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Il Corriere va in tilt: il titolo di De Bortoli contro la vignetta di Giannelli

3 Dicembre 2013

Vignetta Giannelli del 3 dicembre 2013

di Redazione
(da “Libero”, 3 dicembre 2013)

Cortocircuito al Corriere della Sera. Nella prima pagina di oggi, il titolo d’apertura e la consueta vignetta di Giannelli vanno in due direzioni diverse. Il titolo di riferisce all’incontro di ieri sera al Quirinale tra il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il premier Enrico Letta: “Napolitano chiede un programma” recita. Ora, per chi abbia anche solo vagamente seguito le dinamiche intercorse dallo scorso aprile ad oggi tra il Colle e Palazzo Chigi, è un titolo surreale, quasi comico. Napolitano è stato fin qui il dominus indiscusso del governo, che si è mosso sempre e soltanto lungo il percorso indicato di volta in volta dal capo dello Stato. Sia in termini di programma, sia in termini di strategia, vedi il caso del ministro Cancellieri. Viene dunque da chiedersi, leggendo quel titolo: e a chi lo chiede Napolitano un programma? A se stesso? Evidentemente, il titolo mira a creare una distanza tra il programma del governo e la volontà di Napolitano. A creare l’immagine fittizia di una autonomia del governo rispetto ai desiderata del Colle. Sotto, però, viene “smascherato” dalla vignetta di Giannelli che ritrae Giorgio Napolitano in uno dei lussuosi saloni del Quirinale: il capo dello Stato punta il dito ammonitore verso un quartetto composto dal premier Enrico Letta, il suo vice Angelino Alfano, il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni e il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri. Che sono tutti vestiti da servitori: la Guardasigilli da cameriera, il titolare del Mef da cerimoniere di corte, il vicepremier da maggiordomo e il presidente del Consiglio da paggio. Tutti sull’attenti a prendere ordini da Re Giorgio. Titolino sopra il disegno: “Strategia con (staccato) divisa”. Scegliete voi quale immagine di governo ritenete più credibile. Forse, dovrebbero scegliere anche in via Solferino…
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(Mi ero già permesso di segnalare la scomparsa – censura? – della vignetta di Giannelli del 28 novembre. Ora mi accorgo che le sue vignette non appaiono più sul corriere.it, e addirittura ho provato a ricercare l’archivio delle vignette di Giannelli, prima esistente e visibile, ed ora irreperibile – sicuramente per mia incapacità nella ricerca – . Ho trovato solo questa indicazione. Troppo poco, vi sembra? Naturalmente ho scritto al Corriere a rigurado della vignetta del 28 novembre e allo stesso Giannelli, di cui non ho né indirizzo né cellulare, come tanti hanno, ad esempio, della Cancellieri. Mi sono avvalso di un’intervista dove appare con Pippo Baudo su Youtube, ma anche in questo caso non so se il messaggio sia arrivato al vignettista (non avendo da lui ricevuto risposta), al quale forse si sta preparando lo stesso trattamento riservato a Piero Ostellino). bdm)


Violante: “Il Pd non ha garantito i diritti di Berlusconi”
di Redazione
(da “il Giornale”, 3 dicembre 2013)

“Silvio Berlusconi aveva il diritto di difendersi davanti alla giunta per le immunità del Senato. Un partito come il Pd che non è capace di garantire i diritti dei suoi avversari non è credibile”. A dirlo è Luciano Violante, esponente Pd e giurista, durante la presentazione di un libro all’Università Luiss insieme a Gaetano Quagliariello.

Secondo l’ex presidente della Camera “è grave che alcuni senatori del Pd abbiano espresso il loro orientamento prima di aver consultato tutti i documenti a loro disposizione. Il berlusconismo ha contagiato la sinistra nel senso che è stato anteposta la rivincita sull’avversario rispetto al dato programmatico che consente agli elettori di fare una scelta politica. Si tratta di una visione distorta della politica perché l’unico problema è vincere, mentre una classe dirigente che si candida al governo deve sapere che si tratta di un onore, non di un privilegio”.


Porcellum, la Consulta se la prende comoda e scongiura terremoti nel Pd
di Luca Romano
(da “il Giornale”, 3 dicembre 2013)

Come non detto. La Corte Costituzionale prende tempo. Nessuna decisione sulla legge elettorale.
“Se la Consulta boccia il Porcellum decadono automaticamente 148 deputati Pd. Il centrodestra avrebbe solo 2 onorevoli in meno del centrosinistra. Cambierebbe la maggioranza”, ha dichiarato ieri Renato Brunetta. Nessuna bocciatura, al momento, e nessun terremoto politico per il Partito Democratico. Non si prevedono tempi brevi dunque. Forse tutto slitterà al 2014. Dopo l’udienza pubblica di questa mattina è fissata la camera di consiglio per oggi pomeriggio e per domani ma ci sono vari altri casi all’ordine del giorno. Non sono in calendario, inoltre, camere di consiglio prima delle festività natalizie, la prossima è fissata per il 14 gennaio e sarà dedicata alla discussione dell’ammissibilità del referendum sulla riforma della geografia giudiziaria.


Legge elettorale, la decisione della Consulta potrebbe slittare a gennaio 2014
di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 3 dicembre 2013)

E’ terminata l’udienza pubblica della Corte Costituzionale chiamata a decidere sulla legittimità del Porcellum. I giudici al termine delle udienze – in tutto sono 16 – si chiuderanno in Camera di Consiglio. È attesa una decisione fra la serata di martedì e mercoledì mattina. In discussione, in particolare, il premio di maggioranza per Camera e Senato, con relativa esclusione del voto di preferenza, contenuti nell’attuale legge elettorale. Secondo alcune indiscrezioni, è però possibile che la decisione della Corte arrivi nel 2014: vista la delicatezza della materia, la Consulta potrebbe prendersi più tempo e discutere dell’attuale legge elettorale nel corso della prima camera di consiglio del nuovo anno, fissata il 14 gennaio. In questa data i giudici saranno chiamati a discutere anche dell’ammissibilità dei referendum sulla riforma della geografia giudiziaria. GLI INTERVENTI – Dopo l’intervento introduttivo del giudice relatore Giuseppe Tesauro,è intervenuto l’avvocato Aldo Bozzi per i promotori del ricorso contro il Porcellum, promosso contro la Presidenza del Consiglio e il ministero dell’Interno e sul quale la Corte di Cassazione ha chiesto l’intervento della Corte Costituzionale. Al centro del ricorso contro la legge elettorale attualmente in vigore figurano il premio di maggioranza senza la fissazione di un quorum minimo prestabilito e l’abolizione delle preferenze determinato dalle liste elettorali bloccate dei partiti. «NO RITORNO AL MATTARELLUM» – Se la Corte Costituzionale dovesse accogliere su tutti i fronti il ricorso sollevato sull’attuale legge elettorale «non ci sarebbe né un vuoto legislativo né la reviviscenza automatica del Mattarellum». A sostenerlo è l’avvocato felice Carlo Besostri, che, oggi, in udienza alla Consulta, ha illustrato con altri colleghi le questioni di costituzionalità del Porcellum. Se la Legge Calderoli dovesse essere dichiarata illegittima «abolendo il premio di maggioranza – ha spiegato l’avvocato – non si creerebbe un vuoto legislativo perché la legge vigente diverrebbe una proporzionale con soglia di accesso, immediatamente applicabile. Le liste che superano le soglie di accesso si dividono i seggi». «LESO DIRITTO DI VOTO» – Il cosiddetto Porcellum «lede il diritto di voto: con questa legge il diritto di scelta individuale dell’elettore è stato irragionevolmente soppresso». Lo ha detto l’avvocato Aldo Bozzi – autore del ricorso alla Corte Costituzionale contro il Porcellum – nell’udienza in Corte Costituzionale. La legge Calderoli, ha aggiunto Claudio Tani, un altro dei legali che difende le posizioni dei ricorrenti «si propone lo scopo di distruggere la Costituzione».«Questa legge elettorale ci ha ridotto a mandrie da voto». Così l’avvocato Claudio Tani, uno dei promotori del ricorso, ha evidenziato le criticità del Porcellum.


Porcellum, la Consulta rinvia il verdetto a gennaio
di Redazione
(da “la Repubblica”, 3 dicembre 2013)

E’ terminata l’udienza pubblica della Corte Costituzionale chiamata a decidere sulla legittimità del Porcellum. I giudici al termine dei lavori hanno deciso di fissare per il 14 gennaio una camera di consiglio sull’ammissibilità di un referendum e quello potrebbe essere il giorno della decisione, sempre che la Corte ritenesse ammissibile il quesito.

La discussione riguarda in particolare il premio di maggioranza per Camera e Senato con relativa esclusione del voto di preferenza, contenuti nell’attuale legge elettorale.

Ad aprire i lavori è stato il giudice relatore Giuseppe Tesauro, che ha esposto il caso. La parola è passata poi ai ricorrenti, tra cui lo stesso avvocato Aldo Bozzi, promotore dell’azione contro il “porcellum” giunta fino in Cassazione e rinviata dalla Suprema corte alla Consulta. Secondo Bozzo il Porcellum è responsabile di una “reiterata lesione del diritto di voto”.

“L’esercizio di voto non è libero – ha detto l’avvocato, durante l’udienza alla Corte Costituzionale – ed è condizionato e compresso da questa legge elettorale”. L’avvocato Felice Carlo Besostri, altro legale che rappresenta le ragioni dei ricorrenti contro la legge elettorale in Consulta, ha poi sottolineato che con un intervento della Corte Costituzionale sul premio di maggioranza e sulle liste bloccate “non c’è il rischio di un vuoto legislativo”.


Legge elettorale, Consulta rinvia. Grasso: “Senza accordo è rabbia anti-partiti”
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 3 dicembre 2013)

L’ennesimo rinvio e ancora un nulla di fatto. Dopo lo stallo in Senato della discussione sulla legge elettorale, frenano i giudici della Consulta che oggi avrebbero dovuto esprimersi sulla costituzionalità della legge elettorale, ma che potrebbero pronunciarsi non prima del gennaio prossimo. Notizia che però in serata cambia notevolmente di tono: il presidente Gaetano Silvestri ha infatti fissato per domani mattina, 4 dicembre, l’esame delle questioni di legittimità poste sul Porcellum.

La decisione potrebbe garantire più tempo alla politica per procedere alla riforma in Parlamento, ma continua a mancare un accordo tra le parti politiche. A dirsi preoccupato è il presidente del Senato Pietro Grasso: “I gruppi parlamentari non riescono a coordinarsi, dimostrando di non sentire la marea montante di una rabbia che si riverserà, più forte di prima, contro tutti i partiti“. E ha aggiunto: “Lo stallo è evidente. La Corte costituzionale ci ha dato un po’ più di tempo, io spero che ci sia condivisione qui al Senato, ma se ci sarà ancora uno stop non esiterò un attimo a sostenere il trasferimento alla Camera“. Esultano così i deputati sostenitori di Matteo Renzi,come Marcucci e Anzaldi, che sanno che i numeri del Pd a Montecitorio potrebbero fare la differenza soprattutto in vista dell’elezione del prossimo segretario.

Nessuno tocchi il Porcellum, sembra la parola d’ordine su tutti i fronti. Oggi avrebbe dovuto essere il giorno in cui i giudici costituzionalisti avrebbero deciso se la norma, ideata dal leghista Roberto Calderoli e da lui definita una “porcata”, rispettava la legge fondamentale dello Stato. Ma, come aveva fatto lunedì 2 dicembre il Senato, i magistrati hanno deciso di fatto per un rinvio. Il 14 gennaio è fissata una camera di consiglio sull’ammissibilità di un referendum sulla geografia giudiziaria e quello potrebbe essere il giorno per analizzare anche la questione Porcellum.

Nulla di buono anche sul fronte politico. Chi esulta per l’eventuale passaggio a Montecitorio della discussione sulla riforma della legge elettorale, sono i parlamentari dell’area Renzi. “Il presidente Grasso”, hanno commentato Andrea Marcucci e Michele Anzaldi, “ha interpretato l’umore del Paese, sulla legge elettorale e i partiti non possono più fare melina. Il buonsenso dei presidenti delle Camere rappresenta l’unica possibile via d’uscita. Bisogna prendere atto dell’impossibilità di procedere all’abolizione del Porcellum in Senato e passare la legge elettorale alla Camera, dove c’è una chiara maggioranza sul doppio turno, così come ha indicato Matteo Renzi. Ci auguriamo che in tempi davvero brevi ciò possa davvero avvenire”.

Durante la Consulta, dopo il giudice relatore Giuseppe Tesauro, è intervenuto l’avvocato Aldo Bozzi per i promotori del ricorso contro il Porcellum risalente al 17 maggio scorso. L’approdo in Consulta della legge elettorale – i quesiti per abrogarla erano stati bocciati nel 2012 – ha alle spalle una vicenda giudiziaria di ricorsi e bocciature, alla cui base c’è la testardaggine dell’avvocato 79enne Bozzi. Nel novembre 2009, in qualità di cittadino elettore, il legale aveva citato in giudizio la Presidenza del Consiglio e il ministero dell’Interno davanti al Tribunale di Milano, sostenendo che nelle elezioni politiche svoltesi dopo l’entrata in vigore della legge 270/2005, il cosiddetto Porcellum, e nello specifico nelle elezioni del 2006 e del 2008, il suo diritto di voto era stato leso, perché non si era svolto secondo le modalità fissate alla Costituzione – ossia voto “personale ed eguale, libero e segreto (art. 48) e “a suffragio universale e diretto”.

Liste bloccate, premio di maggioranza senza soglia minima, inserimento nella lista elettorale delnome del capo di ciascuna lista o coalizione, gli aspetti contestati. Il primo, per garantire l’espressione del voto personale e diretto deve essere data all’elettore, secondo Bozzi, la possibilità di esprimere la propria preferenza a singoli candidati. La seconda, perché attribuisce un premio di maggioranza senza agganciarlo a un numero minimo di voti, e in questo modo violerebbe il principio di uguaglianza del voto. La terza, perché l’indicazione sulla scheda del capo del partito o coalizione, possibile futuro premier, limiterebbe l’autonomia del Capo dello Stato nella scelta del presidente del Consiglio.

Il Porcellum è “una legge che ci ha ridotto a mandrie da voto” ha detto l’avvocato, Alberto Tani, nel corso della sua relazione. La norma “lede il diritto di voto: con questa legge il diritto di scelta individuale dell’elettore è stato irragionevolmente soppresso” ha sostenuto inoltre Bozzi. La legge Calderoli, ha aggiunto Claudio Tani, un altro dei legali che difende le posizioni dei ricorrenti “si propone lo scopo di distruggere la Costituzione“. Nel giudizio sono intervenuti ad adiuvandum, cioè a sostegno della posizione di Bozzi, venticinque cittadini elettori. Il 18 aprile 2011 il Tribunale di Milano aveva rigettato l’istanza, giudicandola manifestamente infondata. Bozzi aveva fatto ricorso in appello e il 24 aprile 2012 la Corte d’appello di Milano lo ha respinto, motivando che il principio del voto uguale per tutti è da intendersi in senso formale, ossia che nell’urna ogni voto ha lo stesso valore. È seguito il ricorso in Cassazione. Oggi era il momento della Consulta. Ma bisognerà attendere ancora.

“Credo che la Corte Costituzionale abbia deciso il rinvio per una forma di compassione verso questo Parlamento che non riesce a trovare una intesa sulla legge elettorale e dà un altro po’ di tempo. Ma confidiamo che il 14 gennaio un parere ci sia, il rinvio sine die di una materia così delicata conduce a una instabilità che non si può accettare” dice il senatore del Pd Felice Casson nella conferenza stampa in cui ha presentato, insieme ai senatori Corradino Minneo, Walter Tocci e Laura Puppato, tre proposte per il ripristino del Mattarellum: “Il parlamento sta facendo una brutta figura, sembra Penelope che di giorno fa e di notte disfa”.


Legge elettorale, la Consulta accelera. Da domani mattina la Camera di consiglio
di Redazione
(da “la Repubblica”, 3 dicembre 2013)

ROMA – La Consulta accelera. Domani mattina, alle 9,30, inizierà la discussione della Corte Costituzionale sulla questione di costituzionalità sollevata sulla legge elettorale. E’ quanto ha stabilito il presidente della Corte, Gaetano Silvestri. Un ripensamento visto che in giornata i giudici, al termine del dibattito, avevano concordato infatti di fissare per il 14 gennaio una camera di consiglio sull’ammissibilità di un referendum. La discussione riguarda in particolare il premio di maggioranza per Camera e Senato con relativa esclusione del voto di preferenza, contenuti nell’attuale legge elettorale.

Oggi sulla questione si era pronunciato anche il presidente del Senato Pietro Grasso. “Se lo stallo dovesse continuare, nonostante i recenti sviluppi politici, non esiterò un attimo a sostenere il trasferimento di questo tema alla Camera dei Deputati”, aveva detto Grasso. “I gruppi parlamentari – avverte ancora Grasso – non riescono a trovare un accordo politico, dimostrando di non sentire la marea montante di una rabbia che si riverserà, più forte di prima, contro tutti i partiti”.

Oggi, ad aprire i lavori della Consulta, è stato il giudice relatore Giuseppe Tesauro, che ha esposto il caso. La parola è passata poi ai ricorrenti, tra cui lo stesso avvocato Aldo Bozzi, promotore dell’azione contro il “porcellum” giunta fino in Cassazione e rinviata dalla Suprema corte alla Consulta. Secondo Bozzo il Porcellum è responsabile di una “reiterata lesione del diritto di voto”.

“L’esercizio di voto non è libero – ha detto l’avvocato, durante l’udienza alla Corte Costituzionale – ed è condizionato e compresso da questa legge elettorale”. L’avvocato Felice Carlo Besostri, altro legale che rappresenta le ragioni dei ricorrenti contro la legge elettorale in Consulta, ha poi sottolineato che con un intervento della Corte Costituzionale sul premio di maggioranza e sulle liste bloccate “non c’è il rischio di un vuoto legislativo”.


Porcellum, la Consulta valuta il ricorso. ,Grasso: “Si rischia rabbia anti-partiti”
di Redazione
(da “La Stampa”, 3 dicembre 2013)

Il presidente della Corte costituzionale, Gaetano Silvestri, ha fissato per domani mattina alle 9.30 alla Consulta l’esame delle questioni di legittimità poste sulla legge elettorale in vigore.

Ma la decisione potrebbe anche slittare al 2014. All’ordine del giorno ci sono vari altri casi e non sono in calendario, inoltre, camere di consiglio prima delle festività natalizie, la prossima è fissata per il 14 gennaio e quello potrebbe essere il giorno della decisione, sempre che la Corte ritenesse ammissibile il quesito.

«Se lo stallo dovesse continuare, nonostante i recenti sviluppi politici, non esiterò un attimo a sostenere il trasferimento di questo tema alla Camera dei Deputati» ha spiegato il presidente del Senato Pietro Grasso. Sulla legge elettorale «i gruppi parlamentari non riescono a trovare un accordo politico, dimostrando di non sentire la marea montante di una rabbia che si riverserà, più forte di prima, contro tutti i partiti» ha aggiunto

L’approdo in Consulta della legge elettorale ha alle spalle una vicenda giudiziaria di ricorsi e bocciature, alla cui base c’è la testardaggine di un avvocato 79enne, Aldo Bozzi, che ha deciso di non arrendersi e di non girarsi dall’altra parte. Nel novembre 2009, in qualità di cittadino elettore Bozzi cita in giudizio la Presidenza del Consiglio e il ministero dell’Interno davanti al Tribunale di Milano, sostenendo che nelle elezioni politiche svoltesi dopo l’entrata in vigore della legge 270/2005, il cosiddetto Porcellum, e nello specifico nelle elezioni del 2006 e del 2008, il suo diritto di voto era stato leso, perché non si era svolto secondo le modalità fissate alla Costituzione – ossia voto «personale ed eguale, libero e segreto (art. 48) e «a suffragio universale e diretto».

Liste bloccate, premio di maggioranza senza soglia minima, inserimento nella lista elettorale del nome del capo di ciascuna lista o coalizione, gli aspetti contestati. Il primo, per garantire l’espressione del voto personale e diretto deve essere data all’elettore, secondo Bozzi, la possibilità di esprimere la propria preferenza a singoli candidati. La seconda, perché attribuisce un premio di maggioranza senza agganciarlo a un numero minimo di voti, e in questo modo violerebbe il principio di uguaglianza del voto. La terza, perché l’indicazione sulla scheda del capo del partito o coalizione, possibile futuro premier, limiterebbe l’autonomia del Capo dello Stato nella scelta del presidente del Consiglio.

Nel giudizio sono intervenuti “ad adiuvandum”, cioè a sostegno della posizione di Bozzi, 25 cittadini elettori. Il 18 aprile 2011 il Tribunale di Milano ha rigettato l’istanza, giudicandola manifestamente infondata. Bozzi ha fatto ricorso in appello e il 24 aprile 2012 la Corte d’appello di Milano lo ha respinto, motivando che il principio del voto uguale per tutti è da intendersi in senso formale, ossia che nell’urna ogni voto ha lo stesso valore. È seguito il ricorso in Cassazione. La Suprema Corte, prima sezione civile, non ha preso una decisione, ma con un’ordinanza interlocutoria nella quale però segnala numerosi aspetti critici della legge elettorale, il 17 maggio scorso ha rimesso la questione alla Corte Costituzionale.


Così la cronaca diventa reato: un giornalista del Giornale condannato a 7 mesi di galera
di Franco Grilli
(da “il Giornale”, 3 dicembre 2013)

Eccolo qui, nero su bianco, il verbale che Luca Fazzo, cronista del Giornale, specializzato in cronaca giudiziaria utilizzò il 27 luglio 2010 per scrivere il suo articolo sul sequestro dell’Hollywood e del The Club, i templi della movida milanese dove – secondo la Procura di Milano – la cocaina scorreva a fiumi.

Per avere fatto il suo lavoro di cronista, utilizzando un atto di dominio pubblico emesso dal tribunale di Milano, lo stesso tribunale ieri ha condannato Fazzo a sette mesi di carcere senza condizionale. Se la sentenza verrà confermata, finirà a scontare la pena. A meno che non chieda l’affidamento ai servizi sociali.

Qual è stata la colpa del nostro collega? Avere definito “accanito cocainomane” uno dei personaggi chiave della indagine sui locali notturni milanesi, un habituè della movida, grande amico di alcune tra le più belle e famose fanciulle che popolano il mondo del gossip. Era stato questo personaggio a raccontare ai pm come nei privè e nei bagni delle discoteche la cocaina fosse di casa. Ed era stato lui stesso a definirsi come si può leggere nel verbale che qui pubblichiamo: “Sono consumatore da quattro anni di cocaina e negli ultimi anni ne consumo parecchia anche dalle due alle quattro volte alla settimana”. Eppure il giovanotto aveva ritenuto diffamatoria la definizione contenuta nell’articolo del Giornale, e aveva sporto querela contro Fazzo. Sembrava una querela senza speranza, un processo destinato in partenza alla assoluzione del nostro collega per avere esercitato il diritto di cronaca.

Invece ieri arriva la stangata. E il giudice non si limita a giudicare Fazzo colpevole di diffamazione aggravata. Ma scavalca in durezza la Procura della Repubblica, che – in ossequio alle direttive del suo capo. Edmondo Bruti Liberati – aveva chiesto per il giornalista solo una sanzione pecuniaria, e infligge a Fazzo sette mesi di carcere. Appena un mese di meno della pena per droga patteggiata dal giovanotto che aveva querelato il nostro collega, e che ieri si vede riconoscere a carico di Fazzo un risarcimento che lo farà felice: dodicimila euro da versarsi sull’unghia. Con buona pace della libertà di stampa e del diritto di cronaca.


Pm sveglia, i cinesi sono berlusconiani (purtroppo anche noi)
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 3 dicembre 2013)

Malafede. Non c’è altro termine per definire il modo con cui spesso viene applicata, o non applicata, che è poi il rovescio della medaglia, la giustizia in questo Paese. Ieri il tribunale di Milano ha emesso una sentenza che ci riguarda. Il nostro collega Luca Fazzo è stato condannato a sei mesi di carcere senza condizionale per diffamazione. Aveva definito in un articolo «cocainomane incallito» un tizio coinvolto in una inchiesta sullo spaccio nelle discoteche della Milano bene. Il pm aveva chiesto una ammenda di tremila euro, e già la cosa ci era sembrata ingiusta. Non è una opinione, vi riporto uno stralcio dell’interrogatorio-confessione del suddetto galantuomo: «Sono consumatore da 4 anni di cocaina e negli ultimi anni ne consumo parecchia anche dalle due alle quattro volte alla settimana (…) di solito funziona che al tavolo del privè dell’Hollywood si chiede ai presenti se hanno cocaina ed effettivamente molti ne hanno disponibilità e sono adusi a regalarla. Io e le mie amiche andavamo in bagno a consumare la sostanza». Ora, uno che ammette di consumare regolarmente coca da quattro anni come andrebbe definito? Diversamente non cocainomane? Perbenino?

La colpa di Fazzo non è quella di aver commesso un errore professionale. Anzi, è stato come al solito un cronista scrupoloso. Paga solo il fatto di lavorare per Il Giornale, paga per aver scritto senza remore dell’accanimento giudiziario contro Berlusconi. Paga, insomma, il prezzo ingiusto della sua libertà. Una cosa simile è successa, sempre ieri e sempre al tribunale di Milano, a Daniela Santanchè. Quattro giorni di carcere, commutati in pena pecuniaria, per aver manifestato senza permesso (così dice l’accusa) contro l’uso del burqa da parte delle donne della comunità islamica di Milano. Notate bene: portare il burqa, in questo Paese, è reato, ma non risulta che quelle donne siano state sanzionate. Così come non c’è traccia di condanne al carcere per le centinaia di proteste non autorizzate (dai No Tav ai centri sociali) che ogni giorno bloccano e a volte devastano parti delle nostre città.

Ma si sa: anche la Santanchè è donna di centrodestra, anche lei non tace critiche a certa magistratura. E quindi giù botte. A farla franca invece sono quei criminali cinesi che con i loro laboratori-ghetto schiavizzano giovani e donne, inquinano e creano danni enormi al libero mercato. Possibile che se un nostro artigiano non rispetta anche l’ultimo cavillo delle leggi sulla sicurezza (non parliamo di quelle fiscali) le procure gli chiudono l’azienda e invece centinaia di cinesi possono violare leggi e diritti umani? Quei poveri morti di Prato li ha sulla coscienza anche la magistratura, che invece di occuparsi di reati veri e gravi perseguita – a senso unico – la libertà di espressione. Per salvare altre vite in pericolo bisognerebbe diffondere la notizia che i cinesi votano Berlusconi. Solo così possiamo sperare che qualcuno in procura alzi il posteriore dalla scrivania e faccia il lavoro per il quale è lautamente pagato.
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(Caro Sallusti, quando scrivo che in Italia è necessario insediare una nuova Norimberga, penso anche che tra i primi ad essere severamente giudicati e requisiti di tutti i loro averi e privilegi devono essere molti esponenti della magistratura. Con l’occasione, voglio dirle che tanto lei che la Daniela Santanchè siete dei coraggiosi ed ammiro la vostra ostinazione a difendere tanti cittadini, tra i quali anch’io mi pongo. Spero che Berlusconi prenda esempio di coraggio da voi, e soprattutto non metta i lacciuoli alla Santanchè, una delle poche donne politiche che sa rispondere a tono ai demagoghi e ai bugiardi. bdm


Intrappolati in un girotondo
di Giovanni Sartori
(dal “Corriere della Sera”, 3 dicembre 2013)

Specialmente noi – anche se non soltanto noi – ci siamo intrappolati in un girotondo vizioso che era facile prevedere ma che non è stato previsto. Sorvoliamo sulle colpe. Il fatto è che abbiamo creato una Comunità europea indifesa e indifendibile nella sua economia produttiva e nei suoi livelli di occupazione. Eppure era ovvio che aprirsi alla globalizzazione in un mondo nel quale i salari dei Paesi poveri, i Paesi del cosiddetto Terzo mondo, erano 5, 10, a volte persino 20 volte, inferiori ai nostri salari, avrebbe costretto le nostre industrie, specie le grandi industrie, a dislocarsi dove il lavoro costava meno. Dunque la globalizzazione dell’economia produttiva comportava la disoccupazione europea. I Paesi più efficienti e meglio governati hanno sinora fronteggiato la situazione. Ma in parecchi membri dell’Unione Europea la globalizzazione ha gonfiato il debito pubblico a livelli non sostenibili e ha gonfiato a dismisura la burocrazia dello Stato o comunque a carico dello Stato. Oggi siamo costretti a dimagrire: per cominciare, via gli enti inutili, via le Province, via le burocrazie clientelari e gonfiate delle Regioni. La soppressione delle Province forse andrà in porto: ma con l’assicurazione che il loro personale verrà salvato e manterrà lo stipendio che aveva. E allora siamo sempre nel circolo vizioso di partenza. Il punto è che per uscire dalla crisi di disoccupazione che ci sta facendo affondare bisogna che il lavoro torni nell’Unione Europea. Come si fa? Si fa come hanno sempre fatto tutti gli altri Paesi avanzati, ivi inclusi gli Stati Uniti e il Regno Unito (che sta in Europa sì e no), e cioè proteggendosi quando occorre. Gli europeisti ritengono invece che la soluzione sia nel federalismo; ma, come non mi stanco di ripetere, un sistema federale richiede una lingua comune. L’unica eccezione a questa regola è la piccola Svizzera. Ma chi cita la Svizzera (che poi, salvo un’eccezione, è in sostanza bilingue) dovrebbe spiegare e adottare la formula di governo federale di quel Paese. Che è molto bizzarra e che non è certo esportabile. Al massimo l’Europa può puntare su una formula confederale con un potere centrale molto debole; ma questa soluzione non risolverebbe granché. La mia proposta invece è di una Unione Europea che sia al tempo stesso anche una unione doganale. Il che significa che una difesa doganale non può essere decretata da un singolo Stato, ma deve essere autorizzata, per esempio, dalla Banca centrale europea. Altrimenti il nostro Paese continuerà a tassare semplicemente per pagare poco e male le pensioni, e a sussidiare poco e male i disoccupati. Un pozzo senza fondo nel quale stiamo sprofondando sempre più (altro che ripresa!), visto che abbiamo anche stabilito che l’immigrazione clandestina non è reato, e che abbiamo una ministra dell’Integrazione che si batte per istituire lo ius soli , il diritto di chi riesce ad entrare in Italia di diventarne cittadino. A questo proposito si deve ricordare che la industrializzazione dell’Europa continentale fu favorita e protetta da una unione doganale (inizialmente lo Zollverein tedesco); in sostanza, dalla protezione delle industrie senza le quali un Paese non diventa industriale. Nel contesto dell’Unione Europea la protezione di ogni singolo Stato dovrebbe essere consentita, per esempio, dalla Banca centrale, che potrebbe anche permettere barriere interne che siano giustificate dalla difesa del lavoro e delle industrie chiave nei Paesi che le hanno perdute . L’alternativa è quella di cui stiamo soffrendo: tasse crescenti, e oramai suicide, per pagare una disoccupazione crescente. Che già ci scoppia tra le mani. Nel 2008 un importante politologo americano, Walter Laqueur, pubblicava un libro, Gli ultimi giorni dell’Europa , nel quale spiegava che «l’immigrazione incontrollata ha popolato l’Europa di persone che non hanno nessun desiderio di integrazione ma che pretendono i servizi sociali, l’assistenza medica sovvenzionata e anche i sussidi di disoccupazione che offrono i Paesi ospitanti». Questa immigrazione proviene al meglio da Paesi che sanno gestire piccoli negozi, piccoli traffici nei vari bazar, e cioè i mercati caratteristici del Medio Oriente dove si vendono chincaglierie di ogni genere ma che non hanno mai sviluppato una società industriale. In Europa i più bravi possono ricreare il negozio tipico dei bazar, ma i più possono solo offrire un lavoro sottocosto che li lascia emarginati in squallide periferie di miseria caratterizzate da disoccupazione e da risentimento contro i Paesi ospitanti. Il risultato non è dunque integrazione, ma semmai sfascio e aumento della delinquenza. L’Inghilterra e la Francia sono oggi i Paesi europei più invasi, per così dire, da questi «disintegrati», sempre più ribelli e violenti. L’Inghilterra per via del Commonwealth, la Francia per cercare di salvare (assurdamente) la sua colonizzazione. La Francia, oggi con un presidente socialista, si limita a fronteggiare le sommosse. L’Inghilterra che ha in materia le mani libere ora chiede, con Cameron, di controllare e limitare severamente l’immigrazione. E noi? Noi siamo, con lo scombinato governo Letta e la incombente pressione della «sinistra» di Renzi, i peggio messi di tutti. Qualche cifra. Il nostro debito pubblico supera il 130% del nostro Pil. È un debito pagato con buoni del Tesoro, e cioè dai risparmiatori e (troppo) dalle banche. La disoccupazione dei giovani tra 15 e 24 anni sorpassa il 40%. In questo caos il potere giudiziario straripa ogni dove ma – cito Severgnini su queste colonne – «l’Italia è maglia nera… anche per la durata del processo civile, 564 giorni per il primo grado contro una media europea di 240 giorni. Il tempo medio europeo per la conclusione di un procedimento di 3 gradi di giudizio è 788 giorni… in Italia è di quasi 8 anni». In questo bailamme crescono i votanti che vorrebbero uscire dall’Europa, il che ci consentirebbe di svalutare la nostra moneta. Temo che malmessi come siamo sarebbe un rischio altissimo. Io non lo raccomando. ] Specialmente noi – anche se non soltanto noi – ci siamo intrappolati in un girotondo vizioso che era facile prevedere ma che non è stato previsto. Sorvoliamo sulle colpe. Il fatto è che abbiamo creato una Comunità europea indifesa e indifendibile nella sua economia produttiva e nei suoi livelli di occupazione. Eppure era ovvio che aprirsi alla globalizzazione in un mondo nel quale i salari dei Paesi poveri, i Paesi del cosiddetto Terzo mondo, erano 5, 10, a volte persino 20 volte, inferiori ai nostri salari, avrebbe costretto le nostre industrie, specie le grandi industrie, a dislocarsi dove il lavoro costava meno.

Dunque la globalizzazione dell’economia produttiva comportava la disoccupazione europea. I Paesi più efficienti e meglio governati hanno sinora fronteggiato la situazione. Ma in parecchi membri dell’Unione Europea la globalizzazione ha gonfiato il debito pubblico a livelli non sostenibili e ha gonfiato a dismisura la burocrazia dello Stato o comunque a carico dello Stato. Oggi siamo costretti a dimagrire: per cominciare, via gli enti inutili, via le Province, via le burocrazie clientelari e gonfiate delle Regioni. La soppressione delle Province forse andrà in porto: ma con l’assicurazione che il loro personale verrà salvato e manterrà lo stipendio che aveva. E allora siamo sempre nel circolo vizioso di partenza.

Il punto è che per uscire dalla crisi di disoccupazione che ci sta facendo affondare bisogna che il lavoro torni nell’Unione Europea. Come si fa? Si fa come hanno sempre fatto tutti gli altri Paesi avanzati, ivi inclusi gli Stati Uniti e il Regno Unito (che sta in Europa sì e no), e cioè proteggendosi quando occorre. Gli europeisti ritengono invece che la soluzione sia nel federalismo; ma, come non mi stanco di ripetere, un sistema federale richiede una lingua comune.

L’unica eccezione a questa regola è la piccola Svizzera. Ma chi cita la Svizzera (che poi, salvo un’eccezione, è in sostanza bilingue) dovrebbe spiegare e adottare la formula di governo federale di quel Paese. Che è molto bizzarra e che non è certo esportabile. Al massimo l’Europa può puntare su una formula confederale con un potere centrale molto debole; ma questa soluzione non risolverebbe granché. La mia proposta invece è di una Unione Europea che sia al tempo stesso anche una unione doganale. Il che significa che una difesa doganale non può essere decretata da un singolo Stato, ma deve essere autorizzata, per esempio, dalla Banca centrale europea.
Altrimenti il nostro Paese continuerà a tassare semplicemente per pagare poco e male le pensioni, e a sussidiare poco e male i disoccupati. Un pozzo senza fondo nel quale stiamo sprofondando sempre più (altro che ripresa!), visto che abbiamo anche stabilito che l’immigrazione clandestina non è reato, e che abbiamo una ministra dell’Integrazione che si batte per istituire lo ius soli , il diritto di chi riesce ad entrare in Italia di diventarne cittadino.

A questo proposito si deve ricordare che la industrializzazione dell’Europa continentale fu favorita e protetta da una unione doganale (inizialmente lo Zollverein tedesco); in sostanza, dalla protezione delle industrie senza le quali un Paese non diventa industriale. Nel contesto dell’Unione Europea la protezione di ogni singolo Stato dovrebbe essere consentita, per esempio, dalla Banca centrale, che potrebbe anche permettere barriere interne che siano giustificate dalla difesa del lavoro e delle industrie chiave nei Paesi che le hanno perdute . L’alternativa è quella di cui stiamo soffrendo: tasse crescenti, e oramai suicide, per pagare una disoccupazione crescente. Che già ci scoppia tra le mani. Nel 2008 un importante politologo americano, Walter Laqueur, pubblicava un libro, Gli ultimi giorni dell’Europa , nel quale spiegava che «l’immigrazione incontrollata ha popolato l’Europa di persone che non hanno nessun desiderio di integrazione ma che pretendono i servizi sociali, l’assistenza medica sovvenzionata e anche i sussidi di disoccupazione che offrono i Paesi ospitanti». Questa immigrazione proviene al meglio da Paesi che sanno gestire piccoli negozi, piccoli traffici nei vari bazar, e cioè i mercati caratteristici del Medio Oriente dove si vendono chincaglierie di ogni genere ma che non hanno mai sviluppato una società industriale. In Europa i più bravi possono ricreare il negozio tipico dei bazar, ma i più possono solo offrire un lavoro sottocosto che li lascia emarginati in squallide periferie di miseria caratterizzate da disoccupazione e da risentimento contro i Paesi ospitanti. Il risultato non è dunque integrazione, ma semmai sfascio e aumento della delinquenza.

L’Inghilterra e la Francia sono oggi i Paesi europei più invasi, per così dire, da questi «disintegrati», sempre più ribelli e violenti. L’Inghilterra per via del Commonwealth, la Francia per cercare di salvare (assurdamente) la sua colonizzazione. La Francia, oggi con un presidente socialista, si limita a fronteggiare le sommosse. L’Inghilterra che ha in materia le mani libere ora chiede, con Cameron, di controllare e limitare severamente l’immigrazione. E noi? Noi siamo, con lo scombinato governo Letta e la incombente pressione della «sinistra» di Renzi, i peggio messi di tutti.

Qualche cifra. Il nostro debito pubblico supera il 130% del nostro Pil. È un debito pagato con buoni del Tesoro, e cioè dai risparmiatori e (troppo) dalle banche. La disoccupazione dei giovani tra 15 e 24 anni sorpassa il 40%. In questo caos il potere giudiziario straripa ogni dove ma – cito Severgnini su queste colonne – «l’Italia è maglia nera… anche per la durata del processo civile, 564 giorni per il primo grado contro una media europea di 240 giorni. Il tempo medio europeo per la conclusione di un procedimento di 3 gradi di giudizio è 788 giorni… in Italia è di quasi 8 anni». In questo bailamme crescono i votanti che vorrebbero uscire dall’Europa, il che ci consentirebbe di svalutare la nostra moneta. Temo che malmessi come siamo sarebbe un rischio altissimo. Io non lo raccomando.


Ora la verifica ma il calvario non è finito
Marcello Sorgi
(da “La Stampa”, 3 dicembre 2013)

Non saranno affatto una passeggiata la fine delle larghe intese e l’avvio della fase nuova, che dovrebbe prendere corpo dopo il dibattito e il voto di fiducia della prossima settimana. Il comunicato quasi a doppia firma, uscito dal Quirinale dopo un’ora di colloquio tra Napolitano e Letta, conferma che c’è una perfetta unità di vedute tra i due presidenti. Ma la lunga vigilia che ha preceduto il varo della verifica formale, in Parlamento, della maggioranza ristretta, ha già fatto capire che il calvario del governo non è finito.

Non è un mistero, infatti, che Letta, e in un primo momento anche Napolitano, puntassero a evitare lo stress di un altro passaggio parlamentare nel bel mezzo dell’interminabile discussione sulla legge di stabilità, tra l’altro ancora in corso e con la grana infinita dell’Imu che stenta a chiudersi. D’altra parte, il governo aveva dimostrato di avere la maggioranza al Senato, cioè nella Camera dai numeri più incerti, anche dopo la decisione di Berlusconi di passare all’opposizione.

Ufficialmente perché insoddisfatto dei contenuti della manovra di fine anno, di fatto come reazione al voto del Pd in favore della sua decadenza. Ma l’atteggiamento intransigente di Forza Italia, reso esplicito da una delegazione salita a questo scopo al Quirinale, ha convinto Napolitano dell’impossibilità di evitare la liturgia della verifica. La scelta del Presidente della Repubblica è racchiusa tutta in quella parola – «discontinuità» – inserita nel comunicato di ieri sera e subito sottolineata con soddisfazione dai due capigruppo di Forza Italia Brunetta e Romani. Era quel che volevano i berlusconiani, per dimostrare che la rottura è seria e le conseguenze non stanno affatto trascurabili.

Per capire di che tenore sarà l’epoca successiva alle larghe intese, però, non occorrerà aspettare la prossima settimana. Basta già guardare quel che sta accadendo in questi primi giorni di sperimentazione dopo il cambiamento del quadro politico. Le due destre, nate dalla scissione del Pdl e presentate dal Cavaliere come se fossero rimaste apparentate, sono invece entrate in una fase di guerriglia, in cui praticamente ogni giorno Alfano e il suo Nuovo centrodestra sono sottoposti a un fuoco di fila di tutta la pattuglia berlusconiana, che tende a raffigurarli deboli e sottomessi al centrosinistra. Alfano, per reagire a queste polemiche, pesanti da sopportare per un partito che sta ridefinendo i confini della propria offerta politica, deve necessariamente aggiustare il tiro su Letta e il Pd: cosicché adesso scricchiola, per la prima volta, il famoso asse tra i dioscuri di Palazzo Chigi – il premier e il suo vice – che fin qui erano stati i due principali pilastri del governo. Inoltre, non appena Alfano ha alzato la testa, invocando, prima della verifica, la definizione di un vero e proprio «contratto di governo», stile Merkel, con il Pd, Renzi, che si comporta già da segretario, con una delle sue battute caustiche («Voi siete trenta e noi trecento») gli ha sparato addosso, per fargli capire come intende i rapporti di forza nel governo di qui a venire.

Sarà pur vero, come sostiene Letta, che anche questo fa parte della campagna per le primarie che si conclude domenica. E sarà ovvio, per Renzi, che puntava non da adesso a spostare verso di sé una parte dei voti del centrodestra, che la scissione del Pdl in due tronconi e la nascita di due destre, una più centrista e governativa e l’altra più radicale, non giovano certo ai suoi propositi, specie in vista delle elezioni europee.

Ma insomma, anche senza drammatizzare – non ce n’è affatto bisogno -, chi pensava che la fine delle larghe intese, non foss’altro per stanchezza, dopo sei mesi di risse, potesse coincidere con una tregua – e magari con l’approvazione di qualcuna delle riforme più urgenti, a partire dalla legge elettorale su cui oggi si pronuncerà la Corte Costituzionale – purtroppo dovrà ricredersi. La guerra continua.
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(Purtroppo per Sorgi, la consulta ha di nuovo reso un servizio a Napolitano rimandando addirittura al 14 gennaio ciò che poteva decidere oggi: se il ricorso della cassazione fosse o non fosse ammissibile. Ma sono convinto che anche questa scelleratezza ha contribuito a rafforzare in molti l’idea che occorre in Italia una nuova Norimberga. bdm)


L’email tra i deputati di Ncd: “Torniamo con Berlusconi”
di Redazione
(da “Libero”, 3 dicembre 2013)

Nemmeno 15 giorni e già cominciano i rimorsi. La cavalcata degli alfaniani comincia ad arrestarsi. I sondaggi parlano chiaro: Nuovo Centrodestra non riesce a sfondare il muro del 5-6 per cento e più sta nei paraggi di Letta, meno appeal ha sugli elettori. Così tra i parlamentari scissionisti inizia ad arrivare il vento del rimpianto. La scelta di abbandonare Silvio per giurare fedeltà a Letta appare adesso come un errore. Sono finiti i tempi dei flash e degli applausi. Il Cav con la sua Forza Italia continua a crescere e l’opposizione inizia a dare i suoi frutti.

Tempo di rimpianti – Fi sale al 20 per cento e la coalizione di centrodestra sorpassa il centrosinistra. A questo punto gli alfaniani iniziano a riflettere sulla scelta dello scorso 16 dicembre. Secondo alcune indiscrezioni raccontate da Dagospia.com tra i parlametari alfaniani comincia a girare una mail ad uso interno che è un vero e proprio muro del pianto dopo l’addio al Cav. “La decisione di costituire un nuovo gruppo politico era motivata dalla volontà di far prevalere gli interessi dell’Italia su quelli di una parte. Riconfermiamo questa sofferta decisione anche dopo il voto sulla decadenza del Presidente Berlusconi che continuiamo a considerare una odiosa forzatura, ingiusta e illegittima. E tuttavia, esprimiamo profonda preoccupazione di fronte alle posizioni espresse da molti esponenti del Pd, primo tra tutti il candidato più accreditato alla Segreteria, Matteo Renzi, che rivelano il disegno egemonico di una parte della sinistra sulla natura stessa del governo e sulle prospettive politiche future”, si legge nel testo.

Clamorosa retromarcia – La parola chiave è “preoccupazione” per un passo forse troppo affrettato. Poi arriva addirittura la “retromarcia” e l’auspicio per un ritorno immediato sotto l’ala del Cav e di Forza Italia: “Riteniamo sia giunto il momento di una riflessione sul valore e lo scopo di questa alleanza. Non possiamo infatti non costatare quanto il mutato equilibrio di forze stia influenzando fortemente scelte e indirizzi della politica economica e le priorità dell’azione di governo. Alla luce di queste considerazioni, se non interverrà un immediato chiarimento da parte della dirigenza del Partito Democratico sulle ragioni del nostro stare insieme, e se non verrà riconfermata la pari dignità di tutte le anime della coalizione, il nostro movimento politico si troverà costretto a riconsiderare la propria scelta di responsabilità per non tradire il mandato ricevuto dai nostri elettori e ricostruire intorno a Forza Italia l’unita’ delle forze politiche di centro destra, unico e insostituibile baluardo a difesa dei moderati italiani”. Insomma a quanto pare le colombe non volano più. E in tante cominciano ad invertire la rotta puntando verso casa.

Il giallo e la smentita – Intanto però la mail ha gettato nel panico Ncd. Per i parlamentari alfaniani la mail è “una bufala”. E come racconta il Giornale, il testo della mail sarebbe stato citato anche da Giuseppe Cruciani durante l’ultima puntata de La Zanzara. Ma a parte qualche telefonata tra le stanze di Ncd e qualche timida smentita, resta il giallo. Il testo della mail, se fosse vero, come sostiene Roberto D’Agostino, è la prova del fatto che le tensioni tra gli scissionisti non sono ancora passate. E i rimorsi a volte possono fare davvero male…


L’angolo senza uscita di Angelino Alfano
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 3 dicembre 2013)

Angelino Alfano si è infilato in un angolo senza uscita. Dove non solo deve ripararsi dalle polemiche assolutamente scontate lanciategli contro dagli esponenti di Forza Italia, ma dove viene sfidato, incalzato ed addirittura irriso dai tre candidati alla segreteria del principale alleato di governo. L’ex “delfino” di Silvio Berlusconi era convinto che una volta consumata la scissione dal Popolo della Libertà all’insegna della difesa della stabilità del governo Letta avrebbe potuto far pesare con grande facilità il ruolo determinante del suo Nuovo Centrodestra all’interno della coalizione.

In questo modo avrebbe imposto scelte e provvedimenti con cui dimostrare di non aver tradito l’elettorato moderato e rendere inefficaci le accuse dei berlusconiani. Non a caso, all’indomani della scissione, ha chiesto di stipulare un nuovo patto di governo sfidando il Partito Democratico ad affrontare quella riforma della giustizia che le larghe intese non hanno potuto neppure sfiorare a causa della presenza del Cavaliere. Alfano era probabilmente certo che la necessità di evitare ad ogni costo la crisi e l’esigenza di mantenere in vita il governo Letta avrebbe spinto i dirigenti del Pd, compreso Matteo Renzi, a riconoscere al Nuovo Centrodestra lo stesso ruolo determinante tenuto in precedenza dal Pdl.

Quel ruolo che gli aveva consentito di occupare il doppio ruolo di vicepresidente del Consiglio e di ministro dell’Interno. Ma la sua si è rivelata una convinzione totalmente sbagliata. Perché non solo Renzi ma anche Cuperlo e Civati hanno tenuto a sottolineare non solo che alle larghe intese si è sostituito un equilibrio politico fondato sulla supremazia e sulla centralità del Pd.

Ma, soprattutto, che l’esigenza principale non è affatto la conservazione dell’attuale Esecutivo, ma il radicale cambiamento di linea del governo. Un cambiamento che non può essere il frutto di un qualche compromesso con i partiti minori, ma che può essere realizzato solo accogliendo in pieno la linea del Pd che verrà espressa dal nuovo segretario. Fino all’altro ieri si credeva che questa richiesta potesse provenire solo da Renzi. E manifestasse la volontà del sindaco di Firenze di usare la segreteria come trampolino di lancio verso la Presidenza del Consiglio con elezioni anticipate da celebrare in primavera. Dall’altro ieri anche questa convinzione si è rivelata sbagliata.

Perché a chiedere al governo una radicale inversione di tendenza in nome della supremazia e della centralità del Pd sono anche gli altri candidati alla segreteria. A conferma che è l’intero Pd, con la sola eccezione dei lettiani di stretta osservanza, a chiedere una svolta segnata da un maggiore radicalismo di sinistra e dalla fine di qualsiasi compromesso con le forze moderate. Ed a subordinare l’esigenza della stabilità a questo tipo di svolta senza nutrire alcun timore per elezioni anticipate. Non a caso Renzi ha ricordato ad Alfano che in caso di voto il Nuovo Centrodestra sarebbe “asfaltato” da Silvio Berlusconi.

E Civati ha irriso alla Balena Bianca senza popolo degli alfaniani e dei neo-centristi lasciando intendere che invece di rivendicare la propria essenzialità e pensare di imporre particolari condizioni programmatiche, costoro non possono far altro che seguire senza fiatare, come l’intendenza napoleonica, il Partito Democratico. È in grado Alfano di uscire dall’angolo dove si è infilato fidandosi delle assicurazioni di Enrico Letta e Giorgio Napolitano? Bella domanda. A cui per il momento non c’è risposta. Tranne quella di prevedere nel futuro un mesto e complicato ritorno all’ovile!
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(Guai se Berlusconi accettasse questo ritorno all’ovile! Sono traditori, e il tradimento è nel loro dna. Dunque se vogliono possono solo formare una coalizione bipolare con Forza Italia (come pure con Fratelli d’Italia e altri del centrodestra), ma restino fuori dagli organi di Forza Italia, ai quali metterebbero solo i bastoni tra le ruote.bdm)


Riforme, ecco le nostre condizioni
di Renato Brunetta
(da “Il Foglio”, 3 dicembre 2013)

Da più parti si chiede a Forza Italia quale sarà il suo atteggiamento sulle riforme costituzionali adesso che è stata revocata la fiducia al governo. La domanda è legittima, benché da parte di alcuni venga brandita per metterci in difficoltà e magari addebitare a noi una paralisi sulle riforme che è politica prima che tecnica. E allora mettiamo in chiaro un paio di cose. Il cammino delle riforme, così come delineato, all’indomani della fiducia al governo Letta, si fondava su una chiara premessa politica: l’accordo storico tra le due principali forze che si sono contese il governo negli ultimi vent’anni. Quell’incontro che abbiamo denominato larghe intese esprimeva innanzitutto la volontà di collaborare lealmente tra pari sulla base di un riconoscimento dell’altrui dignità politica e di uno sforzo che è stato definito di pacificazione nazionale. A quell’impegno, morale prima ancora che politico, si accompagnava un programma articolato su due gambe: una politica economica coraggiosa e un percorso di riforme istituzionali di fiduciosa convergenza sulla base delle risultanze del lavoro dei saggi nominati dal ministro per le Riforme costituzionali. Quel che è stato di quegli impegni è chiaro a tutti. E dalle larghe intese si è passati a una “maggioranza residua”. La svolta in politica economica non c’è stata, ma si è continuata ad applicare la vecchia regola del tassa e spendi, camuffata dietro provvedimenti opachi e confusi, che persino l’Europa, non certo prevenuta verso il governo Letta-Saccomanni, ha bocciato platealmente. Inutile dire che, a oggi, il destino dell’Imu è tutt’altro che definito, mentre l’unica cosa certa è che la brama di tassare il patrimonio degli italiani non è per nulla tramontata. Sulle riforme istituzionali, invece, siamo praticamente a zero. I saggi, molto saggiamente, ci hanno detto che sulle questioni più spinose e anche più importanti nemmeno tra di loro sono d’accordo (ovviamente, visto che il problema è politico e non tecnico), consegnandoci un documento “a risposta multipla”, aperto cioè a svariate soluzioni.

Nel frattempo si è predisposto un percorso di “pre-riforma” costituzionale per modificare l’art. 138, accelerare un po’ i tempi e consentire, se mai si arriverà alla fine, che il popolo, se vuole, possa comunque pronunziarsi sulle riforme adottate.

Insomma si è parlato di metodo e si è divagato sul merito. Con la conseguenza che a otto mesi dalla nascita del governo, i cittadini non sanno ancora in quale direzione si vuole andare.

A tutto ciò si deve aggiungere che quel clima di fiducia sul quale si era cercato di costruire l’alleanza di governo è totalmente tramontato. La pacificazione si è trasformata nella giustizia sommaria che abbiamo visto andare in scena qualche giorno fa in Parlamento, con il macabro pendant dei barbari brindisi di qualche troglodita per le strade. E le larghe intese sono andate in frantumi sullo scoglio di una Legge di stabilità che per carità di patria è meglio non commentare più.

In questo quadro, si può veramente pensare che il problema delle riforme costituzionali sia la riforma dell’art. 138? Riforma peraltro inutile perché se si vuole rendere obbligatorio il referendum lo si può prevedere anche nella stessa legge di riforma qualora essa venisse approvata a maggioranza dei due terzi (le tecniche non mancano alla fantasia dei giuristi).

Veramente si può pensare che dopo trent’anni di dibattiti, bicamerali, comitati, convenzioni, saggi e compagni, il problema sia il metodo e non il merito?

Parlare di metodo poteva avere un senso nella prospettiva che il clima di fiducia e convergenza nazionale consentisse di far maturare delle soluzioni condivise. Oggi di condiviso rimane ben poco, se persino dentro il Pd Cuperlo e Renzi litigano sul modello costituzionale.

Il problema è il merito, non il metodo. E l’unica cosa chiara è che il Parlamento sul merito non riesce a decidersi. Una larga convergenza non c’è, una convergenza minima sarebbe politicamente troppo debole e non reggerebbe l’urto delle contestazioni.

Se dunque si vuole parlare di metodo, ce n’è solo uno che oggi possa avere senso e che, peraltro, fece capolino anche nella commissione nominata da Napolitano. Si mettano in fila le questioni dibattute (forma di governo, riforma della giustizia, princìpi sulla legge elettorale, ipotesi di bicameralismo differenziato) e si sottoponga la scelta al corpo elettorale con un referendum, quello sì, che avrebbe un valore costituente.

Sarebbe un atto di onestà intellettuale delle forze politiche, le quali non sono in grado di prendere una decisione che non sia pasticciata e “al ribasso”. Per i rapporti di forza in Parlamento, per la trasversalità delle divisioni, per la frammentazione delle forze.

A questo punto non è bene perseverare nella finzione. Non possiamo trincerarci dietro quelle che apparirebbero all’opinione pubblica solo delle ipocrisie per tirare a campare. Per questo è necessario che il dibattito si sposti nel paese. Votare sì alla modifica del 138 significa perpetuare questa ipocrisia. Significa promettere un referendum futuro, negando un referendum oggi. Non possiamo permetterci questa contraddizione, per giunta su una questione di procedura, che i cittadini non capirebbero.

Il Parlamento non può permettersi di apparire oggi blindato per poi dimostrarsi domani diviso, come inevitabilmente sarà. Lasciamo perdere questa strada e investiamo subito i cittadini del potere di scegliere su qualcosa che conta, anziché promettere loro solo un potere futuro di ratificare.
La Repubblica ha bisogno di voltare pagina? Si faccia un referendum sulle opzioni istituzionali e si elegga una commissione costituzionale che rediga le norme costituzionali sotto il vincolo della scelta referendaria.

Noi, per quanto ci riguarda, saremo per il presidenzialismo alla francese, la riforma della giustizia, la fine del bicameralismo e una drastica riduzione dei parlamentari. E crediamo su queste posizioni sia possibile una convergenza anche con le aree più avanzate del centrosinistra. Chi non è d’accordo, faccia altre proposte e alla fine, il popolo voti. E’ la democrazia bellezza.


Per la sopravvivenza de “L’Opinione”
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 30 novembre 2013

“L’Opinione delle libertà” rischia la scomparsa. Sul più antico giornale politico italiano, nato a Torino su ispirazione di Cavour nel 1848, grava il pericolo della marginalizzazione e della chiusura. La testata che negli ultimi vent’anni, grazie ad una delle poche cooperative vere esistenti nel panorama dei giornali di nicchia, ha rappresentato una delle pochissime voci, sia pure flebile, dell’area liberale e riformatrice, è ad un passo da un’amara uscita di scena. Le cause sono molteplici. C’è il crollo della pubblicità. La crisi generale del settore.

Ma, più direttamente, oltre la mancata erogazione del contributo pubblico previsto per il 2011 dalla legge per l’editoria che ci ha costretto a rinunciare all’edizione cartacea ed a puntare solo su quella on-line, è l’esistenza di una normativa che aiuta le piccole aziende editoriali rimborsando il cinquanta per cento di alcuni dei loro costi ma pone tali e tanti vincoli da rendere praticamente impossibile, a chi non abbia alle spalle ampi capitali e poteri forti, di raccogliere, con vendite e pubblicità, il restante cinquanta per cento capace di assicurare il pareggio di bilancio. Si dirà che un giornale di idee liberali non dovrebbe vivere di assistenza pubblica. Il ché è vero.

Ma è altrettanto vero che per farlo dovrebbe operare in un mercato di nicchia libero e non stravolto e condizionato da misure dirigiste che scambiano l’austerità dei conti con la progressiva riduzione del pluralismo. Se negli ultimi vent’anni i giornalisti de “L’Opinione delle libertà” si fossero legati ad un qualche carro politico od economico, uscire dalla logica dell’assistenza che uccide non sarebbe difficile. Ma il giornale, pur non cambiando la propria collocazione naturale nell’area delle libertà, ha sempre conservato una posizione autonoma ed indipendente.

Ed oggi, se vuole cercare di sopravvivere e di affrancarsi dal controproducente aiuto pubblico, non ha altra strada che rivolgersi ai propri lettori, a chi pensa che in democrazia il pluralismo delle idee vada tutelato, a chi può anche non condividere le nostre posizioni e battaglie ma crede che è meglio ascoltare più opinioni piuttosto che sentire solo quelle espresse dagli organi dei grandi interessi bancari, finanziari e industriali. Lanciamo, quindi, una sottoscrizione per “Salvare l’Opinione”. Chiediamo un contributo, di 10, 20, 50, 100 euro, a chi è interessato a farci sopravvivere. E proponiamo, a chi è interessato a partecipare all’avventura di continuare a dare vita ad un piccolo giornale autonomo ed indipendente, di entrare a far parte dell’associazione della “Comunità de L’Opinione” che partecipa in qualità di socio sovventore alla cooperativa “Amici de L’Opinione”, versando una quota d’iscrizione di 500 euro.

Il contributo può essere versato personalmente nella nostra sede di piazza dei Prati degli Strozzi 22 o attraverso bollettino postale sul c/c n. 44080323 intestato ad “Amici de l’Opinione soc. coop. giornalistica a r. l.”, oppure attraverso bonifico bancario sul conto corrente BancoPosta Iban: IT62R0760103200000044080323. La nostra speranza, ovviamente, è ottenere il consenso economico necessario alla sopravvivenza. Ma anche la spinta ad impedire che, all’inizio di una drammatica fase politica destinata a durare a lungo all’insegna dell’incertezza e delle tensioni, il pluralismo possa perdere una delle voci storiche dell’area delle libertà.
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(Ho letto solo ora. L’Opinione è, a mio avviso, un grande quotidiano on line che ha la fortuna di avere come direttore quello che giudico uno dei migliori e più obiettivi editorialisti italiani, Arturo Diaconale – che differenza con i chewing gum che vanno per la maggiore e pagati profumatamente: soldi rubati alla verità! -, che non manco mai di leggere e che spesso riporto nella mia rassegna stampa pomeridiana.
Subito dopo questa nota provvederò a disporre un bonifico on line ed invito i miei lettori a fare altrettanto nel limite delle loro possibilità. Possono essere utili anche 20 euro! HO FATTO! Ho bonificato 50 euro
bdm).


Cinque stelle e mille ragioni
di Marcello Veneziani
(da “il Giornale”, 3 dicembre 2013)

Posso dirvi una cosa? Nella gara surreale che affonda l’Italia, chi si avvicina più alla realtà e ai rimedi necessari e radicali richiesti è proprio Beppe Grillo. I suoi toni sono urlati come un vecchio barbaro alla battaglia finale ed esagitati come un comico a cui hanno infilato supposte di stupefacenti.

Ma rinegoziare il debito e la moneta unica, scaricare le agenzie di rating e il dispotismo finanziario, reintrodurre sani dazi, abolire le Regioni, tagliare i costi della politica, mi sembra un programma necessario per il nostro Paese e per l’Europa mediterranea. Pensate alla follia delle agenzie di rating che vogliono punire tutti in Europa, ora pure l’Olanda e magari la Germania, cioè la padrona di casa. Immaginano l’Europa come un club così esclusivo da espellere tutti i soci.

O pensate alla follia nostrana delle Regioni che sono state l’inizio della rovina italiana. Con amaro piacere noto che sono in tanti ora a sostenere che il male primario d’Italia sono le Regioni, fonte di massimo spreco e di espansione corrotta della partitocrazia. Lo scrivevo in solitudine da anni ma l’ubriacatura federalista e il galateo politico vietavano di dirlo.

Ora ci vorrebbe qualcuno che presentasse con sobrio rigore, con realismo e, soprattutto, con credibili curricula un programma simile a quello di Grillo. Puoi avere le migliori idee, ma se poi hai quei parlamentari da Taverna che sputano e insultano, così grossolani e inadeguati, non vai oltre le gag. Ma dobbiamo difendere l’Italia da Bruxelles e gli italiani dall’Italia.


Funiciello (Pd): “Magistratura democratica da 20 anni detta la linea alla sinistra”
di Redazione
(da “Libero”, 3 dicembre 2013)

“Basta. E’ da vent’anni che alla sinistra italiana la linea sulla giustizia è dettata da Magistratura Democratica. Per avere, in cambio, giustizia inefficiente. Bisogna cambiare”. Chi l’ha detto: un polemista di Forza Italia come Renato Brunetta? La pitonessa Daniela Santanchè? Oppure Silvio Berlusconi in persona, lo stesso che accosta la corrente di sinistra delle toghe italiane alle Br e che, dall’alto “di 57 processi in vent’anni”, si ritiene perseguitato dalla Boccassini&co? No, lo mette nero su bianco sul Foglio Antonio Funiciello, responsabile (renziano) della Comunicazione Pd. “La linea sulla giustizia (civile e penale) – sono le sue parole – è dettata alla sinistra italiana, da almeno una ventina d’anni, da un’associazione di giudici denominata Magistratura Democratica”. Eccola qua, spiegata in poche parole, la “sudditanza psicologica” dei capoccia ex Ds e Margherita verso quelle toghe che non hanno il coraggio di affrontare. E al cui gioco, anzi, i dirigenti Ulivo-Unione-Pd in questi vent’anni hanno spesso ammiccato per ragioni di strategia elettorale. Proprio sulla scorta di due decenni di assenze di idee sulla Giustizia, Funiciello (il cui intervento è titolato Ventuno ragioni (anche frivole) per cui i nostalgici della sinistra medievale non capiscono Renzi) invoca ed esalta il cambio di passo messo in programma dal Rottamatore: “Un recupero di autonomia del ruolo della politica – rincara – è una priorità che Renzi si è già dato in generale. Un’urgenza che in questo caso è ancora più pressante considerata la sempre più bassa efficienza del servizio giustizia (civile e penale)”.


Berlusconi: “Ripartiamo dal territorio”. Alla Camera primo no di Forza Italia a Letta
di Chiara Sarra
(da “il Giornale”, 3 dicembre 2013)

Messa la decadenza alle spalle, Silvio Berlusconi si può dedicare ora al partito. “Parte da oggi la nuova fase organizzativa di Forza Italia con un occhio di riguardo al territorio”, ha scritto oggi su Facebook annunciando la riorganizzazione del movimento in vista del primo incontro dei club “Forza Silvio” previsto per l’8 dicembre a Roma.

“In ogni regione si avvierà una fase costituente che prevede la formazione di un comitato composto da tutti i parlamentari nazionali ed europei eletti nelle stesse regioni”, ha spiegato il Cavaliere, “A questi comitati saranno chiamati a partecipare, inoltre, i principali esponenti del partito eletti negli enti locali e personalità di spicco della società civile, del mondo del lavoro e dell’impresa”.

“Siamo un grande gruppo quindi dobbiamo toglierci dalla casta e riuscire a fare una grande battaglia per la libertà”, avrebbe poi detto il Cavaliere durante la riunione dei gruppi parlamentari, “Una delle cose più importanti che dobbiamo fare è mettere insieme le sentinelle del voto”. Poi è tornato sulla decadenza: “Quello che è successo in Senato è stato un colpo di Stato. La magistratura che calpesta lo Stato di diritto e diventa partito politico”, ha ribadito, “All’estero nessuno riesce a spiegarselo”. E ha aggiunto che l’articolo 68 della Costituzione (quello sull’immunità parlamentare) garantiva il lavoro del Parlamento e non c’era un’intervento della magistratura in politica e nelle istituzioni. Non manca poi la stoccata ad Angelino Alfano e al Nuovo centrodestra: “Non capisco come i nostri amici possano collaborare con chi ha ucciso politicamente il loro leader, la gente li ha già giudicati”, avrebbe detto l’ex premier.

Parlando invece dei processi che ancora lo vedono protagonista, Berlusconi ha ripetuto di essere estraneo alla compravendita dei senatori: “Non abbiamo mai pagato nessuno per fare politica”, ha detto. Sulla strategia del partito ha prima ricordato che in Europa “ci siamo inginocchiati davanti alla signora Merkel” e al fiscal compact su cui “avevo posto il veto”. Poi ha chiesto ai suoi di combattere perché agli italiani sia garantito “che non ci siano patrimoniali”. E ha concluso: “Metteremo le basi per vincere le elezioni e tutti voi sarete protagonisti”.

Intanto anche alla Camera viene ufficializzato il passaggio all’opposizione di Forza Italia. Proprio come successo la scorsa settimana sulla legge di stabilità, oggi il partito ha annunciato il no alla fiducia al governo Letta, posta questa volta sulla conversione in legge di rifinanziamento e proroga delle missioni all’estero. “Pur se continuiamo a sostenere convintamente le nostre missioni, noi non voteremo la fiducia che è un voto sul governo più che sul provvedimento”, ha detto Rocco Palese.

A Palazzo Chigi, invece, lascia anche il vice ministro degli Esteri Bruno Archi, che ha rassegnato oggi le proprie dimissioni dall’incarico nelle mani del Presidente del consiglio dei Ministri e del ministro degli Esteri.


Berlusconi: “I magistrati vogliono scalare il potere, mi ricordano le Br”
di Redazione
(da “Libero”, 3 dicembre 2013)

Nasce la nuova Forza Italia. Alcune caselle devono ancora essere riempite, certi ruoli sono ancora da definire. Di sicuro, tutto ruota attorno a Silvio Berlusconi, che apre i lavori della riunione dei gruppi parlamentari del partito, riuniti nella sede di San Lorenzo in Lucina. Il Cavaliere esordisce ricordando che “siamo un grande gruppo, possiamo fare un lavoro a difesa della libertà. Ora dobbiamo toglierci dalla Casta e lottare per la libertà”. Berlusconi torna poi sulla decadenza, sottolineando che “nessuno all’estero riesce a spiegarsela”. “E’ stato un vero colpo di Stato”, ha aggiunto ribadendo le dichiarazioni rilasciate a caldo lo scorso 27 novembre, il giorno in cui fu impallinato a Palazzo Madama. Una premessa con cui mettere nel mirino le toghe, bersaglio di un nuovo attacco, proprio come Angelino Alfano e gli “strappisti” di Ndc.

Contro le toghe – La rabbia del Cav si sfoga contro le toghe e contro la sinistra. L’affondo arriva quando il leader ripercorre le tappe dalla nascita di Forza Italia ad oggi: “Le tesi estremiste non fanno bene al Paese. Ricordiamoci come si arrivò alla nascita delle Brigate Rosse. Al confronto – ha chiosato – la P2 era un’accolita di illusi, mentre questi – avrebbe detto riferendosi a Magistratura democratica – si sono riorganizzati per scalare il potere“. E ancora: “E’ dai tempi di Togliatti che hanno imparato a presidiare tutto, dalla scuola alla giustizia”. Poi, però, in un comunicato di Forza Italia arriva la smentita: “Le frasi riportate dalle agenzie di stampa, specie quelle inerenti a Magistratura Democratica, attribuite al presidente Silvio Berlusconi, non corrispondono affatto alle sue dichiarazioni davanti ai parlamentari di Forza Italia”. L’ex premier, comunque, ha spiegato che “non è bello andare a dormire col pensiero e la paura che l’indomani mattina presto si presentano alla tua porta dei carabinieri che, dispiaciuti, mi chiedono di seguirli a San Vittore”. Il leader teme che l’assedio delle toghe si possa concludere con una richiesta d’arresto.

L’immunità – Nel passaggio del discorso contro le toghe, Berlusconi ha detto: “E’ ormai sotto gli occhi di tutti che una parte della magistratura interviene sistematicamente nella vita politica e nelle istituzioni. La magistratura calpesta lo stato di diritto ed è diventata partito politico”. Un rimedio a questa stortura ci sarebbe, “l’articolo 68 della Costituzione sull’immunità parlamentare che garantiva il lavoro del Parlamento”, ricorda Berlusconi. “La magistratura non interveniva in politica e nelle istituzioni”. E ancora: “La giustizia non è un problema solo di Silvio Berlusconi, ma riguarda tutti i cittadini. Io posso difendermi, ma tanti cittadini non possono farlo. Mi accusano di occuparmi solo dei miei guai e di non rispettare le sentenze, ma quanto sta accadendo è la dimostrazione che in Italia la magistratura è fuori controllo“.

“Vinceremo ancora” – Dopo aver chiuso la lunga parentesi sulla giustizia, Berlusconi suona la carica: “Garantiamo agli italiani che non ci saranno patrimoniali“, ha rimarcato, confermando di fatto che per Forza Italia la campagna elettorale è già aperta. “Torneremo a vincere le elezioni – ha scandito Silvio -, preparatevi alla prossima vittoria di cui sarete protagonisti”. Quindi il leader ha anticipato che “se ci sarà il ritorno al Mattarellum, Forza Italia potrebbe correre da sola alle elezioni”. E ancora: “Se lavoriamo bene, a Natale saremo ancora più su nei sondaggi”. Nessuna indicazione però sui futuri assetti organizzativi del partito, né sulla “cabina di comando”. Il Cav si è limitato a confermare la candidatura a tutti, garantendo anche “una progressione”, visto che con il divorzio dagli alfaniani si liberano delle posizioni in vetta.

Contro i “traditori” – Nel lungo intervento di Berlusconi, un passaggio è tutto per Nuovo Centrodestra e l’ex delfino, Angelino Alfano. Anche in questo caso i toni sono tutt’altro che concilianti: “Come possono pensare quelli di Nuovo Centrodestra – chiede il Cav – di poter continuare a collaborare con il Pd, visto che la sinistra ha decretato la mia morte politica? La gente – ha aggiunto – li ha già giudicati per quelli che sono”. E “quello che sono”, il Cavaliere, lo dice nella frase successiva: “Quelli di Nuovo Centrodestra hanno tradito gli elettori. Noi invece non lo faremo mai. Siamo orgogliosi di essere leali ai nostri elettori e ai nostri valori e ai nostri programmi”. Ma Berlusconi chiede poi ai suoi di non polemizzare in tv con gli alfaniani, “perché con i litigi non si va da nessuna parte e perché così si danneggia l’immagine del centrodestra”.


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4 Comments

  1. Comment di fiammetta mauri — 3 Dicembre 2013 @ 22:44

    Sacrosanto il contributo di Marcello Veneziani.

  2. Comment di x — 4 Dicembre 2013 @ 21:32

    http://www.corriere.it/foto_del_giorno/giannelli/index_201312.shtml

  3. Comment di x — 4 Dicembre 2013 @ 21:37

    http://www.corriere.it/foto_del_giorno/giannelli/13_novembre_28/giannelli-c1601db2-57f4-11e3-8914-a908d6ffa3b0.shtml

  4. Comment di Bartolomeo Di Monaco — 4 Dicembre 2013 @ 22:06

    Grazie a tutti voi. Vediamo di tenere d’occhio il Corriere, le sue evoluzioni sono significative per capire almeno il futuro più vicino.

    Vediamo anche cosa sapranno inventarci per tenere in vita questo parlamento illegittimo.

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart