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Violante disgustato dal suo Pd: ha violato i diritti di Berlusconi

4 Dicembre 2013

di Vittorio Macioce
(da “il Giornale”, 4 dicembre 2013)

Roma – È un sigillo e arriva da dove non te lo aspetti. Giustizia? No, vendetta politica. Luciano Violante da tempo vive nel Pd da eretico.
Quello che dice adesso varrà per molti suoi compagni di partito come una bestemmia capitale. «Il mio partito non ha garantito i diritti di Silvio Berlusconi». Violante è seduto accanto a Gaetano Quagliariello, nell’aula Toti della Luiss. Stanno presentando il libro di Giovanni Orsina Il berlusconismo nella storia d’Italia. Ci sono vent’anni di storia in ballo, gli ultimi e per molti forse è arrivato il momento di fare i conti. Non è più politica, è quasi storia. Non è polemica sul presente, ma un modo per guardarsi in faccia e riconoscere quello che è stato. Solo che Violante parte dalla fine, dagli ultimi giorni, dal voto sulla decadenza al Senato, da Berlusconi cacciato dal Parlamento. È un atto d’accusa contro la cultura che si respira nel partito democratico. La frustrazione che porta al risentimento. La voglia di liquidare e buttare fuori dal gioco della politica l’ingombrante e fastidioso avversario. La libertà individuale messa da parte, come un valore marginale, periferico, da sacrificare ancora una volta sull’altare della «ragione di partito». Quel giocare con le regole, personalizzandole. La distruzione dell’uomo di Arcore val bene una messa. L’idea che a un certo punto, quando non si trova altra via per batterlo, si può anche giocare un po’ sporco. Ed è la sconfitta della politica.

Violante scandisce con calma le parole: «Silvio Berlusconi aveva il diritto di difendersi davanti alla giunta per le immunità del Senato. Un partito come il Pd che non è capace di garantire i diritti dei suoi avversari non è credibile». Troppa fretta, troppa foga, con la sensazione che tutto fosse già scritto. Questo atteggiamento sarà il peccato originale della futura, ipotetica, terza repubblica. È di nuovo il frutto di una crisi politica e istituzionale non risolta. È non riconoscere il voto di dieci milioni di berlusconiani, non legittimati, trattati come un’anomalia, uno scherzo della storia. «È grave – dice Violante – che alcuni senatori abbiano espresso il loro orientamento prima di aver consultato tutti i documenti a loro disposizione».

Il timore di Violante è che questi venti anni abbiano cambiato in profondità la sinistra. L’antiberlusconismo ha finito con specchiarsi nel suo opposto. «Il berlusconismo ha contagiato la sinistra nel senso che è stata anteposta la rivincita sull’avversario rispetto al dato programmatico che consente agli elettori di fare una scelta politica». La furia della vendetta ha svuotato il Pd. Con il rischio, per loro, di non avere ancora vinto la partita con l’elettore berlusconiano. È la domanda a cui Orsina nel suo saggio risponde. Chi ha votato Berlusconi? Sono varie tipologie, ma quella più interessante è l’elettore che il professore della Luiss definisce «scettico». È un berlusconiano per necessità, per mancanza di alternative. Eccolo. È l’elettore che non si è mai sentito capito e rappresentato dall’Arcipartito e dalla vita pubblica. È quello di cui non si scrive, non si parla, non compare nei film e nei romanzi se non come maschera grottesca. È il vero «invisibile» della politica e della cultura italiana. Berlusconi è stato il primo a parlare ad ognuno di loro, come un «popolo di individui». Spesso li ha delusi, ma almeno li ha visti.

La sinistra questo elettore non lo ha mai capito. Non lo concepisce. Non lo riconosce. E questo è stato il suo grande problema, perché questo «berlusconiano scettico» pone domande cruciali, fondamentali anche per uscire da questa crisi, a cui la politica non sa dare risposte.
Violante non avrà grande futuro nel suo partito. La questione che pone resta però fondamentale. Come esce la sinistra da questi vent’anni? Cosa ha sacrificato nel nome dell’antiberlusconismo sempre più viscerale? La risposta non uscirà dalle primarie. È un percorso più lungo, che pochi avranno il coraggio di fare. Forse neppure Renzi.
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(Se giulio Mozzi, scrittore di grande talento, una volta lettore del mio blog, ancora mi segue -ma non credo – ricorderà della mia previsione che il vero male dell’Italia che la stava più profondamente minacciando, era costituito dall’antiberlusconismo, il quale non faceva altro che inculacare odio nei confronti dell’avversario politico, il quale certamente ci metteva del suo (parlo di Berlusconi), ma nessun democratico autentico aveva il diritto di dipingerlo come il nemico n. 1 dell’Italia e scatenare contro di lui un odio viscerale, che avrebbe privato l’italia del sale della democrazia: il confronto e un’alternanza ispirata al principio di far meglio di chi ci ha preceduto al governo. L’odio oggi è riconosciuto da molti come il male che ha distrutto la vera politica, sostituendola con il lordume. Non so quanti decenni dovranno trascorrere prima di depurarcene, ma il danno è stato fatto e molti, anche tra i cosiddetti intellettuali, sono i colpevoli. Violante, che una volta era considerato universalmente l’eminenza grigia del vecchio Pci, ha dismostrato con la sua dichiarazione (ancipata del resto qualche mese fa) di essersi accorto di quanto grave sia stato il danno arrecato dagli antiberlusconiani alla democrazia. Ho già scritto che alle prossime elezioni, contrariamente a quanto feci a febbraio scorso (non votai Berlusconi per i suoi mancati obiettivi, e non certo per i suoi vizi sessuali che ancora oggi mi richiamano alla mente altri più importanti statisti come Mitterand e John Fitzgerald Kennedy), voterò Forza Itaalia, qualunque sia il suo candidato premier, e ciò perché sono più che convinto che, come allora previdi i danni alla democrazia dell’antiberlusconismo, così oggi sono sempre di più convinto che gli storici riscriveranno il ventennio che abbiamo attraversato e marchieranno come obbrorio della politica, non solo gli odi e le parzialità sparse ai quattro venti, soprattutto da editorialisti e talk show vendutisi all’odio ad ogni costo, ma anche la sua sottomissione ad una magistratura corrotta e ben disposta nei confornti del miglior mallevadore, come ai tempi del fascismo nero, senza provarne nemmeno una punta di vergogna.
Come il lettore avrà notato, da quando ho subito un infarto mi limito a redigere alcune note, come questa, a commento degli articoli scelti per la rassegna stampa serale. Ciò per non affaticarmi troppo e anche perché fino a Natale avrò tutti i mattini occupati dalla riabilitazione cardiologica presso l’ospedale di Lucca. Conto però di riprendere al più presto le vecchie abitudini, non intendendo mollare rispetto ai soprusi che le istituzioni consumano ogni giorno contro i cittadini. Invoco ogni giorno di più una
nuova Norimberga per l’Italia. Vi chiedo solo un po’ di pazienza per me e per l’Italia, poichè per la nostra Patria qualcosa in meglio dovrà pur cambiare, ma solo dopo che avremo esemplarmente punito i colpevoli, e sono tanti, tantissimi, di ogni colore. bdm)


Renzi e la tela di Napolitano
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 4 dicembre 2013)

L’idea di Giorgio Napolitano, ovviamente condivisa da Enrico Letta, è di mantenere in piedi l’attuale Governo fino all’inizio del 2015 contando su un’elezione non plebiscitaria di Matteo Renzi alla segreteria del Partito Democratico. Il Presidente della Repubblica, che conosce alla perfezione le dinamiche ed i meccanismi interni della componente post-comunista del Pd, sa bene che se Renzi venisse eletto con una maggioranza ristretta non avrebbe la forza di mandare a casa il governo per giocare la carta delle elezioni anticipate. E dovrebbe impegnare tutto il suo tempo (altro che continuare a fare il sindaco di Firenze!) a tenere a bada una quasi metà del partito decisa a metterlo in difficoltà giornaliera per logorarlo nel minor tempo possibile. Può sembrare bizzarro che questa idea venga attribuita al Presidente della Repubblica e non al Presidente del Consiglio.

Normalmente dovrebbe essere Letta a preoccuparsi di conservare il proprio Governo e non Napolitano a fissare le strategie più opportune per lasciare al suo posto un Esecutivo che nel frattempo ha cambiato radicalmente la propria natura politica. Ma la bizzarria è diventata una regola. Al punto che nessuno ci fa più caso se le vicende della politica nazionale vengono decise sempre e comunque dal Quirinale e nel Quirinale. Come se la Repubblica fosse già presidenziale e Napolitano fosse stato eletto direttamente dal popolo come Obama o Hollande e non, per due volte di seguito, da parlamenti di nominati grazie ad una legge elettorale anticostituzionale! Bizzarri o meno, però, questi sono i fatti. Ed anche se la faccenda può inquietare o scandalizzare, non si può non prendere atto che la partita politica in corso è tutta interna al Pd tra Giorgio Napolitano da un lato e Matteo Renzi dall’altro.

Il primo vuole blindare il Governo Letta congelandolo a dispetto della fine delle larghe intese, della richiesta di rimpasto delle sue componenti e della sua oggettiva inadeguatezza (il caso Imu insegna). E spera che la componente interna del Pd, che fa capo a Cuperlo ma che è composta dai Bersani e dai D’Alema, riesca a rendere dimezzata la prevedibile elezione alla segreteria di Renzi. Il secondo capisce che il gioco di Napolitano e dei dalemiani (vecchi nemici che in nome del realismo post-comunista fanno fronte comune contro l’avversario del momento) è di azzopparlo per meglio cucinarlo a fuoco lento nel corso di un anno di tempo. Ma, oltre ad attendere l’esito delle primarie e vedere le dimensioni del suo successo, non sembra avere ancora deciso come reagire all’operazione messa in atto dal togliattiano di osservanza migliorista del Quirinale.

Incassare la vittoria presumibilmente dimezzata e subire il tentativo di logoramento impegnandosi a sostenere Letta in attesa di rinforzarsi e prendersi la rivincita in tempi migliori? Oppure prendere in contropiede Napolitano mandando a casa Letta e puntando decisamente ad elezioni anticipate che in ogni caso segnerebbero la fine del neo-presidenzialismo del Colle e la rottamazione definitiva del vecchio gruppo dirigente del Pd? L’incertezza di Renzi è comprensibile. Ma è anche un segnale di debolezza del sindaco di Firenze. Che se non sceglie di forzare la mano, con o senza investitura plebiscitaria, rischia di rimanere paralizzato nella tela del ragno filata da Napolitano e di finire drammaticamente imbozzolato a fare il segretario dimezzato e di transizione!
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(Arturo Diaconale non si smentisce come tra i più acuti, se non il più acuto, dei commentatori politici di casa nostra. Aiutatelo a mantenere in vita il quotidiano on line, che con la sua chiusura ci farebbe perdere una voce così illuminante. bdm)


Santanchè: “Berlusconi candidato in Bulgaria? Più facile che lo arrestino”
di Luca Romano
(da “il Giornale”, 4 dicembre 2013)

Intervenuta ad Agorà, su Raitre, Daniela Santanchè torna sull’accanimento giudiziario subito dall’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: “In Italia c’è stato un colpo di Stato per eliminare il leader del centrodestra – dice la deputata di Forza Italia -.

La telefonata della Cancellieri vale un plauso dal Capo dello Stato, quella di Berlusconi sette anni di galera. Due pesi e due misure. La vera anomalia di questo paese è come è organizzata la giustizia. Siamo l’unico paese al mondo con le correnti nella magistratura”.

La deputata azzurra non dà credito alle voci, circolate ultimamente, sulla possibile candidatura del Cavaliere in un paese straniero alle prossime elezioni europee. “Non mi stupirei – afferma la Santanchè – se domani arrestassero il presidente Berlusconi. Candidarsi in Bulgaria? Berlusconi non ne ha mai parlato, ma a me piacerebbe, perché dimostrerebbe che l’Italia si è comportata malissimo con lui. Ma non credo che accadrà, è più facile che vada in galera piuttosto che si candidi in Bulgaria”.


Berlusconi: “Mai pensato a candidarmi all’estero”
di Franco Grilli
(da “il Giornale”, 4 dicembre 2013)

Silvio Berlusconi candidato in Bulgaria per le europee? Una boutade. A dirlo è lo stesso Cavaliere: “Non ci ho mai pensato e ho visto con stupore la notizia apparsa sui giornali e nessuno ha pensato di chiamarci per conferma”, ha detto durante la presentazione del nuovo libro di Bruno Vespa.

“Sono ancora nell’atmosfera di chi, sincero democratico e innamorato della libertà, sente di stare in un Paese che non è più democratico”, ha ribadito l’ex premier, “Non ho nemmeno pensato ad alternative a stare qui per combattere ancora per la nostra libertà”.

Al centro del colloquio con Vespa c’è stata anche la legge elettorale, proprio oggi in discussione alla Corte costituzionale. Berlusconi ha commentato anche il possibile ritorno al Mattarellum, con il quale “è possibile correre da soli”, senza stringere alleanze con gli altri partiti di area. La colpa della minore afflueanza alle urne, però, non va vista nel Porcellum: “Io non credo che a causa di questa legge i cittadini si siano allontananti dalla politica”, ha spiegato, “Io credo che molta colpa degli ultimi 20 anni vada addosso ai cittadini: noi non abbiamo imparato ancora a votare con qualsiasi legge elettorale”.

Il dibattito si è poi spostato sulle riforme, che Forza Italia potrebbe anche votare “sull’articolo 138 se avessimo la certezza che la prima riforma costituzionale fosse una riforma completa e profonda della giustizia”.

Il Cavaliere ha inoltre criticato l’architettura istituzionale italiana che “è fatta non per decidere, ma per vietare”, al punto che il presidente del Consiglio ha solo il potere di stendere l’odg del Consiglio dei ministri”. Per questo è necessario un sistema diverso: “Dal ’94 abbiamo sempre chiesto l’elezione diretta del presidente della Repubblica”, ricorda, “Per noi andava anche bene un sistema alla francese in cui il presidente ha molti poteri e sceglie il presidente consiglio”.

E non è mancato un riferimento alla decadenza e allo strappo di Angelino Alfano. “Non vorrei entrare in questo argomento. Ho sofferto molto ma quello che è successo è chiaro: c’è un numero di senatori che collaborano con il partito che è alleato del nostro partito ma ha deliberatamente proceduto all’omicidio politico del capo del centrodestra. È un fatto grave perchè è un colpo di Stato di parte della magistratura con il Pd”, ha incalzato il Cavaliere, “Si è voluto eliminare dalla scena politica il leader del centrodestra, che è considerato da 20 anni l’ostacolo alla presa definitiva del potere da parte della sinistra. Quando il governo non è quello voluto dal popolo, la democrazia non c’è più. E una volta che la sinistra sarà al potere, non sarà più libera perchè sarà in balia di questa magistratura e il nostro sarà un povero Paese sottoposto a regime giudiziario”. E ha chiesto un’azione al Quirinale: “Considero quasi impensabile che un cittadino della mia età che nella vita ha fatto l’imprenditore, l’uomo di sport e l’uomo di Stato possa essere ritenuto da dover sottoporre a colloqui con assistenti sociali per riabilitarsi. Se ci sarà un minimo di saggezza al riguardo dovrebbe arrivare una grazia motu proprio dal capo dello Stato”.

Citato anche Matteo Renzi, i cui inizi “facevano vedere in lui una persona assolutamente moderata e si vedeva la provenienza dai giovani della Dc”. Al sindaco di Firenze viene affidato un ruolo chiave da Berlusconi: “Non posso fare una previsione, so che molti immaginano che una volta che Renzi sarà segretario del partito non possa restare alle prese con la mole di lavoro del segretario a lungo e che quindi sarà il Pd a decidere di andare alle elezioni per dare vita ad una vittoria”.


La Bulgaria candida Berlusconi alle Europee?
di Salvatore Dama per “Libero”
(da “Dagospia”, 4 dicembre 2013)

La pista bulgara. Rimane in ballo. C’è. Da Sofia confermano. È l’ipotesi di una candidatura di Silvio Berlusconi alle elezioni europee. Non in Italia, dove non può per effetto dell’interdizione dai pubblici uffici, ma all’estero. Nell’ ex Stato satellite dell’Urss. In Bulgaria fonti governative ammettono che sì, legalmente è possibile una candidatura di Silvio da loro. Così come è possibile che l’ex premier italiano ottenga la cittadinanza bulgara. Per meriti acquisiti nelle relazioni con le autorità locali, ma anche semplicemente investendo nella loro economia. Cinquecentomila euro.

Cifra non improponibile per il Cavaliere. Ieri il premier bulgaro Borissov ha confermato di avere buoni rapporti con Berlusconi dai tempi in cui erano colleghi premier,ma ha smentito che il leader del centrodestra italiano possa correre alle Europee nel suo partito.

Allora, per tutta risposta (ieri a Sofia era la notizia del giorno, Berlusconi è molto noto da quelle parti), si è fatto avanti Yane Yanev, leader della formazione di centro Rzs (“Ordine, Legge, Giustizia”): «Visto che Borissov dice che non candida Berlusconi, io invito Silvio a fare il capolista del mio partito», Yanev lo ha dichiarato a Btv. Aggiungendo: «Sono convinto che Berlusconi sarà un ottimo difensore degli interessi della Bulgaria a Bruxelles».

E in riva al Mar Nero sono già pronti a scommettere sull’elezione dell’ex presidente del Consiglio italiano. È sicura, dicono. Berlusconi? Ieri era a Roma per incontrare i parlamentari di Forza Italia. La riunione è stata l’occasione per fare il punto sull’organizzazione del nuovo partito, ma anche per lanciare nuove bordate ai giudici, poi smentite in serata: «Magistratura democratica persegue tesi estremiste», è durissimo il Cavaliere parlando davanti all’assemblea dei parlamentari azzurri, «e le tesi estremiste non fanno bene al Paese, ricordiamoci come si arrivò alla nascita delle Brigate Rosse».

Un parallelismo che fa rumore. E non è il solo: «Al confronto la P2 era un’accolita di illusi, mentre questi di Md si sono organizzati per scalare il potere». Una parte delle toghe, prosegue l’affondo berlusconiano, «interviene sistematicamente nella vita politica e nelle istituzioni, calpesta lo stato di diritto ed è diventata un partito politico». D’altronde, ricorda l’ex premier, quello è «un vecchio vizio dei comunisti».

È «dai tempi di Togliatti che la sinistra ha imparato a presidiare tutto, dalla scuola alla giustizia». Perciò Silvio proprio non si capacita: «Come possono Alfano e gli altri collaborare con chi ha ucciso politicamente il loro leader?». La gente, aggiunge riferendosi ai sondaggi, «li ha già giudicati».

Quelli del Nuovo centrodestra «hanno tradito gli elettori, noi invece non lo faremo mai. Siamo orgogliosi di essere leali ai nostri elettori e ai nostri valori e programmi». Silvio non accetta la critica di parlare per fatto personale: «Mi accusano di occuparmi solo dei miei guai, di non rispettare le sentenze. La giustizia è un problema di tutti, non solo di Silvio Berlusconi. Riguarda i cittadini, io posso difendermi, ma tanta gente non può farlo. Quanto accade a me è la dimostrazione che in Italia la magistratura è fuori controllo».

Berlusconi torna a definire il voto al Senato sulla sua decadenza come «un colpo di Stato». Sostiene che all’estero «quello che è successo a Palazzo Madama è incomprensibile, nessuno riesce a spiegarselo». Il Cavaliere, infine, giura a deputati e senatori che non intende porgere l’altra guancia. Vuole andare avanti con l’impegno politico. Lottare. «Getteremo le basi per vincere le elezioni e tutti voi sarete protagonisti. Faremo una battaglia per la libertà», Forza Italia è «un grande gruppo, possiamo fare un grande lavoro».
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(Trattandosi di elezioni europee non ci sarebbe niente di male, mi pare. Berlusconi potrebbe da parlamentare europeo fare la sua battaglia contro la magistratura italiana politicizzata e schierata a priori contro di lui: lo accuserebbero e condannerebbero anche se schiacciasse una zanzarra che gli succhiasse il sangue sul dito di una mano. Nello stesso tempo, insieme con i parlamentari di Forza Italia, continuerebbe a fare gli interessi, non solo della Bulgaria, ma anche dell’Italia. Forse dico delle fesserie? Non credo proprio. bdm)


Forza Italia contro i senatori a vita. «Non hanno gli altissimi meriti»
di Redazione
(da “l’Unità”, 4 dicembre 2013)

I commissari di Forza Italia Elisabetta Casellati e Lucio Malan hanno presentato in Giunta per le Elezioni del Senato la questione sulla sussistenza dei requisiti previsti per la convalida dei senatori a vita, chiedendo un rinvio per l’acquisizione della documentazione necessaria.

«Pur rispettando il capo dello Stato e i quattro nominati – dicono – dalle carte trasmesse alla giunta non sono emersi elementi sufficienti ad identificare gli ‘altissimi’ meriti scientifici della prof. Cattaneo né gli ‘altissimi meriti socialì attribuiti a tutti e quattro».


Senatori a vita con quali meriti?
di Andrea Indini
(da “il Giornale”, 4 dicembre 2013)

Lo scorso agosto, mentre gli italiani erano ancora spalmati sulle spiagge a rosolare e a godersi le meritate vacanze, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano metteva a segno un colpo perfetto.
Senza badare a spese, tanto a pagare sono sempre i contribuenti, aveva “assunto” quattro senatori a vita per sostenere il malandato governo Letta. Quattro assegni da 300mila euro per garantire il futuro alle larghe intese. Tanto ci costeranno, ogni anno, il maestro Claudio Abbado, l’architetto Renzo Piano, il fisico Carlo Rubbia e la ricercatrice Elena Cattaneo. Ma con quali meriti? Aldilà dell’esigenza politica sfugge per quale motivo dobbiamo sborsare un milione e duecentomila euro all’anno ai senatori a vita di Re Giorgio.

In Giunta delle elezioni Elisabetta Casellati e Lucio Malan hanno posto la questione sulla sussistenza dei requisiti previsti per la convalida dei senatori a vita chiedendo un rinvio per l’acquisizione della documentazione necessaria, non considerando “sufficienti” i loro meriti. “Pur rispettando il capo dello Stato e i quattro nominati – spiegano i due senatori di Forza Italia – dalle carte trasmesse alla Giunta, non sono emersi elementi sufficienti a identificare gli ‘altissimi’ meriti scientifici della professoressa Cattaneo né gli ‘altissimi meriti sociali’ attribuiti a tutti e quattro”. In realtà, come aveva già regalato a Mario Monti un lauto vitalizio affinché accettasse l’incarico a Palazzo Chigi una volta fatto fuori l’allora premier Silvio Berlusconi, Napolitano non sembra aver scelto i quattro senatori a vita per i loro “meriti sociali”, bensì per l’appartenenza politica. Il loro curriculum parla da solo: su Le Figaro Abbado definì “cretini” gli italiani che nel 2001 votarono Berlusconi, sul Time Renzo Piano accusò il Cavaliere di aver dato ossigeno alla parte peggiore della società, su Repubblica Rubbia definì il governo Berlusconi “umiliante” e la Cattaneo aprì una causa contro il leader di Forza Italia. Insomma, una pletora di sinistrorsi di specchiata fede antiberlusconiana che, ne era certo Napolitano a suo tempo, avrebbe ricambiato il favore al momento opportuno.

E il momento opportuno è arrivato quando il Senato, dove il governo può contare su una maggioranza più esigua rispetto a quella di Montecitorio, ha dovuto votare sulla decadenza di Berlusconi da senatore. Alcuni di loro, fino al 7 novembre, non avevano collezionato alcuna presenza in Senato. Nel giorno della decadenza si sono fiondati a Palazzo Madama. Maurizio Gasparri ha criticato in particolar modo Renzo Piano, “un senatore a vita recordman di assenteismo”, accusandolo di aver votato solo per “contribuire al vergognoso rito dell’illegalità”. Ma anche gli altri tre non sono mai brillati per la propria presenza in Aula. Ultimamente, però, hanno deciso di formalizzare la propria appartenenza politica. Mentre Rubbia e la Cattaneo sono passati al gruppo per le autonomie Psi, Abbado e Piano sono rimasti al Misto in compagnia dei sette senatori del Sel e dei cinque fuoriusciti dal Movimento 5 Stelle. Insomma, se i “meriti sociali” sono dubbi, quelli politici sono chiarissimi.


Forza Italia contro i Senatori a vita: “Non hanno i requisiti indicati dalla Costituzione”
di Redazione
(da “Libero”, 4 dicembre 2013)

Forza Italia dichiara guerra ai Senatori a vita nominati da Giorgio Napolitano lo scorso agosto. In Giunta delle elezioni di Palazzo Madama, i senatori forzisti Elisabetta Casellati e Lucio Malan hanno posto la questione sulla sussistenza dei requisiti previsti per la convalida dei Senatori a vita, e hanno chiesto un rinvio per l’acquisizione della documentazione necessaria. “Pur rispettando il Capo dello Stato e i quattro nominati – spiegano -, dalle carte trasmesse alla Giunta non sono emersi elementi sufficienti ad identificare gli altissimi meriti scientifici della prof. Cattaneo né gli altissimi meriti sociali attribuiti a tutti e quattro (oltre alla Cattaneo, Renzo Piano, Carlo Rubbia e Claudio Abbado, ndr).

Il precedente – Il quartetto, che senza indugi ha recentemente votato la decadenza di Silvio Berlusconi nel corso di una delle pochissime sedute a cui hanno partecipato, era stato nominato da Napolitano lo scorso agosto: il Capo dello Stato aveva estratto dal suo cilindro il premio Nobel per la Fisica, la celebre archistar, la neurobiologa della ricerca sulle staminali e il direttore d’orchestra. Cattaneo, Piano, Rubbia e Abbado, nel giorno della decadenza del Cav, erano già finiti nel mirino di Forza Italia. Il 27 novembre, infatti, Sandro Bondi e Maurizio Gasparri avevano puntato il dito: “Solo oggi sono tutti presenti, chi è venuto solo oggi a Palazzo Madama a partecipare a questa gogna non fa onore al suo incarico”.

M5S e Lega con Fi – Con il Pdl, e contro i nominati da Re Giorgio, si schierano i grillini, che dichiarano: “Voteremo contro la convalida dei quattro senatori a vita”, perché “a parte i rilievi sui meriti di queste persone, riteniamo che i parlamentari debbano lavorare, cosa che evidentemente questi signori non hanno mai fatto, visto che si degnano di essere presenti in Senato solo in particolari situazioni, molto politiche, e per fare da stampella al governo”. Ad allargare il fronte anche la Lega Nord, da cui arriva pollice verso nei confronti di Abbado, Cattaneo, Piano e Rubbia. Parla Erika Stefani, componente della Giunta delle elezioni del Senato, che rincara: “Per noi la figura del senatore a vita dovrebbe essere abolita e, fino a quando questo non accadrà non dovrebbero avere alcuna indennità”.

Il commento di Gasparri – Dopo la richiesta di chiarimenti avanzata in Commissione, un commento alla vicenda è arrivato ancora da Gasparri. “Quelle dei Senatori a vita sono scelte opinabili sotto il profilo del pluralismo delle provenienze – ha spiegato -. Non so se i Senatori a vita recentemente nominati abbiano o meno i requisiti per l’alto incarico. Il Capo dello Stato avrà fatto riflessioni e verifiche, e ci sono casi in cui riconoscimenti prestigiosi conseguiti risolvono il quesito. Ma faccio due osservazioni – prosegue Gasparri -. Da un lato si sono escluse significative aree culturali al momento di scelte che sono apparse opinabili sotto il profilo del pluralismo delle provenienze. Resta poi la intollerabile condotta di Renzo Piano – ha chiosato -, che a differenza degli altri senatori a vita è venuto in Aula solo per il voto sulla decadenza di Berlusconi”.
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(Ottima iniziativa. L’istituto è stato screditato in particolare per l’uso politico fattone da Napolitano. Ho scritto che per come sono andate le cose – nomina a fini della cacciata di Berlusconi dal senato – il fatto è un buon motivo per richiedere l’impeachment. Del resto la vignetta del 28 novembre di Giannelli – sparita di circolazione all’interno del Corriere – ne era buona interprete – Lo si abolisca, dunque, e a chi ha meriti, questi gli siano riconosciuti con una onorificenza senza compenso economico. E’ più che sufficiente e ragguardevole. bdm)


Renzi: “Entro il 25 maggio cambieremo la legge”
di Antonella Rampino
(da “La Stampa”, 4 dicembre 2013)

Che Matteo Renzi si sarebbe giocato la carta del «no Porcellum» per le primarie lo si era capito da una decina di giorni. La sera del confronto con Civati e Cuperlo ha un po’ scoperto le carte, semplificando di molto (come quel «via il Senato», ripetuto pure ieri, che in realtà significa «uscita dal bicameralismo perfetto e nascita del Senato delle Regioni»). Ieri ha strappato il primo traguardo: lo spostamento dal Senato alla Camera della pratica. Il via libera del presidente del Senato – la procedura prevede che lo spostamento sia formalizzato attraverso un colloquio col presidente della Camera – lascia intendere che il Colle non fosse all’oscuro del passaggio. Alla Camera il Pd e Forza Italia hanno i voti per tramutare in legge l’intesa, quando sarà formalizzata. Ed è un tipo d’intesa bipartisan per la quale, complice anche il «passaggio parlamentare per la discontinuità» voluto da Napolitano e fissato in agenda per l’11 dicembre, si cerca di tessere il filo proprio con i berlusconiani. Che, a differenza del proporzionalista Alfano, puntano a «salvare» il bipolarismo e la stabilità di governo.

Dunque, il sindaco di Firenze ha vinto la partita dello spostamento del dossier sulle regole per le elezioni dal Senato alla Camera, ma tiene in tasca le sue tre proposte (in realtà sono quattro, ma l’ultima è stata espunta, mantenendola comunque coperta, tante volte dovesse servire un asso nella manica): il ritorno al Mattarellum, il doppio turno, o un Mattarellum corretto. Il famoso «Matteum», trasformare quel 25 per cento di proporzionale in un premio di maggioranza da giocarsi in un secondo turno, altro non è che una proposta di scuola, formulata lustri fa da alcuni maestri del costituzionalismo italiano. Renzi non si addentra nei dettagli. Non solo non lo fa pubblicamente, perché quella è materia della necessaria mediazione con le altre forze politiche, soprattutto è convinto che ai cittadini basti lasciar intendere l’obiettivo: una legge elettorale in cui si possa votare il candidato, e che possa portare a Palazzo Chigi la sera stessa delle elezioni un premier. Che cosa sarà mai, discutere se la correzione del Mattarellum avviene poi facendo scattare il premio di maggioranza attraverso il doppio turno, o ridisegnando i collegi (come sarebbe bene fare, perché i due ultimi censimenti raccontano di spostamenti di popolazione da una regione all’altra)?

Nella giornata in cui però la Corte Costituzionale ha la cortesia istituzionale di dar tempo alla politica prima di decidere sul ricorso arrivato via Cassazione contro il famigerato porcellum, da quell’austero palazzo spira quello che un’alta fonte chiama con fair-play «l’orientamento prevalente della discussione in atto alla Corte». Ovvero, il ripristino del Mattarellum (in questo caso, a differenza che nell’esame del referendum, la Corte se cassa una legge può far rivivere la precedente). Per ora, concretamente la Corte dà ancora tempo alla politica. Renzi ha bisogno di una congrua investitura alla primarie, domenica prossima, per entrare nel vivo della legge elettorale. Per raggiungere il traguardo, garantisce anche lealtà al governo e a Letta. «Punto alla prima lettura della nuova legge elettorale per il 25 maggio 2014»: una evidente garanzia, da parte del futuro segretario del Pd alla durata dell’esecutivo per tutto l’anno nella cui seconda parte l’Italia guiderà la Ue. Cosi, si è tirato un sospiro di sollievo in non pochi Palazzi. Perché poi, in genere, la legge elettorale è propedeutica alle elezioni.


Berlusconi e l’arte dell’indecidibile
di Salvatore Merlo
(da “Il Foglio”, 4 dicembre 2013)

E già i suoi ironici e disillusi cortigiani lo chiamano “modulo Galliani”, perché così come il Cavaliere calcistico ha deciso di non decidere nel suo Milan governato da due amministratori delegati, Adriano Galliani e Barbara Berlusconi, così il Cavaliere politico ha deciso di non decidere riguardo a Forza Italia, partito senza incarichi (anzi, governato da comitatoni regionali da 50 elementi ciascuno), né sembra aver maturato idee chiare riguardo al destino del governo, di cui rimane mezzo socio e mezzo oppositore. “Berlusconi vuole arrivare alle europee senza drammi, vuole tenere tutti, non vuole perdere nemmeno un uomo, nemmeno un voto”, confessa bonario Gianfranco Micciché, sottosegretario dimissionario delle larghe intese, lui che ha abbandonato il governo di Letta e Napolitano – pare – prima che il Cavaliere glielo chiedesse, cioè prima che il Sultano di Arcore decidesse che invece “è meglio se i nostri sottosegretari restano dove sono” (cosa che ha fatto innervosire Letta, adesso deciso a “pretendere” le dimissioni). E infatti il verbo ambiguo del presidente padrone, disceso fino ai piedi dell’instabile trono di Letta e Napolitano, suona all’incirca così, “state fermi”.

E poiché nel suo mondo inafferrabile e contraddittorio non c’è ghiribizzo o cacofonia di cui non si possano disciplinare i contegni attraverso alfabeti, scale Mercalli e grammatiche, i suoi uomini fedelissimi, riuniti nelle stanze di piazza San Lorenzo in Lucina, si guardano fra loro negli occhi gravidi di curiosità e s’interrogano: “Oggi a che livello siamo nella scala dell’incertezza?”; “livello 3”, risponde sornione Maurizio Gasparri. E l’uso satirico dei numeri è come un’armatura che li difenda dalla solitudine spaurita del dubbio; i dignitari di Forza Italia rinunciano a penetrarsi della verità di Berlusconi, il cui segreto è troppo semplice o troppo incandescente per loro. D’altra parte il Cavaliere ha costruito (o è stata costruita per lui) una zona grigia, anfibia, che sta di qua ma sta anche di là, fatta di parlamentari di Forza Italia pronti a passare con Alfano, alfaniani pronti a tornare in Forza Italia, sottosegretari fedeli a Palazzo Chigi ma anche a Castello Grazioli. Fedele Confalonieri e Gianni Letta hanno teorizzato il bipolarismo in casa propria.

Essendo d’intelligente razza latina, Fedele Confalonieri è poco incline al culto degli eroi e perciò del suo amico fraterno Cavaliere fa ogni tanto oggetto di affettuosi e confidenziali motteggi, “Silvio è Amleto”, dice con candore. E per meglio proteggere Amleto è necessaria attorno a lui una struttura amletica, una cosa che gli aderisca – per quanto possibile – come uno strano e proteiforme guanto, che ne riproduca e ne assecondi le fantasiose ambiguità, gli scarti improvvisi e le temerarie ritirate, le giocose e ciniche incertezze, un organismo, un universo elastico e gommoso che gli permetta di restare nel suo confuso e indecifrabile limbo senza troppo patire. Il presidente di Mediaset è stato un sostenitore acceso dei due partiti per un solo leader, gli alfaniani da una parte e i forzaitaliani dall’altra ma tutti sotto il supremo tetto di Arcore, poi si è fatto più cauto, ha visto in televisione le baruffe di Santanchè e Formigoni, ha ammesso che due aziende concorrenti forse non possono avere lo stesso amministratore delegato senza danneggiare i loro bilanci, malgrado altri amici e familiari del Cavaliere, come Gianni Letta e Cesare Previti, gli abbiano invece spiegato che la politica non è come lo share, e che insomma i voti a differenza del pubblico televisivo alla fine si sommano sempre. E da personalità pratica qual è, Confalonieri, uomo d’affari e di concretezza, lui che guarda alla sostanza delle cose, da quel momento in poi si è messo a osservare con un misto di fascinazione e timore lo strano e geometrico caos alimentato intorno al suo amico, quasi fratello Berlusconi; in politica come altrove, in Forza Italia come nel Milan. Il prestigiatore, Berlusconi supremo, non solo è bravo, ma bara. Modulo Galliani, appunto.

“Se hai un prodotto e non c’è mercato è inutile mettersi a fare pubblicità”, suggerisce, sinuosa, Daniela Santanchè, lei che vorrebbe abbattere Letta, Napolitano e tutto il cucuzzaro della grande coalizione. Il mercato sono le elezioni, che non si vedono all’orizzonte. Eppure la Pitonessa non spera, ma sa, che l’apparente incertezza di Berlusconi ha un senso remoto e che misteriosamente sarà prima o poi riscattata da un colpo di reni (“o da un colpo di culo”, dicono). Dunque attende con calcolata pazienza e asseconda la calibrata follia del suo capo, senza tuttavia derogare mai dal ruolo che il destino ha voluto assegnarle, quello d’aggressiva Pitonessa politica. Nel frattempo, nell’attesa, si deve galleggiare nel vischio prodotto dal Mago di Arcore, e dunque i sottosegretari finché possibile restano al loro posto, così come il loro odiatoamato governo.

“Berlusconi ce lo aveva già chiesto di non dimmetterci”, racconta Micciché, “poi però Silvio ha cambiato idea”; e infine, l’inconoscibile Sovrano di Arcore, l’ha ricambiata ancora una volta: “Restate dove siete”, ha ordinato ieri Berlusconi incorrendo nell’indissimulabile irritazione di Enrico Letta e Napolitano, i quali hanno cominciato a pretendere che viceministri e sottosegretari di Forza Italia se ne vadano (ieri il primo, il viceministro degli Esteri Bruno Archi). Ma ogni disordine nel Castello è sincera menzogna, polvere negli occhi per frastornare e restare sempre vivi e in sella. E così le grandi battaglie anti euro, persino l’escogitazione creativa d’un referendum contro la moneta unica, con tutta la mole di letteratura che Daniele Capezzone – presidente della commissione Finanze della Camera, altro posto che spetta ai membri della maggioranza di governo ma incongruamente trattenuto dalla strana opposizione – restano ancora a impolverarsi in un cassetto, forse non per sempre, ma chissà. Anche Renato Brunetta macina idee, altroché, si agita e agita i suoi collaboratori, è un turbinio di fantasia, irrefrenabile, sogna di cavalcare il ministro Saccomanni e il premier Letta come Astolfo, il paladino focoso e impulsivo di Ariosto, cavalcava il suo nobile cavallo, ma poi anche l’inarrendevole Brunetta deve arrendersi di fronte al suo gommoso Sovrano. E sgrana gli occhi, morde il freno, perché il via libera supremo, “si cominci”, non arriva mai. E insomma il governo non cade, la campagna elettorale non comincia, e dunque è persino inutile che l’immaginifico amministratore delegato di Forza Italia, Berlusconi dottor Silvio, prenda una decisione di qualsiasi tipo mentre altri fanno il lavoro sporco anche per lui, Beppe Grillo cannoneggia il muro portante della grande coalizione (Giorgio Napolitano) e Matteo Renzi scheggia l’altro colonnino, il muretto Alfano.

E il modulo Galliani, applicato a ogni aspetto della loro sfibrante convivenza con il Capo, è stordente per gli uomini e le donne di Forza Italia. Ieri il Cavaliere, tornato a Roma (per presentare oggi il libro di Bruno Vespa, non certo un salotto antigovernativo), ha finalmente imposto l’ordine del disordine nel suo partito. Per non scegliere, per non consegnare la sua Forza Italia a nessuno, ha escogitato un’organizzazione pletorica e dispersiva, confusa eppure perfetta, puntiforme ma geometrica, secondo l’idea cinicamente ludica che Lui ha del potere e del suo esercizio. Dunque, ai cortigiani che speravano di incontrarlo per ricevere promozioni e galloni, mostrine e medagliette, Berlusconi ha invece mostrato un mondo fatto d’una miriade di parlamentini regionali: “In ogni regione si avvierà una fase costituente”, ha detto il Cavaliere, sadico, “che prevede la formazione di un comitato composto da tutti i parlamentari nazionali ed europei eletti nelle stesse regioni. Ne faranno parte anche esponenti della società civile”. Il caos organizzato, la costituzionalizzazione della stasi, d’una immobilità che gli consentirà di fare tutto lui, e delegando il minimo indispensabile. “Odia il partito”, sintetizzano, consapevoli, i cortigiani, gli stessi che in pubblico si vestono da non partito, da antipartitocratici, per farlo contento. “Adesso prende forma la grande intuizione del presidente”, esulta Deborah Bergamini; “la scelta compiuta oggi da Berlusconi dà slancio alla nuova Forza Italia”, recita Raffaele Fitto; “finalmente una struttura non autoreferenziale, ma aperta alle istanze dei cittadini”, gioisce Jole Santelli… In realtà il Cavaliere ha deluso tutti, e tremendamente. Ha azzerato il correntismo serpeggiante e non ha premiato i falchi che si aspettavano di riempire il vuoto lasciato da Alfano per scagliarsi contro il governo.

Fedele soltanto alle sue incognite inclinazioni e imprendibili fantasmagorie, Berlusconi continua piuttosto a costruire quella strana creatura chiamata “club Forza Silvio”, i suoi comitati elettorali, paralleli e impasticciati col partito, affidati a Marcello Fiori, l’ex numero due di Guido Bertolaso, una figura di cui tutti i dignitari di Forza Italia parlano benissimo finché temono di essere intervistati, ma poi, una volta al riparo, sussurrano: “Lo sapevi che è stato capo segreteria di Gentiloni? Quello stava al ministero con Rutelli”.
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(Al momento Berlusconi ha un grande attenuante che lei, Merlo, da giornalista politico di lunga data avrebbe dotuto annotare. Ossia che il Pd è in attesa del suo nuovo segretario e non v’è dubbio che i comportamenti di Forza Italia saranno molto condizionati da quel risultato. E’ anche vero che Berlusconi nel passato è stato un ingenuo temporeggiatore, ma la causa di ciò l’ho sempre attribuita ai suoi consiglieri più schierati dalla parte di Napolitano che di Berlusconi. In primis Gianni Letta di cui ho l’impressione che lei non si sia ancora reso conto dei danni che i suoi consigli di moderazione – quando la moderazione era fuori luogo e si doveva andare ad elezioni – hanno sempre portato vantaggi all’opposizione oltre che a Re Giorgio. Non si dimentichi che Gianni Letta è colui che sparlò di Berlusconi con l’ambasciatore americano, ed io a queste rivelazioni documentate ci credo, eccome, mentre il buonista Berlusconi ci passò sopra con troppa leggerezza, facendo il suo danno. bdm)


La Lega è morta. il leghismo è più vivo che mai
di Michele Brambilla
( da “La Stampa”, 4 dicembre 2013)

Nessuno parla più della Lega. Quando si fanno ipotesi su come andrebbe a finire in caso di elezioni in primavera, tutti si chiedono se un Pd di Renzi potrebbe vincere da solo, se Grillo farà il bis, se Berlusconi compirà l’ennesimo miracolo, se il Nuovo Centrodestra morirà in culla o risulterà determinante. Ma nessuno, appunto, parla della Lega.

Quando se ne parla, se ne parla come di roba da Storia illustrata. Infatti nei giorni scorsi sulle prime pagine dei giornali la Lega è sì tornata, ma c’è tornata appunto per vicende passate: il processo contro il cerchio magico, il tesoriere infedele, la laurea finta del Trota. Fatterelli, o misfatterelli, un po’ provinciali, in fondo la prova del mesto tramonto di un’epopea durata anche troppo. Soprattutto la scomparsa dalla scena politica di Umberto Bossi – che della Lega era non solo il fondatore, ma anche l’unico vero leader – fa pensare che una stagione sia finita per sempre.

Tutto questo è innegabile. Ma comporta il rischio di una grave sottovalutazione politica.
Il rischio di non vedere che, se la Lega è morta, il leghismo è più vivo che mai. Per leghismo non intendo un progetto politico, federalista o secessionista che possa essere, ma la rabbia del Nord. Una rabbia che è ancora più forte di quella sul cui fuoco poté soffiare, ormai quasi trent’anni fa, l’allora politico da bar Umberto Bossi e, ancor prima di lui, l’orgoglio veneto che diede vita alla Liga. Allora infatti si recriminava contro l’occupazione dei meridionali nelle scuole e negli uffici pubblici, contro l’arrivo dei primi immigrati, contro Roma ladrona e sì, certo, anche contro le tasse e la burocrazia: ma non c’era, ad aggravare tutto, la drammatica crisi economica di oggi. Il Nordest era in pieno miracolo, e la Lombardia il Piemonte e la Liguria erano sempre e comunque il triangolo industriale d’Italia.

Oggi, chi uscisse dai Palazzi della politica (per Palazzi intendendo anche l’astrazione di molte analisi giornalistiche) e incontrasse gli imprenditori (grandi, medi e piccoli) del Nord – ma anche i professionisti, gli artigiani e pure molti lavoratori dipendenti a rischio disoccupazione – si accorgerebbe che la crisi ha acuito a dismisura il rancore contro Roma e contro l’Italia, più che mai ritenuti capitale corrotta e Nazione infetta, o come minimo inetta.

Lunedì sera, a Milano, c’è stata una cena con Maurizio Lupi e un centinaio di imprenditori. A un certo punto uno di questi imprenditori si è alzato e ha detto: «Caro ministro, la mia azienda ha un carico fiscale di quasi il settanta per cento. Sa che c’è di nuovo? Che con il mio socio abbiamo deciso di aprire un’altra fabbrica in Svizzera, dove produrremo le stesse cose e risparmieremo fin da subito il venticinque per cento di tasse». Tutti i presenti hanno dimostrato di pensarla così, e il problema è che nessuno stava contestando Lupi, al quale anzi riconoscevano buone idee e buona volontà. Il problema è che ormai questo mondo pensa che, anche se c’è un ministro che dice cose giuste, non lo faranno lavorare. Il problema insomma è una sfiducia insuperabile in un sistema che stritola le migliori persone e le migliori intenzioni.

Anche un mese fa, a Verona, all’assemblea della Confindustria provinciale, ho sentito discorsi del genere. E quando, la scorsa settimana, sono stato nella Bergamasca per raccontare una storia di «nero» depositato in banca, ho sentito quanto gli imprenditori siano solidali con chi fa appunto «il nero». E badate bene: se è vero che la furbizia e l’egoismo non sono estranee a queste inclinazioni, è vero pure che sarebbe miope non cogliere anche una giusta esasperazione per un carico fiscale al di là di ogni confronto internazionale («Quest’anno chiudo in perdita, perché devo pagare l’Irap?», mi ha detto uno) e per una burocrazia che rende quasi impossibile l’apertura di una nuova impresa.

Non sappiamo chi raccoglierà, nelle urne, i frutti di questa rabbia: probabilmente nessuno. Ma non è questo, comunque, l’aspetto che deve preoccupare la politica. L’aspetto principale è che il declino della Lega non deve illudere: al Nord c’è qualcosa di più profondo di una protesta, c’è una voglia di andarsene. E una rabbia che non è più contro i politici, ma contro lo Stato, il che è molto peggio.


Rai, Brunetta smaschera Floris: “Così ha quadruplicato lo stipendio”
di Sergio Rame
(da “il Giornale”, 4 dicembre 2013)

Ma quanto guadagna realmente Giovanni Floris? E soprattutto: come è stato impostato il suo contratto? Le domande sono tutt’altro che scontate dal momento che la Rai è un’azienda pubblica e che sui contratti dei dipendenti che lavorano a viale Mazzini dovrebbe esserci una maggiore trasparenza.

Proprio per questo, Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia, ha depositato in commissione di Vigilanza Rai un’interrogazione che chiede “gli opportuni chiarimenti sul contratto in essere tra l’azienda del servizio pubblico” e il conduttore di Ballarò.

Per molti anni Floris sarebbe stato legato alla Rai da un contratto di lavoro a tempo indeterminato. A partire dal 2007, su suo personale impulso, il giornalista avrebbe richiesto e ottenuto dai vertici di viale Mazzini un nuovo contratto di lavoro autonomo, da libero professionista, ricevendo un compenso quattro volte superiore rispetto a quello percepito in precedenza, con un evidente aggravio di costi per l’azienda. “Perché la Rai ha accettato delle condizioni tanto sfavorevoli?”, si è chiesto Brunetta. Per di più, il nuovo contratto, conterrebbe al suo interno una piccola, ma interessante clausola secondo la quale, alla scadenza del contratto, la Rai sarebbe obbligata alla riassunzione. “Se tutto questo fosse confermato – ha tuonato il capogruppo di Forza Italia a Montecitorio – ci troveremmo di fronte a un contratto di lavoro mai visto nel panorama giuslavorista”. Un contratto che gode sia di tutti i benefici dei liberi professionisti sia di tutte le garanzie dei contratti a tempo indeterminato. “Praticamente un sogno per le migliaia di giovani precari che lavorano nel mondo dell’informazione, a partire proprio dalla Rai”, ha chiosato Brunetta facendo notare come il contratto di Floris vada a cozzare con quanto predicato dallo stesso giornalista nel libro Mal di merito. L’epidemia di raccomandazioni che paralizza l’Italia (Rizzoli).

Dopo la denuncia di Brunetta, la palla alla presidente Anna Maria Tarantola e al direttore generale Luigi Gubitosi. L’esponente forzista li ha, infatti, invitati a “fare piena luce”, nel più breve tempo possibile, su questa vicenda che, se confermata, si configurerebbe come “un vero schiaffo alla politica di risanamento e spending review promossa dagli attuali vertici Rai”.


Napolitano, l’imbalsamatore fallito
di Marco Travaglio,
(da “Il Fatto quotidiano”, 4 dicembre 2013)

Tutto cominciò il 22 aprile, con il discorso della Corona del ripresidente Napolitano. Fra una frustata e l’altra ai partiti che l’avevano rieletto, l’Imbalsamatore commissariò il Parlamento dettandogli le sue condizioni, cioè il programma politico del secondo mandato: governo di larghe intese in barba al risultato delle elezioni di due mesi prima, riforme sfuse dettate “dai due gruppi di lavoro da me istituiti il 30 marzo” (i 10 “saggi” della prima infornata), riforma della seconda parte della Costituzione a cura del nuovo governo (suggerita dai 35+7 “saggi” della seconda infornata e approvata entro 18 mesi, previa modifica entro fine anno dell’articolo 138 per fare più in fretta) e nuova legge elettorale. E se la nuova maggioranza decisa da lui avesse sgarrato? “Se mi troverò di nuovo – minacciò – dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al paese”. Cioè si sarebbe dimesso, lasciando i partiti in mutande, orfani del loro Lord Protettore. Applausi, standing ovation, ola.

Da quel dì sono trascorsi 226 giorni. Risultato: il governo di larghe intese non c’è più; le riforme dei saggi di prima infornata sfuggono ai radar; quella del 138 è stata votata solo tre volte e alla quarta Forza Italia s’è sfilata, così addio maggioranza dei due terzi, dunque referendum confermativo, ergo meglio ritirarla (non farebbe guadagnare, ma perdere tempo); le bozze dei saggi di seconda infornata, senza il 138-turbo andranno alle calende greche; la legge elettorale non c’è, perché i partiti non sono d’accordo fra loro né al proprio interno; il presidente del Senato butta la palla alla Camera perché, tanto per cambiare, gli vien da ridere; la Consulta che potrebbe imporre qualcosa, opportunamente monitata, decide di rinviare. Come tutti, del resto. Una catastrofe. O, per dirla con il Wall Street Journal, “la stabilità del cimitero”. Con la differenza che i cadaveri freschi qualche fremito ce l’hanno: si chiama rigor mortis. Il governo Napo-Alfetta, nemmeno quello. Nessuna, dicesi nessuna delle condizioni poste da Napolitano per la sua ripermanenza sul Colle si è verificata: fallimento su tutta la linea. Come del resto era ampiamente prevedibile fin da aprile: non si può raddrizzare il legno storto della politica italiana con un paio di moniti, cioè imporre dall’alto, dall’oggi al domani, dopo quella campagna elettorale, un’alleanza innaturale a partiti che non vanno d’accordo su nulla, se non sui soliti regali alle banche e all’Ilva, sulla conservazione delle poltrone e sul terrore di nuove elezioni.

Completa il quadro la miserevole qualità di quasi tutti i ministri: uno si fa organizzare il sequestro e la deportazione della moglie e della figlioletta di un dissidente kazako sotto il naso senz’accorgersi di niente; una si mette a disposizione della famiglia Ligresti, appena arrestata in blocco; un altro litiga col suo vice per gli appalti miliardari di Expo; e quello che dovrebbe essere il pezzo più pregiato della collezione, il supertecnico Saccomanni, tenta da sei mesi di abolire l’Imu, ma non ci riesce perché gliene scappa sempre un pezzo. I nodi vengono al pettine tutti insieme. Quando i partiti andarono da lui in pellegrinaggio per implorarlo di ricandidarsi (così almeno ci han fatto credere), terrorizzati da quattro scrutini presidenziali a vuoto (situazione tutt’altro che eccezionale, anzi normale), Napolitano avrebbe potuto, anzi dovuto rispedirli a Montecitorio a votare. Per sostituirlo con una figura che somigliasse vagamente all’esito delle elezioni. Dopodiché un governo meno brancaleonesco di questo sarebbe nato: magari “di scopo”, con un accordo vero su pochi punti sino a fine anno, per mandarci a votare in primavera con (o anche senza) una nuova legge elettorale. Chi ha pensato di ribaltare, anzi di ignorare il voto degli italiani con le solite manovre di palazzo, e i soliti protocolli segreti salva-Berlusconi, ora ha quel che si merita. Il guaio è che il prezzo lo paga anche chi non lo merita.
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(Sono d’accordo – non è la prima volta, per esempio sui nastri – con Travaglio. Anzi rincaro la dose. Napolitano è uno dei maggiori responsabili del degrado istituzionale e secondo me – come sostiene anche Grillo – ci sono più elementi per chiederne l’impeachment. Il Pd, se ci fosse stato al quirinale uno come Leone o Cossiga, l’avrebbe chiesto da un bel pezzo. Invito a leggere quest’altro lunghissimo articolo, sempre su MicroMega, intiolato “I segreti di Napolitano”.bdm)


Mediaset vs Google per i video su Youtube. Decide un giudice amico di Cesare Previti
di Marco Lillo
(da “il Fatto Quotidiano”, 4 dicembre 2013)

Per una volta un giudice potrebbe far tornare il sorriso a Silvio Berlusconi. Dopo il rovescio giudiziario del Lodo Mondadori e la condanna a pagare 500 milioni di euro, il presidente del Tribunale delle imprese di Roma, Tommaso Marvasi, potrebbe obbligare la multinazionale americana Google a versare al gruppo Fininvest un risarcimento pari a circa la metà di quanto pagato alla CIR di De Benedetti. A difendere Mediaset troviamo Stefano Previti, socio dello studio fondato dal padre Cesare, amico di famiglia del giudice Marvasi.

Il 31 maggio scorso si è svolta l’udienza di discussione della madre di tutte le cause sulla pubblicazione sul web dei video. Mediaset contesta a Youtube e alla sua società madre, Google, di avere guadagnato ingiustamente (grazie alla pubblicità) lasciando che gli utenti caricassero e vedessero su Youtube ben 65mila video di proprietà del network italiano. La causa è partita nel 2008 e riguarda anche gli anni 2009 e 2010. Mediaset ha chiesto 500 milioni di euro per la violazione dei suoi diritti, più 100 milioni per ogni anno. In tutto sono circa 800 milioni di euro, la metà di quello che Google ha pagato per l’intera Youtube nel 2006. Google si difende sostenendo di essere solo un provider che non ha responsabilità sui video caricati dagli utenti e che li avrebbe rimossi se solo Mediaset avesse collaborato.

Il punto di svolta a favore della RTI del gruppo Berlusconi è stato il deposito di una perizia a febbraio. I tre consulenti tecnici incaricati dal giudice Marvasi di verificare l’importo del danno subito dalla RTI del gruppo Mediaset hanno stilato i parametri per la quantificazione del danno. Secondo i rumors della vigilia, il risarcimento, grazie alla perizia dei tre consulenti, potrebbe arrivare a una cifra oscillante tra un minimo di 200 e un massimo di 300 milioni di euro, appunto la metà del risarcimento pagato a Carlo De Benedetti per la condanna sul caso di corruzione della sentenza Mondadori. I tre consulenti tecnici scelti dal giudice sono Gianfranco Lizza, un professore di Geografia Politica, Mauro Longobardi, presidente dell’Ordine dei Commercialisti e Matteo Gattola, un ingegnere.

A questi tre consulenti il giudice Marvasi ha liquidato un compenso complessivo di 750mila euro per i loro servigi. Ai quali bisogna aggiungere altri 560mila euro per la società Vilcor Multimedia e 30mila euro a testa ai coadiutori Maurizio De Filippo, molto stimato da Marvasi, e poi Giampiero Petrilli, Giovanni Naccarato e Ascanio Salvidio. “La causa è complessa e i compensi si stabiliscono sulla base del valore della richiesta”, spiega Gianfranco Lizza. Sarà, ma Google ha contestato le somme stabilite dal giudice Marvasi. Lo aveva fatto anche nel separato procedimento cautelare. In quel caso un altro giudice, a cui il caso è stato affidato, ha ridotto le pretese di Gattola e Vilcor.

Nonostante questa situazione non proprio idilliaca per favorire la serenità del loro operato, Gattola e la Vilcor sono stati rinominati dal giudice Marvasi nel secondo procedimento per la decisione sul risarcimento. Complessivamente consulenti e coadiutori sono stati pagati, solo per la causa principale, un milione e mezzo di euro dalle parti. Mediaset non ha battuto ciglio e ha messo mano al portafoglio. Mentre Google ha impugnato. Gianfranco Lizza è un professore di geografia politica ed economica. Già relatore a corsi sul fondamentalismo e il petrolio non vanta esperienze nel mondo dei diritti televisivi o del web. “Sono commercialista da 44 anni e sono iscritto negli albi del tribunale. Inoltre sono stato presidente del sindacato dei commercialisti”, spiega lui al Fatto . Quanto a quell’omonimo che risulta iscritto alla lista massonica P2 con la tessera 233, Lizza dice che “ci sono tanti nomi su quella lista. Nessuno ha mai accertato chi siano. Lei non può dire che sia io”. Il giudice Tommaso Marvasi che, salvo sorprese, dovrebbe depositare la sua sentenza entro poche settimane è citato, insieme al padre Mario, giudice romano deceduto, negli atti del processo Lodo Mondadori come un amico di famiglia di Cesare Previti.

Ora è Stefano il titolare dopo che papà Cesare è stato radiato dall’albo proprio per la sua condanna a un anno e sei mesi per corruzione giudiziaria nel caso Lodo Mondadori. In quel processo l’ex procuratore di Roma, Orazio Sava, aveva raccontato di una cena a casa Previti alla quale avevano partecipato Mario Marvasi e il figlio Tommaso. L’amico e coimputato di Previti, l’avvocato Attilio Pacifico, invece ha ricordato: “Mario Marvasi lo conosco da tantissimi anni perché frequentavamo il Circolo Calabresi perché lui era un calabrese”. Il papà di Tommaso Marvasi, il giudice Mario Marvasi, era stato invitato al famigerato viaggio negli Stati Uniti organizzato e pagato da Cesare Previti. Marvasi senior rispose così ai giudici: “Io sapevo che le spese (del viaggio, ndr) erano mie. Oggi voi mi dite che le spese sono state fatte da Previti. Ma io anche sapendo questo ci sarei andato lo stesso, primo perché sto in pensione, mi facevo un viaggio gratis. Seconda cosa, perché sono amico di Previti”. Otto mesi prima di quel viaggio c’era stata la prima udienza del caso Siae contro Fininvest. Siae chiedeva 220 miliardi di vecchie lire. Alla fine nel 1991 il collegio del tribunale, relatore Tommaso Marvasi, condannò il gruppo Berlusconi a pagare 20 miliardi di lire per l’uso delle opere soggette a diritto d’autore. Ora le parti si sono invertite. Mediaset chiede i danni a Google e il giudice è sempre Marvasi.
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(Marco Lillo avrebbe dovuto scrivere un articolo simile quando seppe che a presiedere la cassazione feriale che ha condannato Berlusconi era stato nominato Antonio Esposito, noto disistimatore in pubblico di Berlusconi, al quale – così riferirono i testimoni, tra i quali l’attore Franco Nero -, gliel’avrebbe fatta pagare se gli fosse capitato a tiro in qualche cuasa, come è stato. Quindi Lillo, attenzione: la partigianeria fa parte dei giornalisti mediocri, come Scalfari, ad esempio, o Massimo Giannini, o Giovanni Valentini ed altri piuttosto noti . Vuoi esserlo anche tu? bdm?


Porcellum, in attesa della Corte Costituzionale
di Redazione
(da “Il Tempo”, 4 dicembre 2013)

Ore di Camera di Consiglio per i giudici della Corte Costituzionale. I giudici stanno discutendo sulla costituzionalità della legge elettorale ma il loro giudizio potrebbe slittare a gennaio. Nel frattempo ci sarebbe un accordo tra Letta e Renzi per una nuova legge elettorale con doppio turno alla francese. Anche di questo il premier parlerà il prossimo 11 dicembre alle Camere nel corso della discussione sulla verifica di governo.
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(ATTENZIONE! E’ stato accolto il ricorso per cui il Porcellum è immediatamente illegittimo. Ne vedremo meglio le conseguenze nelle prossime ore, ma una cosa è certa: l’attuale parlamento è colpito da illegittimità costituzionale e dunque va fatta subito una nuova legge al più presto per votare subito in primavera. Gianni Cuperlo, intervistato dal Tg3 delle 19 da Bianca Berliunguer ha detto un’autentica sciocchezza, ossia che bisogna mettere mano alla modifica della legge elettorale, ma il governo è impegnato a lavorare fino al 2015. Ma siamo matti? Abbiamo un parlamento in cui centinaia di parlamentari della camera non hanno ancora passato il vaglio della convalida, non più esercitabile dopo la sentenza di stasera – altro che decadenza di Berlusconi! –  e a un candidato alla segreteria del Pd – certamente il partito più punito dalla bocciatura della consulta in quanto perderebbe  circa 200 parlamentari conseguiti proprio con il premio di maggioranza bocciato – non passa nemmeno per la testa che questo parlamento  ha perduto ogni legittimità e perciò tutte le sue future leggi sono soggette a giudizio di nullità. Dunque è urgente fare una nuova legge, tornare magari alla precedente pari pari (Mattarellum), se non si raggiungesse un’intesa e a primavera eleggere un nuovo parlamento che sia nella sua piena ligittimazione. bdm)


La Consulta boccia il Porcellum
di Sergio Rame
(da “il Giornale”, 4 dicembre 2013)

Il Porcellum è incostituzionale. A deciderlo è stata la Corte costituzionale al termine di una lunga camera di consiglio.
Dopo aver vagliato la legittimità dell’attuale legge elettorale, la Consulta ha dichiarato illegittimo sia il premio di maggioranza senza soglia sia le liste bloccate. “Resta fermo che il parlamento può sempre approvare nuove leggi elettorali – hanno sottolineato i giudici costituzionali – secondo le proprie scelte politiche, nel rispetto dei principi della Carta”.

Le motivazioni saranno rese note con la pubblicazione della sentenza, che avrà luogo nelle prossime settimane e dalla quale dipende la decorrenza dei relativi effetti giuridici. I quindici giudici della Corte Costituzionale sono entrati alle nove e trenta in camera di Consiglio per dare l’avvio alla discussione sulle questioni di costituzionalità sollevate. Due i punti deboli della legge elettorale. La Consulta ha accolto in toto le questioni sollevate dalla prima sezione civile della Cassazione, sulla base della causa intentata dall’avvocato Aldo Bozzi, in qualità di privato cittadino elettore, e altri 26 firmatari. Violati dal ’Porcellum’, in particolare, il principio di uguaglianza del voto (articolo 48 della Costituzione) e della «rappresentanza democratica» (articolo 1, comma 2, e 67 della Costituzione). I giudici costituzionali hanno, infatti, dichiarato l’illegittimità delle norme che prevedono l’assegnazione di un premio di maggioranza, sia alla Camera sia al Senato della Repubblica, alla lista o alla coalizione di liste che abbiano ottenuto il maggior numero di voti e che non abbiano conseguito almeno 340 seggi Montecitorio e, a Palazzo Madama, il 55% dei seggi assegnati a ciascuna Regione.

La Consulta ha, poi, dichiarato illegittime anche le norme che stabiliscono la presentazione di liste elettorali “bloccate”, nella parte in cui non consentono all’elettore di esprimere una preferenza.

“È una vittoria per tutti i cittadini italiani – ha commentato l’avvocato Aldo Bozzi, primo firmatario del ricorso contro il Porcellum – siamo tornati ad essere cittadini e non dei sudditi”. L’efficacia della sentenza della Corte costituzionale sulla legge elettorale decorrerà dal momento in cui le motivazioni della sentenza, di cui è relatore il giudice Giuseppe Tesauro, saranno pubblicate nel giro di “alcune settimane”. “Una volta riformata la legge elettorale e in permanenza di un parlamento non più legittimato – ha commentato la deputata di Forza Italia Mariastella Gelmini – l’unica decisione costituzionalmente valida che può essere presa dal Capo dello Stato è lo scioglimento delle Camere e il voto anticipato”.


La Corte Costituzionale boccia il Porcellum
di Redazione
da (Libero”, 4 dicembre 2013)

Porcellum abbattuto. La Corte Costituzionale, al termine di una lunga Camera di consiglio, ha bocciato la legge elettorale in tutti e due i punti sottoposti al vaglio di costituzionalità: si tratta del premio di maggioranza e della mancanza delle preferenze. Nel dettaglio, il premio di maggioranza viene considerato abnorme, e inoltre la Consulta chiede di inserire una preferenza simbolica laddove la legge non la prevedeva. La pronuncia della Suprema corte può innescare un vero terremoto istituzionale. Di fatto, ora, il Parlamento è illegittimo e il governo ancor più debole. Per paradosso, però, la pronuncia della Consulta ingabbia chi vuole andare al voto: oggi, l’Italia, non ha una legge elettorale e dunque la strada che porta alle urne è preclusa. Spetterà al Parlamento stesso trovare un accordo su una riforma, e potrà prendersi tutto il tempo necessario per farlo, condannando di fatto l’Italia a una sorta di paralisi totale.

I calcoli di Brunetta – La decisione della Consulta, inoltre, mette in dubbio gli equilibri parlamentari. I motivi li aveva spiegati nei giorni scorsi Renato Brunetta, che sottolineava come, nel caso di bocciatura del premio di maggioranza (circostanza che si è appena vertificata), deputati e senatori eletti grazie al premio stesso “potrebbero decadere” in automatico. A godere del premio alla Camera, alle ultime elezioni, fu il Partito democratico. Dunque, per Brunetta, gli “abusivi” sarebbero 148, e così gli onorevoli democratici calerebbero da 340 a 192. Secondo i calcoli di Brunetta, dunque, il centrodestra si troverebbe ad avere in tutto solo due onorevoli in meno del centrosinistra, situandosi a 190 e guadagnandone 66 rispetto agli attuali 124.

“Nuove leggi” – La Consulta ha fatto sapere che “le motivazioni saranno rese note con la pubblicazione della sentenza, che avrà luogo nelle prossime settimane e dalla quale dipende la decorrenza dei relativi effetti giuridici”, che sono retroattivi. Di fatto, il giorno in cui la sentenza verrà pubblicata, il Parlamento verrà svuotato di ogni legittimità. La Corte Costituzionale però sottolinea: “Resta fermo che il Parlamento può sempre approvare nuove leggi elettorali, secondo le proprie scelte politiche, nel rispetto dei principi costituzionali”. La decisione, dunque, in caso di un mancato accordo in aula potrebbe precipitare l’Italia in una situazione senza precedenti: un governo illegittimo, impossibilitato ad agire e, per contro, impossibilitato anche ad andare a votare fino a un nuovo accordo sull’erede del Porcellum.

Le bocciature – Nel dettaglio, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità delle norme che prevedono l’assegnazione di un premio di maggioranza – sia per la Camera dei Deputati che per il Senato della Repubblica – alla lista o alla coalizione di liste che abbiano ottenuto il maggior numero di voti e che non abbiano conseguito, almeno, alla Camera, 340 seggi e, al Senato, il 55% dei seggi assegnati a ciascuna Regione. La Consulta ha dichiarato illegittime anche le norme che stabiliscono la presentazione di liste elettorali “bloccate”, nella parte in cui non consentono all’elettore di esprimere una preferenza.


Che succede se il premio di maggioranza diventa incostituzionale?
di Redazione
(da “Il Foglio”, 4 dicembre 2013

La Corte costituzionale ha oggi bocciato il porcellum, definendolo incostituzionale in due punti: il premio di maggioranza che presterebbe a esiti distorsivi sproporzionati e irragionevoli, in considerazione del fatto che non è stata identificata una soglia minima al raggiungimento della quale esso scatti e l’esclusione del voto di preferenza (o liste bloccate).

Come anticipato dal Foglio, che il 29 novembre aveva pubblicato un documento dell’onorevole Renato Brunetta sugli scenari e le soluzioni praticabili qualora la Consulta avesse decretato come incostituzionale l’attuale Legge elettorale, limitandoci al premio di maggioranza, le alternative sono ben cinque:
a) la prima potrebbe essere un annullamento puro e semplice della disciplina del premio, lasciando che ne residui un sistema elettorale di stampo puramente proporzionale, completamente diverso da quello voluto dal legislatore;
b) la seconda soluzione, viceversa, potrebbe consistere nell’annullamento dell’intera legge, assumendo che il premio costituisca elemento qualificante dell’intera disciplina, cosicché, a seguito della declaratoria d’incostituzionalità, si debba considerare compromesso l’intero equilibrio su cui era costruita la legge. La conseguenza sarebbe dunque la creazione di un vuoto normativo, con l’ulteriore problema di valutare o meno l’applicabilità a tale caso della giurisprudenza in materia di referendum sulle leggi costituzionalmente necessarie;
c) la terza soluzione potrebbe essere quella di assumere una sentenza declaratoria di illegittimità accertata, ma non dichiarata o di una declaratoria di illegittimità limitata al principio, ma priva di ricaduta operativa;
d) la quarta soluzione potrebbe essere quella per cui sia la Corte stessa a stabilire la soglia minima ragionevole a partire dalla quale far scattare il premio;
e) la quinta soluzione potrebbe essere di annullare l’intera legge elettorale, ma assumendo come conseguenza la reviviscenza del precedente, cioè “Mattarellum”.
Ognuna di queste soluzioni presenta problemi ed è difficile dire come la Corte si orienterebbe qualora volesse accogliere nel merito la questione.

Per quel che riguarda invece l’impatto della decisione della Consulta sull’attuale legislatura, le giunte chiamate alla convalida delle elezioni del febbraio 2013 (elezioni che devono essere ancora tecnicamente convalidate) non potranno non tenere conto della decisione odierna della Consulta. Tre sono quindi gli scenari percorribili:

a) nel caso in cui la Corte costituzionale proceda a un annullamento totale della legge (o anche alla reviviscenza della legge Mattarella) non si potrebbe convalidare nessuna elezione e l’esito sarebbe il necessario scioglimento nel giro di qualche settimana, magari con una legge elettorale tampone approvata con decreto-legge del tutto eccezionalmente e limitata a colmare i vizi di incostituzionalità del Porcellum;
b) nel caso di annullamento del solo premio di maggioranza bisognerebbe, invece, ricalcolare proporzionalmente i seggi e assegnarli ai partiti a cui sono stati sottratti per attribuirli alla coalizione che ha vinto il premio ormai illegittimo. La nuova ripartizione dei seggi produrrebbe evidentemente un terremoto nei rapporti di forza parlamentari;
c) nel caso in cui la Corte accertasse l’incostituzionalità, ma non la dichiarasse ovvero decidesse di circoscrivere gli effetti temporali della propria pronunzia alle prossime elezioni, salvando la legislatura attuale, non vi sarebbero effetti giuridici, ma è evidente che una tale soluzione (già molto impegnativa per la Corte) produrrebbe comunque una gravissima delegittimazione politica non solo del Parlamento nel suo complesso, ma anche dei rapporti numerici all’interno della maggioranza di governo e tra questa rispetto all’opposizione.


Porcellum bocciato dalla Consulta, accolto il ricorso dei cittadini
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 4 dicembre 2013)

Porcellum addio. La Corte Costituzionale – che aveva respinto i quesiti referendari nel gennaio 2012 – ha bocciato la legge elettorale. I giudici dovevano decidere sulla costituzionalità della norma – con cui sono stati nati tre parlamenti 2006, 2008 e 2013 – dopo un ricorso presentato da cittadini. La Consulta ha dichiarato incostituzionale la norma ideata dal leghista Roberto Calderoli, e definita dallo stesso autore una “porcata”, in tutti e due i punti sottoposti al vaglio di legittimità rispetto alla legge fondamentale dello Stato: ovvero il premio di maggioranza e la mancanza delle preferenze cioè le liste bloccate.

“Resta fermo che il Parlamento può sempre approvare nuove leggi elettorali, secondo le proprie scelte politiche, nel rispetto dei principi costituzionali” fa sapere la Corte. Sembrava che la legge, dopo il rinvio della discussione nel Senato, dovesse resistere ancora e invece di fatto i giudici impongono ai parlamentari quella riforma che è stata a lungo chiesta dal presidente Giorgio Napolitano.

L’efficacia del verdetto, comunque, decorrerà dal momento in cui le motivazioni saranno pubblicate. E comunque, fino a nuova legge, c’è un ritorno di fatto al Mattarellum. Le motivazioni della decisione “saranno rese note con la pubblicazione della sentenza, che avrà luogo nelle prossime settimane e dalla quale dipende la decorrenza dei relativi effetti giuridici” fa sapere la Consulta.

L’approdo in Consulta della legge elettorale ha alle spalle una vicenda giudiziaria di ricorsi e bocciature, alla cui base c’è la testardaggine di un avvocato 79enne, Aldo Bozzi. Nel novembre 2009, in qualità di cittadino elettore, il legale aveva citato in giudizio la Presidenza del Consiglio e il ministero dell’Interno davanti al Tribunale di Milano, sostenendo che nelle elezioni politiche svoltesi dopo l’entrata in vigore della legge 270/2005, il cosiddetto Porcellum, e nello specifico nelle elezioni del 2006 e del 2008, il suo diritto di voto era stato leso, perché non si era svolto secondo le modalità fissate alla Costituzione – ossia voto “personale ed eguale, libero e segreto (art. 48) e “a suffragio universale e diretto”. Il tenace avvocato è riuscito ad arrivare fino in Cassazione. Che poi con un’ordinanza del 17 maggio scorso aveva rimesso la questione ai giudici costituzionalisti.

“Quattro anni di battaglie andate a buon fine – dice Bozzi all’Adnkronos – E adesso bisogna sottolineare che non si crea nessun vuoto giuridico: a mio parere, con la pronuncia della Consulta, di fatto si torna alla legge elettorale precedente, il Mattarellum. Molto probabilmente torneremo a votare in estate. Ma intanto oggi ci godiamo la vittoria, da domani penseremo a riassumere la pronuncia in Cassazione, dove è pendente un altro procedimento”. Liste bloccate, premio di maggioranza senza soglia minima, inserimento nella lista elettorale del nome del capo di ciascuna lista o coalizione, gli aspetti che erano stati contestati dal legale.

La Corte costituzionale “è un organismo politico della sinistra – dice Silvio Berlusconi . La nostra architettura istituzionale è fatta non per decidere, ma per vietare. Il presidente del Consiglio italiano ha solo il potere di stendere l’odg del Consiglio dei ministri. Non ho ancora un’informazione precisa, non posso fare commenti. Bisogna vedere cosa hanno dichiarato incostituzionale” aggiunge il Cavaliere.


Flash
da Dagospia”, 4 dicembre 2013)

FLASH! – PORCELLUM ARROSTO: NESSUNO HA CAPITO CHE ORA “STRICTU JURE” DECADONO TUTTI QUELLI ELETTI COL PREMIO DI MAGGIORANZA (MEZZO PD) DAL MOMENTO IN CUI NELLA MOTIVAZIONE SARÀ INDICATA LA DECORRENZA DEGLI EFFETTI GIURIDICI DELLA SENTENZA…


La Corte ha sentenziato: abbiamo un Parlamento fuorilegge
di Gad Lerner
((dal suo blog, 4 dicembre 2013)

La legge elettorale Calderoli, meglio nota come Porcellum, con la quale gli italiani hanno votato per ben tre legislature i loro rappresentanti, non risponde a criteri minimi di costituzionalità. Lo ha sentenziato stasera la Corte Costituzionale, aprendo di fatto una crisi istituzionale senza precedenti. Perché non solo rende improcrastinabile la riforma elettorale che fino ad oggi i partiti hanno promesso invano, ma di fatto delegittima il Parlamento in carica. In particolare la Corte ritiene incompatibili con la norma fondamentale della Repubblica sia il premio di maggioranza che l’esclusione del voto di preferenza. Si potrà discutere a lungo sulla congruità di tale pronunciamento, ma i suoi effetti sul futuro del nostro sistema politico appaiono comunque devastanti. Ma anche benefici.


Forza Italia: “Al voto, è decaduto anche Napolitano”
di Redazione
(da “Libero”, 4 dicembre 2013)

Il Porcellum è incostituzionale: questa l’attesa sentenza della Corte Costituzionale. Di conseguenza abbiamo un Parlamento abusivo, in cui siedono onorevoli che non ne hanno la legittimazione: la Suprema Corte, infatti, ha indicato come contrario alla Carta lo “sproporzionato” premio di maggioranza. Il caos istituzionale, ora, è totale: il Parlamento è chiamato a riformare la legge elettorale, altrimenti la strada che porta al voto è preclusa. Ma, di contro, viene blindato il governo Letta, che dovrà necessariamente restare in carica fino a quando non si troverà un accordo per riformare il Porcellum.

“Al voto, al voto” – In questo contesto monta la protesta di Forza Italia. Prima della decisione della Corte Costituzionale nel mirino ci sono finiti i Senatori a vita, per i forzisti privi degli “altissimi meriti” conferiti loro da Giorgio Napolitano per giustificarne la nomina. Pochi minuti dopo ecco la decisione della Consulta, a cui segue il nuovo grido di Forza Italia: “Al voto, subito”. Renato Brunetta ricorda: “La sentenza, dichiarando incostituzionale il Porcellum delegittima politicamente chi siede oggi in Parlamento. Nessuno escluso. I nominati sono delegittimati una volta, chi poi siede al Senato e alla Camera grazie al premio di maggioranza è delegittimato due volte”. L’ex ministro si riferisce al fatto che la Corte ha bocciato sia la mancanza delle preferenze sia il premio di maggioranza. “Conseguenza moralmente impegnativa per sanare il contrasto tra realtà di fatto e diritto costituzionale – conclude Brunetta -, sono le elezioni da indire il prima possibile, con una nuova legge elettorale da approvare al più presto, limitandosi a dare esecuzione alla sentenza”.

Il “Mattinale” di Forza Italia, il cui ideatore è sempre Brunetta, ha poi ricordato su Twitter che “in Parlamento gli abusivi sono 148, e così gli onorevoli del Pd calerebbero da 240 a 192″. Ci si riferisce agli eletti tra le fila democratiche che, di fatto, vengono privati della loro funzione dalla sentenza della Consulta. Quindi Mariastella Gelmini rincara: “In attesa di conoscere le motivazioni della sentenza della Consulta, una considerazione si deve fare sul merito del suo contenuto: se il Porcellum è considerato incostituzionale sia per le liste bloccate sia per l’eccessivo premio di maggioranza, è allora vero che una volta riformata la legge elettorale, e in permanenza di un Parlamento non più legittimato, l’unica decisione costituzionalmente valida che può essere presa dal Capo dello Stato è lo scioglimento delle Camere e il voto anticipato”. Anche Beppe Grillo si è espresso per l’immediato ritorno alle urne: “Si torni al Mattarellum, si sciolgano le Camere e si vada al voto. Non ci sono alternative. Il Porcellum è incostituzionale”, scrive sul suo blog.

Sfida alle istituzioni – La decisione della Consulta, però, non incide soltanto sul futuro della riforma elettorale e sulla legittimità del Parlamento. Infatti Camera e Senato, lo scorso maggio, hanno votato la rielezione del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a cui è stato conferito un secondo mandato. Un voto che però, alla luce del verdetto di oggi, viene messo in discussione: a scegliere Napolitano è stato un Parlamento illegale. Inoltre il Pd, compatto, votò per Re Giorgio. Lo stesso Pd che secondo i calcoli di Brunetta ha 148 onorevoli di troppo. Con la decisione della Consulta, di fatto, in pura linea teorica “decade” anche Napolitano. E a ruota decadono i quattro senatori a vita selezionati da Re Giorgio. A lanciare la sfida alle istituzione è Daniela Santanchè: “Dopo Berlusconi – commenta la pitonessa -, per mano di altri giudici siamo tutti decaduti e anche illegittimi. Compreso il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Complimenti. A questo punto Napolitano non deve perdere altro tempo: sciolga le Camere e si torni immediatamente al voto. Ridia la parola agli italiani”.


Letto 1908 volte.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart