elezioni.

Non s’illudano gli aguzzini – e i loro mandanti – di farla franca. Uccidere un nemico che ha tanti amici significa rischiare il peggio: di inasprire la battaglia e magari perderla.

PS: Questo articolo non è un coccodrillo, ma il preambolo di una nuova vicenda che avrà quale protagonista ancora Berlusconi. Il quale, se lo chiudessero in prigione, farebbe la campagna elettorale più travolgente della sua carriera.


Il coniglio e i piccoli uomini
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 28 novembre 2013)

Piccoli uomini, senza il senso della Storia, della giustizia e della libertà hanno messo in scena una Piazzale Loreto bis, aggiungendo vergogna a vergogna nazionale.

Il piccolo presidente Napolitano, detto dagli amici «il coniglio», si è goduto lo spettacolo al riparo della fortezza del Quirinale durante la giornata, per poi festeggiare in serata all’Opera di Roma. Ha mandato avanti, il coniglio, un altro piccolo uomo suo servitore, che guarda caso è un fresco ex pm. Si chiama Pietro Grasso, da poco è presidente del Senato. Il Grasso ha diretto il plotone di esecuzione violando anche le ultime norme che erano rimaste da violare, così, tanto per non farsi mancare nulla. Gli altri non meritano neppure citazione, tanto piccoli uomini si sono dimostrati. Faccio un’eccezione per il piccolo Schifani, il più infido tra i traditori di Forza Italia. Nei suoi mielosi interventi dentro e fuori l’aula per l’ipocrita difesa di Berlusconi, ha detto di sentire un «dovere morale». Dichiarazione fuorviante perché potrebbe far credere ai più distratti che lui sappia che cosa sia la morale. Meglio avrebbe fatto a dire: faccio così perché sono «uomo d’onore».

E come sempre, quando c’è da fare scorrere sangue senza nulla rischiare, non potevano mancare gli intellettuali. In questo caso si chiamano “senatori a vita”, tipo l’architetto Renzo Piano e lo scienziato Carlo Rubbia. Parliamo di due amici di Napolitano (tanto amici che ce li farà mantenere a noi fin che campano) che l’Italia sanno a malapena dove è sulla cartina geografica. Ma hanno un pregio persino superiore ai loro meriti accademici: sono rigorosamente di sinistra. Ieri, per la prima volta da quando sono stati nominati, hanno onorato (si fa per dire) il loro lauto vitalizio e si sono presentati in aula per partecipare alla mattanza e da domani, orgogliosi, racconteranno l’avventura e l’emozione alle dame dei salotti radicalchic, sorseggiando champagne tra una tartina di caviale e l’altra.

Questa è l’Italia che vorrebbe riscrivere la storia: due compari siciliani, Grasso e Schifani (fino a pochi mesi fa il primo praticamente indagava sul secondo), quattro rimbambiti grillini (che se Berlusconi non avesse governato a lungo mai e poi mai avrebbero avuto la giusta libertà di dire e fare ciò che hanno detto e fatto negli ultimi anni), un centinaio di senatori di sinistra così ipocriti e vigliacchi da non fare scattare neppure l’applauso all’annuncio della decadenza. Se l’avessero fatto, li avrei rispettati. Ma in tal caso si parlerebbe di uomini, non di piccoli uomini.


La solita scena d’odio del brindisi anti-Cav
di Paolo Guzzanti
(da “il Giornale”, 28 novembre 2013)

E siamo sempre lì: da una parte la sinistra che ripete come un mantra che l’infausto ventennio berlusconiano (di cui soltanto nove anni di governo reale) è finito, dall’altra Berlusconi che ribatte come un martello che lui c’è, c’era e ci sarà.

Era un Berlusconi stanco ma determinato, non urlante ma raccolto e sofferente, quello che abbiamo visto ieri sera nel gelo di via del Plebiscito a cinquecento metri dall’aula di Palazzo Madama in cui il sorriso beffardo del presidente Grasso guidava la seduta che ha determinato la decadenza non di un senatore, ma del leader riconosciuto del centrodestra italiano e persino sponsor del governo in carica.

La fiera italiana dei luoghi comuni ha ieri rovesciato attraverso gli schermi televisivi il meglio del peggio della sua retorica: tutto si è svolto tuttavia senza grande enfasi, in un clima quasi soffocato, indignato e contenuto. Se si esclude il brindisi di festeggiamento messo in scena dai senatori grillini nell’ufficio della presidenza del gruppo, presente la capogruppo Paola Taverna. La stessa che davanti alle telecamere invece aveva detto: «Non c’è bisogno di brindare né di manifestare in Aula, come forse qualcuno si aspettava facessimo». Su Facebook però qualche M5S posta la foto della festa, col commento «Cin cin, amici!» e il senatore Vincenzo Santangelo in primo piano che sorride e brandisce una bottiglia di spumante.

Berlusconi non ha voluto essere in aula perché ha preferito la compagnia dei figli e dei suoi cari. Inoltre non voleva sentirsi intimare l’uscita dal Senato perché non è un uomo che si faccia mettere alla porta. Tutti coloro che speravano di vederlo recedere con il preteso «passo indietro», o di lato (che non farà mai), hanno avuto la prova che lui non molla. Non finché fiuta intorno a sé un consenso popolare che lo segue, quello sì, da venti anni e che nei momenti di disgrazia si rafforza. L’imprenditore di un tempo è oggi un uomo affetto dalla politica che in definitiva gli ha portato una caterva di disgrazie personali, economiche e giudiziarie. Chiunque l’abbia visto e udito ieri sera su quel palco azzurro subito fuori il suo portone di casa non può avere dubbi sulle sue priorità: la politique d’abord, come diceva il leader dei socialisti Pietro Nenni in esilio a Parigi, la politica prima di tutto, sempre e comunque.

Mi tolgono il seggio al Senato? Pazienza: se Renzi e Grillo possono essere leader senza sedere sul velluto rosso, così farò anch’io.

Maglioncino blu scuro a giro collo, giacca senza cappotto in un pomeriggio da orsi polari, triste ma anche determinato, ha lanciato il suo messaggio: la campagna elettorale è aperta, questo governo da oggi ha una base parlamentare magrissima e quando arriverà Renzi alla guida del Pd, la fine è nota. Almeno al settanta per cento. Renzi non vede l’ora di mandare la squadra dei suoi eliminatori a ripulire Palazzo Chigi, qualsiasi cosa ne pensi Napolitano, che ieri era il destinatario di due messaggi: quello di Berlusconi e quello di Renzi.

Il messaggio di Berlusconi era per il Colle, anche se non esplicito (ma ha gridato di voler dare subito battaglia per l’elezione diretta del presidente della Repubblica), perché è stato Napolitano a volere questo governo al posto di nuove elezioni.

È stata quella di ieri dunque davvero una «giornata storica». A noi è sembrata la fotocopia pallida di tante altre giornate analoghe: quella in cui Berlusconi si dimise e folle orgiastico-dionisiache si riversarono per Roma urlando slogan bestiali; o quando Berlusconi è stato condannato il primo agosto scorso.

Fine del ventennio berlusconiano? Oggi come oggi il ventennio potrebbe benissimo diventare un trentennio: nessuno è in grado di dirlo, anche perché nel Parlamento non si vedono leadership alternative, salvo quelle dei già nominati Grillo e Renzi (quest’ultimo, che ho visto ieri l’altro a Roma, furioso con Crozza che lo «rappresenta come il nulla»).

E qui si arriva al solito nodo sul quale destra e sinistra non si capiscono. O meglio: si capiscono, ma la sinistra ogni volta glissa dolcemente guardando da un’altra parte. E la questione è quella della rappresentanza. Se si smettesse di guardare il caso, comunque importante, di Berlusconi come persona e si guardasse il caso dell’elettorato italiano – il dito, la luna in un certo senso – si dovrebbe arrivare alla solita questione che è quella centrale: una fetta notevole dell’elettorato sovrano sceglie il Cavaliere come proprio rappresentante.

Il peso di questa fetta varia secondo umori e secondo le forme di indisciplina anarchica caratteristica dell’elettorato liberal-borghese, che sono invece sconosciute nell’elettorato «etnico» (Emilia, Toscana, Umbria). Questi elettori sono talvolta la maggioranza del Paese, talvolta no, ma sono comunque una parte determinante del popolo italiano. Lo stesso ragionamento si faceva all’epoca del Pci: non si può mettere in un angolo una parte determinante della sovranità popolare.

Cacciare il loro leader dal Parlamento non è un atto giudiziario (la decadenza sarebbe arrivata comunque come effetto della sentenza penale), ma politico. Berlusconi fu deriso quando disse che si considerava «unto» dal mandato popolare, ma dal punto di vista della democrazia liberale aveva ragione. E dunque il rito sommario – perché figlio soltanto della fretta imposta dalle primarie del Pd – di ieri attizza e incendia il conflitto senza risolverlo. Con il risultato di un forte rassodamento dell’elettorato di Forza Italia.

Per chi non aspetta altro che nuove elezioni, è una manna. E Berlusconi le ha invocate. Ma si possono fare le elezioni vincendo la resistenza del Colle? Abbiamo l’impressione che il presidente della Repubblica faccia troppo affidamento su coloro che si illudono di aver chiuso la partita con Berlusconi: quanto è accaduto oggi nell’intero Paese, su entrambi i fronti da un punto di vista politico, più che parlamentare, in applicazione discutibile di leggi e regolamenti, quando arriveremo all’8 dicembre del previsto trionfo di Renzi farà scoccare un fulmine in grado di incenerire quel che resta del governo nato come quello delle larghe intese, ormai ristretto come un consommé.


Godete adesso che domani tocca a voi
di Gian Marco Chiocci
(da “Il Tempo”, 28 novembre 2013)

Senza parole. Alle 17.43 le lancette della storia si fermano per sempre. Suona a morto la campana della democrazia. È il minuto di silenzio della libertà. Il lasciapassare definitivo alla cavalcata giudiziaria di un organo dello Stato che s’è fatto partito e che presto colpirà – perché tanto colpirà (e noi garantisti saremo lì a difendervi, ma quanto ci farà godere quel momento) – chi oggi brinda alla fine di Berlusconi. Senza parole per lo spettacolo offerto all’estero da un Paese allo sfascio. Senza parole per i vili e gli sciacalli, per chi non ha palle e dignità. Senza parole per Renzo Piano, senatore a vita sempre assente ma ricomparso per ghigliottinare il Cav. Senza parole per chi straparla di legge uguale per tutti quando per uno, è dimostrato, non esserlo stata. Senza parole. Le uniche sensate le riproduciamo da un sms di un amico, vecchio comunista, disgustato dai 195 schierati nel piazzale Loreto del Senato: «È così triste e deprimente, dopo 40 anni di militanza politica, dover prendere atto della deriva giustizialista della sinistra italiana». Senza parole pure lui. Senza più speranza tutti noi.


Berlusconi e il ciclo politico rivitalizzato
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 28 novembre 2013)

I dirigenti del Partito Democratico brindano alla decadenza dal Senato di Silvio Berlusconi e ripetono come un mantra ossessivo che il voto contro il Cavaliere ha segnato la fine del ciclo berlusconiano. Ma il rituale di autoconvincimento a cui ricorrono per giustificare a se stessi di aver voluto ad ogni costo intestarsi l’“esecuzione” del nemico storico impedisce loro di comprendere che la fine del ciclo parlamentare di Berlusconi non coincide affatto con la fine del suo ciclo politico.

E che, anzi, proprio la loro scelta di non attendere una decadenza che sarebbe comunque stata decisa dalla magistratura ma di bruciare le tappe della pubblica liquidazione dell’avversario interrompe il ciclo parlamentare ma allunga a dismisura il ciclo politico di Silvio Berlusconi. Matteo Renzi, che non a caso si pone come alternativa alla vecchia nomenklatura del Pd, sembra essere l’unico ad averlo capito. Per lisciare il pelo alla base della sinistra carica del livore giustizialista che le è stato inoculato per alcuni decenni, non si è dissociato dalla linea della intransigenza assoluta sulla cacciata dal Senato del Cavaliere.

Ma oggi è il solo ad ammonire la sinistra a non immaginare che con Berlusconi fuori da Palazzo Madama la prossima campagna elettorale sarà una marcia trionfale verso una vittoria scontata. Perché estirpando il leader di Forza Italia dal terreno parlamentare i dirigenti del Pd lo hanno catapultato su quel terreno elettorale che il Cavaliere predilige e su cui da vent’anni a questa parte riesce sempre a dare il meglio di sé, con risultati sempre al di sopra di ogni previsione. È probabile che a sinistra si coltivi la convinzione di poter contare su qualche aiuto ulteriore da parte di qualche procura o pubblico ministero in cerca di notorietà e trampolino per il salto in politica.

Ma chi nutre questa convinzione e spera che alla decadenza ed ai servizi sociali possa seguire quell’arresto che lo stesso Berlusconi dice di temere, non capisce che un avvenimento del genere, definito irreale dall’avvocato Coppi, provocherebbe una spaccatura insanabile nel Paese e fornirebbe una spinta irrefrenabile alla prosecuzione del ciclo politico berlusconiano inteso come ciclo di un blocco sociale che si riconosce in un leader.

La decadenza forzosa, in sostanza, come dimostrano i sondaggi di questi giorni, libera Berlusconi e Forza Italia dalla camicia di forza delle larghe intese e li mette nella migliore condizione di partire in una campagna elettorale che potrà anche durare fino al 2015 (sempre che nel frattempo la decisione di liquidare il governo precario delle piccole intese non venga presa da Matteo Renzi) ma che ha come prospettiva non la semplice sopravvivenza ma, addirittura, la riconquista della maggioranza ed il ritorno al governo del Paese. Ciò che cambia con la decadenza che espelle Berlusconi dal Senato e lo manda all’opposizione nel Paese è proprio la prospettiva verso cui si può muovere il centrodestra.

Fino a ieri sembrava destinato ad assumere un ruolo marginale in un quadro politico segnato dal preannunciato trionfo di Renzi e della sinistra. Da adesso in poi, con un maggioranza di governo destinata ad essere logorata dall’incapacità di risollevare il Paese dalla depressione, può tornare legittimamente e ragionevolmente a puntare a tornare ad essere l’alternativa liberale alla sinistra recuperando anche quella parte di elettorato finita a suo tempo con Grillo e delusa dal fallimento di quella esperienza. Tutto questo anche con un Berlusconi incandidabile ed ineleggibile? Certamente sì. Perché non è la poltrona parlamentare che fa un leader, ma è la sua capacità di interpretare e rappresentare i sentimenti e gli interessi della parte di società che lo considera la propria bandiera.


Berlusconi decaduto: è finita, non è finito
di Antonio Padellaro
(da “il Fatto Quotidiano”, 28 novembre 2013)

È finita, ma non è finito. Ci sono voluti quattro lunghi mesi per cacciare Silvio Berlusconi dal Senato in forza della legge Severino, ma nessuna legge se non quella della decenza poteva impedirgli di mostrarsi per quello che è sul palco di palazzo Grazioli sferzato dalla tramontana: un vecchio imbonitore, stanco, malandato che recita sempre lo stesso copione e si ripropone per l’ennesima campagna elettorale.

Da vent’anni le solite balle. Vero è che, oltre le truppe infreddolite imbarcate e spedite a Roma per confortare il decaduto dai capataz pugliesi e campani, ci sono 7-8 milioni di elettori che continuano a sperare nella resurrezione dell’adorato Silvio, più per odio verso la sinistra “delle tasse e dell’euro che ci sta rovinando” che per amore di una destra che più sgangherata e rissosa non si può. Eppure i sondaggi oggi dicono che in caso di elezioni questa accozzaglia di forzitalioti, alfanidi e schifanidi, fratelli e cugini di La Russa più alcune rimanenze leghiste, se rimessa insieme dal federatore di Arcore, può battere il Pd di quel fenomeno di Renzi con gli annessi vendoliani, il che la dice lunga sullo stato in cui versa il centrosinistra.

Fa male, dunque, Letta nipote a sperare in una navigazione più tranquilla del suo governo liberato dalla zavorra azzurra, perché al Senato – con sei voti di margine e sotto la pressione dei berluscones avvelenati con i “traditori” del Nuovo centrodestra – può essere davvero il delirio quotidiano, come sperimentò il secondo governo Prodi. Ma neppure il condannato può dormire sonni tranquilli, privato com’è dello scudo immunitario che da ieri sera lo rende passibile di arresto immediato su richiesta delle tante procure che lo indagano, senza contare che potranno perquisirlo e intercettarlo come un qualunque cittadino.

Insomma, potrebbe ritornare premier oppure finire in galera. Da noi funziona così.
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(Scrive Feltri: Berlusconi, se lo chiudessero in prigione, farebbe la campagna elettorale più travolgente della sua carriera. Lo sostengo anch’io da un bel po’. Per Berlusconi è cominciato da ieri, politicamente parlando, un periodo d’oro. bdm)


Se la consulta boccia il porcellum, 200 deputati eletti con il premio di maggioranza potrebbero diventare “illegittimi”
di M.Antonietta Calabrò per “Il Corriere della Sera”
(da “Dagospia”, 28 novembre 2013)

Il mix potrebbe rivelarsi forse micidiale: la imminente decisione della Corte costituzionale sul Porcellum potrebbe aprire a una redistribuzione molto consistente dei seggi alla Camera, in grado di mettere a rischio la nuova maggioranza che si è creata dopo la fuoriuscita di Forza Italia e forse, addirittura, la strada alle elezioni anticipate.

Ciò potrebbe avvenire non perché se venisse «colpito» il mai abbastanza vituperato sistema elettorale ideato da Roberto Calderoli, verrebbe meno la legge con cui è stato eletto questo Parlamento. La giurisprudenza in proposito è chiara: eventualmente sarà dichiarata illegittima la legge, ma non potrà mai esserlo l’organo costituzionale che si è formato in base ad essa.

Quanto piuttosto per una situazione di fatto che si è venuta a creare: cioè perché l’elezione di circa 200 deputati che siedono a Montecitorio in base al premio di maggioranza previsto dal Porcellum non sono stati ancora «convalidati» dalla Giunta della Camera e quindi, se da qui a pochi giorni dovesse «saltare» la norma che ne giustifica la presenza sugli scranni essi non avrebbero più nessuna legittimazione.

Le conseguenze di questo incastro di norme e situazioni sarebbero catastrofiche per la legislatura in corso: Un ragionamento spinto all’estremo, e quindi irrealistico? Oppure no?

«Se, e sottolineo quattro volte “se”, la Corte costituzionale dovesse dichiarare illegittimo il premio di maggioranza alla Camera, perché il Porcellum non prevede una soglia minima per attribuirlo, ebbene io penso che il problema sollevato martedì da Renato Brunetta e Paolo Romani esista e sia serio», dice il presidente emerito della Consulta Piero Alberto Capotosti che è rimasto «colpito» dal fatto che quello che lui chiama «il problema» sia stato sollevato, dal capogruppo di Forza Italia alla Camera, Brunetta «dal momento che è un economista e non un giurista».

Ma, Capotosti ribadisce, la questione «è veramente interessante ed intelligente». Di che si tratta? «Se l’attuale legge elettorale è illegittima, sono in bilico 200 deputati», avevano detto Brunetta e Romani. «Noi attendiamo la pronuncia della Consulta il 3 dicembre. Ma se il premio verrà dichiarato incostituzionale – è l’allarme dei due parlamentari – 200 deputati rischiano di venire ridistribuiti tra i vari gruppi perché non c’è stata ancora la loro convalida».

Conferma l’esistenza del problema, anche il ministro delle Riforme Gaetano Quagliariello, alfaniano del Nuovo centrodestra: «Non so a che punto sono i lavori della Giunta della Camera, ma il caso c’è, c’è tutto», e sottolinea come questo contribuisca ad accrescere la diffusa situazione di incertezza di una giornata come quella di ieri. Il politologo Roberto D’Alimonte, pur premettendo di non essere un giurista, ritiene invece che «la questione non sta né in cielo né in terra».

Secondo D’Alimonte poi bisognerà vedere se effettivamente la Consulta dichiarerà illegittima la legge. Su questo ritorna Capotosti: «Il quesito sollevato dalla Cassazione potrebbe anche essere dichiarato inammissibile, perché malposto. Non è una eventualità da escludere».


Ma la vera decadenza è quella della sinistra. Così abbiamo abdicato a uguaglianza e libertà
di Incarcerato
(da “gli Altri”, 28 novembre 2013)

Come vorrei che tu fossi qui ad assistere alla Storia più infame della nostra Repubblica italiana. Potevi assistere al delirio di massa quando si festeggiava “la caduta” di Berlusconi del 2011. Potevi anche ascoltare la canzone innalzata al cielo di “Bella Ciao”. Canzone mai così deturpata e mi dispiacerebbe pensare che i giovani partigiani che hanno combattuto contro la dittatura fascista si siano rivoltati nelle tombe. La massa stessa, plagiata dai mezzi di informazione allineati e coperti, appoggiava incondizionatamente la venuta di un Governo Tecnico messo lì dal Potere stesso per completare l’opera di distruzione della nostra dignità. Uomini perfetti, dei “veri sicari del liberismo” che un tempo combattevamo, sono riusciti nell’impresa dove Berlusconi aveva fallito.

Se tu fossi qui avresti capito l’inganno dello sterile antiberlusconismo di questi decenni. Un agglomerato privo di idee forti che ha creato una “nuova destra”. I grandi giornali, come “La Repubblica”, pronti a sostenere questo infimo governo, il peggiore della Storia repubblicana, in tutte le sue manovre distruttrici: addirittura con una lettera di Eugenio Scalfari che esortava Monti ad andare avanti con le riforme neoliberiste. Avresti assistito alle lacrime della Fornero quando annunciava la riforma delle Pensioni. Pochi avevano capito che erano lacrime di felicità, visto che da anni studiava il metodo contributivo. E avrei pianto anche io se mi avessero dato la possibilità di realizzare il mio sogno. Il suo, per me un incubo.

Mai dal dopoguerra in poi abbiamo avuto un tale assoggettamento al Potere di turno. Mai. Se tu fossi qui con me avresti vissuto l’epoca dei suicidi di massa, quasi simili ai tempi dell’Unione Sovietica quando tanti intellettuali e poeti si suicidavano. Ma da noi sono i lavoratori a farlo quando perdono il lavoro, e anche i piccoli imprenditori schiacciati dai debiti e dalla recessione che si accentuerà sempre di più. Avresti visto il Potere dei tecnocrati dell’Ue come Draghi che hanno dettato austerità per i popoli, come quello Greco.

Se tu fossi qui avresti con me assistito alle varie vicissitudini della vita quotidiana che è un riflesso di tutto ciò. Un malessere diffuso, incertezza dilagante, un futuro che non si conosce. Tutto ciò ha dato grande respiro a forze populiste e reazionarie come il movimento di Grillo, ai nuovi legalitari, a giornalisti servi di altri Poteri altrettanto meschini e pericolosi come quelli giudiziari. Avresti notato anche tu che dal potere della televisione, ben sfruttata da Berlusconi, siamo passati a quella della rete. Dalla “telecrazia” alla “retecrazia”.

Se tu fossi qui avresti assistito all’euforia generale per la decadenza di Berlusconi, avresti visto ancora persone che scambiano questo avvenimento con la “liberazione dal nazifascismo”. Ulteriore insulto per chi, durante il ventennio fascista, si opponeva a Mussolini e finiva arrestato, confinato e, non di rado, fucilato. Con la differenza attuale di chi, grazie all’antiberlusconismo, è diventato prestigioso, popolare, tuttologo e considerato una persona da prendere come esempio.

Se tu fossi qui avresti assistito anche all’affossamento della ragione e delle idee progressiste. E la fine, soprattutto, della cultura: siamo passati dalla lettura dei libri di Chomsky o Zygmunt Bauman a libri come “Bananas” o “Papi” di Travaglio.

Se tu fossi qui, proprio in queste ore concitate, avresti sicuramente assistito a questa stupida euforia sul decadimento di Berlusconi. Talmente stupida perché poi svanirà quando in molti si accorgeranno che il merito è della stessa Legge Severino (figlia delle campagne per il “Parlamento pulito” e votata da tutti i partiti), quella che vieterà ai tanti giovani ragazzi attualmente condannati (magari per le occupazioni, manifestazioni e non solo) di provare, un giorno, a candidarsi. Ma lo vieterà anche ad altrettante persone che stanno scontando il carcere, le stesse che un giorno (da uomini liberi) potrebbero diventare un nuovo Martin Luter King o un Malcom X.

Se tu fossi qui , avresti assistito alla vera decadenza di questi anni.


Berlusconi si doveva dimettere da solo. Ma oggi in scena il sacrificio del corpo nemico
di Elettra Deiana
(da “gli Altri”, 27 novembre 2013)

Mi piacerebbe che in Italia la vicenda di Silvio Berlusconi, condannato in via definitiva per frode fiscale, si fosse conclusa con modalità del tutto diverse e con tempi del tutto diversi. Come successe, per esempio, in Germania quando, tra il 1999 e il 2000, lo scandalo dei fondi neri che aveva coinvolto l’ex Cancelliere Helmut Kohl – 16 anni di cancellierato e 25 di presidenza della Cdu – giunse all’epilogo in modo rapido e finanche ruvido, senza tante storie. E tutto avvenne, in primis, per decisione della stessa Cdu che, tramite la sua allora segretaria Angela Merkel, chiese che venisse fatta chiarezza sui fatti in tempi veloci e senza nulla omettere.

Ma l’Italia non è la Germania e il partito di Berlusconi non ha nulla a che vedere con il partito di Angela Merkel. E poi la logica politico-istuzionale di quel Paese è diversa da quella imperante nel nostro: sempre ambigua, sfuggente, pretesca. Da tutte le parti, beninteso: dalla destra alla sinistra, passando per il centro.

Per questo siamo dove siamo e ci tocca assistere all’osceno rito di guerra chiamato esposizione del corpo del nemico. Ovviamente in via virtuale, ma di quel rito si tratta, questo è il significato simbolico impresso nel mantra “è un cittadino come tutti, come tutti è soggetto alla legge”, e nell’ossessione del restarne attaccati come a una formula sacra. Lo hanno ripetuto, in ogni scadenza decisiva, in ogni momento di tensione, in ogni banale discussione di talk show. Tutti gli esponenti del Pd, donne e uomini, dirigenti di antico corso e new entry alle prime armi, con gli occhi un po’ imbambolati, fissi sulle telecamere e la noiosa cantilena di quel discorsetto imparato a memoria, ripetuto fino al sonno della ragionevolezza. Un format fisso, schematico, senza concessioni dialettiche né all’argomentazione politica né tantomeno alla riflessione critica. Mai un guizzo che facesse trapelare il senso delle cose, la preoccupazione di voler parlare anche a quel pezzo di Italia che si è perso dietro il carisma dell’uomo di Arcore ma magari ha anche risorse intellettuali per fare scelte in proprio su una questione di questa natura. Sul valore delle regole che dovrebbero tenere insieme un Paese e qui lo dividono, come in una latenza di guerra civile permanente. Perché i berlusconiani sono quello che sono ma anche gli antiberlusconiani sono quello che sono. Altrimenti non saremmo dove siamo.

Il mantra del cittadino uguale agli altri. Una specie di “Dio lo vuole”, la sentenza inappellabile da tributare al proprio popolo che chiede il sacrificio del capo nemico, visto che la sinistra, o come si chiamerà, non è stata in grado di sconfiggerlo secondo le regole, i tempi, le logiche della politica e allora si affianca e sovrappone all’altra sentenza – quella decisiva e ineluttabile per la sorte del Cavaliere – e confonde le acque, perché nell’enfasi della ripetizione del mantra, sembra voler porre il proprio imprimatur sul giudizio della Cassazione, col rischio di annacquarne la limpidezza.

Che gli atti del Senato e i media registrino, per oggi e l’eternità quel voto di decadenza, e ne sia chiara la volontà politica di chi l’ha reso ineluttabile. Così si purificherà di fronte all’elettorato – ex popolo sovrano – quel composito schieramento di centrosinistra che fino ad oggi poco o nulla ha fatto per contrastare adeguatamente Berlusconi, anzi l’ha più sdoganato, tollerato, occhieggiato, fino ad accettarne, fingendo di crederla mossa politica gratuita, l’offerta avvelenata delle larghe intese.

Il rito dell’esposizione del nemico assume i contorni di un osceno rito di espiazione. Osceno nel senso etimologico, di qualcosa fuori scena, che si tiene celato, di cui non si vuole parlare, e dunque nello slittamento semantico di vergognoso. Berlusconi ha dominato la scena pubblica per vent’anni, quelli che abbiamo vissuto fino ad oggi, guastando le regole, avvelenando i pozzi della politica, sovvertendo i principi basilari della Repubblica.

E’ un cittadino come gli altri? Ci mancherebbe. La magistratura infatti l’ha condannato in via definitiva, come può succedere a un qualunque cittadino di questo Paese.

Ma il mantra del “cittadino qualunque”, in questa vicenda, non ha avuto nulla a che vedere con il principio di legalità a cui si è ostinatamente richiamato E’ stato il dispositivo di decostruzione e spoliazione del nemico dei suoi paramenti di ex uomo di primo piano dello Stato (ci piaccia o meno, a me per niente, quello che Berlusconi è stato) e ha rappresentato il velame ideologico per nascondere il contesto che ha reso possibili vent’anni di berlusconismo soprattutto grazie alle responsabilità e inadeguatezze del centrosinistra.

Bastava dire: il Senato faccia quello che deve fare, secondo regole, regolamenti (quelli che c’erano e che sono stati invece ad hoc cambiati in corso d’opera), consapevolezza e coscienza. La politica finalmente si occupi d’altro.


Decadenza Berlusconi, Facci: dai tribunali al Senato, ecco come hanno incastrato il Cav
di Filippo Facci
(da “Libero”, 28 novembre 2013)

Io quelli di Forza Italia li rispetto. Conoscendoli, singolarmente, li rispetto molto meno: ma nell’insieme potrebbero anche sembrare appunto dei lealisti, dei coerenti, delle schiene dritte, gente che ha finalmente trovato una linea del Piave intesa come Berlusconi, come capo, come leader, come rappresentante di milioni di italiani che non si può cancellare solo per via giudiziaria: almeno non così. Non con sentenze infarcite di «convincimenti» e prove che non lo sono. Dunque rispetto quelli di Forza Italia – anche se in buona parte restano dei cavalier-serventi – perché tentano di fare quello che nella Prima Repubblica non fu fatto per Bettino Craxi e per altri leader, consegnati mani e piedi alla magistratura assieme al primato della politica. Solo che, dettaglio, Forza Italia ha perso: ha perso quella di oggi e ha perso quella del 1994. E non ha perso ieri, o un mese fa, cioè con Napolitano, la Consulta, la legge Severino, la Consulta, la Cassazione: ha colpevolmente perso in vent’anni di fallimento politico sulla giustizia.

Dall’altra c’è qualcuno che ha vinto, anche se elencarne la formazione ora è complicato: si rischia di passare dal pretenzioso racconto di un’ormai stagliata «jurecrazia» – fatta di corti che regolano un ordine giuridico globale – all’ultimo straccione di pm o cronista militante. Resta il dato essenziale: vent’anni fa la giustizia faceva schifo e oggi fa identicamente schifo, schiacciata com’è sul potere che la esercita; e fa identicamente schifo, per colpe anche sue, la giustizia ad personam legiferata da Berlusconi, che in vent’anni ha solo preso tempo – molto – e alla fine non s’è salvato.

Si inizia nel 1994 – Elencare tutte le forzature palesi o presunte per abbatterlo, magari distinguendole dalle azioni penali più che legittime, è un lavoro da pazzi o da memorialistica difensiva: solo la somma delle assoluzioni – mischiate ad amnistie e prescrizioni – brucerebbe una pagina. Basti l’incipit, cioè il celebre mandato di comparizione che fu appositamente spedito a Berlusconi il 21 novembre 1994 per essere appreso a un convegno Onu con 140 delegazioni governative e 650 giornalisti: diede la spallata decisiva a un governo a discapito di un proscioglimento che giungerà molti anni dopo. L’elenco potrebbe proseguire sino a oggi – intralciato anche da tutte le leggi ad personam che Berlusconi fece per salvarsi – e infatti è solo oggi che Berlusconi cade, anzi decade.

Ciò che è cambiato, negli ultimi anni, è la determinazione di una parte della magistratura – unita e univoca come la corrente di sinistra che ne occupa i posti chiave – a discapito di apparenze che non ha neanche più cercato di salvare. I processi per frode legati ai diritti televisivi non erano più semplici di altri, anzi, il contrario: come già raccontato, Berlusconi per le stesse accuse era già stato prosciolto a Roma e pure a Milano. Ciò che è cambiato, appunto, è la determinazione dei collegi giudicanti a fronte di quadri probatori tuttavia paragonabili ai precedenti: ma hanno cambiato marcia.

Il cambio di marcia – Si poteva intuirlo dai tempi atipici che si stavano progressivamente dando già al primo grado del processo Mills, che filò per ben 47 udienze in meno di due anni e fece lavorare i giudici sino al tardo pomeriggio e nei weekend; le motivazioni della sentenza furono notificate entro 15 giorni (e non entro i consueti 90) così da permettere che il ricorso in Cassazione fosse più che mai spedito. Ma è il processo successivo, quello che ora ha fatto fuori Berlusconi, ad aver segnato un record: tre gradi di giudizio in un solo anno (alla faccia della Corte Europea che ci condanna per la lunghezza dei procedimenti) con dettagli anche emblematici, tipo la solerte attivazione di una sezione feriale della Cassazione che è stata descritta come se di norma esaminasse tutti i processi indifferibili del Paese: semplicemente falso, la discrezionalità regna sovrana come su tutto il resto. Il paradosso sta qui: nel formidabile e inaspettato rispetto di regole teoriche – quelle che in dieci mesi giudicano un cittadino nei tre gradi – al punto da trasformare Berlusconi in eccezione assoluta.

Poi, a proposito di discrezionalità, ci sono le sentenze: e qui si entra nel fantastico mondo dell’insondabile o di un dibattito infinito: quello su che cosa sia effettivamente una «prova» e che differenza ci sia rispetto a convincimenti e mere somme di indizi. Il tutto sopraffatti dal dogma che le sentenze si accettano e basta: anche se è dura, talvolta. Quando uscirono le 208 pagine della condanna definitiva in Cassazione, in ogni caso, i primi commenti dei vertici piddini furono di pochi minuti dopo: un caso di lettura analogica. E, senza scomodare espressioni come «teorema» o «prova logica» o peggio «non poteva non sapere», le motivazioni della sentenza per frode fiscale appalesavano una gigantesca e motivata opinione: le «prove logiche» e i «non poteva non sapere» purtroppo abbondavano e abbondano. «È da ritenersi provato» era la frase più ricorrente, mentre tesi contrarie denotavano una «assoluta inverosimiglianza». Su tutto imperava l’attribuzione di una responsabilità oggettiva: «La qualità di Berlusconi di azionista di maggioranza gli consentiva pacificamente qualsiasi possibilità di intervento», «era assolutamente ovvio che la gestione dei diritti fosse di interesse della proprietà», «la consapevolezza poteva essere ascrivibile solo a chi aveva uno sguardo d’insieme, complessivo, sul complesso sistema». Il capolavoro resta quello a pagina 184 della sentenza, che riguardava la riduzione delle liste testimoniali chieste dalla difesa: «Va detto per inciso», è messo nero su bianco, «che effettivamente il pm non ha fornito alcuna prova diretta circa eventuali interventi dell’imputato Berlusconi in merito alle modalità di appostare gli ammortamenti dei bilanci. Ne conseguiva l’assoluta inutilità di una prova negativa di fatti che la pubblica accusa non aveva provato in modo diretto». In lingua italiana: l’accusa non ha neppure cercato di provare che Berlusconi fosse direttamente responsabile, dunque era inutile ammettere testimoni che provassero il contrario, cioè una sua estraneità. Ma le sentenze si devono accettare e basta. Quando Berlusconi azzardò un videomessaggio di reazione, in settembre, Guglielmo Epifani lo definì «sconcertante», mentre Antonio Di Pietro fece un esposto per vilipendio alla magistratura e Rosy Bindi parlò di «eversione».

La galoppata – Il resto – la galoppata per far decadere Berlusconi in Senato – è cronaca recente, anzi, di ieri, Il precedente di Cesare Previti – che al termine del processo Imi-Sir fu dichiarato «interdetto a vita dai pubblici uffici» – è pure noto: la Camera ne votò la decadenza ben 14 mesi dopo la sentenza della Cassazione. Allora come oggi, il centrosinistra era dell’opinione che si dovesse semplicemente prendere atto del dettato della magistratura, mentre il centrodestra pretendeva invece che si entrasse nel merito e non ci si limitasse a un ruolo notarile. Poi c’è il mancato ricorso alla Corte Costituzionale per stabilire se gli effetti della Legge Severino possano essere retroattivi: la Consulta è stata investita di infinite incombenze da una ventina d’anni a questa parte – comprese le leggi elettorali e i vari «lodi» regolarmente bocciati – ma per la Legge Severino il Partito democratico ha ritenuto che la Corte non dovesse dire la sua. Il 30 ottobre scorso, infine, la Giunta per il regolamento del Senato ha stabilito che per casi di «non convalida dell’elezione» il voto dovesse essere palese, volontà ripetuta ieri dal presidente del Senato: nessun voto segreto o di coscienza, dunque.

Poi – ma è un altro articolo, anzi, vent’anni di articoli – ci sono le mazzate che il centrodestra si è tirato da solo. La Legge Severino, come detto. Il condono tombale offerto a Berlusconi dal «suo» ministro Tremonti nel 2002 – che l’avrebbe messo in regola con qualsivoglia frode fiscale – ma che al Cavaliere non interessò. Il demagogico inasprimento delle pene per la prostituzione minorile promosso dal «suo» ministro Carfagna nel 2008. Però, dicevamo, non ci sono solo gli autogol: c’è il semplice non-fatto o non-riuscito degli ultimi vent’anni. Perché nei fatti c’era, e c’è, la stessa magistratura. Non c’è la separazione delle carriere, lo sdoppiamento del Csm, le modifiche dell’obbligatorietà dell’azione penale, l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione, la responsabilità civile dei giudici, i limiti alle intercettazioni. Ci sono state, invece, le leggi sulle rogatorie, la Cirami, i vari lodi Maccanico-Schifani-Alfano, l’illegittimo impedimento: pannicelli caldi inutili o, per un po’, utili praticamente solo a lui. Per un po’. Solo per un po’. Fino al 27 novembre 2013.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart