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L’impervia strada di Matteo

13 Dicembre 2013

di Luca Ricolfi
(da “La Stampa”, 13 dicembre 2013)

Che Renzi abbia vinto le primarie del Pd e ne sia diventato il segretario è un fatto positivo. Renzi, infatti, è l’unico leader dal quale è ragionevole aspettarsi due risultati: primo, la fine della stagione immobilista del governo Letta, finora colpevolmente tollerata da Pd e Pdl; secondo, la rinuncia a percorrere scorciatoie anti-istituzionali, che sono invece la perenne tentazione di Berlusconi, Grillo e Lega, ossia di circa metà del Parlamento.

Questo è importante, perché ci toglie dal dilemma di questi otto mesi: meglio tenersi il timido Letta, o rischiare il ritorno alle urne senza una nuova offerta politica? Con Renzi chi vuole un vero cambiamento sa che potrebbe anche ottenerlo, perché il ragazzo è determinato. Ma sa anche che, se il cambiamento non si materializza, si può andare alle urne senza porcellum, e con qualche proposta politica nuova.

Fin qui tutto bene. Questa è la faccia migliore della luna. C’è anche una seconda faccia, tuttavia, e tanto vale parlarne subito: non è detto che Renzi abbia coraggio a sufficienza. E se Renzi si rivelasse un bluff, la luna della politica potrebbe riservarci il suo lato peggiore. Con effetti catastrofici, temo.

Vediamo perché.

Per capirlo occorre partire da due recentissime prese di posizione pubbliche, due specie di lettere aperte rivolte l’una a Enrico Letta (a firma Giavazzi e Alesina, sul Corriere della Sera), l’altra a Matteo Renzi (a firma Pietro Ichino, dal suo sito). L’elemento comune a questi due interventi è il perentorio, o accorato, invito a uscire dal generico. La richiesta di rispondere su una quindicina di punti fondamentali, su cui non solo il governo ma anche Renzi non hanno preso posizioni chiare o, nel caso di Letta, hanno fatto annunci senza passare dal dire al fare.

Il tratto distintivo dei punti toccati da Alesina, Giavazzi e Ichino, tuttavia, è la loro prosaicità. Pochi voli pindarici sull’obbrobrio del porcellum, sugli scandalosi stipendi dei manager, sulla politica ladra e corrotta, sulla necessità di «dare una speranza», ma una ben più corposa lista di decisioni da assumere sul deficit pubblico, sull’entità dei tagli di spesa, sulle assunzioni nella scuola, sulle imprese pubbliche decotte, sulle privatizzazioni, sul finanziamento pubblico dei partiti, sulla giustizia, sul mercato del lavoro (inclusa l’incandescente disciplina dei licenziamenti). Quasi tutti punti su cui non solo il prudente Letta ma anche lo scanzonato Renzi hanno finora detto ben poco, o per lo meno ben poco di preciso nei modi, nei tempi e nelle cifre.

Il perché della reticenza di Letta è chiaro. Democristianità a parte, è soprattutto l’assenza di un accordo programmatico ben definito (come quello Merkel-socialdemocratici) che lo costringe a prendere «impegni vaghi», un atteggiamento che giustamente Alesina e Giavazzi considerano una colpa, in quanto danneggia il paese. Il perché della reticenza di Renzi lo spiega benissimo Pietro Ichino quando nota (e dimostra) che il Pd «è il più conservatore fra i partiti italiani». Questa circostanza spiega perfettamente la metamorfosi di Renzi: audace e tutto sommato abbastanza chiaro fin che doveva sfidare Bersani (primarie dell’anno scorso), è diventato sempre più guardingo, sfuggente e astuto quando, in questi ultimi mesi, gli si è presentata la possibilità reale di conquistare la cittadella del Pd, l’unico vero apparato di partito rimasto sul terreno di gioco. Renzi sa benissimo che, in qualsiasi sede, incontro, festival o grigliata democratica, Susanna Camusso prende più applausi di Pietro Ichino, e a questo dato di fatto ha deciso di attenersi, mettendo la sordina su tutti i temi, dal mercato del lavoro al rispetto degli elettori di Berlusconi, che lo avevano reso indigeribile al popolo di sinistra. Una strategia comunicativa perseguita con coerenza e lucidità, e ingenuamente confessata da quello che pare essere divenuto il principale consulente di Renzi in materia economico-sociale, Yoram Gutgeld, di cui è appena uscito il libro-manifesto Più uguali, più ricchi (Rizzoli). Nelle pagine iniziali del libro, Gutgeld esalta l’equità e la meritocrazia (che creano sviluppo economico), e critica l’eguaglianza e l’egualitarismo (che frenano lo sviluppo), salvo poi spiegare che non se l’è sentita di intitolare il libro «Più equi, più ricchi», perché la parola «equità» e ancor più l’aggettivo «equo» sono termini «freddi». Meglio il titolo «Più uguali, più ricchi», che alimenta l’equivoco, fa credere l’esatto contrario di quel che si vuol dire, ma almeno scalda i cuori degli elettori di sinistra.

Ha fatto bene Renzi ad adottare una simile strategia di «dissimulazione onesta»?
Chi crede fermamente in lui, giura di sì. L’importante era ed è vincere, e per vincere le prossime elezioni bisognava dare al popolo quel che il popolo chiede: tanta polemica anti-casta, tanta voglia di facce nuove, tanta retorica del ricambio generazionale, il tutto condito con un pizzico di polemica con l’Europa e i suoi vincoli paralizzanti. Un ragionamento che, a quel che sento in giro, coinvolge anche i più riformisti fra i renziani: per fare le cose che Matteo predica, bisogna prima conquistare il Pd e il Governo, e solo poi preoccuparsi dei contenuti più difficili da far accettare all’elettorato di sinistra, e presumibilmente anche al resto del paese.

Questo ordine di pensieri, più o meno spregiudicati e machiavellici, sono certamente congeniali a una parte dell’elettorato di sinistra, e specialmente alla sua parte più anziana, spesso di matrice comunista, da sempre abituata alla doppia verità e convinta che il fine, quando è buono, giustifichi i mezzi, anche quelli cattivi. Ma proprio il fatto che la cultura comunista, le sue abitudini mentali, i suoi riflessi condizionati, siano ancora così radicati nell’elettorato di sinistra, dovrebbe forse suggerire anche un diverso genere di riflessione. Se Renzi, come pensano i suoi detrattori, ambisce solo a sedersi sullo scranno di palazzo Chigi, nessun problema: potrebbe anche farcela. Se però, come molti di noi si augurano, il Davide della politica italiana, dopo aver vinto il gigante Golia dell’apparato di partito, nutrisse anche l’ambizione di provarci, a cambiare questo sciagurato paese, forse farebbe bene a non trascurare un altro tratto della cultura di sinistra, e non solo di essa: il gregarismo, il conformismo, l’attitudine a fiutare l’aria per poi correre tutti nella medesima direzione. Il plebiscito che ha sbalzato Bersani e incoronato Renzi è stato troppo repentino per non evocare altri cambiamenti di umore degli italiani, da fascisti ad antifascisti (nel 1943-45), da clientes dei partiti di governo a giustizialisti duri e puri (nel 1992-94).

La realtà è che Renzi, per ora, non ha affatto cambiato il Pd, come vent’anni fa aveva invece fatto Tony Blair con il Labour Party, attraverso una lunga battaglia a viso aperto. Semmai, è l’elettorato del Pd che ha cambiato Renzi, o lo ha indotto a crittare il suo messaggio originario. Si tratta ora di capire se sarà l’elettorato del Pd a usare Renzi per conquistare quella vittoria che Bersani non è stato capace di regalargli, o sarà Renzi a cominciare, pazientemente, quell’opera di trasformazione delle coscienze che è la premessa di ogni vero cambiamento.


La politica della nuora e… della suocera
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 13 dicembre 2013)

Silvio Berlusconi può mettersi sulla riva del fiume ad aspettare il passaggio del cadavere metaforico del suo ex delfino Angelino Alfano, ora diventato il suo avversario agli occhi dell’elettorato del centrodestra. Perché da adesso in poi il compito di incalzare, attaccare, mettere all’angolo e bastonare il povero Alfano lo dovrà svolgere il nuovo segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi.

La conferma che questo sarà il tema principale delle battaglie politiche dei prossimi mesi si è avuta nel corso della prima giornata di lavoro del neo-segretario del Pd segnata dall’incontro al Quirinale con il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. La giornata, infatti, è stata significativa non tanto per la riunione ultra-mattutina dell’ufficio di segreteria (iniziativa abbastanza scontata per dare un segnale di novità giovanilistica). E neppure per il disinteresse mostrato nei confronti di un dibattito sulla fiducia al Governo da cui non potevano scaturire novità di sorta.

Ma solo ed esclusivamente dal confronto tra Renzi e Napolitano incentrato fatalmente sul problema di come poter conciliare il continuismo conservatore del Quirinale e la sua strenua difesa della maggioranza ristretta di Enrico Letta e l’assoluta necessità di Renzi di rispettare l’impegno alla novità ed alla discontinuità da lui assunto nei confronti di chi lo ha eletto in maniera plebiscitaria alla segreteria del Partito Democratico. L’incontro, ovviamente, non è servito a risolvere il problema. Ma ha indicato come il sindaco di Firenze intende aggirarlo per non dover entrare immediatamente in rotta di collisione con il suo vero ed unico antagonista al ruolo di principale artefice della politica nazionale, cioè Napolitano. La soluzione di Renzi è semplice.

Trasformare Alfano e la sua pattuglia di scissionisti ex berlusconiani nel bersaglio su cui dirottare i colpi di una offensiva innovatrice che a regola andrebbero indirizzati direttamente contro il Governo e contro il Capo dello Stato. Da adesso in poi dunque, e fino a quando il gioco potrà reggere, Renzi attaccherà Alfano per non aggredire direttamente Letta e Napolitano. E lo farà soprattutto sulla questione della nuova legge elettorale scaricando su Alfano quell’accusa di essere un neo-centrista nostalgico del proporzionale della Prima Repubblica, che in realtà dovrebbe lanciare direttamente al Presidente del Consiglio ed al suo Lord Protettore del Quirinale.

Fino a quando Renzi potrà picchiare “la nuora perché suocera intenda” e trasformare agli occhi dei suoi elettori l’ex delfino di Berlusconi nel solo responsabile del freno alla sua spinta innovativa, il Governo riuscirà ad andare avanti. Anche seguendo quella linea del vivacchiamento e del galleggiamento indicata dal discorso del “nuovo inizio” di Enrico Letta. Quando, però, non basterà più bastonare Alfano per tranquillizzare gli elettori delle primarie in cerca di novità, il gioco arriverà al termine.

Per non deludere il proprio elettorato e per continuare ad ambire di diventare il premier innovatore del Paese, Renzi dovrà necessariamente contestare i veri responsabili del progetto “ritorno al passato”, cioè Letta e Napolitano. E si andrà necessariamente alle elezioni anticipate. Con tutti i protagonisti di questa fase politica fatalmente logorati, da Alfano a Letta ed a Napolitano. Ed allo stesso Renzi, che più passa il tempo e più perde la sua credibilità come uomo nuovo della politica italiana!


Grillo all’attacco di Napolitano: “Comportamento inquietante, i partiti chiedano dimissioni”
di Redazione
(da “la Repubblica” 12 dicembre 2013)

ROMA – Il leader del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, torna ad attaccare il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e sollecita i partiti politici a chiedere le dimissioni del presidente della Repubblica. Parole, quelle di Grillo, che arrivano all’indomani di un altro attacco al Colle: quello di Forza Italia. La stessa Fi, peraltro, per bocca di Sandro Bondi, interverrà di nuovo anche oggi – con riferimento al voto di fiducia al governo – per tornare a dire che “siamo di fronte a una trasformazione di fatto della natura e delle funzioni della presidenza della Repubblica, che nella fattispecie configura una vera e propria supervisione e paternità politica del governo in carica”. Grillo, però, è ancora più duro. Secondo lui, Napolitano avrebbe smarrito il “senso della misura” a causa del ruolo “politico” interpretato in modo “aggressivo e di parte”.

Ma a difesa del Quirinale si erge il Pd: “Grillo – dice Danilo Leva – decontestualizza un discorso del ’91 del presidente Napolitano sperando così di costituirsi uno scudo morale nella sua quotidiana aggressione alle istituzioni. E’ l’ennesima dimostrazione del fatto che è pronto a tutto mentre mortifica il web usandolo solo per creare caos. Grillo continua a giocare con le istituzioni, cercando di costruire un asse eversivo con Fi. Non a caso Fi e M5S cercano di cavalcare la protesta, la coccolano, vi inoculano sagge dosi di veleno con l’unico scopo di ricavarne un utile per le rispettive finalità. Oramai non sembrano esserci limiti a una deriva che non si può solo limitare a contemplare”

Scrive Grillo sul proprio blog: “Il precipitare della grave questione costituita dai comportamenti sempre più abnormi e inquietanti del presidente della Repubblica non è che l’ultimo anello della spirale involutiva che sta stringendo il paese. I fenomeni di crisi – continua Grillo – che già investono l’economia, con i connessi rischi di crescente tensione sociale, il complessivo degrado del ‘sistema Italia’ alla vigilia di impegnativi sviluppi sulla via dell’integrazione europea, richiederebbero un quadro istituzionale e politico profondamente rinnovato, capace di garantire, attraverso una limpida dialettica democratica, scelte chiare e azioni efficaci. Ne siamo invece drammaticamente (dannatamente?) lontani, anche e soprattutto per la sordità mostrata negli anni e nei mesi scorsi dai maggiori partiti di governo di fronte all’esigenza di riformare il sistema e di contenere così l’onda delle reazioni di insofferenza e di rigetto che andava montando nell’opinione pubblica. Confusione ed esasperazione politica, marasma istituzionale, vuoto di governo congiurano nel rendere assillanti gli interrogativi sul futuro prossimo della democrazia e della società italiana”.

“Facendo scorrere così i prossimi mesi, si giungerebbe alle elezioni con un paese stremato. E’ più che mai in forse la governabilità del paese, per garantire la quale non basta certo l’intento rassicurante del Pd, l’impegno del suo nuovo segretario (Matteo Renzi, ndr) a continuare nella collaborazione con il governo senza che neppure si dica per fare che cosa, in risposta a un così allarmante malessere, a un così inquietante groviglio di problemi. Saremo giudicati tutti sulla base della nostra capacità di concorrere al superamento di quella spirale involutiva che si sta ora stringendo attorno alla questione del presidente della Repubblica”.
Grillo all’attacco di Napolitano: “Comportamento inquietante, i partiti chiedano dimissioni”

“Occorrerebbe – si legge ancora sul blog – in questo momento cruciale senso della misura da parte di tutti, per ristabilire un minimo di ordine nei rapporti istituzionali e politici, per porre sui binari giusti il contenzioso che si è venuto accumulando, per dare all’opinione pubblica il senso di un chiarimento e di un rinnovamento possibili alla vigilia di una cruciale prova elettorale. Si è totalmente smarrito il senso della misura al quirinale. Non c’è stata misura nelle scelte del Partito democratico, da quando decise di schierarsi sconsideratamente come ‘partito del presidente’ e ora che ha ripreso a farlo nel modo più clamoroso. Oggi va sollevata una questione di incompatibilità tra l’aggressivo ruolo politico di parte assunto dal presidente e la funzione attribuita dalla costituzione al presidente della Repubblica, tra un esercizio esorbitante dei poteri presidenziali e la permanenza in quella carica”.

“Riflettano tutti i partiti sul modo di porre questa che può configurarsi come una questione politica di dimissioni del capo dello Stato: non si copra, nessuno, con l’alibi che rischia di diventare il problema dell’iniziativa di messa in stato di accusa annunciata – ma non ancora formalizzata. Vanno affrontate così anche altre questioni spinose sollevate dai comportamenti del presidente della Repubblica, come quella delle regole per l’accesso alla televisione pubblica, e quella dell’inquadramento istituzionale dei servizi di sicurezza. Il peggio sarebbe lasciar cadere queste occasioni, eludere ogni questione, favorire una lunga e ambigua polarizzazione sul caso dell’incriminazione del presidente ai sensi dell’articolo 90 della Costituzione, far marcire insieme esigenze di riforma del sistema politico ed esigenze di profondo rinnovamento nel governo del paese”.
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(Cara Repubblica, vuoi chiedere a quel superficialoide di Danilo Leva che cosa significa “decontestualizza”? Significa che anche l’applauso di Napolitano ai carriarmati che sparavano sulla folla ungherese, va contestualizzato? Sarà bene che Danilo Leva si metta a giocare con le barchine seduto sulla panchina di qualche parco pubblico. Napolitano chiese le dimissioni di Francesco Cossiga (che fra l’altro se ne andò 2 mesi prima della scadenza per porre fine a queste strumentalizzazioni dell’ex Pci), il quale Cossiga aveva avuto comportamenti di assai minore gravità di quelli assunti da Napolitano (si pensi all’ingerenza in politica e alla distruzione dei nastri, praticamente imposta alla consulta, che gli si genuflesse. Ci si rilegga Zagrebelsky quando espresse perplessità sul ricorso. Danilo Leva impari a non diffondere menzogne, o vada a giocare alle barchette. bdm).


L’“effetto Renzi” e l’accelerata di Letta
di Fabio Martini
(da “La Stampa”, 13 dicembre 2013)

Un blitz. Raramente i governi si vanno a “prendere” provvedimenti legislativi sui quali il Parlamento sta legiferando. E invece il governo si prepara ad emanare un decreto legge immediatamente operativo sulla abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, un decreto che rispecchierà l’attuale testo di compromesso giacente al Senato, ma che diventerà immediatamente operativo e sarà tolto dalle secche nelle quali si trovava.

Nei mesi scorsi il governo si era mosso subito con un Ddl promosso dal presidente del Consiglio, i partiti avevano discusso, emendato nel corso di cinque mesi e a metà ottobre il testo è stato licenziato dalla Camera. Da quel giorno sono passati quasi due mesi senza che al Senato il provvedimento venisse incardinato in Commissione, un chiaro sintomo della scarsa determinazione dei partiti (tutti) di andare avanti, di procedere verso l’approvazione definitiva. Ma Enrico Letta ci aveva messo la faccia nei mesi scorsi, ponendo un termine. Inizialmente aveva detto «entro sei mesi» sarà legge, poi aveva corretto: «entro l’autunno».

Il presidente del Consiglio è stato di parola. Ma nel passo spedito che ha assunto si avverte il “fiato” del nuovo leader del Pd: è come se l’affidabile e professionale “diesel” lettiano stia cominciando ad avvertire le prime scosse del “turbo” renziano
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(Se è così, bravo Renzi! Ma leggete i dubbi espressi negli altri articoli di questa minirassegna stampa. bdm)


La foglia di fico
di Salvatore Tramontano
(da “il Giornale”, 12 dicembre 2013)

Quelli che abbaiano ai forconi. Il club del Quirinale muove le torri. Il premier Letta e il suo delfino Alfano, ormai coppia di fatto, ripetono in stereofonia che i nemici della Repubblica sono alle porte, che la democrazia è a rischio, che chi protesta è un populista.
Gentaglia, comunque. Ma perché il governo delle strette intese enfatizza la paura dei forconi? È una foglia di fico. Serve a nascondere le debolezze della maggioranza, per sviare l’attenzione, per creare un diversivo. Non c’è più la pace di una volta. La nomina di Renzi a segretario del Pd ha squarciato un velo e cambiato le carte sul tavolo. Il ragazzo scalpita, minaccia, esagera e, soprattutto, ha voglia di dimostrare che lui non se ne sta tranquillo sotto l’ala protettiva di sua maestà Napolitano. Ha fretta di portare a casa risultati. È ambizioso e il primo traguardo è la legge elettorale. Renzi vuole farla in fretta, per andare a votare e prendersi Palazzo Chigi. E per portarla a casa è disposto a scriverla anche con Grillo e Berlusconi. Napolitano gli ha detto che ora è il segretario di un partito, deve stare attento a chi si accompagna. Renzi lo ha ascoltato e gli ha fatto notare che il tempo scorre. Insomma, non si sono capiti più di tanto. Nessuno si fida dell’altro. E questo spaventa soprattutto Giorgio e la sua corte. Che succede se il neo segretario fa la riforma elettorale insieme agli altri? Ecco perché Napolitano ha mandato subito in avanscoperta Quagliariello, con un ragionamento che assomiglia a una minaccia: o la maggioranza fa la legge elettorale e le riforme, oppure tutti a casa. È crisi. Il tabù della stabilità non vale più. Adesso l’ipocrisia è palese. Era un argomento utile solo a far fuori Berlusconi. Una scusa. Adesso non conta più. Non si possono far decidere le regole del gioco a chi non fa parte del club. Napolitano e Letta pretendono che la nuova legge elettorale venga disegnata all’interno dell’attuale maggioranza. L’importante è che sia fatta su misura per Alfano e per Letta. Le regole servono a far vincere gli amici del Colle. Forza Italia e Cinque Stelle devono diventare marginali. Tutto questo non è proprio quello che ci si aspetta da un presidente della Repubblica. Il garante garantisce una parte. Il super partes è partigiano. L’arbitro fischia sempre contro gli stessi. È la democrazia ad personam. L’unica disdetta è che devono fare i conti con i numeri. E quelli Napolitano, Letta e Alfano non li hanno. Meglio allora abbaiare ai forconi.
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(Ma quanto ci vuole a mandare a casa Napolitano? Ci si riunisca – salirò anch’io, anziano come sono, sul pulmann che qualcuno organizzerà, spero, anche da Lucca -, non in centinaia, ma in milioni sotto il palazzo che sta indegnamente occupando, perfino nominato da un parlamento delegittimato. E non ci si ritiri dal presidio, composto da milioni di persone, finché la costosa auto blu del presidente non varchi il portone per sparire per sempre, dopo aver consegnato la sua lettera di dimissioni. Solo così avremo fatto giustizia dei mali che ci sono capitati addosso da quando Napolitano – capace solo di frequentare la Scala e di rifiutare, con ciò, qualsiasi segno di solidarietà con la povertà diffusa tra il popolo – ha creduto di sostituirsi al Padreterno. bdm)


Angelo Rizzoli, un uomo ucciso dalla giustizia
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 13 dicembre 2013)

Sono rimasto senza parole e mi vengono in mente soltanto parolacce per commentare il modo in cui hanno condannato a morire Angelo Rizzoli, nipote e omonimo del fondatore della grande casa editrice milanese cui si devono, fra l’altro, la stampa dell’Enciclopedia Treccani e, per un periodo non lungo, la proprietà del Corriere della Sera, fonte di guai non soltanto finanziari per la famiglia.

La storia tribolata di Angelo Rizzoli è stata raccontata mille volte e a rileggerla vengono i brividi, ma ancora più raggelante è l’epilogo. Quest’uomo è stato letteralmente ammazzato da una giustizia che agirà legalmente, forse, ma è cieca, sorda e insensibile a tutto tranne che alle luci della ribalta: se si tratta di farsi pubblicità, si scatena e non si ferma più.
L’editore, che conobbe il carcere negli anni Ottanta e a distanza di lustri venne assolto, fu nuovamente arrestato il 14 febbraio scorso: bancarotta fraudolenta. Il provvedimento adottato dalla Procura di Roma aveva un nome gentile: custodia cautelare. Ma si trattava di una porcheria, specialmente in questo caso, poiché il detenuto era già praticamente semiparalizzato e impossibilitato a fuggire. Quella mattina le forze dell’ordine irruppero in casa sua e gli notificarono la privazione della libertà: in galera. Qui gli tolsero persino il bastone, senza il quale non era in grado di camminare. Dinanzi all’evidenza, bontà loro, le autorità – dopo averlo tenuto una giornata tra color che son sospesi – lo fecero tradurre all’ospedale Pertini. Che non è una prigione, peggio: tanto per capirci, la deliziosa struttura dove morì Stefano Cucchi nella maniera che sappiamo.
Da notare che il presunto criminale, oltre ad avere 70 anni, era portatore di qualsiasi malattia (esclusi l’alluce valgo e il ginocchio della lavandaia), tra cui il diabete, l’insufficienza renale, i disturbi cardiaci, l’ipertensione e la sclerosi multipla che lo accompagnava dalla giovane età, pregiudicando le sue facoltà motorie. Non bastasse questo quadro patologico, egli fu visitato dal medico e il referto certificò la compatibilità del paziente con la vita carceraria. Da restare basiti: a occhio nudo anche un infermiere alle prime armi avrebbe capito che quel signore non era debilitato bensì distrutto e bisognoso di accurata e continua assistenza, incapace perfino di recarsi in bagno se non con l’aiuto di qualcuno.
Niente da fare. La burocrazia giudiziaria e il suo apparato cinico deliberarono, anzi sentenziarono, che degli arresti domiciliari non se ne parlava neanche. Questo perché la moglie, pur non avendo da medico e parlamentare (ovviamente del Pdl) mai messo becco nelle aziende del marito, era stata coinvolta quale correa – poi prosciolta – nell’inchiesta. Cosicché i due coniugi non erano autorizzati a convivere sotto lo stesso tetto: c’era il sospetto che ordissero chissà quali altri piani criminosi. Una situazione surreale, assurda, che impedì alla signora per settimane di avere colloqui con il coniuge. Il quale per quattro mesi e mezzo fu inchiodato al letto. Gli era vietato di fare qualsiasi cosa che non fosse dormire.
Una chicca: durante l’intero periodo di detenzione al Pertini, egli fu interrogato in una sola circostanza e per 20 minuti. Se qualcuno mi spiega il senso di un simile trattamento crudele nei confronti di una persona accusata – non colpevole – di un reato finanziario, gli offro un premio in denaro da quantificarsi.
Quando in giugno Angelo ottenne la “grazia” dei domiciliari, era un ectoplasma che trascorreva il dì passando dal materasso alla poltrona e viceversa. Le sue forze, già ridotte al lumicino, diminuirono ulteriormente. È naturale. Un fisico debilitato, se obbligato all’immobilità, perde via via anche le energie residuali. In estate (inoltrata), il miracolo: libertà provvisoria. Talmente provvisoria da non essere più stata goduta da Rizzoli, ormai inabile alla deambulazione. Raramente i familiari lo convincevano la domenica a recarsi con vari sostegni in trattoria, così, tanto perché non si sentisse isolato dal consorzio civile.
Chiaro: conciato com’era, con tutti i valori sballati evidenziati dagli esami di laboratorio, le sue aspettative di vita erano quelle che erano: vicine allo zero. Probabilmente, lui se ne rendeva conto, ma era sorretto dalla volontà di dimostrare la propria innocenza e non ha mai smesso di lottare, sempre alle prese con avvocati e commercialisti. Da sottolineare che per distruggerlo non soltanto fisicamente (con il carcere), ma anche moralmente, le toghe gli avevano sequestrato ogni bene, inclusa la casa d’abitazione, i mobili di pregio, i tappeti, i quadri, l’argenteria, i depositi bancari eccetera.
Se la presente non fosse la descrizione fedele di una vicenda vera ma la sceneggiatura di un brutto film, ci sembrerebbe indegna di essere trasformata in pellicola. Quando si dice che la realtà supera la fantasia non si sbaglia. Qua ci sono le prove.
Nonostante un temperamento d’acciaio, una settimana fa Rizzoli è crollato: un dolore opprimente alla gola e al petto; subito il ricovero d’urgenza al Gemelli. Sarebbe stato indispensabile ricorrere ai bypass perché le coronarie erano otturate. Ma come si fa a operare un individuo col diabete e l’insufficienza renale, più la solita polmonite che di norma sopraggiunge nei cardiopatici, e per sovrammercato quotidianamente dializzato e intubato per compensare la respirazione difficoltosa?
Non so se per chi soffra la morte sia un sollievo. Ma so che Angelo non era in condizioni di sopportare altre torture in aggiunta a quelle patite dalla cosiddetta giustizia. La sfortuna, e non soltanto quella, si è accanita su di lui con una ferocia senza pari. La famiglia Rizzoli in 40 anni è stata asfaltata, saccheggiata, perseguitata. A differenza di tanti imprenditori che ne hanno combinate di ogni colore, cavandosela sempre con pene miti o nessuna pena, e soprattutto conservando il patrimonio e la pelle, i discendenti del vecchio genio (da martinitt a proprietario di un colosso) sono stati massacrati.
È proprio vero che se il destino decide di pugnalarti alla schiena, il vento ti porta via il mantello per agevolare il colpo della lama. La morte di Angelo non peserà però sulla coscienza di coloro che l’hanno provocata: dubito che ce l’abbiano, una coscienza.
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(Bravo Feltri. Una giustizia così cinica e crudele il Padreterno dovrebbe punirla distribuendo le stesse sofferenze ai colpevoli. Sono sicuro che ciò avverrà, magari non subito, ma coloro che hanno deciso di infierire sulla vittima, la sconteranno con eguale sofferenza. Spero che qualcuno ce ne darà notizia, quando ciò accadrà, così che possiamo sperare che una giustizia, se non alberga più sulla Terra, ci viene imposta da qualcuno che non è tra noi, ma tutto vede ed è pronto a punire, e non a perdonare. Il perdono, anche se lo invocasse per questi scellerati papa Francesco, è una colpa che Dio non tollererebbe. bdm)


Il governo abolisce il finanziamento pubblico ai partiti
di Raffaello Binelli
(da “il Giornale”, 13 dicembre 2013)

Il presidente del Consiglio dà l’annuncio su Twitter: “Avevo promesso ad aprile l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti entro l’anno. L’ho confermato mercoledi.
Ora in Cdm manteniamo la promessa”. Pur avendo pochi caratteri a disposizione, la soddisfazione di Enrico Letta trapela. Il governo cerca di dare una risposta – vedremo meglio in che termini – all’ondata di antipolitica, che negli ultimi giorni è riesplosa anche attraverso il variegato movimento dei Forconi. Ed è indubbio che, in qualche modo, abbiano inciso anche le parole del procuratore del Lazio della Corte dei Conti, Raffaele De Dominicis, che di recente ha sollevato la questione di legittimità costituzionale di tutte leggi sui finanziamenti varate negli ultimi anni, in difformità con il referendum dell’aprile 1993. Quello con cui gli italiani, in larghissima maggioranza, votarono no al finanziamento pubblico ai partiti.

Esulta anche Angelino Alfano. Sempre su Twitter. “In Consiglio dei Ministri abbiamo appena abolito il finanziamento pubblico ai partiti. Per decreto. Impegno mantenuto”. Ma il vicepremier arriva terzo dopo Letta e il ministro per le Riforme Gaetano Quagliariello nell’annunciare l’avvenuta abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Precisa che si tratta di un decreto. Che recepisce il disegno di legge già approvato dal Cdm ma fermo in Parlamento. Che dunque ora dovrà esprimersi entro sessanta giorni. Nel frattempo le nuove norme saranno già in vigore.

In conferenza stampa Letta spiega che “il cittadino che vuole dare un contributo a un partito lo può fare attraverso il 2 per mille o con contribuzione volontaria“. E chiarisce che il sistema del 2 x mille non frega i cittadini perché l’inoptato (la fetta di denaro equivalente alle dichiarazioni dei redditi senza alcuna indicazione di 2 x mille, ndr) resta allo Stato”. “Nella nuova disciplina sul finanziamento dei partiti “c’è anche l’obbligo della certificazione esterna dei bilanci dei partiti politici”.

Secondo il capo del governo “questo meccanismo molto stringente renderà impossibile si torni agli scandali degli anni scorsi”. “Ad aprile – aggiunge Letta – avevamo detto che tra le priorità c’era l’abolizione dell’attuale regime dei contributi e dei rimborsi ai partiti con l’avvio di un altro sistema basato sulla volontarietà dei contributi da parte dei cittadini. Dopo l’iter parlamentare, poiché l’anno sta finendo, come ho annunciato mercoledì nel chiedere la fiducia abbiamo deciso di chiudere perchè il provvedimento ha una fase transitoria e spostare di qualche settimana avrebbe allungato i tempi”.

Ma a Beppe Grillo questa mossa del governo non basta e subito passa al contrattacco: “Basta con le chiacchere Enrico Letta. Restituisci ora 45 milioni di euro di rimborsi elettorali del Pd a iniziare da quelli di luglio“. Anche il leader del Movimento 5 stelle detta la sua linea attraverso Twitter. E nel farlo rilancia l’hashtag #bastaunafirma. “Il decreto legge di Letta – continua sul suo blog – è l’ennesima presa per il culo. L’ennesimo tweet”. A stretto giro di posta arriva la risposta del Pd. “L’abolizione del finanziamento pubblico – afferma Lorenzo Guerini, membro della segreteria Pd – va nella direzione da noi auspicata. Era una nostra priorità e possiamo giustamente parlare di un positivo effetto Renzi sull’esecutivo. Possiamo dire di aver raggiunto un primo importante risultato. Dopo tanto parlare, tanti tatticismi, grazie alla nostra posizione si è dato un segnale concreto al Paese. Il lavoro è appena iniziato e il Pd fa sul serio. Piuttosto è sorprendente come Grillo continui a muoversi guardando indietro: c’è chi le cose le fa, lui si limita, in ritardo, a parlarne”.

Gli altri provvedimenti del governo

Il Consiglio dei ministri ha approvato il piano “Destinazione Italia”. Si tratta – ha spiegato il premier al termine della riunione – di un decreto legge e di un disegno di legge. “Ci sarà una forte riduzione del costo dell’energia e del costo delle bollette. C’è un intervento significativo anche sui crediti per la ricerca e una serie di misure per la digitalizzazione delle imprese e sul campo assicurativo dell’Rc Auto. Ci sarà il calo dei costi per i consumatori”.
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(Ci credete? Io dico che sarà difficile che questo parlamento converta in legge il decreto, che era dovuto perchè l’abolizione del finanziamento fu votato dai cittadini con il referendum del 1993. Quante cose dobbiamo al dimenticato Mario Segni! Lui dovrebbe essere il nostro nuovo Presidente della Repubblica! bdm)


Finanziamento ai partiti, la verità sul decreto di Letta
di Claudio Brigliadori
(da “Libero”, 13 dicembre 2013)

“Per rinunciare ai finanziamenti pubblici è sufficiente non prenderli come ha fatto il M5S che ha rinunciato a 42 milioni di euro. Il decreto legge di Letta è l’ennesima presa per il c… Basta con le balle d’acciaio. Fatti, non pugnette”. Beppe Grillo si affida al web, col suo solito stile più che colorito, per stroncare sul nascere il taglio del finanziamento pubblico ai partiti annunciato in pompa magna, addirittura via Twitter, dal premier Enrico Letta e da altri membri dell’esecutivo. Il leader del Movimento 5 Stelle, quando si parla di tagli ai costi della politica, s’infervora facilmente e spesso ha ragioni da vendere. E anche questa volta svela parte della montatura pubblicitaria di Letta e maggioranza. Che però, a loro volta, dicono qualcosa di vero. I finanziamenti pubblici ai partiti non verranno eliminati, come spiegato da Letta, anche se effettivamente diminuiranno. E vero è anche che il meccanismo del 2 per mille del proprio reddito Irpef è stato effettivamente limato, evitando che chi nella propria dichiarazione dei redditi preferisse non devolvere i propri soldi ad alcun partito si ritrovasse, in modo analogo all’8 per mille, a finanziare “a pioggia” tutti i partiti in modo proporzionale. Però qualche piega insidiosa nel decreto sul finanziamento pubblico ai partiti c’è.

Ai partiti i soldi delle tasse – Innanzitutto, come spiegato da Franco Bechis su Libero in edicola sabato 14 dicembre, i partiti non moriranno di fame: continueranno ad incassare 21,35 milioni dal Senato, 32,63 dalla Camera e 40 dalle Regioni. Indirettamente, le nostre tasse continueranno dunque a finanziarli. Il decreto del governo prevede comunque un taglio al finanziamento come correntemente inteso, ma progressivo. Il blocco entrerà a pieno regime solo nel 2017: gli attuali rimborsi elettorali saranno tagliati nel 2014 del 25%, nel 2015 del 50 % e nel 2016 del 75%. In soldoni, agli italiani i partiti costeranno 13,65 milioni in meno nel 2016 e 19 in meno dal 2017 in poi. Dal 2017 sarà attivo solo il finanziamento privato.

Donazioni, sgravi e… – Indubbiamente, il passaggio dal pubblico al privato è un passo avanti all’insegna dell’adeguamento al referendum contro il finanziamento pubblico ai partiti passato a maggioranza bulgara nel 1993 (31 milioni di voti). Restano comunque dei punti controversi. I partiti, per accedere alle erogazioni liberali o alle donazioni tramite 2 per mille dovranno dotarsi di uno statuto redatto nella forma dell’atto pubblico. I movimenti “liberi”, insomma, dovranno adeguarsi e diventare più “rigidi”. Le donazioni private avranno comunque un tetto massimo: 300.000 euro annui per i privati e di 200.000 per le aziende. Le detrazioni fiscali per le persone fisiche saranno del 37% per erogazioni comprese tra i 30 euro e i 20mila euro annui e del 26% per quelle tra i 20.001 e i 70mila euro annui. Le società potranno detrarre invece il 26% delle erogazioni liberali tra 50 e 100.000 euro. “La nuova disciplina – accusa poi Mario Staderini, ex segretario dei Radicali – è discriminatoria e quindi incostituzionale perché consente ai cittadini di destinare il 2 per mille solo ai partiti che hanno eletto parlamentari e agli altri nulla”. “Il modo peggiore – sentenzia – per conservare rendite di posizione e impedire il rinnovamento”.


Ferrara a Renzi: “Ecco cosa serve, legge elettorale, voto e dimissioni di Napolitano”
di Redazione
(da “Libero”, 13 dicembre 2013)

Tre mosse per rilanciare il Paese e sbloccare l’immobilismo istituzionale. A dare la ricetta è il direttore de Il Foglio Giuliano Ferrara. L’Elefantino in un lungo editoriale contesta al governo e al Parlamento questa enpasse che ormai dura tempo e che sarebbe, secondo Ferrara, la principale causa di problemi per il Paese: “Non c’è legge elettorale, non c’è autogoverno. E’ uno scandalo, un coup d’Etat permanent. Invece di giocare a ramino nello ziovespismo, Matteo e i suoi prodi devono muoversi e in fretta. Cliccate o è default”. Poi dopo aver tirato per la giacca Matteo Renzi, Ferrara gli dà tre “dritte” per ribaltare l’immobilismo del Paese: “Ieri Emanuele Macaluso con lo stile eccelso di un novantenne di talento (ma non li ha ancora compiuti) ha delineato qui un percorso a suo giudizio invitabile che prevede legge elettorale, elezioni, e dimissioni di Napolitano. Renzi lo prenda come consigliere al posto della Picierno, e vedrà che si troverà bene“. Insomma per l’Elefantino non c’è più tempo da perdere. Bisogna cambiare subito il sistema elettorale, poi di corsa alle urne e infine, quasi come fosse un dessert, le dimissioni di Re Giorgio. Il sindaco ascolterà i consigli di Ferrara?


W la plebe
di Lanfranco Pace
(da “Il Foglio”, 12 dicembre 2013)

Il forcone è arma primitiva. Serve a tenere a bada il nemico, a impedirgli di avvicinarsi troppo. E’ un gradino sotto la falce che richiede quanto meno un passo in avanti, una mezza voglia di conoscere chi c’è davanti e comprenderne le intenzioni. E’ due gradini sotto il fucile, arma decisamente urbana che non lascia spazio a equivoci. E’ il forcone il simbolo che hanno scelto questi nuovi sanculotti che con formula molto azzeccata Aldo Bonomi ha definito i “non più”: non più agricoltori, non più pastori, non più commercianti al dettaglio, non più piccoli imprenditori, non più artigiani, non più padroncini di camion.

Oggi italiani nel nulla. Ieri capitalismo molecolare che aveva attecchito nel deserto, nicchie di reddito che avevano contribuito a rendere meno pesante la crisi della grande fabbrica. Una fioritura avvizzita e morta per l’eccessiva pressione fiscale e la troppa austerità. Nemmeno se volessero, potrebbero cambiare se stessi e l’ambiente che li circonda, mai potrebbero innovare, reinventarsi, solo modo per sopravvivere a questa crisi: provateci voi a creare valore aggiunto sulle bancarelle. Sono molto più numerosi di esodati, cassaintegrati, pensionati a rischio di povertà. Sono milioni ma invisibili a sindacati e partiti. Il Cav. aveva deciso di ricevere una loro delegazione ma poi si è tirato indietro quando gli hanno detto che i ceti produttivi tradizionalmente vicini al centrodestra non avrebbero gradito. Sono milioni: plebei, per lo meno ruspanti, esprimono rivendicazioni di difficile decifrazione, parlano in modo confuso, non sembrano riconducibili a precise caselle ideologiche, sono stati un po’ di tutto nella loro vita civile. Decisamente non piacciono.

In televisione li mostrano per dovere di cronaca, nei talk-show li tengono nel freddo a battere i piedi, fondali di cartapesta in rappresentazione della realtà. Li lasciano parlare per pura cortesia, pochi minuti in cui loro si aggrovigliano, si vede che sono emozionati né hanno i leader naturali che spuntano di solito in ogni movimento. Allora i giornalisti lasciano planare il sospetto che siano diretti da altri, infiltrati da camorra e mafia o dalle più visibili estrema sinistra ed estrema destra, centri sociali, Forza nuova, Casapound. E siccome abbiamo un senso del nostro mestiere da quarto mondo, ecco che ci mettiamo a fare la lezioncina, la protesta va bene per carità è legittima, sacra ci mancherebbe. Ma la violenza no.

E’ incompatibile con lo stato di diritto, espressione che ricorda il conte Mascetti quando dice al passante “posso dirle due parole… vice sindaco”. Perché i Floris le Gruber i Vespa non vanno a dirle in America fregnacce del genere, lì sanno che non c’è democrazia senza conflitto e non c’è conflitto senza rischio di farsi male. Eppure benché siano milioni, questi non sono pericolosi. Almeno non ancora. Purché la si smetta di parlare di populismo, concetto di ardua definizione come una volta la “classe”. Ogni volta che autorevoli giornali lasciano intendere che chiunque non riconosca l’interesse generale, non accetti le decisioni di élite sovranazionali e cessioni di sovranità sia un populista, fabbricano eroi. I forconi sono popolo, una strana scheggia certo, ma popolo. Italiano. E come tutti gli italiani sono in diritto di aspettarsi qualcosa anche da un governo tutto chiacchiere e distintivo. Invece il ministro dell’Interno continua a coltivare l’orto del suo partito, sull’ordine pubblico fa la voce grossa quando non serve, dice che non permetterà mai che le città siano messe a ferro e fuoco, ci mancherebbe pure.

Il presidente del Consiglio va a Johannesburg ai funerali di Mandela, e come un arrampicatore venuto dalla provincia fa subito sapere che Obama gli ha chiesto notizie dell’Italia e gli ha consigliato di giocarsela all’attacco. Mah, nel discorso alla Camera in occasione del dibattito sulla fiducia, il terzo in otto mesi, decisamente troppi per un governo in così buona salute, non ha messo fuori nemmeno un orecchio dalla trincea. Ancora un po’ a fare le Marie Antoniette svampite, a parlare tanto per parlare e per non votare, e riusciremo a trasformare qualche decina di migliaia di donne e uomini che agitano un forcone in inflessibili rivoluzionari del Terzo millennio.
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(Sarà così. Che venga dunque, e finalmente, la rivoluzione, con contestaule mprocesso di tutta la classe politica, che va punita.bdm)


(Ascoltate qui l’intervento durissimo di un parlamentare europeo inglese contro l’UE. In Italia la sciapita Boldrini e il sepre sorridente Grasso avrebbero ipocritamente interrotto questo intervento, non credete? La democrazia è un ‘altra cosa e nel parlamentro europeo si è visto come si rispetto e non si interrompono anche gli interventi più violenti. Fra l’altro l’europarlamentare, che non le ha mandate a dire, sottolinea: “Quando i popoli si renderanno conto di cosa siete, non gli servirà molto tempo per prendere d’assalto questo Parlamento e impiccarvi. E avranno ragione”. bdm)


Qui un interessante confronto sulla Costituzione tra Ernesto Galli della Loggia e Paolo Flores d’Arcais.


Un altro crollo a Pompei. Perché ora la sinistra non si straccia le vesti?
di Domenico Ferrara
(da “il Giornale 2013)

La battuta più bella l’ha fatta Gianfranco Miccichè su Twitter: “Doppiopesismo: se Pompei crolla, ma il ministro non è Sandro Bondi, è tutto ok.
Suggerisco slogan a Pd: Don’t touch my Bray”. Al di là dell’ironia, è palese che, mentre una delle nostre meraviglie continua a perdere pezzi, la politica non accende i riflettori né sulla delicata questione né sul titolare del dicastero dei Beni Culturali. Oggi è caduto un altro stucco in una domus della Regio V, Ins II, n 14. Il danno è sotto gli occhi del pubblico che visita gli Scavi e si affaccia in un retrobottega in via di Nola. Prima gli squarci nelle mura delle Terme, poi il muro di una bottega in via Stabiana venuto giù insieme a una parte di intonaco della Casa della Fontana piccola, ora un altro stucco crollato. Indignazione della politica pari a zero. Riflettori spenti. Quando si insediò al Mibac, il ministro Massimo Bray mise le mani avanti: “Voglio vedere se domani cade qualcosa a Pompei se qualcuno ha il coraggio di dirmi qualcosa. Come si fa a intervenire se non ci sono risorse?”. Era il 25 giugno 2013 e, in effetti, da allora fino a oggi nei suoi confronti non è stata mossa nessuna critica. E pensare che nel 2010, all’indomani del crollo della Domus dei gladiatori, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano diede il via al valzer delle bacchettate nei confronti dell’allora ministro Bondi: “Quello che è accaduto dobbiamo tutti sentirlo come una vergogna per l’Italia”. Partirono poi le stilettate delle opposizioni. Il Pd accusò Bondi di essere “palesemente inadeguato”, e ne chiese le dimissioni insieme con il Psi, l’Idv, l’Udc e Fli. Bondi fu accusato di essere un “ministro inutile (Borghesi, Idv); persino l’ex omologa Giovanna Melandri lo accusò di “gestione fallimentare” (Bondi rispose che nel 2001 quando lei era ministro crollarono un pezzo delle mura aureliane e una parte della Domus Aurea e nessuno chiese le dimissioni). Insomma, la storia si ripete. E pare che in Italia anche i crolli dei beni archeologici abbiano un colore politico.


Berlusconi: “L’Italia non è una democrazia”
di Franco Grilli
(da “il Giornale”, 13 dicembre 2013)

“L’Italia non è una democrazia”. Alla presentazione del libro di Nicolò Amato su Bettino Craxi, Silvio Berlusconi lancia un nuovo affondo contro le toghe.
“C’è un ordine dello stato, la magistratura, a cui è stato conferito il terribile potere di togliere la libertà o il patrimonio ai cittadini e che da ordine dello Stato si è via via trasformato in potere dello Stato”, ha detto, “Anzi, in contropotere capace di sovrastare gli altri veri poteri dello stato, il legislativo e l’esecutivo.

Siamo di fronte ad un quadro drammatico per il nostro Paese”. Una trasformazione che si può ben vedere – a suo dire – proprio nella vicenda di Bettino Craxi, a cui l’ex premier si paragona: “Quello di Craxi non è stato una latitanza ma un esilio doloroso. Non è stato un esilio dorato. Anch’io ho provato quella indignazione e quel dolore quando, il 1 agosto mi hanno condannato con sentenza ingiusta. Anch’io ho provato quella sensazione di esilio dopo la sentenza tant’è, che per il dolore e l’indignazione non riuscivo più a dormire. Non riuscivo più a vedere la gente e me ne sono stato chiuso a casa. Ho perso il sonno per più di un mese”.

Ma, assicura, Berlusconi non lascerà l’Italia per un esilio: “Non farò mai una cosa del genere per evitare una carcerazione. Sarei colpevole nei confronti di chi mi ha dato il voto. Sono disposto a continuare la lotta perché non solo non darei una fine decorosa alla mia avventura umana ma sarei anche colpevole nei confronti di coloro che mi hanno dato il voto. Penso di avere la possibilità di convincere i nostri concittadini che abbiamo ancora molte chance di cambiare la situazione e di fare del nostro Paese un paese civile e democratico”.

Il Cavaliere non ha rinunciato alle battute: “Ho letto le prime 30 pagine di questo libro, leggerò le altre quando sarò in galera”, ha scherzato. Poi è tornato sui suoi rapporti con Bettino Craxi: “Era una persona buona e giusta. Qualcuno dice che era arrogante. Siccome era molto sincero quando qualcosa non gli andava la contestava subito e questo veniva scambiato per arroganza. Era generoso, fin troppo. È stato generoso, per esempio, quando ha fatto entrare il partito comunista nella socialdemocrazia…”. E chiede di rivalutare la figura dell’ex leader socialista: “Assicuro che Craxi era il contrario di come lo voleva far credere la stampa. Non mi ha mai chiesto un finanziamento. Mi ricordo una volta ad Arcore io gli feci capire che se aveva bisogno io l’avrei aiutato e lui mi disse: se mi fai ancora una proposta del genere qui non ci vengo più. Bettino era un giusto e buono, non ha mai chiesto finanziamenti e, vi posso assicurare che non ha lasciato la sua famiglia in condizioni di ricchezza e nemmeno di benessere“.

E dopo la morte di Craxi la storia non è cambiata. Anzi, il Cavaliere ricorda i “quattro colpi di stato” contro di lui da parte “della sinistra e di Magistratura democratica”. Per questo c’è bisogno di una riforma della giustizia realizzabile solo attraverso il cosiddetto voto utile. “Tutte insieme le forze del centrodestra devono fare una campagna di comunicazione sugli elettori per dirgli che l’unico modo per non avere più colpi di Stato è di votare compatti per Forza Italia, altrimenti continueremo ad essere un povero Paese dove i colpi di Stato sono sempre possibili”, ha ribadito.

Parlando poi più in generale dell’Italia, Berlusconi si è soffermato sulla legge elettorale e sulla possibilità del ritorno a un sistema proporzionale: “Questo paese non ha imparato a votare, quindi, c’è una situazione di un Paese non governato e non governabile”, ha detto, “Ci sarà solo la possibilità di un governo di larghe intese e difficilmente potrà essere tra Fi e Pd, visto come il Pd si è comportato facendo un accordo con la magistratura per assassinare il leader del centrodestra e portare a compimento il disegno di vent’anni di eliminarmi dalla scena. Sarà possibile solo un accordo tra Pd e M5S, ovvero giustizialismo che si somma all’ipergiustizialismo”.

Sul futuro di Forza Italia ha detto: “Dobbiamo essere un pò folli e qual è questa follia? Combattere per riuscire a ottenere la maggioranza con Forza Italia e c’è il sistema per farcela”, ha detto al telefono durante un incontro con i simpatizzanti di Forza Italia a Salerno, “Se riuscissimo attraverso un altro braccio di Forza Italia, mettendo di fianco i club che dovrebbero nascere in tutta Italia e dovrebbero essere 12 mila, potremmo farcela e diventare maggioranza”. E ha aggiunto: “Vorremmo arrivare a 12mila club, al momento siamo già ad un grandissimo risultato, siamo già a 5200 club. Dobbiamo cambiare strategia: ogni sezione elettorale deve vedere la presenza di uno o due sentinelle del voto, devono essere persone di ottimo livello culturale, capaci di contrastare i signori della sinistra. Abbiamo pensato che l’unico modo per coprire le 62mila sezioni sia incaricare i nostri club che potranno nascere dovunque anche nei più piccoli comuni”.


Forconi ardenti
di Filippo Facci
(da “Libero”, 13 dicembre 2013)

È come se dei medici si concentrassero sulle macchie anziché sul morbillo, sui sintomi e non sulla malattia: che vuol dire, a proposito dei forconi, che bisogna «parlare con loro»? «Loro» chi? I camionisti? I pastori? Gli studenti? I vandali? I tifosi della Juve? Il tizio della Jaguar? O l’altro leader, già trombato in Sicilia? E chi saremmo, allora, «noi»? Nel magma dei forconi c’è di tutto, vogliono tutto, che tutti si dimettano da tutto: è facilissimo attaccarli come difenderli, giustificarli come condannarli, i loro problemi sono singolarmente inaffrontabili (se non in termini di «dateci dei soldi», o «più soldi», o lavoro, cioè ancora dei soldi) e globalmente sono le escrescenze di una malattia che ha un nome solo, il solito: crisi economica, o più precisamente, cambiamento di modello economico. È una malattia sofferta anche da chi non scende in strada: siamo tutti forconi e non lo è nessuno. E non c’è politico – teorico medico – che abbia bisogno di parlare coi forconi per scoprire che da anni esiste questa malattia: che è una pandemia, che in parte viene da fuori, è vero, però qualcosa si può fare lo stesso. Peccato che la cura, per ora, sia un’alternanza tra i pannicelli del governo e i clisteri della Guardia di finanza, che ormai ha le modalità di un energumeno che recupera i crediti. Parlare coi forconi, parlare col Paese: fa lo stesso. Il punto è avere qualcosa da dire.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart