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Legge elettorale, il Pd chiede che passi a Montecitorio

11 Dicembre 2013

di Redazione
(da “la Repubblica”, 11 dicembre 2013)

ROMA – Il Partito democratico ha chiesto compatto al presidente del Senato Piero Grasso che l’esame della legge elettorale cominci dalla Camera. Il capogruppo dei senatori Pd Luigi Zanda ha infatti ufficialmente comunicato a Grasso l’esito della riunione di ieri sera dei parlamentari del partito, in cui nessuno si è opposto alla richiesta del segretario Matteo Renzi di ‘spostare’ la riforma della legge elettorale da Palazzo Madama alla Camera. Più tardi anche il presidente dei deputati Pd Roberto Speranza, durante la riunione dei capigruppo di Montecitorio, ha ribadito la richiesta.

Ieri, infatti, la commissione Affari Costituzionali della Camera ha calendarizzato la riforma elettorale. Questo passaggio è servito per consentire ai presidenti di Camera e Senato di poter avviare i contatti per concordare da dove far partire l’iter. Dal canto suo la presidente Laura Boldrini ha annunciato su Twitter di aver inviato una lettera al presidente del Senato proprio per trovare un accordo.

E più tardi ha chiarito nel corso della conferenza dei capigruppo: “Nessuno scippo o competizione con il Senato”. Boldrini ha fatto presente che lei cercherà di concordare l’iter con Grasso ma che un accordo tra i due presidenti non basterà se anche i gruppi parlamentari non arriveranno a un’intesa visto che la legge, anche se partisse dalla Camera, poi dovrà passare in seconda lettura a Palazzo Madama. La presidente ha quindi espresso “l’auspicio” affinchè i gruppi concordino una posizione.

Due senatori del Pd, Isabella De Monte e Stefano Collina, si sono augurati che la presidente della Commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama Angela Finocchiaro “sia conseguente e metta in mora il comitato ristretto nato nella Prima commissione del Senato, che risulta essere ancora convocato”. Mentre gli altri due senatori democratici Rosa Maria di Giorgi e Andrea Marcucci, hanno chiesto a Roberto Giachetti di interrompere il digiuno: “Ora ci sono i presupposti per trasferire subito la legge elettorale all’esame della Camera e superare l’impasse creatasi al Senato. Dobbiamo dire grazie a Roberto Giachetti per la sua battaglia, adesso è arrivato il momento di interrompere il digiuno”.

Ma il dibattito sulla legge elettorale va avanti. Il leader di Ncd Angelino Alfano ammette di non capire i motivi della “gara” tra Camera e Senato: “Nel nostro bicameralismo perfetto il problema non è solo da dove si inizia, ma dove finisce l’esame della legge elettorale”. Angelino Alfano, “da vicepremier”, non vuole “interferire” sullo spostamento alla Camera della riforma, ma dice: “Non comprendo a fondo il senso di questa gara. Il punto è la sostanza” della legge da fare, sottolinea.
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(Se non sono illusioni, l’arrivo di Renzi porta bene anche per la legge elettorale, a meno che in senato la Finocchiaro (quella che si fa portare i carrelli della spesa dalle guardie del corpo pagate dai cittadini), quando la legge dovrà tornare per l’esame in quel ramo del parlamento, non prepari una qualche trappola per allungare i tempi di approvazione, assecondando i desiderata di Napolitano e di Letta. Alfano, da quanto si legge, sembra completamente stracotto: leggete quanto dichiara nell’articolo seguente. bdm)


Renzi, l’ora dei fatti dopo la propaganda
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 11 dicembre 2013)

Sarà bene che qualcuno spieghi a Matteo Renzi che la riduzione del costo della politica non passa necessariamente attraverso la riduzione del numero dei parlamentari. Perché ridurre i deputati significa automaticamente allargare il perimetro delle circoscrizioni elettorali (o dei collegi a secondo del sistema di voto).

A sua volta allargare l’area delle circoscrizioni e ritornando al sistema delle preferenze voluto dalla Corte Costituzionale significa aumentare a dismisura il costo delle campagne elettorali dei candidati. Il ché, come l’esperienza del passato insegna, comporta non solo l’espandersi proporzionale del fenomeno del voto di scambio ma l’automatica moltiplicazione della corruzione e del saccheggiamento del denaro pubblico.

Ridurre le spese della politica, quindi, è sacrosanto. Ma imboccare la strada della demagogia per raggiungere un così importante risultato è sbagliato e controproducente. Perché se per risparmiare un miliardo di spese per la politica si produce l’aumento delle tangenti o dei pagamenti indiretti alle lobby che hanno favorito l’elezione dei candidati, il risultato è peggiore del problema che si voleva risolvere. Il risparmio che si ottiene riducendo i deputati o trasformando i senatori in rappresentanti temporanei delle autonomie locali viene bilanciato e superato da altri sprechi.

Con l’aggravante che all’aumento della spesa si aggiunge la moltiplicazione del malaffare e della corruzione. Renzi, quindi, dovrebbe stare molto attento nel trasformare le sue promesse elettorali, necessariamente generiche, in misure e provvedimenti concreti. Perché troppo spesso le strade dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni.

E, soprattutto, perché in un momento di difficoltà così forte della società italiana, testimoniata dallo scoppio delle tensioni sociali, non si possono compiere errori di sorta. Neppure in nome della buona volontà, dell’entusiasmo e di un cambiamento che è assolutamente necessario ma che non deve diventare un ulteriore fattore di peggioramento della situazione. L’appello al nuovo segretario del Partito Democratico a passare dalla propaganda elettorale per le primarie alla guida effettiva del principale partito della sinistra riguarda soprattutto la riforma della legge elettorale, resa indispensabile dalla cancellazione del “Porcellum” decisa dalla Consulta. Prima della decisione della Corte Costituzionale appariva opportuno legare la riforma della legge elettorale ad un nuovo assetto istituzionale.

E, quindi, affiancare al superamento del Porcellum anche una riforma costituzionale diretta, quantomeno, ad abolire il bicameralismo perfetto. Ma oggi che la Consulta ha dichiarato anticostituzionale la vecchia legge può un Parlamento eletto con il Porcellum anticostituzionale procedere ad una qualche riforma della Costituzione? La contraddizione è palese. E dovrebbe spingere Renzi a riflettere sulla necessità di puntare solo su una riforma elettorale fortemente bipolare per rinviare le riforme costituzionali ad un nuovo Parlamento non più sporcato dall’ombra della incostituzionalità. Questo significa tenersi a breve Camera e Senato con i numeri attuali? Può essere. Ma sempre meglio che provocare altri disastri. E rilanciando quella democrazia dell’alternanza che è la condizione prioritaria per una politica più utile e virtuosa!


Renzi, Letta e i teorici dell’inciucio
di Barbara Spinelli, da Repubblica, 11 dicembre 2013
(da “MicroMega”, 11 dicembre 2013)

Prima ancora che Matteo Renzi vincesse le primarie, era chiaro che la stabilità intesa come valore assoluto era una cornice vuota, senz’alcun dipinto dentro. Giaceva a terra, come il potere dei vecchi regimi che i rivoluzionari raccattano facilmente. Il nuovo segretario del Pd gli ha assestato il colpo di grazia, domenica a Firenze («ai teorici dell’inciucio diciamo: v’è andata male») e in un baleno il mondo di ieri è apparso ingrigito, obsoleto.

È così anche se Renzi non sarà che schiuma delle cose. Già da tempo in Europa son fallite le strategie anticrisi che come fondamento hanno scelto la sospensione della democrazia e dell’idea stessa di conflitto, sociale o politico. Anziché spegnersi, la crisi s’è acuita. Perfino il Wall Street Journal, in nome dei mercati, ha scritto il 24 novembre che i toni sempre bassi, i compromessi tra oligarchi, la pacificazione come dogma, prefigurano la «stabilità dei cimiteri». Continueranno a prefigurarla se Renzi non oserà un’autentica resa dei conti con Letta, e si consumerà in trattative, rinvii presto sgualciti, fiducie concesse avaramente, ma pur sempre concesse.
Il suo tempo è brevissimo, perché enorme è la forza d’inerzia dei vecchi regimi, anche se incartapecoriti.
Possiedono l’energia del corpo che non cessa di gorgogliare anche dopo morto, come nell’Illustre Estinto di Pirandello: sottosegretari deputati e curiosi s’affollano nella camera ardente, e nel silenzio quasi sacro della scena può accadere l’inatteso: «Un improvviso borboglìo lugubre, squacquerato, nel ventre del cadavere, che intronò e atterrì tutti gli astanti. Che era stato? — Digestio post mortem, — sospirò, dignitosamente in latino, uno di essi, ch’era medico, appena poté rimettersi un po’ di fiato in corpo».

Il che vuol dire: nel ventre d’Italia tutto è ancora possibile, anche il borboglìo squacquerato che inneggia alla stabilità degli inciuci, e questo per il semplice fatto che il Paese vi sta rannicchiato da anni. Dante avrebbe detto, con i suoi magnifici neologismi: s’è in-ventrato nella stabilità oligarchica. Con linguaggio più moderno l’ultimo rapporto del Censis — presentato il 6 dicembre — usa metafore identiche. Narra un’Italia imbozzolata, senza «sale alchemico»: «sciapa, infelice », cerca riparo nella Reinfetazione.

Reinfetazione è quando ti rifai feto: torni nella pancia, il cordone ombelicale ti tiene al guinzaglio. Finché non nasci, resti stabile tu e anche chi comanda: «Con annunci drammatici, decreti salvifici, complicate manovre, la classe dirigente si presenta come l’unica legittima titolare della gestione della crisi» (Censis). È il dispositivo, al tempo stesso disciplinatore e rasserenante, che il pacificatore Napolitano coltiva da anni. Nella reinfetazione, scrive De Rita nel suo 47° rapporto, tutti i soggetti politici, i rappresentanti, le forze sociali, vivono «in stato di sospensione nelle responsabilità del Presidente della Repubblica». Vogliose, ma incapaci di «tornare a respirare».

Questo teorema avvizzisce d’un colpo: in realtà la reinfetazione «riduce la liberazione delle energie vitali. Implica il sottrarsi alle proprie responsabilità dei soggetti». Usa crisi e paure per salvaguardare il potere di poche, chiuse cerchie. Riduce e demonizza il conflitto, quando dovrebbe invece considerarlo sale della rinascita. Tradisce le speranze in Rodotà o Prodi. È probabile che gran parte degli elettori, votando Renzi e anche Civati (82%, insieme), più che un nuovo capopopolo abbia cercato precisamente questo: uscire dal ventre, chiudere l’era fetale, e fatale, cara a Napolitano. Riabilitare il conflitto, a cominciare da quello contro le larghe, strette, o larvate intese. Non sappiamo fino a che punto Renzi ne sia conscio. Se non lo è non gli basterà la veduta lunga consigliata da Fabrizio Barca. Entro un anno sarà sfinito.

Il rapporto del Censis non è stato il solo segno precursore. Non avremmo i sussulti odierni, senza la scossa di 5 Stelle. E anche la Corte costituzionale ci ha messo del suo, il 4 dicembre, abolendo un Porcellum carezzato per 8 anni dalla classe politica. È vero, nel gennaio 2012 proprio la Consulta bocciò il referendum col ritorno al Mattarellum chiesto da 1,2 milioni di cittadini. È innegabile, essa ci restituisce il grado zero della democrazia (la proporzionale). Ma mette i politici davanti alla verità e dice: volutamente avete preferito regole che hanno promosso i rappresentanti dei partiti anziché dei cittadini, allargando la faglia tra voi e loro, e questo lo dichiariamo illegittimo. Se non vi date da fare, avrete il proporzionale come nella Repubblica di Weimar. Una iattura? La questione è controversa, tra gli storici tedeschi: se Hitler vinse, sostengono molti, la colpa non fu solo del proporzionale.

Zagrebelsky ricorda giustamente che lo Stato continua, dopo la sentenza. Ma Stato non è sinonimo di governo. E il Parlamento attuale, pur non annullato, di fatto è «delegittimato dal punto di vista democratico»(Repubblica 8-12). Si è delegittimato lasciando che il gong, ogni volta, venisse suonato da fuori: da outsider come Grillo, i magistrati della Consulta, gli elettori dei referendum. Anche qui il Censis parla chiaro: la salvezza, anche economica, verrà dagli esterni. Dagli immigrati che si fanno imprenditori con più lena degli italiani, dalle donne che fondano aziende, persino dai giovani che fuggono all’estero e si riveleranno una risorsa. Tutti costoro, e tutti i movimenti cittadini di protesta, sono come un esercito straniero di liberazione: pronti ad approdare in Italia come le truppe anglo-americane in Sicilia e Calabria nel luglio e settembre ’43.

È uno sbarco generalizzato — Grillo ha dato il via, poi son venute la Consulta, le parole del Censis, le euforiche primarie — e per forza il popolo è «allo sbando», come l’8 settembre ’43 all’armistizio. Colpisce che l’espressione —Paese sbandato—appaia in tanti commenti di questi giorni. L’aveva usata Elena Aga Rossi, nel bel libro sulla fine della guerra (Una nazione allo sbando,2003). Furono anni di viltà, doppiezze furbesche: così affini agli anni presenti. Il governo Badoglio ordinò la resa agli alleati, ma senza rompere l’inciucio col socio nazista. Il giorno dopo fuggì col Re consegnando ai tedeschi due terzi dell’Italia, Roma compresa.

Seguì una reazione disperata del Paese, caotica. I più tornarono a casa senza battersi, e però la patria non morì: il 9 settembre nacque il Comitato di liberazione, e furono tanti i militari che rifiutando la doppiezza combatterono Hitler. Tuttavia il caos poteva esser risparmiato, se la rottura con il fascismo fosse stata netta. Se non fosse perdurata l’abitudine a restare nel suo ventre, a reinfetarsi. Ne nacquero film come Tutti a casa di Luigi Comencini, o ancor più Vita difficile di Dino Risi. Il protagonista di quest’ultimo — impersonato da Sordi — senza fine narra il nostro sperare e disperare, credere e sbandare. I suoi urli d’ira sulla litoranea di Viareggio, contro il Paese che ha tradito lui e la Resistenza, esplodono tali e quali in questi anni, questi giorni. Il voto a Renzi è l’ultimo della serie.

È una vittoria che molti (Renzi stesso, magari) vorrebbero usare a piacimento: per emarginare e silenziare le grida di cui è figlia. Troppo presto forse Enrico Letta ha detto: «Non è un voto contro di noi. È un argine contro il populismo e la deriva distruttiva, estremista» di Grillo, più che di Berlusconi. Il senso del voto è in mano a Renzi. Non mente quando dice: l’urlo dei Vday è altro dalle primarie. Ma nella sostanza è simile quel che muove ambedue: la rabbia, la sete di rigenerazione. Ignorarlo è rischioso, non solo per lui.

È rischioso anche per l’Europa, bisognosa di scosse simili. Non per scaricarla (lo Stato del tutto sovrano è imbroglio) ma per edificare, questo sì, una vera Comunità.


Da Brunetta a Lupi, partono le prime sirene a Renzi leader: legge elettorale in 7 giorni
di Redazione
(da “la Repubblica”, 11 dicembre 2013)

ROMA – Sono trascorse poche ore dall’incoronazione di Renzi a nuovo leader del Partito democratico e già da Forza Italia partono le prime sirene. All’indomani delle primarie, infatti, Renato Brunetta, capogruppo di Fi alla Camera, dice ai microfoni di SkyTg 24: “Se Grillo, Berlusconi e Renzi si mettono insieme, la legge elettorale si fa in una settimana. Renzi -ha aggiunto Brunetta- vuole il bipolarismo, come Berlusconi e come Grillo. Bipolarismo sarà”. E poi l’affondo, di nuovo, per tentare di delegittimare le attuali Camere. “Questo parlamento non esiste più, non ha più il premio di maggioranza. Facciamo la legge e andiamo al voto il prima possibile”. D’altra parte un richiamo forte è arrivato ieri da Silvio Berlusconi che, durante la kermesse dei club ‘Forza Silvio’, ha annunciato la sua strategia: subito un governo per la legge elettorale che includa Cinque Stelle e Sel, e poi elezioni politiche insieme a quelle europee (e dunque nella primavera del 2014). Una tempistica che non collima con quella rilanciata, tra gli altri, dal vicepremier Angelino Alfano (Ncd), che ancora sabato ha ribadito: “Puntiamo a vincere lo scudetto nel 2015”, vale a dire dopo il semestre europeo.

Ma anche il ministro Maurizio Lupi, per il Nuovo centrodestra, si rivolge direttamente a Renzi. E lo fa via Twitter: “Ncd accetta la sfida: subito patto di governo chiaro e concreto per fare le riforme”.


Così Renzi ha infilato Alfano & C. nel cassetto delle cose inutili
di Redazione
(da “Il Foglio”, 11 dicembre 2013)

A Renzi offrono “il sindaco d’Italia”, il maggioritario a doppio turno, dov’è possibile stendono anche un tappeto rosso, anticipano un desiderio, precedono una richiesta, e quando il ragazzino arriva al sommo sberleffo di scippare le deleghe di Gaetano Quagliariello alle Riforme – “di questo me ne occupo io”, ha detto a Enrico Letta – loro s’impongono persino un sorriso che occulta lo smarrimento, gli sguardi remoti e cosmici, spersi, che gli uomini di Angelino Alfano ormai si scambiano nel ritiro di Palazzo Chigi. E dunque smaniano per una carezza pubblica del segretario rottamatore che invece li fa vittime di mobbing politico, li snobba, li considera irrilevanti, li abbandona al dileggio dei suoi subalterni, poco più d’uno sgarro di calcolo nell’abaco del destino parlamentare (“Alfano è una mosca fastidiosetta”, ha detto Antonio Funiciello). E infatti Fabrizio Cicchitto, che fra tutti loro è il più smagato, presentendo la mala parata, con grande mestiere ieri ha recitato il ruolo del duro sull’Unità, house organ sospeso tra vecchio Pd e nuovo corso renziano, “tratteremo sulla riforma elettorale, ma con il coltello fra i denti”. Ma nel frattempo Renzi parla con Berlusconi e Grillo.

Matteo Renzi è nella sua Wunderkammer, e in questa sua magica camera delle meraviglie, luogo della politica e metafisica del potere, il segretario ragazzino sembra poter fare qualsiasi cosa, scovare e manipolare oggetti straordinari, scombinare le paludose regole imposte da Giorgio Napolitano, e dunque trattare con Silvio Berlusconi e con Nichi Vendola, persino con Beppe Grillo, sfidare il torpido acquitrino delle larghe intese, “una maggioranza per il maggioritario a doppio turno c’è già”, esulta il suo Roberto Giachetti, mentre Paolo Gentiloni, renziano allusivo per esperienza, sussurra che “questa maggioranza non coincide necessariamente con quella che sostiene il governo”. E dunque il segretario del Pd sa che la chiave per aprire la porta delle elezioni anticipate si chiama legge elettorale, oggetto potente ed essenziale, esoterico, pietra filosofale del potere, e che i suoi interlocutori, gli alchimisti con i quali combinare gli elementi e scombinare l’alambicco proporzionalista, non sono Angelino Alfano e Gaetano Quagliariello, “quelli con un ministro ogni due deputati”, ironizza Antonio Funiciello, più renziano di Renzi, “le mosche fastidiose e trascurabili”, aggiunge lui, insomma gli inessenziali Alfano e Quagliariello e Lupi e Cicchitto, “quelli che la riforma non la faranno mai”, come ha detto Renzi col piglio sprezzante, bullesco, di chi è sin troppo compreso di sé, della propria forza (e delle altrui debolezze). E certo Renzi si muove, e parla, con l’agilità bronzea di chi nasconde, ma neanche troppo, una birbante strizzatina d’occhio al vecchio Berlusconi, codice ribaldo, tra ribaldi. “Oggi Alfano e gli altri voteranno la fiducia al governo di Letta”, dice Gianfranco Rotondi, deputato di Forza Italia, ex ministro berlusconiano, “ma Alfano ormai non serve ad altro. Non ha più spazi di manovra politica, farebbe bene a tornare con noi. Renzi tratta al di fuori della maggioranza. E questo è un fatto enorme”.

Insomma in Forza Italia, tra gli uomini e le donne del Cavaliere incerto, eppure sempre capace di felina lucidità opportunistica, se ne sono accorti, lo sguardo luccica voluttuoso, e non solo per la disgrazia e il silenzio tormentato dei vecchi amici alfaniani (in quale cono d’ombra s’è occultato il ministro Mario Mauro?). “Le forze bipolariste sono maggioranza”, anche se l’accordo sul doppio turno è complicato, dice Altero Matteoli con un fremito nervoso, dopo tanto penare (e temere), “è urgente che i bipolaristi trovino un’intesa per approvare, ancor prima che siano note le motivazioni della sentenza della Consulta, un nuovo sistema elettorale”, anticamera delle elezioni. “La riforma Renzi non può farla con la maggioranza risicata che sostiene Letta”, ed è per questo che il Nuovo centrodestra di Alfano, a pochi giorni dalla festa, dalla celebrazione del suo nuovo simbolo, malgrado il “coltello fra i denti” di Fabrizio Cicchitto, declina in un turbinio di velleità (“a Renzi offriamo il sindaco d’Italia”) che s’infrangono contro un muro di pernacchie renziane. Il sindaco ragazzino incontrerà Alfano il 18 dicembre, per la presentazione del libro di Bruno Vespa, ma risposte, da Firenze, non ne sono pervenute, lasciando così Alfano, remoto nelle stanze del Viminale, spinto dalla debolezza a corteggiare persino l’antimafia militante a Palermo, in uno stordito e contegnoso silenzio. Frenetico nella sua camera delle meraviglie, Renzi non ha bisogno di chiedere ad Alfano. Incontrando lunedì Enrico Letta a Palazzo Chigi, ha sì espropriato il prof. Quagliariello delle sue prerogative – “della riforma elettorale mi occupo io” – ma ha soprattutto dato per acquisito, certificandone così anche l’ininfluenza, il sostegno del Nuovo centrodestra a qualsiasi sua escogitazione creativa, l’intendenza seguirà, e se non segue fa lo stesso. “Non sono mica sedici voti alla Camera a fare la differenza”, dicono i renziani, fin troppo spavaldi.


Renzi rottami la “stabilità” o sarà logorato, dice Zingales
di Marco Valerio Lo Prete
(da “Il Foglio”, 11 dicembre 2013)

Oggi, con il discorso parlamentare di Enrico Letta dopo l’uscita di Forza Italia della maggioranza e il cambio alla guida del Pd, inizia la “fase due” del governo Letta, o almeno così vuole la vulgata giornalistica. “Perché, c’è stata forse una ‘fase uno’ di questo esecutivo?”, chiede sorridendo Luigi Zingales, economista dell’Università di Chicago e firma del Sole 24 Ore. Lo studioso, che alla fine del 2011 fu la star della seconda Leopolda di Matteo Renzi, avverte il neo segretario del Pd: se il processo di “rottamazione” s’interrompe adesso, in nome della stabilità del governo, ogni sforzo sarà stato vano. “In Italia ci si trastulla con i presunti ‘problemi risolti’, ma nulla di sostanziale è cambiato negli ultimi mesi. Mario Draghi, il presidente della Banca centrale europea, ci ha dato del tempo in prestito, ma questo tempo non è infinito. Se l’Italia non torna a crescere a ritmi decenti, il nostro debito pubblico resta insostenibile”. Il corollario dell’analisi economica è schiettamente politico: “La crescita sarà rapida soltanto se il cambiamento, sociale e culturale, sarà drammatico – dice il professore – Oggi questo Parlamento, delegittimato per la sentenza della Corte costituzionale sul Porcellum, con una maggioranza raccogliticcia e disomogenea, non può garantire questo cambiamento”. Ecco perché “la cosa migliore” che Renzi possa fare è “modificare la legge elettorale, alleandosi su questo pure con Silvio Berlusconi, per tutelare il bipolarismo. Poi elezioni presto e subito, sapendo che chi vince deve poter governare”.

La rottamazione must go on, insomma: “Il sindaco di Firenze ha vinto dentro il Pd, ma ora quel partito va cambiato e poi tocca al paese. Un paese la cui classe dirigente è incapace nel settore pubblico e in tanta parte di quello privato. Il partito oggi lo segue perché lui sembra un candidato vincente, non perché condivida le sue idee. Se Matteo perderà troppo tempo, sarà logorato”. Zingales il segretario del Pd lo chiama “Matteo” per antica confidenza, ma precisa di non sentirlo “da qualche tempo”.

Ammettiamo che Renzi sfugga al logoramento di partito e di governo. Poi però si vota: “Oggi dalle urne uscirebbe probabilmente una maggioranza coesa”. E poi si governa: “A quel punto si tratta di operare a livelli multipli. La rottamazione della classe dirigente deve partire dal settore pubblico. In casi simili a quelli del ministro della Giustizia Cancellieri e dei suoi rapporti con i Ligresti, le dimissioni sono dovute. Dopodiché con la moral suasion si tratta d’innalzare gli standard del settore privato. Le leggi possono tornare utili a creare maggiori spazi per merito e mercato: tassando i dividendi delle società a ogni livello, in ogni passaggio delle note ‘scatole cinesi’, per scoraggiare questi assetti conservatori. O applicando in maniera rigorosa la norma introdotta dal governo Monti, e sottovalutata, per limitare le presenze incrociate nei cda”.

“In queste condizioni l’Italia esce dall’euro”
Renzi dice di voler puntare sulla riforma del mercato del lavoro. E’ una priorità anche questa? “Lo è, sicuramente, dal punto di vista simbolico. Che il candidato del Pd sia disposto ad attaccare lobby ben radicate nel suo elettorato, come quella dei sindacati, è uno degli aspetti che più ha fatto guadagnare a Renzi consensi trasversali, anche fuori dal solito bacino del Pd. Ma la libertà di licenziare rischia di diventare un totem. Il problema italiano è la produttività che non cresce più dalla metà degli anni 90”.

Colpa dell’euro, si sente dire sempre più spesso: “Sbagliato. Guardi, io penso che in futuro sia più probabile che l’Italia esca dalla moneta unica e non che ci rimanga. In mancanza di riforme radicali, rimarremmo in quest’architettura solo a costo di un estremo depauperamento. La mia però è un’analisi, non un auspicio”. Letta e i suoi ministri dicono che l’alternativa a questo governo sarebbe l’instabilità: “Puntano a guidare il semestre europeo. Ma guidare in quale direzione? Verso dove? Solo un governo credibile, con una maggioranza coesa, può avere la necessaria forza contrattuale in Europa per mutare quanto necessario. Ecco perché oggi sbagliare nel tentativo di fare è meglio che preservare l’attuale stabilità, quella della morte”.


In piazza ci sono i figli della crisi
di Michele Brambilla
(da “La Stampa”, 11 dicembre 2013)

Nella protesta dei cosiddetti Forconi c’è senz’altro un mix di elementi inaccettabili e inquietanti. Inaccettabili sono i disagi creati ai cittadini (non c’è causa che li giustifichi) e a maggior ragione le vetrine spaccate e le automobili rovesciate. Inquietanti sono le infiltrazioni estremiste e addirittura (pare) mafiose. Aggiungiamoci poi le strumentalizzazioni politiche, che vengono soprattutto da destra, e le istigazioni al linciaggio, che vengono dal solito Grillo.

Basterebbe tutto questo per esprimere una netta condanna.
Tuttavia, bisogna stare attenti a liquidare la questione solo come un problema di ordine pubblico. Vanno infatti colti, a mio parere, due fenomeni nuovi, e particolarmente preoccupanti.
Innanzitutto. Le manifestazioni di questi giorni sono le prime, a memoria d’uomo, che in Italia si tengono a pancia, se non vuota, quasi vuota. Diciamo più correttamente che si tengono con la testa piena (di paura) per una pancia che potrebbe essere presto vuota (di cibo). Nel Sessantotto e nelle sue derivazioni, in piazza ci si andava un po’ per ideali e un po’ per conformismo, perché come diceva Longanesi in Italia siamo tutti estremisti per prudenza. Ma nessuno era mosso dalla fame. Anzi, al contrario si andava in piazza perfino contro il consumismo, come fece Mario Capanna durante le feste natalizie, mi pare, del millenovecentosessantotto o sessantanove. Il paradosso di quegli anni, semmai, era che nell’Italia del post-boom si prendevano a modello Paesi, come la Cina o Cuba, molto più poveri di noi.

Oggi no. Oggi c’è la crisi. Oggi ci sono i suicidi, i debiti, il timore di non poter più dare da mangiare ai propri figli. Questa è la prima novità preoccupante, perché si sa che finché si tratta di questioni ideali, le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola: ma quando la tavola è vuota, può davvero succedere di tutto.

La seconda novità è che per la prima volta (almeno in queste dimensioni) in piazza non vediamo studenti o lavoratori dipendenti, ma imprenditori. Diciamo pure piccoli imprenditori: padroncini, agricoltori, allevatori, ambulanti, tassisti, negozianti, partite Iva. Ma comunque imprenditori.

È gente che in Italia si sente, da sempre, senza patria. Come dice Daniele Marantelli, un deputato varesino del Pd che da anni cerca di capire le ragioni della protesta nordista, «la sinistra ha sempre avuto un pregiudizio negativo nei confronti del piccolo imprenditore, considerato un evasore fiscale che pensa solo a fare il proprio interesse». Nel loro sentirsi soli, l’artigiano, il commerciante, il trasportatore e più in generale tutti i piccoli imprenditori ritengono di avere ottime ragioni. Si considerano «lavoratori» anch’essi, e lavoratori che rischiano un proprio capitale, piccolo o grande che sia, e creano posti di lavoro, pochi o tanti che siano. Certo negli anni di vacche grasse guadagnano più dei lavoratori dipendenti: ma in quelli di vacche magre non hanno paracadute, né sindacato né cassa integrazione, e non di rado devono mettere in azienda il patrimonio di famiglia.

Anche riguardo all’evasione fiscale ritengono di essere vittime di faciloneria e pregiudizi. Invocano la distinzione fra loro – che producono lavoro e sono schiacciati da una pressa fiscale senza eguali – e i veri grandi evasori, finanzieri che vivono di speculazioni, o professionisti che non creano occupazione. Abbiamo evaso? Sì, dicono: ma ricordano che perfino Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle Entrate, ha ammesso qualche tempo fa che in Italia esiste «un’evasione da sopravvivenza».

Insomma. Speriamo non succeda, ma non ci sarebbe da stupirsi se nei prossimi mesi accanto a questo un po’ ambiguo popolo dei forconi dovessero scendere in piazza, con eguale rabbia e violenza, tanti altri italiani ridotti allo stremo dalla crisi, dalle tasse, dalla burocrazia. Dovesse succedere, saremo qui tutti a dire che con la violenza si peggiorano solo le cose, che gli estremisti la mafia… Eccetera. Ma sarebbe ormai difficile fermare una deriva barricadiera. Non dimentichiamoci che in Grecia abbiamo visto, nelle piazze incendiate, anche insospettabili pensionati. La disperazione può trasformare chiunque.

Scrivevamo, la scorsa settimana, della rabbia anti-Stato che cova al Nord. Ora questa rabbia sta cominciando a sfogarsi nelle strade e nelle piazze. C’è un solo modo per fermarla, e per non lasciarla strumentalizzare da nessuno: venire incontro veramente a chi cerca di creare lavoro per sé e per gli altri.
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Un servizio Video sull’Unità, qui.


Per il buco dei De Benedetti in arrivo l’aiutino di Letta
di Marcello Zacché
(da “il Giornale”, 11 dicembre 2013)

Il caso Sorgenia è la spina nel fianco della famiglia di Carlo De Benedetti. E, per mitigare la profonda crisi finanziaria della società elettrica, il gruppo Cir sta battendo tutte le strade.
Anche quella di chiedere fondi pubblici a governo e Parlamento. E sembra che li stia ottenendo, grazie soprattutto a Pd e Scelta Civica. Vanno in questa direzione sia una richiesta di cancellare 22 milioni di oneri di urbanizzazione dovuti per una centrale nel Lodigiano, sia le forti pressioni per inserire nel pacchetto stabilità, di qui a fine anno, le sovvenzioni per le centrali a gas, per un valore stimato di 90-100 milioni.

Piano piano sta venendo fuori, come raccontato ampiamente dal Giornale, che la società elettrica fondata nel 1999 dall’Ingegnere e controllata al 52% dal gruppo Cir sta messa male, con 1,8 miliardi di debiti totali e un bilancio 2013 che nei soli primi 9 mesi era in rosso per 430 milioni. Proprio ieri si è svolto un incontro con le banche a cui Sorgenia ha chiesto una moratoria sulle scadenze e una ristrutturazione del debito. Tra le banche esposte spicca Mps, con 5-600 milioni, seguita da Intesa, Unicredit, Mediobanca, Banco Popolare, Ubi Banca, Bpm e, in misura minore, anche Carige, Bnl, Cariparma, Pop Etruria e qualche estera.
La Cir, holding dei De Benedetti, non ha intenzione di aprire il portafoglio per partecipare al salvataggio nonostante, tra l’altro, i 350 milioni netti incassati dalla Fininvest per il Lodo Mondadori. Preferendo puntare sulle banche e, ora, anche sui quattrini dei contribuenti.

Il primo caso lo ha sollevato M5S, svelando un emendamento di Scelta Civica alla legge di Stabilità per salvare la centrale turbogas di Turano-Bertonico dal pagamento di 22 milioni di oneri di urbanizzazione. Una richiesta in parte già accolta dal Tar del Lazio, contro cui Sorgenia ha fatto ricorso. Ma, dopo l’emendamento già approvato in commissione Bilancio del Senato, non ci dovrebbero più essere dubbi: la «variante» richiesta da Scelta Civica andrebbe a confermare la legge «sbloccacentrali» con cui si era sospeso l’obbligo di versamento degli oneri per le centrali elettriche superiori a 300 megawatt. Gli eletti di M5S ci aggiungono poi del loro scrivendo, come si legge sul blog di Grillo, di «rappresentanti della Sorgenia di De Benedetti che aspettano nei corridoi del Palazzo, davanti alla porta della commissione Attività Produttive».

Ma quello che forse non hanno ancora scoperto è che in una delle tante bozze della Stabilità c’è dell’altro: una proposta per il cosiddetto capacity payment, vale a dire quella sorta di sovvenzione pubblica alle centrali elettriche per garantire la capacità di funzionamento. È un tema che riguarda le centrali a gas (tutte e quattro quelle di Sorgenia) che, a causa del meccanismo che prevede la priorità nel dispacciamento di energia da fonti rinnovabili, rischiano di restare ferme o di funzionare poco o niente. Ebbene, a fronte di tale rischio (che è poi il principale motivo per cui Sorgenia è in profondo rosso), Sorgenia chiede di sovvenzionare la disponibilità della centrale, senza la quale il Paese rischia di restare al buio nei momenti in cui le rinnovabili non bastano a soddisfare i picchi di domanda. Ora, essendo la capacità installata di Sorgenia pari a 3.200 megawatt, ed essendo il capacity payment stimato in 25-35mila euro al megawatt, la sovvenzione potrebbe valere per Sorgenia circa 100 milioni.
Va detto che oltre alla società della Cir, sono interessati al provvedimento anche Enel e A2a. E pure che le sovvenzioni al gas arriverebbero dopo quelle già esistenti per le rinnovabili, che ci costano 12 miliardi. In ogni caso Sorgenia è la più interessata perché sia Enel sia A2a hanno modi di diversificare significativamente i ricavi, mentre le quattro centrali dei De Benedetti a Termoli, Modugno, Turano ed Aprilia funzionano tutte a gas.


Mondadori, De Benedetti non si accontenta: vuole altri 30 milioni. Marina Berlusconi: “Siamo sconcertati, considera Fininvest come un bancomat”
di Luca Romano
(da “il Giornale”, 11 dicembre 2013)

L’ingegner Carlo De Benedetti non si accontenta dei 494 milioni di risarcimento ottenuti in Cassazione.
Vuole di più da Berlusconi. Ma la vicenda del Lodo Mondadori non era chiusa? In realtà no. Anche se in Cassazione sono esauriti tutti i gradi di giudizio penale e anche i tre gradi di giudizio civile, la Cir di De Benedetti, come anticipa oggi il Corriere della sera, ha avviato contro Fininvest un’altra causa civile da trenta milioni di euro “nominali” (novanta in tutto, considerando rivalutazione e interessi legali). La nuova richiesta è stata presentata lunedì scorso, dopo che la Cassazione lo scorso settembre con la sentenza che ha stabilito il risarcimento di 494 milioni di euro alla società della famiglia De Benedetti ha ritenuto, in via definitiva, che Cir debba essere risarcita anche per i “danni non patrimoniali”. Danni che sarebbero dovuti alla “lesione del diritto ad un giudizio reso da un giudice imparziale” accertato anche dal procedimento penale, già passato in giudicato, per cui il giudice Metta e gli avvocati Giovanni Acampora, Attilio Pacifico e Cesare Previti furono condannati definitivamente per corruzione in atti giudiziari.

A stretto giro di posta arriva la replica di Marina Berlusconi, presidente di Fininvest: “L’ingegner De Benedetti e la Cir ci hanno preso gusto. Sicuri di poter contare su una giustizia ingiusta, considerano ormai la Fininvest come un gigantesco bancomat, dal quale prelevare secondo necessità. Non è bastato l’esproprio da 494 milioni di euro che ci è stato inflitto per un danno mai subito da De Benedetti nella vicenda Lodo Mondadori – prosegue Marina Berlusconi-. La Cir ora torna alla carica chiedendoci altri 32 milioni di euro, che rivalutati ammontano a quasi un centinaio, questa volta per il danno non patrimoniale. Ma è il modo in cui si arriva a motivare e a quantificare questo inesistente danno che lascia ancor di più sconcertati. Come fa la Cir a lamentare uno ‘smacco imprenditoriale’ ingiustamente subito quando lo stesso De Benedetti della spartizione Mondadori si disse soddisfattissimo, e a ragion veduta, avendone tratto solo vantaggi? Di smacchi imprenditoriali l’ingegnere ne ha accumulati eccome, ma sono ben altri: basti pensare alla distruzione di un marchio storico come l’Olivetti, o alla pesante situazione debitoria del gruppo Cir. La società però va oltre, e nella sua richiesta tira fuori addirittura presunti danni psicologici, per la precisione ‘i gravissimi stress e disagi nella sfera psichica ed emotiva degli esponenti di Cir’, a cominciare da De Benedetti. Detta da chi ha raddrizzato i suoi bilanci proprio grazie all’esproprio assurdo sul Lodo Mondadori, c’è da rimanere senza parole. Piuttosto che sui danni psicologici di De Benedetti – conclude la presidente di Fininvest -, credo sarebbe doveroso riflettere sui danni reali e gravissimi che questa vicenda giudiziaria ha davvero provocato. Ad aziende sane come le nostre, che pagano ogni anno centinaia di milioni di euro di tasse e che danno lavoro a migliaia di persone. Ma anche al rispetto della verità e della giustizia di questo Paese”.
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(E’ esagerato dire che ora l’italo-svizzero Carlo De Benedetti fa un po’ vomitare? bdm)


Più forconi per tutti
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 11 dicembre 2013)

Non hanno sigle né bandiere. Ma hanno facce e le mostrano senza paura, con dignità e tanta rabbia.
Sono il popolo dei forconi: agricoltori, trasportatori, commercianti e piccoli artigiani che stanno invadendo spontaneamente vie e piazze. Non ce la fanno più: tasse, multe e mancanza di lavoro li hanno sfiancati. Persino i poliziotti, sbrigata la pratica con i soliti violenti che si infilano ovunque e che nulla c’entrano con la protesta, davanti a loro si sono tolti il casco e hanno abbassato i manganelli, ricevendo in cambio applausi e pacche sulle spalle. «L’ho fatto perché in quei manifestanti ho visto mio padre, disoccupato e disperato», ci racconta oggi un agente. È la smentita più genuina – e quindi vera – alla tesi che il ministro dell’Interno Alfano corre a ripetere di tv in tv: «Prassi normale, hanno obbedito all’ordine di abbassare la guardia». Quell’ordine, ovviamente, non è mai partito ed è questo che fa paura al Palazzo. E in quanto ai manifestanti, si è avverato il monito che un Pasolini disgustato rivolse ai sessantottini (per lo più ricchi e viziati borghesi) sprangatori di poliziotti durante gli scontri di Valle Giulia (marzo 1968): «Ai poliziotti – scrisse – si danno i fiori, loro sono i figli di poveri che vengono da periferie contadine o urbane che siano».

Ci sono voluti cinquant’anni e tutta la saggezza umile e contadina dei «forconi» per scardinare quell’odio verso gli «sbirri di Stato». C’è voluto un attimo perché dei poliziotti, spontaneamente, recepissero il messaggio e abbassassero la guardia. Solo il nostro governo e la maggior parte dei nostri politici non capiscono. Alfano tratta quelli dei forconi alla stregua dei violenti infiltrati nei cortei. C’è panico e impreparazione ad affrontare una protesta che non si sa da dove venga e dove voglia andare, chi la guidi e quanto spontanea sia. Neppure noi abbiamo capito quello che sta succedendo. Siamo irritati dai disagi provocati dai cortei e dai blocchi stradali. Ma non ce la sentiamo di puntare l’indice accusatore. In questa protesta c’è molto di vero. E, se non si farà trascinare nella violenza, la faremo nostra.


Travaglio e Feltri, la strana alleanza contro Merlo
di Redazione
(da “Libero”, 11 dicembre 2013)

Una strana “alleanza” quella che si è costituita oggi sulle prime pagine di due giornali che più diversi non si può…Il Fatto quotidiano e Il Giornale. Dove Marco Travaglio e Vittorio Feltri mettono nel mirino il collega di Repubblica Francesco Merlo, finito ieri nella gogna 5 Stelle per aver difeso a spada tratta (forse un po’ troppo “tratta”) la collega de L’Unita Maria Novella Oppo, assurta agli onori delle cronache come primo giornalista-bersaglio sul blog di Beppe Grillo. Penna avvelenata e inacidita, guarda caso, da quando è passato dal Corriere della Sera a Repubblica, Merlo è stato a sua volta subissato di insulti dal popolo grillino come 24 ore prima la collega del giornale che fu di Gramsci.

Lo stile di Travaglio e e quello di Feltri sono ovviamente assai diversi. Il vicedirettore del Il Fatto, da portavoce grillino quale è diventato da almeno un paio d’anni, la butta come al solito sull’insulto: “Il Merlo (sic, ndr) tiene a precisare sulla prima pagina di Repubblica che tra le vittime della ‘gogna di Grillo’ c’è anche lui. Mo’ me lo segno, direbbe Troisi”. E poi giù: “Peso piuma del cicisbeismo specializzato nell’attaccare le opposizioni”, “maestrino di bon ton”, “Rushdie de noantri”, “”Linosotis catanese”, “protomartire cerchiobottista” e infine, non bastasse, “paraculo”. Feltri, al badile travagliesco, preferisce il fioretto. E dopo aver raccontato gli esordi di Merlo al Corriere, ne ricorda il trasferimento a Repubblica: “I suoi articoli erano cambiati, con una punta di acidità che non sospettavo potesse fuoriuscire dalla sua penna aggraziata” scrive Vittorio. E ancora: “Niente di grave: siamo tutti faziosi e tutti schiavi dei pregiudizi. Il problema è che seguendo più la convenienza che la logica, pieghiamo le nostre frasi all’esigenza intima di essere coerenti con la linea del giornale piuttosto che con la nostra coscienza della realtà. Merlo, come tutti quelli che badano all’estetica scambiandola talvolta per etica, ha attirato su di sè molte antipatie. Se ne faccia una ragione”. Cioè: chi di spada ferisce, di spada perisce. E amen.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart