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Napolitano e la crisi difficilmente evitabile

30 Novembre 2013

di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 30 novembre 2013)

Giorgio Napolitano avrebbe voluto seguire la linea del “fare finta di nulla”. E di considerare il voto di fiducia sulla legge di stabilità come la chiusura formale della vicenda aperta dalla decisione di Forza Italia di uscire dalla maggioranza considerando chiusa l’esperienza dell’alleanza emergenziale con il Partito Democratico e Scelta Civica. Ma il Presidente della Repubblica ha dovuto suo malgrado rinunciare a questa linea.

E ad accettare la richiesta della delegazione di Forza Italia di prendere atto che la fine dell’alleanza delle larghe intese comporta una verifica parlamentare della coalizione e della formula politica venutesi a creare dopo la rottura del partito di Silvio Berlusconi. Nessuno è riuscito ancora a capire se per procedere a questa verifica il Capo dello Stato considererà opportuno l’apertura formale o meno della crisi di governo. È noto che Napolitano preferisca evitare un passaggio del genere. Perché, da politico navigato come è, sa bene quanto possa essere difficile e rischioso gestire una crisi pilotata.

Per cui è facile prevedere che cercherà di rendere il passaggio parlamentare di Enrico Letta il più rapido ed il meno pericoloso possibile evitando l’apertura di una crisi tradizionale con il consueto contorno delle consultazioni al Quirinale e, soprattutto, delle trattative tra i partiti per la nuova alleanza di governo.

Il problema, però, è che gli eventuali propositi di Napolitano e le scontate speranze di Letta di blindare al massimo il passaggio parlamentare si scontrano sulla richiesta esplicita di ogni partito che dichiara di continuare a sostenere l’attuale governo di voler ricontrattare e definire il nuovo programma della coalizione. Lo ha fatto esplicitamente Angelino Alfano, chiedendo di porre al centro della rinnovata azione governativa la riforma della giustizia ed ammonendo il Presidente del Consiglio a non dimenticare che senza i voti del Nuovo Centrodestra l’Esecutivo non è in grado di sopravvivere.

Lo ha fatto anche lo spezzone di Scelta Civica rimasto fedele a Mario Monti, che ha richiesto non solo un nuovo patto di governo ma anche un rimpasto della compagine ministeriale destinato a rispecchiare gli effetti della scissione della vecchia area montiana. Ma lo vanno facendo con estrema decisione i due principali candidati alla segreteria del Pd, Matteo Renzi e Gianni Cuperlo, che in nome di idee e progetti diversi, chiedono che da adesso in poi sia il Pd, partito diventato guida della coalizione, a fissare la direzione di marcia e gli obbiettivi di fondo del governo.

È possibile che tutte queste richieste, esigenze e sollecitazioni possano sfociare in un nuovo programma di governo attraverso un frettoloso passaggio parlamentare? Ma, soprattutto, è pensabile che questa verifica di governo possa chiudersi prima che il principale partito della coalizione abbia scelto, con il nuovo segretario, la nuova linea politica?

Ai tempi della Prima Repubblica la fine della larghe intese avrebbe provocato una crisi che sarebbe entrata in stallo fino alla elezione del nuovo segretario del partito di maggioranza relativa e si sarebbe conclusa solo al termine delle trattative politiche seguite alla scelta del leader della maggiore forza della coalizione. Ai tempi della Repubblica di Napolitano è probabile che la crisi si apra e si chiuda in un paio di giorni. Salvo, naturalmente, che si riapra dopo l’8 dicembre. Per chiudersi con il riscorso alle elezioni anticipate!


Come muore una repubblica (lettera dall’antica Roma)
di Vittorio Macioce
(da “il Giornale”, 30 novembre 2013)

Crisi e morte della repubblica: così parleranno un giorno gli storici. È il secolo breve dell’antica Roma: conflitti ideologici, guerre civili, il Senato contro i grandi uomini, la tradizione che cerca di resistere alla modernità, il partito degli optimates contro quello dei populares, l’epoca dei generali e degli oratori, le riforme agrarie, l’assassinio dei Gracchi, la scomparsa di Scipione l’Emiliano (forse avvelenato dalla moglie, sorella dei due tribuni), il terrore di Mario e Cinna, la restaurazione di Silla, e liste di proscrizione, la ribellione di Sertorio in Spagna, l’astro di Pompeo, Marco Livio Druso vuole estendere la cittadinanza agli amici dell’Urbe (viene ucciso), la guerra dei socii italici contro Roma, la stella di Cesare, i denari di Crasso, la rivolta di Spartaco, Cicerone contro Catilina, il triumvirato, la gioventù dorata e l’amore libertino, Catullo e Clodia («Mia Lesbia»), le squadracce di Clodio contro quelle di Milone, Cesare alla conquista della Gallia, il Rubicone, Farsalo, il suicidio di Catone, la testa di Pompeo portata da meschini ministri egiziani in una cesta, le lacrime di Cesare, Cleopatra, il consolato a vita, la corona di re rifiutata tre volte, le idi di Marzo, Bruto il tirannicida, Filippi, Antonio, Ottaviano e Lepido, ancora il triumvirato, l’ultima guerra civile, la pace di Augusto, fine della repubblica, inizio dell’impero. Tutto qui, dal 133 al 27 avanti Cristo.

Sono gli anni in cui una repubblica guidata da poche famiglie, che digerisce a fatica le ambizioni di pochi uomini nuovi e che non perdona chi tenta di andare oltre l’equilibrio raccomandato dai padri, si confronta con un mondo che all’improvviso è diventato troppo grande, troppo esteso, troppo veloce. È un secolo in cui la politica diventa scontro fratricida. Scorrerà il sangue, le teste dei nemici verranno issate sui rostri del foro. La concordia teorizzata da Cicerone è solo un esercizio retorico, o l’illusione di un provinciale che crede nel potere della parola, ma morirà con la lingua tagliata, vittima di un uomo stanco delle sue orazioni (Antonio) e del silenzio complice del suo pupillo (Ottaviano). Le vecchie leggi non servono più, le nuove sono osteggiate, e gli dei in cielo sono solo una pallida presenza: né tradizioni, né religione, né stato.

Chi ha ucciso, allora, la repubblica? Se lo chiedete a Catone, il minore, o al suo discepolo e nipote Bruto, vi diranno che sono stati i nemici del Senato. È stato Tiberio Gracco che ha imposto una riforma agraria senza passare per il Senato, rivolgendosi alla plebe. È stato suo fratello Caio, ancora più estremista, un aristopopulista senza alcun rispetto per la legge. Vi diranno che sono stati i demagoghi alla Saturnino o alla Catilina, vi diranno che sono stati i generali, le loro ambizioni, la loro megalomania, che li ha portati a minacciare le sacre mura di Roma, con i loro eserciti ormai privati che non obbedivano più al Senato ma al singolo. E quindi Caio Mario, e quella bastarda riforma che ha trasformato le centurie in un branco di nullatenenti. Vi diranno che sono stati i nuovi costumi importati dall’Oriente, il lusso, il denaro dei mercanti, che volevano nuove terre da conquistare e nuove guerre, e i giovani senza più rispetto per i padri, e donne che amavano come uomini, meretrici di sangue nobile come la dissennata Clodia e il suo circolo di intellettuali, quella che rubava il sesso tra il popolino del Tevere. E, soprattutto, vi diranno che è stato Caio Giulio Cesare, l’aristocratico che è voluto diventare più grande dei suoi pari e che ha calpestato il mos maiorum, la costituzione materiale, tutte le leggi.

I Gracchi o Druso, o quel Silone comandante dei Marsi, vi diranno che la colpa è di chi ha voluto fermare il tempo, di chi ha violato la sacralità di un tribuno della plebe, massacrandolo in pieno foro, e una repubblica non può prosperare nel sangue. Vi diranno che la colpa è di chi ha osteggiato quelle riforme necessarie alla sopravvivenza politica di Roma. Mario dirà che lui voleva solo ciò che gli spettava. Lui aveva salvato l’Urbe dai barbari, lui, non i Metelli, non quegli arroganti aristocratici senza valore. Silla dirà che Roma è stata uccisa dall’ambizione di un cafone di Arpino. Cinna dirà che la repubblica lui l’avrebbe volentieri ammazzata, tanto non serviva a nulla. Saturnino ricorderà che lui voleva il bene della Suburra, contro i ladri che sedevano in Senato. Spartaco voleva solo non morire in un’arena. Cicerone dirà che è stato Catilina e lui, come non ha mai smesso di ricordare, l’ha salvata. E solo la concordia tra le classi – cavalieri e senatori, mercanti e politici – avrebbe potuto di nuovo salvarla. Catilina dirà che a ucciderla è stata la lingua di Cicerone e i parrucconi come lui. Pompeo sarà come al solito sopraffatto dai dubbi. E l’unica cosa certa è che lui era Pompeo Magno, il più grande generale di Roma, figlio del macellaio del Piceno, quel carnefice ucciso dalla peste. Bruto piangerà: la Repubblica era sua madre. E ha ucciso Cesare perché Cesare era l’amante di Servilia, sua madre. E lui, di Cesare, non voleva essere figlio. Antonio dirà: amavo Cleopatra. Ottaviano, il furbo Augusto, sancirà che la repubblica è morta perché così doveva essere e lui ne ha celebrato il funerale.

E Cesare? Lo sapete. Cesare, discendente di una dea e di un re, era la Repubblica. Era la Repubblica che per non morire si era incarnata in un uomo. Morto lui, morta anche lei. Erano le idi di marzo. Raccontano che tutta Roma pianse.


Democristiani loro malgrado
di Ernesto Galli della Loggia
(dal “Corriere della Sera”, 30 novembre 2013)

La decisione del presidente Napolitano circa la necessità di una verifica parlamentare per il governo Letta è difficilmente confutabile. Infatti con lo sfaldamento del Pdl, e l’uscita di Forza Italia dalla coalizione, l’esecutivo conserva la maggioranza, ma la sua natura politica è radicalmente mutata. Da un governo Destra-Sinistra – cioè Pd-Pdl (numericamente autosufficienti) più altri – si è trasformato in un governo di Sinistra-Centro. Nel quale è il Partito democratico, per l’appunto, a rappresentare in entrambe le Camere il nucleo forte, mentre il Centro, costituito da Scelta Civica-Udc più il Nuovo centrodestra (Ncd) di Alfano, svolge la parte di comprimario.

Coincide con questo spostamento dell’asse politico del governo – e in certo senso lo ha reso possibile e insieme ne è un frutto – un secondo e più importante mutamento: la democristianizzazione del Pd. Vale a dire il progressivo ma ormai compiuto assorbimento-imitazione da parte del Partito democratico non solo della funzione sistemica, ma pure dei caratteri interni propri di quella che fu la Democrazia cristiana. Una tale democristianizzazione del Pd si è prodotta non casualmente via via che il sistema politico della cosiddetta Seconda Repubblica andava perdendo il suo parziale carattere bipolare per indirizzarsi verso una riedizione della frantumazione parlamentarista della Prima Repubblica, frutto a suo tempo della proporzionale. Alla quale – di nuovo non a caso – anche la Seconda sembra ora ineluttabilmente condannata a tornare. Un parlamentarismo proporzionalistico che, se non vuole naufragare nel nulla, deve però necessariamente organizzarsi intorno a un partito cardine. Che ieri era la Dc, e oggi è per l’appunto il Pd.

Il Partito democratico si candida a essere un tale partito innanzitutto a causa della neoacquisita posizione di centralità nella topografia parlamentare: dal momento che oggi esso si trova di fatto ad essere la componente principale di un governo che alla Camera deve fronteggiare allo stesso tempo una consistente opposizione di sinistra (all’incirca 130 deputati) e una poco minore opposizione di destra. Ricorda questo qualcosa a qualcuno? Non fu forse precisamente questa, per 40 anni, la situazione della Dc?

La centralità «democristiana» del Pd gli viene anche dal fatto di essere oggi il solo e vero «partito delle istituzioni». In realtà esso lo è fin dagli Anni 90, a causa del fallimento che la Destra ha fatto registrare pure su questo terreno. Non riuscendo a distinguersi neppure in minima parte dalla figura di Berlusconi, dalla sua immagine «corsara», erratica e improvvisatrice, la Destra politica, infatti, non è mai riuscita a liberarsi di qualcosa di casuale e provvisorio, di incompatibile con la stabilità nel tempo, con il senso del passato storico, con l’affidabilità e con gli aspetti legalistico-formali che sono propri della dimensione istituzionale. Verso la quale, invece, la sinistra di origine comunista ha sempre mostrato tradizionalmente una grande attenzione. Il risultato è che da molto tempo la gran parte dell’establishment italiano, nello Stato e nella società, si riconosce nel Pd.

Ma naturalmente essere «come la Dc», cominciare ad occupare una posizione centrale analoga alla sua nella costellazione del potere, ha un prezzo: quello di finire per occuparsi, appunto, solo del potere. E dunque trasformarsi in un ceto burocratico-politico senza idee e senza progetti, diviso in correnti ferocemente in lotta, la cui principale attività, al centro come in periferia, diviene di fatto la spartizione dei posti e delle risorse: proprio quello che oggi il Pd rischia sempre più di diventare.


Intervista a Francesco Piccolo
di Stefania Rossini per “l’Espresso”
(da “Dagospia”, 30 novembre 2013)

Francesco Piccolo ha scritto un romanzo, un’autobiografia e un manifesto di liberazione dai luoghi comuni della sinistra. Lo ha fatto con un solo libro, “Il desiderio di essere come Tutti” (Einaudi), da meno di un mese in libreria e già in sospetto di diventare una pietra miliare di una generazione politica. Quella che oggi ha intorno ai cinquant’anni, che è cresciuta nel mito di Berlinguer, che ha detestato Craxi per principio e che ha avuto la vita adulta dominata dall’insopportabile presenza di Berlusconi.

Forte della sua storia personale di comunista, garantito dalla fama dei suoi lavori più noti, come la sceneggiatura del “Caimano” di Moretti e la collaborazione con Fazio e Saviano in tv, Piccolo si permette di dire esplicitamente quello che molti hanno più volte sospettato: la sinistra, con la convinzione di ritenersi pura, diversa e superiore, e con la presunzione di farsi portabandiera dell’etica, ha condannato se stessa alla sconfitta e si è resa corresponsabile dello stato del Paese.

Una provocazione per gli indignati di professione, resa convincente da una narrazione smaliziata e complice che impasta eventi pubblici e fatti privati, chiamando ciascuno a confrontarsi con le proprie responsabilità e strappandolo alla tentazione di sentirsi sempre in un rassicurante “altrove”.

Eppure la copertina del suo libro ricalca la prima pagina dell'”Unità” il giorno del funerale di Berlinguer, con quel gigantesco “Tutti” che sembra il contrario della separatezza.
«Infatti proprio lì è il nodo della questione. Quel giorno, a piazza San Giovanni, nelle strade, davanti agli schermi televisivi, non piangeva soltanto il popolo comunista, ma tutti. Berlinguer ormai era amato universalmente. Persino Almirante ne diceva bene».

Lei dov’era?
«Davanti alla tv, appunto, chiuso nella camera da letto dei miei genitori, piangendo senza freni con la paura di essere scoperto da mio padre, convinto uomo di destra che ha sempre votato Movimento sociale e poi Alleanza nazionale e che doveva sopportare di avere un figlio comunista. Ma io, alzando il pugno chiuso mentre la bara sfilava tra la folla, mi sentivo disperatamente parte di tutti».

E allora cos’è che non va in quel “Tutti”?
«Il sentimento di essere sì tutti, ma tutti quelli che appartengono a una parte migliore. Berlinguer, che aveva avuto il grande momento da statista con il tentativo di unire il Paese nel compromesso storico, dopo il suo fallimento aveva lanciato l’alternativa democratica, cioè il ripiegamento su se stessi con il culto dei valori perduti e il fastidio per il progresso. Ci aveva così condannato ad essere reazionari».

Addirittura, Piccolo? Sta trasferendo la parola reazionario alla sinistra?
«Come chiamerebbe la decisione di non partecipare più al presente e di frenare l’ammodernamento della società? Ammettiamolo: da quel momento in poi siamo stati reazionari. Ma la colpa, più che di Berlinguer, è di quanti hanno continuato a interpretare il suo sottrarsi ai tempi come un’idea virtuosa. Ancora oggi viene evocato soprattutto il suo discorso sull’austerity. E questo mentre Craxi cavalcava spavaldamente la modernità».

Che fa? Riabilita anche Craxi, da quarant’anni il nemico pubblico della sinistra?
«Guardi, io l’ho odiato come tutti i comunisti, ma sbagliavo. Craxi ha fatto in modo di impersonare anche la degenerazione del suo tempo, però all’inizio è stato un interprete acuto dei bisogni della società. Aveva una forza progressista che a noi mancava e non si capacitava dell’arretratezza dell’altra costola della sinistra. Diceva giustamente che Berlinguer vedeva ancora il mondo in bianco e nero. Pensi solo alla lotta contro il decreto di San Valentino, quello sulla scala mobile, che fortunatamente abbiamo perso».

San Valentino è per lei anche un infelice ricordo sentimentale. Fu piantato in asso da una ragazza per manifesta fatuità. Come andò?
«Andò che erano cominciati i frivoli anni Ottanta e io cercavo disperatamente di farmi amare da una compagna di scuola bella e rivoluzionaria. La seguivo negli incontri del suo gruppo dove mi guardavano come un infiltrato, proprio mentre a casa mi dicevano che facevo il comunista con i soldi di papà. Ebbi però la malaugurata idea di regalarle uno Snoopy di peluche. Mi guardò con disprezzo e me lo sbatté sul petto dicendomi: “Come ti viene in mente? Anche il giorno di San Valentino noi siamo impegnarti a fare politica”. Fu un dolore immenso perché solo molti anni dopo avrei capito che lei, come tutta la sinistra, non era in grado di “cercar coralli”».

Che cosa vuol dire?
«Gli uomini delle caverne uscivano e rischiavano la vita non solo per procurarsi cibo, ma anche per trovare coralli e fare collane. Se la sinistra non impara a coniugare la leggerezza e la serietà, e quindi a rappresentare davvero tutti, resta elitaria e reazionaria».

Ci sarà stato pure qualcuno in tutti questi anni che si sia avvicinato a questa idea di inclusione.
«Forse soltanto Veltroni con il discorso del Lingotto, ma purtroppo solo in teoria».

Comincio a sospettare che anche qui si finisce a Renzi.
«Lo so, Renzi non piace a chi coltiva i vecchi valori. La sinistra ha paura di vincere e, quando vede qualcuno che può farcela, gli si scaglia contro in tutti i modi. Nelle primarie con Bersani, Renzi ha invece messo in moto idee molto modernizzanti. Non vorrei che ancora una volta la modernità venisse confusa con la faciloneria e la mancanza degli alti principi».

Non sarà anche che lei è attratto dalla superficialità. Nel libro ne fa un continuo elogio.
«È un sentimento importante, ti permette di guardare le cose del mondo senza fartene invadere come se stessero succedendo anche a te. Mi ci ha avvicinato mia madre tanti anni fa con una purga».

Racconti.
«A Napoli c’era il colera e a Caserta si viveva nel terrore di essere contagiati. Quando vengo colto da dolori lancinanti alla pancia, ho la certezza assoluta di morire. Ma scopro che mia madre mi aveva dato una purga, dimenticandosi del colera. In quel momento capisco che tutti i drammi sono sopportabili. Più tardi ho incontrato una persona che quando mi disperavo perché Berlusconi aveva vinto le prime elezioni, mi ha detto “E che sarà mai!”. L’ho sposata, facendomi aiutare ad attraversare la vita senza pesantezza».

Nell’intreccio tra pubblico e privato il suo romanzo mette in scena personaggi letterari o cinematografici, ma anche reali. Qualcuno è prevedibile, come Bertinotti…
«Un disastro. Ha fatto cadere un governo buono come quello di Prodi per dimostrare che lui era puro e ha cambiato la storia di questo Paese. E purtroppo è stata anche colpa mia perché l’avevo votato. Da quel giorno è cambiato anche il mio atteggiamento verso la sinistra, anzi verso la vita».

Qualcun altro inaspettato, come Camilla Cederna.
«Una scrittrice meravigliosa che fece un’operazione di una faziosità terribile. Il suo libro sul presidente Leone fu uno dei primi che lessi da ragazzo. Mi lasciò un senso di imbarazzo per l’uso spregiudicato della vita privata del protagonista e dei suoi familiari. Un metodo che purtroppo ha fatto scuola».

Era inevitabile: siamo arrivati a Berlusconi.
«Della cui vita privata non ho il minimo interesse. Penso anzi che tutto quell’accanirsi sui gusti, sui gesti, sui modi di vestire o di parlare, e soprattutto sugli scandali sessuali, abbia disperso l’energia oppositiva, che doveva essere indirizzata politicamente. Credo che tutto ciò sia servito alla sinistra per distanziarlo e sentirsi migliore di lui».

Le ricordo, Piccolo, che lei è uno degli autori del “Caimano”. C’è un mondo di indignati là fuori che grida contro la politica e vuole mandare Berlusconi in galera.
«Lo so. E il guaio è che si insiste a compiacere questa tendenza. Nel “Caimano” abbiamo cercato di indicare la corresponsabilità di tutti, proprio facendo interpretare il protagonista da Moretti, ma forse non è stato capito. All’indignazione e all’antipolitica, si sta rispondendo ancora brandendo l’arma dell’etica. Anche Enrico Letta che non ha dato prova di aver fatto alcunché, si fa forte di essersi diminuito un po’ di stipendio».

E così non abbiamo salvato nessuno. Un’ultima curiosità: come mai in questa lunga messa a punto politico-esistenziale non c’è un solo accenno all’uso della giustizia?
«Proprio per evitare di occuparmi di Berlusconi in quel senso. Ma il problema c’è ed è serio. Quando avevo vent’anni per capire queste faccende si leggeva “il manifesto”. Quel giornale ci indicava il garantismo come grande battaglia della sinistra. E ci insegnava che aver voglia di mandare la gente in galera non è una bella cosa. Adesso un giovane compra “Il Fatto” e impara che è bene che in galera ci vadano tutti».


Berlinguer non ti voglio bene
di Pierluigi Battista
(dal “Corriere della Sera”, 30 novembre 2013)

Ognuno di noi conserva il ricordo della partita del cuore, la partita della svolta in cui la passione sportiva si è mescolata e fusa con quella esistenziale della politica. La mia è stata la sfida di hockey sul ghiaccio tra Unione Sovietica e Cecoslovacchia del 21 marzo 1969. Il giovane Jan Palach si era appena bruciato nella Praga occupata dai carri armati del Patto di Varsavia, e sentire dagli spalti del pubblico di Stoccolma il grido rabbioso e commovente «Dubcek Dubcek» straziò il cuore del giovane e sconsiderato estremista che ero. E lo rese per sempre anticomunista. La svolta politica di Francesco Piccolo invece, lo racconta nel suo bellissimo Il desiderio di essere come tutti (Einaudi), coincide con il settantottesimo minuto della partita di calcio Germania Ovest contro Germania Est nei Mondiali del ‘74, quando il piccolo Piccolo, accanto e contro il padre di destra che tifava per i tedeschi occidentali, esultò quando Jürgen Sparwasser della Ddr segnò il gol che riscattava i poveri ragazzi infagottati nelle modeste «maglie azzurre con lo scollo a V bianco ». Avevano vinto i deboli, erano stati sconfitti i forti e ricchi prepotenti dell’Ovest.

Fu allora che Francesco Piccolo consumò il suo parricidio simbolico. Fu allora che Francesco Piccolo diventò «davvero comunista». Esattamente l’opposto di quanto era accaduto a me. Per me la Ddr incarnava un regime mostruoso, una caserma oppressiva che aveva spinto fino alla perfezione la sua vocazione poliziesca, il cui simbolo erano i VoPos che dall’alto delle torrette sparavano senza pietà a chi scappava nei modi più avventurosi da quello Stato-prigione, come è ancora documentato nel museo situato a Berlino a pochi passi dal Checkpoint Charlie. Per questo mi commossero di più tutti quei giovani entusiasti e ancora increduli che un po’ di anni dopo avrebbero buttato giù a picconate il Muro, mentre Mstislav Rostropovic celebrava con il suo sublime violoncello la fine dell’arroganza totalitaria che lo aveva tirato su.

Questo per dire a Piccolo che i ricordi che formano il tessuto di un’esperienza umana ed emotiva destinata a intrecciarsi con le vicende della politica sono vari e spesso contrastanti tra loro, e non solo nel senso più banalmente anagrafico-generazionale (tra me e lui corrono nove anni di differenza, a mio sfavore). Il suo libro racconta meravigliosamente l’andirivieni contraddittorio di emozioni e sentimenti tra la storia molto personale di un ragazzo borghese nato a Caserta nel ’64 e la storia «grande e terribile», per dirla con Kipling, che lo scaraventa fuori del cortile di casa, e gli fa sentire la morsa di un destino comune condiviso con il resto dell’umanità.

Con Il desiderio di essere come tutti Piccolo si conferma lo strepitoso scrittore che conoscevamo. Basterebbero le pagine sul colera e sul terremoto per dimostrarlo, o quelle sul primo amore che muore nel giorno di San Valentino, per colpa del militantismo ideologico e di un orribile pacchetto in rosa che una commessa sdolcinata aveva confezionato per il regalo d’amore (rifiutato). Però nel libro si parla di Berlinguer, di Craxi, di Moro, del compromesso storico, del berlusconismo, dell’antiberlusconismo come altrettanti momenti della maturazione politica di uno scrittore che sa guardarsi dentro con il dono raro dell’ironia.

E dunque non è infondato rileggere questo romanzo anche dal punto di vista politico. È vero: Piccolo sostiene una posizione molto coraggiosamente minoritaria. Berlingueriano per scelta, non ignora la debolezza di una sinistra in cui «ogni sconfitta politica», dalla Prima alla Seconda Repubblica, «diventa un rafforzativo delle proprie idee. Una conferma che il mondo è corrotto e che il progresso è malato. Una conferma che le persone giuste e i pensieri giusti sono minoranza, fanno parte di un mondo altro, che non comunica più con il Paese, perché il resto del Paese, impuro e corrotto, si è perduto». È vero, Piccolo addirittura accosta, parlando della sinistra, due aggettivi che, affiancati, suonano come una bestemmia per i sacerdoti della superiorità antropologica della sinistra: «puri e reazionari». È vero, le corrucciate e arcigne vestali dei «pensieri giusti» hanno già provveduto a bacchettare il reprobo Piccolo, come è accaduto sulle colonne del «Fatto Quotidiano».

Però, forse è proprio sbagliato dare per scontato che la parte «giusta» sia stata quella cantata e sferzata al contempo da Piccolo. Piccolo più volte dice di sentirsi affine al Robert Redford che in Come eravamo, incontrando Barbra Streisand ancora impegnata dopo tanti anni a testimoniare qualche Buona Causa, le dice con ammirazione affettuosa: «Tu non molli mai, eh». La citazione significa due cose. Che Piccolo-Redford si sente un po’ in colpa. E che la militante Streisand, pur prigioniera di una purezza politicamente inconcludente, è migliore di chi si rassegna, di chi «molla», di chi non è all’altezza della sua integrità: «Tu non molli mai». Ecco, forse questo implicito presupposto di Piccolo che innerva tutte le pagine del romanzo, non è poi così scontato. Scrive che nei funerali di Berlinguer si riconobbero «tutti». Non è vero: i comunisti erano un terzo degli italiani, gli altri due terzi si commossero per la morte di Berlinguer, ma non per questo sentivano di ammettere la «superiorità» etica del partito di Berlinguer. Dalla parte «giusta» sulla scala mobile, poi, era Craxi, non Berlinguer.

Dalla parte «giusta» sulla trattativa per salvare la vita di Moro c’era Craxi, non Berlinguer. Dalla parte «giusta» del riformismo moderno era Craxi, non il partito berlingueriano in cui «riformista» e «socialdemocratico» erano parolacce e al massimo, pudicamente e ipocritamente, si poteva dire «riformatore». Sulle riforme istituzionali dalla parte «giusta» era Craxi, con un po’ di anticipo, e non chi gridava al golpe anticostituzionale. E sul finanziamento illecito non c’erano partiti puri e partiti impuri, malgrado le unilateralità e gli strabismi delle «narrazioni» successive. O almeno, così ricordo, anche se alla memoria, come al cuore, non si comanda. Al massimo la si può restituire nei suoi aspetti più vividi, compito nel quale Il desiderio di essere come tutti di Piccolo riesce magnificamente.
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(Questa volta Piggi non fa l’elastico e le cose che dice a conclusione dell’articolo sono la verità, che anch’io ho vissuta. bdm)


Dieci giorni per cambiare marcia
di Paolo Baroni
(da “La Stampa”, 30 novembre 2013)

Quarantuno virgola due per cento. E’ questo il numero che il governo ed i leader politici dovrebbero segnare in cima alla loro agenda: ma subito, stamattina, non nelle «prossime settimane», nel 2014 o chissà quando..
41,2 per cento è il livello di disoccupazione giovanile che abbiamo raggiunto il mese scorso, ennesimo record di una frana senza fine.
Mentre in tutta l’Eurozona la situazione inizia a migliorare, con l’indice che scende di un decimale al 12,1%, in Italia siamo al 12,5%, 1,2 punti in più rispetto a dodici mesi prima. L’economia è ferma, dei consumi meglio non parlare (basta vedere che pure l’inflazione continua ad essere negativa), la ripresa stenta ad ingranare, la crisi ha pure eroso pesantemente i salari e di lavoro proprio non ce n’è. Anche quello «cattivo», il lavoro precario, cala: contratti a tempo determinato e collaboratori in un anno sono infatti scesi dell’8,8 per cento. Per questo non sorprende gli esperti un altro dato che invece dovrebbe scandalizzare, quello degli sfiduciati: giovani e meno giovani che a questo punto il lavoro non lo cercano nemmeno più.

Siamo arrivati – altro record – a quota 1,9 milioni.
Quando va bene uno su due aspetta almeno un anno prima di trovare un posto.
Il ministro del Lavoro Giovannini minimizza, sostenendo che senza gli interventi presi di recente dal governo la situazione sarebbe stata anche peggiore e che i dati, certamente brutti, riflettono lo stato della nostra economia. Ma parliamo di 15 mila nuovi posti creati grazie al bonus giovani, un goccia d’acqua del mare della disperazione di tante famiglie.

E allora, saranno importanti i numeri della fiducia al Senato, anzi sono fondamentali quei 171 «sì» incassati l’altra notte al Senato da Letta, così come sono importanti i novemila gazebo che domenica prossima metterà in piazza il Pd per scegliere il nuovo segretario o i mille club della nuova Forza Italia, ma – oggi – sono molto più importanti questi numeri, quelli sulla disoccupazione. Anzi, sono decisivi. Tanto più sapendo già oggi che l’anno venturo la crisi del lavoro continuerà e che, pur in presenza di una ripresa, l’indice di disoccupazione salirà ancora toccando il 12,6 per cento.

E quindi, altrettanto decisivi sono i prossimi giorni. Ieri, da Vilnius, il presidente del Consiglio ha spiegato che un nuovo voto di fiducia per fare la conta della maggioranza che lo sostiene servirà anche a spingere ulteriormente sulle riforme istituzionali ed economiche e a impostarne di nuove con maggiore forza ed efficacia. «Nel 2014 giocheremo in attacco». E’ quello che tutti si augurano, perché in queste settimane si è perso troppo tempo in bisticci e pasticci.

Servirebbe una scossa, ma per quella sappiamo che non ci sono abbastanza fondi. Di certo non serve gettare altri miliardi nella fornace degli ammortizzatori in deroga, che fino ad oggi sono serviti solo a tamponare le falle a carissimo prezzo (30 miliardi di euro!) senza costruire nulla di alternativo, come continuano a chiedere i sindacati, come sempre troppo legati alla difesa dello status quo.
Se non ci sono soldi, almeno si possono mettere in circolo idee e nuovi progetti. Si può immaginare una nuova stagione di riforme, cominciando ad intaccare davvero rendite e clientele, ma qualcosa bisogna inventarsi. Occorre fare. Non serve né litigare, né aspettare. Perché la crescita non ce la porterà Babbo Natale (e nemmeno la Befana).


Rottamate la macchina del fango
di Gian Marco Chiocci
(da “Il Tempo”, 30 novembre 2013)

Eccoli là, puntuali, scontati e anche un po’ patetici: «Contro il Pd si è messa in moto la macchina del fango». E non potendo aggiungere «berlusconiana», ci si è accontentati di definire l’utilitaria de Il Tempo «destrorsa». Sorridiamo. Dopo lo scoop del nostro Augusto Parboni sull’inchiesta della procura di Rieti in merito ai rimborsi d’oro regionali che vede coinvolti esponenti del partito democratico laziale (nonché l’attuale braccio destro del sindaco di Roma), s’è messa in moto una carovana di difensori d’ufficio: alcuni giustamente imbarazzati, altri comunque rispettosi e fiduciosi della magistratura, altri ancora un tantino offensivi e sopra le righe non sapendo (o sapendo bene) che si può essere sotto indagine senza aver ancora ricevuto un avviso di garanzia e che di fronte a certe notizie pubblicate dai giornali le procure intervengono repentinamente qualora l’informazione contenga errori e falsità (cosa che non è accaduta ieri).
Augurandoci che i personaggi coinvolti possano presto dimostrare l’estraneità ai fatti contestati, andiamo avanti col lavoro. E con scrupolo e attenzione aggiorniamo i lettori sullo sviluppo di questa brutta storia simile, per molti versi, a quella che rischia di far schiodare dalla poltrona di governatore il presidente Cota, oltre all’intera giunta piemontese di centrodestra. Nel mettervi al corrente che l’inchiesta reatina si sta allargando a molti altri consiglieri regionali del biennio 2010-2011 siamo in grado di anticiparvi la lista delle spese pazze in ristoranti, enoteche, cocktail, feste con fotografi, apparizioni (a pagamento) in tv private e via discorrendo. Un presunto sperpero di denaro pubblico che la guardia di finanza sta incrociando con le movimentazioni bancarie e le note-spese delle persone a vario titolo finite nelle indagini. Ecco perché stona la triste bagarre scatenata da certi politici che inveiscono quando c’è di mezzo il nemico e gridano alla gogna quando a loro si interessano le toghe. A sparare a zero senza conoscere gli atti e lo stato dell’arte investigativo si rischia la brutta figura. Fate come dite sempre: abbiate fiducia nell’autorità giudiziaria, rispettate il lavoro della stampa libera. Male non fare, paura non avere.


Perché al Quirinale maneggiano di nuovo la parola “dimissioni”
di Claudio Cerasa
(da “Il Foglio”, 30 novembre 2013)

I vecchi amici di Napolitano lo dicono con lo sguardo grave di chi vuole farti capire che le voci non sono soltanto voci ma sono qualcosa di più. “Senza riforme non c’è più il governo. E senza questo governo non c’è più Napolitano”. Al contrario delle ultime occasioni, quando il tema “dimissioni di Napolitano” è stato messo in circolo solo per scongiurare il rischio che Letta potesse ritrovarsi senza i numeri per far vivere il governo, questa volta, per Re George, la partita non riguarda la vita delle larghe intese ma riguarda il Dna dell’esecutivo. Dna che coincide con l’espressione “riforme costituzionali”. Il messaggio che Napolitano vuole far arrivare a Berlusconi è che ostacolare l’iter delle riforme significherebbe costringere il capo dello stato a prendere atto che la sua missione è fallita e che non ci potrebbe essere altra scelta se non quella di far scegliere a questo Parlamento un nuovo presidente. Sintesi del messaggio: caro Berlusconi, o su questo punto fai come dico io oppure ti ritrovi un presidente alla Rodotà. Il primo passaggio da osservare per capire il destino delle riforme sarà la prossima settimana, quando alla Camera arriverà la legge per istituire il Comitato parlamentare per le riforme e quando Forza Italia potrebbe far mancare i numeri utili per raggiungere i due terzi per approvare la legge costituzionale. Se la legge non passerà si andrà avanti seguendo le procedure previste dall’articolo 138 ma Napolitano considera prioritario che Forza Italia, per dare legittimità al percorso, scelga di non fare ostruzionismo. Nella nuova stagione delle piccole intese, poi, l’altro punto di criticità riguarda la dialettica tra il presidente e il segretario in pectore del Pd (Renzi). I renziani hanno letto come un punto a favore la richiesta di Napolitano di costringere Letta a formalizzare subito in Parlamento il cambio di corso della maggioranza. Ma oggi la vera partita a scacchi riguarda la legge elettorale. Napolitano, in privato, ha sempre espresso la sua preferenza per un sistema più proporzionale che maggioritario. Anche Letta era su questa linea ma l’arrivo del ciclone Renzi sta cambiando tutto. La prossima settimana il sindaco presenterà la sua proposta (maggioritaria), Letta ha capito che rinviare la stesura della legge potrebbe essere un autogol e negli ultimi giorni lettiani e renziani hanno trovato un accordo di massima su una legge di questo tipo: mattarellum corretto con premio di maggioranza. Con una nuova legge, naturalmente, la tentazione di far cadere il castello delle piccole intese potrebbe aumentare. Letta crede però che la protezione del Quirinale sarà più forte della voglia di andare a votare, dice che i numeri dei gruppi parlamentari del Pd giocheranno a favore della stabilità (Renzi ha circa 130 deputati su 400 totali) e soprattutto è consapevole che, per tutti, voler rottamare il governo significherebbe accettare un fatto non secondario: mettere la parola fine al mandato di Re George. Davvero qualcuno se lo può permettere? Chissà.
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(Attento Cerasa a non illudere Napolitano, con articoli come questi, che possa dare ora le dimissioni e così ricattare Berlusconi, al quale ormai è più che indifferente il nome del presidente che andrà a sostituire l’uomo di Budapest. Napolitano, se vuole essere almeno per una volta corretto, ha solo questa via: dare il nuovo incarico a Letta con il compito di portarci in primavera alle elezioni. Aspettare l’insediamento del nuovo parlamento, dimettersi, e lasciare che sia nominato il suo successore al quale andrà il compito di avviare le consultazioni per la formazione del nuovo governo uscito dal voto. bdm)


Finanziamento ai partiti, la Corte dei Conti: “Dal 1997 leggi incostituzionali”
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 30 novembre 2013)

Il Procuratore del Lazio della Corte dei Conti, Raffaele De Dominicis, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale di tutte le leggi, a partire dal 1997, che hanno reintrodotto il finanziamento pubblico dei partiti, per averlo fatto in difformità con quanto proclamato dai cittadini con il referendum dell’aprile 1993.

La decisione – ha reso noto lo stesso procuratore nel corso di un incontro con i giornalisti a margine dell’udienza di parificazione del rendiconto della Regione Lazio – è stata presa nell’ambito dell’indagine istruttoria aperta nei confronti dell’ex amministratore-tesoriere della Margherita, Luigi Lusi, sotto processo anche penalmente per illecite sottrazioni di denaro pubblico.

Ricordando che i cittadini, in occasione del referendum fornirono “una risposta decisamente negativa in relazione alla persistenza delle erogazioni di contributi statali a beneficio dei partiti politici e dei movimenti e/o gruppi ad essi collegati”, la questione di legittimità viene sollevata visto che le disposizioni successive al ’97 “sono da ritenersi apertamente elusive e manipolative del risultato referendario, e quindi materialmente ripristinatorie di norme abrogate”.

Per la Corte dei Conti, quindi, “tutte le disposizioni impugnate, a partire dal 1997 e, via via riprodotte nel 1999, nel 2002, nel 2006 e per ultimo nel 2012, hanno ripristinato i privilegi abrogati col referendum del 1993, facendo ricorso ad artifici semantici, come il rimborso al posto del contributo; gli sgravi fiscali al posto di autentici donativi; così alimentando la sfiducia del cittadino e l’ondata disgregante dell’antipolitica”.

Dalla normativa contestata, poi, deriva per il procuratore De Dominicis “la violazione del principio di parità e di eguaglianza tra i partiti e dei cittadini che, per mezzo dei partiti stessi, intendono partecipare alla vita democratica della Nazione. Infatti, – continua il procuratore – i rimborsi deducibili dal meccanismo elettorale risultano estesi, dopo il 2006, a tutti e cinque gli anni del mandato parlamentare, in violazione del carattere giuridico delle erogazioni pubbliche, siccome i trasferimenti erariali, a partire dal secondo anno, non solo si palesano come vera e propria spesa indebita, ma assunti in violazione del referendum dell’aprile 1993″. La differenziazione degli importi dei rimborsi dopo il primo anno dalle elezioni “si configura arbitraria e discriminatoria perché consolida la posizione di vantaggio solo di quei partiti che hanno raggiunto la maggioranza politico-parlamentare”.

“Una truffa continuata con destrezza ai danni del popolo italiano e della Costituzione, organizzata dai partiti attraverso il Parlamento”, afferma con nettezza ancora maggiore il radicale Mario Staderini, commentando il documento della Corte dei Conti. “Quella che sino ad oggi era un’accusa politica diventa finalmente -seppure con venti anni di ritardo- una sacrosanta accusa giuridica nei confronti della partitocrazia italiana”.
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Qui è leggibile il documento del magistrato.


E ora chi dice ai ministri ex Pdl che sono troppi?
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 30 novembre 2013)

Colpo di Stato atto secondo. Un passo indietro. Quando Follini, dico Follini non De Gasperi, nel 2005 lasciò la maggioranza che sosteneva il governo Berlusconi per passare neppure all’opposizione ma all’appoggio esterno, il presidente della Repubblica Ciampi pretese da Berlusconi l’apertura di una crisi di governo formale, con tanto di dimissioni e successivo nuovo governo e giuramento.

E si badi bene: Follini rappresentava l’ala minoritaria di un partito, l’Udc, che aveva ottenuto alle precedenti elezioni il tre per cento. Detto con rispetto, parliamo del nulla.
Bene, torniamo all’oggi. A lasciare la maggioranza è un partito, Forza Italia, che oltre a valere oltre il 20 per cento, del governo Letta è stato indispensabile socio fondatore. E Napolitano che fa? Prima ci prova a far finta di niente, ma proprio niente. Poi capisce, messo alle strette da Forza Italia, di averla fatta troppo grossa e ordina a Letta un «passaggio parlamentare» per verificare la fiducia. Una scampagnata, insomma, per di più con comodo, non c’è fretta. Di dimettersi, come fu imposto a Berlusconi ai tempi di Follini, neppure se ne parla. Oltre che due codici penali, in Italia ci sono anche due Costituzioni: una valida solo per Berlusconi, l’altra per la sinistra.
Perché Napolitano vuole evitare l’apertura di una crisi è intuibile. Cito solo due motivi. Il primo: in un nuovo governo Letta sarebbe imbarazzante per tutti confermare come ministro della Giustizia la sua amica Cancellieri, occhio e orecchio del Quirinale dentro l’esecutivo. Il secondo. Come farebbe Napolitano a onorare la promessa fatta ai cinque ministri ex Pdl che in cambio del loro tradimento avrebbero mantenuto tutti il loro prestigioso posto? Già, perché nel Pd, soprattutto in quello che tra due settimane avrà Renzi segretario, non sono proprio tutti fessi. Cinque ministri erano proporzionati alla forza parlamentare del Pdl. Al nuovo partitino di Alfano, ne spetterebbero meno di un terzo, cioè uno e mezzo. Ve li vedete la Lorenzin, la Di Gerolamo e Quagliariello fare le valigie? Io credo che da «diversamente berlusconiani» diventerebbero in un batter d’occhio «diversamente lettiani» o se volete «diversamente napoletaniani». Tradotto: incavolati come bestie tradirebbero anche i loro nuovi padroni e addio nuova maggioranza.
Ecco perché Napolitano e Letta fanno i pesci in barile. Parlano d’altro. Il problema è che «l’altro» è il nuovo record assoluto di disoccupazione giovanile. Come si dice: dalla padella alla brace.


La teenaglia Napolitano-Letta
di Fabrizio d’Esposito per “il Fatto Quotidiano”
(da “Dagospia”, 30 novembre 2013)

La versione di “Matteo” viene digitata di primo mattino in un sms a un fedelissimo, dopo la lettura di quotidiani: “La verifica di Napolitano e Letta è fatta contro di noi”. L’Immacolata delle primarie si avvicina e il sindaco di Firenze avverte sempre più la pressione dei governisti a prescindere. Decaduto Berlusconi e uscita Forza Italia dalla maggioranza delle larghe intese, adesso è lui l’avversario numero uno del Sistema del Napolitanistan.

La nota del Colle che l’altro giorno, a sorpresa, segna un nuovo passaggio parlamentare per l’esecutivo di Enrico Letta era rivolta a nuora, Forza Italia, perché suocera intendesse, il futuro segretario del Pd. Renziani e azzurri, ormai, danno gli stessi giudizi trancianti sul governo dei continui rinvii.

Con la differenza che, adesso, i primi sono ancora dentro e tra sette giorni vanteranno il capo del partito, i secondi sono fuori e sperano nelle urne di marzo 2014. E così il passaggio parlamentare chiesto dal Quirinale, di cui Re Giorgio e il premier discuteranno lunedì, si trasfigura in una tenaglia per stringere e costringere Renzi nella trappola ministeriale. Letta l’ha pure detto chiaramente: “Al capo dello Stato proporrò di fare il passaggio in aula dopo le primarie del Pd”. Poi la solita litania programmatica: “Nel 2014 faremo le riforme”. Risposta, questa, al monito-messaggio di Napolitano spedito al congresso del Psi sulle “riforme improcrastinabili”.

In realtà, proprio sulle riforme, il Napolitanistan sta facendo ammuina borbonica, cioè produrre movimento senza sostanza, per rallentare soprattutto sulla legge elettorale. La prova? Il probabile rinvio del verdetto della Corte costituzionale sul Porcellum, previsto per martedì 3 dicembre. Da giorni fonti politiche, ma anche voci di dentro della Consulta, annunciano che ci sarà solo un giudizio di ammissibilità o meno sul ricorso contro l’attuale legge elettorale.

Sul merito si rinvierà, sempre che il ricorso venga giudicato ammissibile. Ieri, per esempio, sulla Stampa il presidente emerito della Consulta, Ugo De Siervo, ha scritto un lungo articolo a favore dell’inammissibilità. Se davvero andasse così, la palla sarebbe di nuovo solo nel campo della politica e dei suoi tempi biblici. Dice un renziano, a microfoni spenti: “Se la Consulta rinvia è un segnale chiaro della melina del Sistema”.

Ed è per questo che la prossima settimana i renziani presenteranno un ddl di riforma elettorale, che prende a modello il sistema spagnolo. Il sindaco di Firenze vuole stanare Napolitano e Letta e Alfano punto per punto. Un controcanto ossessivo, sui fatti. Sarà difficile stargli dietro con l’arte degli annunci e del prendere tempo. Questo il tweet di Renzi su una legge anti-Porcellum: “Qualche giorno e la portiamo alla Camera”.

I renziani sono pronti a votare la fiducia al governo e a sottoscrivere il nuovo patto chiesto da Letta, ma al tempo stesso sono convinti che non mancheranno gli argomenti per incidere e tenere aperta la finestra elettorale nei primi tre mesi del 2014, il vero incubo del Napolitanistan.

Questo il ragionamento fatto da Renzi ieri con un gruppo di parlamentari: “Il patto dei 18 mesi di governo è svanito con le larghe intese, non siamo più vincolati. Poi dipende da loro, se continuano a non fare nulla oppure no”. Concetto che Dario Nardella, deputato renziano del Pd, declina così:

“Tutti sono qui a chiedersi quando vogliono andare a votare i renziani, che data ha in mente Renzi per le prossime elezioni. La data di scadenza è un falso problema, i renziani vogliono che il governo lavori, noi porremo al governo un’agenda politica, non una data”.

Più semplice di così. Anche perché un governo ancora immobile sarebbe un handicap notevole per il primo test elettorale del Pd targato Firenze, le Europee.

A quel punto, meglio togliere la spina alla prima occasione utile. “Tanto sinora – fa notare un altro renziano – gli incidenti non sono mancati. Sulla Cancellieri poteva benissimo cadere il governo e non lo abbiamo voluto”. Un altro casus belli che sarà sollevato dai fedelissimi del futuro segretario del Pd riguarda le presidenze di commissione in Parlamento. Quelle rimaste ai forzisti passati all’opposizione. Sono sei: quattro alla Camera (Sisto, Vito, Capezzone e Galan) e due al Senato (Palma e Matteoli).

I renziani chiederanno che vengano rimesse in discussione. Ennesima mina sul cammino dell’esecutivo che si prepara al “passaggio parlamentare”, non propriamente alla verifica come specificato con pignoleria ieri sera dallo stesso Quirinale.

Le larghe intese sono finite, il perimetro di gioco è cambiato ma è sempre Napolitano a dare le carte. In ogni ambito. Ieri due quotidiani, Giornale e Messaggero, hanno scritto che il capo dello Stato, giovedì scorso durante l’incontro con i capigruppo forzisti, avrebbe fatto rassicurare B.: “Ho fatto una ricognizione, non lo arresteranno”. Nel Napolitanistan succede anche questo.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart