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La protesta dei forconi. Signori è popolo peccato per il vostro salotto buono

19 Dicembre 2013

di Lanfranco Caminiti
(da “gli Altri”, 19 dicembre 2013)

Quando ‘sti forconi erano comparsi in Sicilia, un anno fa, sbucati dal nulla, gli avevano dato subito del “mafiosi” – era stato Ivan Lo Bello, l’azzimato presidente di Confindustria dell’isola, a lanciare per primo l’allarme e a seguire furono rispettabilissimi procuratori del proprio ordine e pagliette politiche di questo o quel partito.

Adesso, manco avevano fatto in tempo a rimettere fuori il capo che gli appiopparono subito del “fascisti”. Stavolta a lanciare l’allarme sono state le vestali della democrazia come fosse il proprio tinello di casa: sempre tirato a lucido da qualche filippina cui loro sovrintendono, un posto sacro dove raccomandano di non fare entrare gli estranei, i ragazzi delle consegne, gli zingari che ti bussano per l’elemosina, quelli che ti chiedono se hai già tutto il set completo dell’aspirapolvere, quello che viene a potare le piante, che tutti sporcano le piastrelle di ceramica e rubano – poverini non lo fanno apposta, è la loro natura. La democrazia – dicono le vestali – è una cosa che ci vuole una sua finezza, non è che uno arriva, si siede a tavola e sbraga manco fosse casa sua.

Sta qui, in questo passaggio di consegne lessicale del giudizio dispregiativo – il “mafiosi” evocava un pericolo morale, benché virale e infiltrante, territorialmente circoscritto; mentre il “fascisti” evoca subito un pericolo politico, territorialmente dilagato –, la parabola di un anno del movimento dei Forconi o del Coordinamento 9 dicembre che dir si voglia. Perché loro dalla Sicilia sono partiti ma in tutta Italia sono arrivati, e questo – comunque la si voglia mettere – è prova provata di una modificazione, di una continuità, di una dinamica di un movimento.

Un anno fa, in Sicilia, piccoli trasportatori e agricoltori provocano il caos nella distribuzione e negli approvvigionamenti, con blocchi stradali nei dintorni di Palermo, di Catania, nel centro dell’isola, fino alle lunghe colonne all’imbarco dei traghetti a Messina. È subito scontro diretto, cinque giorni d’inferno, senza mediazioni, senza procedure, senza avvisi: o meglio, gli avvisi c’erano stati. Guardate che il giorno tal dei tali noi cominciamo a provocare il caos. Nessuno ci credeva, nessuno li prese sul serio. Invece, riuscirono a piegare l’isola. Non si trovava più benzina e gli scaffali dei supermercati diventavano rapidamente sempre più vuoti. Il livello dello scontro fu subito alto e non era facile reggere quella pressione, le provocazioni, le minacce, gli allisciamenti. Infatti, non la ressero, e si spaccarono presto, troppo presto.

Devono avere imparato però. I forconi, dico. A non lasciarsi circondare o rimanere inchiodati in un posto, a non cercare subito il livello alto dello scontro semmai arrivandoci gradualmente, a mollare tatticamente e poi riprendere, a diffidare dal fare il partitino politico in proprio (ci avevano provato, alle regionali siciliane, ed è stato un bagno clamoroso). Fanno discorsi disperatamente ragionevoli, hanno presto preso le distanze dalle azioni e dalle parole più provocatorie, più fasciste, via, non puntano alla prova di forza immediata e non cercano lo scontro diretto, si prendono tempo, cercano il passo lungo, sanno che non è cosa che si risolve in cinque giorni.

Insomma, sono politicamente cresciuti. O, se volete, sindacalmente. Il che, di ‘sti tempi, sarebbe pure meglio.

Devi essere proprio trinariciuto per non capire che questo è un pezzo di popolo. E devi avere proprio le corna e lo zoccolo di capra per dire che se questo è un pezzo di popolo, allora è meglio starsene alla larga e tenersi le proprie certezze, il proprio tinello tirato a lucido, insomma. Che c’è un pericolo della destra. Io non credo – ne possiamo parlare – che ci sia una destra forte in Europa e in Italia, come quella degli anni Venti e Trenta, per capirci. Ci sono fascisti e nazisti, pre e post, brutali e balordi, ma la crisi della politica, del progetto, della visione, non è un privilegio solo della sinistra. Anche la politica, tutta la politica è indebitata.

Intanto, la linea della palma – come diceva Sciascia, a proposito della meridionalizzazione dell’Italia – è salita. Solo che stavolta è la linea delle lotte, dei tumulti. La meridionalizzazione delle forme di lotta è ormai prevalente, nel Nord-ovest e nel Nord-est, posti proverbiali, ormai mitici per le analisi dei sociologi da trent’anni in qua. Eppure, eccoli meridionalizzati. Erano i contadini siciliani che facevano fuoco e fiamme, venivano fucilati, perdevano, emigravano o ritornavano nei campi sotto la sferza e la lupara dei latifondisti e dei gabelloti. Così andava. Poi, dopo dieci, vent’anni, ritornavano a insorgere, loro stessi o i loro figli o i loro nipoti.

Poi venne il movimento operaio, la sapienza organizzativa, la capillare diffusione, la forza cooperativa di tenuta. Si perse l’aspetto messianico, ma si guadagnò in riforme e miglioramenti duraturi. Non furono rose e fiori, certo, tra il movimento operaio e le rivolte contadine, ma fu una battaglia politica epocale.

Ora, queste figure della produzione e della distribuzione – ambulanti, piccoli contadini, piccoli trasportatori – non sono neppure marginali, sembrano piuttosto dei sopravvissuti d’un tempo antico, premoderno, eppure invece hanno un loro ruolo, come sempre accade nei grandi passaggi epocali del cambiamento, che non sono dal giorno alla sera ma si prendono un gran tempo per essere definitivamente. Sono legati al territorio – il mercato dei quartieri, il pezzo di campagna, la distribuzione regionale – e pure nello stesso tempo sono nomadi, si spostano, vanno dove la domanda si raccoglie, li cerca, periferie. Periferie produttive, distributive. Al tempo di Wikileaks e degli hackattivisti, al tempo dei clic su internet per dire buuu ai potenti o decidere un qualche thread, al tempo dei retweet delle dichiarazioni dei politici, cioè al tempo della smaterializzazione delle lotte, e forse pure delle coscienze, da una storia “antica” irrompono i forconi.

Sono indebitati, tartassati, i margini dell’evasione fiscale e dell’illegalità distributiva – che in questa “zona sopravvissuta” magari era tutta l’origine del loro profitto – si vanno restringendo. Sono i più esposti, in prima linea nell’indebitamento generale, quello di artigiani, piccoli esercenti, pensionati, pezzi di popolo, insomma.

Mettere assieme il “popolo indebitato” non è impresa facile. Relativamente più facile è ancora far resistere il pubblico impiego, gli operai, quelli insomma che si riconoscono per avere in comune un posto produttivo, un ruolo “pubblico” nell’immaginario sociale, una categoria, un sindacato, un linguaggio che la società forse non parla più ma ha parlato insieme e tiene memoria della grammatica. Qui, invece siamo nel “privato”. Sembra un paradosso, ma è così: il popolo si presenta come un dispiegamento di “lobby pubbliche” e un coacervo frammentato di “privati indebitati” – non c’è più la prevalenza di una forma di lavoro che diventa paradigma delle angosce e delle richieste collettive. Forse la Camusso non ha tutti i torti quando parla di un’oggettiva inconsistenza attuale dello sciopero generale, di una sua “esclusività” che non intercetta tutto il “popolo produttivo”.

Io dico: intanto che aspettiamo che il lavoro maturi nuove forme della lotta e della resistenza, dei luoghi dell’organizzazione, delle riforme da chiedere e dei sabotaggi da produrre, intanto che aspettiamo il postmoderno movimento operaio, teniamoci le sue primitive manifestazioni. Affianchiamole, aiutiamole, ragioniamoci, litighiamoci. Se uccidiamo queste, non avremo le evolute. Mi sa che pure in natura funziona così.


Quei conflitti d’interessi tra padri (fondatori) e figli
di Vittorio Sgarbi
(da “la Repubblica”, 19 dicembre 2013)

Ha preso cappello e penna dolente Barbara Spinelli per manifestare tutto il suo disappunto per il maleducatissimo Eugenio Scalfari.
Il quale avrebbe fatto un uso violento di suo padre Altiero. Mi sono incuriosito e ho letto l’articolo. Questo eccesso di sentimenti, stupori e turbamenti mi appare eccessivo, soprattutto se la colpa di Scalfari è avere scritto, mi pare affettuosamente: «Voglio solo pensare il meglio di te, a cominciare dal fatto che sei la figlia di Altiero Spinelli. Ricordalo sempre anche tu e sarà il tuo maggior bene». L’affermazione è incontestabile e per nulla violenta. Mi sembra il colmo difendere Scalfari, ma non capisco le ragioni dell’offesa. Forse la Spinelli ritiene che, scrivendo sullo stesso giornale, tutti la debbano pensare allo stesso modo? Allora cambi giornale, ma non si nasconda dietro l’incorruttibile pensiero di suo padre solo perché viene ricordata come sua figlia.

P.S. – Non ho mai letto con tanta attenzione un articolo di Scalfari, cercando errori e scorrettezze che non ho trovato

***

Giancarlo Caselli, in un libro con Antonio Ingroia, ricorda i miei attacchi. Io trovo invece minacciose e intimidatorie le sue querele. Con la richiesta di danaro, per sé e non per lo Stato che egli rappresenta e che paga per lui quando sbaglia, Caselli ha ottenuto la mia condanna per avere detto che il processo Andreotti era politico. Evidentemente non lo è per i giudici, ma mi sembra inquietante che non lo si possa dire. Ma, mentre lui si lamenta di me, io registro che egli non ha ancora risposto all’insistente domanda: Caselli è pagato per la sua collaborazione a Il Fatto? E non valgono per lui le raccomandazioni dell’Anm e del Csm che prescrivono – o suggeriscono – che il magistrato non debba essere soltanto indipendente, ma anche apparirlo? E Il Fatto non è forse un quotidiano schierato contro il presidente della Repubblica, che è anche presidente del Csm, l’organo che decide destino e carriera di Caselli? È opportuno che gli articoli di Caselli appaiano non come opinioni ma come editoriali in prima pagina, a fianco o sotto quelli schierati di Marco Travaglio e Antonio Padellaro? Se anche, e non credo, scrivesse gratuitamente non sarebbe meno grave farlo su un foglio di parte, senza dissociarsi, come sarebbe con collaborazioni saltuarie e occasionali, dalla linea politica del giornale. Io non avrei dovuto criticarlo, ma egli, procuratore della Repubblica e titolare dell’azione giudiziaria, può esprimere, anticipare e illustrare il suo pensiero, oltre la mera obbligatorietà dell’azione penale? La collaborazione a Il Fatto equivale a una dichiarazione politica. Ma, nei processi, Caselli dovrebbe agire prescindendo dalle sue stesse idee, palesemente manifestate. È credibile? È possibile? Ripeto fino all’ossessione, per le sue collaborazioni giornalistiche, Caselli è pagato? Non si configura un conflitto d’interessi?

***

C’è un sindaco di centrosinistra più attivo e capace di Vincenzo De Luca? Ed è possibile che l’Antitrust in astratto stabilisca l’incompatibilità tra un sindaco e un membro del governo? Ignorando che le due cariche rafforzano l’azione e comprimono la spesa? Con due o anche tre funzioni non c’è cumulo di stipendi: la legge prevede, da sempre, che se ne possa avere soltanto uno. Niente di meglio per ridurre la spesa e per aver maggiore efficacia nel governo della città. Ma la retorica prevale e stabilisce incompatibilità astratte. Così si sanziona il sindaco De Luca e, per ostacolarne l’azione (in quanto fa, rispetto a migliaia di inutili colleghi), lo si frena con inchieste giudiziarie prive di fondamento, esercitando di fatto un’attività politica di contrasto. Con l’alibi di una sempre interpretata (politicamente) obbligatorietà dell’azione penale.
____________
(Caro Sgarbi, la sua difesa di Scalfari mi pare inappropriata e sospetta. Sembra quasi che lei cerchi di accasarsi presso “la Repubblica” (e con tutto ciò che si sta capovolgendo non sarebbe da stupirsene). IL guaio di Scalfari è che citando il padre ha voluto affibbiare alla Barbara Spinelli, di cui spesso non condivido le idee, una specie di sanzione morale, come quelle che distribuisce ad iosa quando indossa la tiara di papa Eugenio. E’ questo il punto che lei doveva mettere sotto la lente della tua critica, non il fatto che sullo stesso giornale possano convivere idee diverse (cosa che succede non raramente), tutte parimenti legittime e degne di rispetto e considerazione. Scalfari poteva benissimo criticare l’articolo della Spinelli, ma il richiamo a suo padre Altiero aveva ben altro scopo che lei avrebbe dovuto cogliere, nutrito di irriverenza e di mancato e sfrontato rispetto nei confronti della figlia. Non può permetterselo. Insomma, la sostanza è che papa Eugenio ha voluto rimproverare di fatto a Barbara di disonorare il padre (altro che citazione affettuosa!) Può, lei, Sgarbi, accettare questa presunzione e questa prosopopea ormai incontenibili da un vegliardo che ha smarrito il senso delle parole e della misura? Spero di no e spero anche che riveda il suo frettoloso giudizio, altrimenti presto dovrò finire per leggerla sul giornale più fazioso e menzognero del nostro Paese.Lei si considera liberale, sembra ignorare che il liberale Mario Pannunzio, che fu l’unico direttore della celebre rivista “Il Mondo” fino alla sua morte avvenuta nel 1966, non solo sul letto di morte si raccomandò ai suoi più stretti collaboratori di evitare che Eugenio Scalfari partecipasse ai suoi funerali (crede che ciò sia stato per una qualche puerile lite?), ma quando qualche anno dopo la rivista riprese le pubblicazioni essa non fu certo affidata a Scalfari ma a un direttore di cui Pannunzio aveva sempre avuto la massima stima: il lucchese Arrigo Benedetti. Mi perdoni l’ardire, ma lei, per constatare quale abisso ci sia nel confronto, ha avuto sottomano gli editoriali mai lecchini di Arrigo Benedetti? Oppure, vado ad un altro lucchese (di adozione), Manlio Cancogni, ha avuto mai sottomano i suoi articoli scritti sulla “Fiera Letteraria”, specie quelli, veri e propri editoriali, che comparivano in ultima pagina (pensi anche alla novità straordinaria di questa sua scelta) che firmava con lo pseudonimo di Carpendras? Quello era vero giornalismo e quelli erano i suoi legittimi rappresentanti. Molti di coloro (mi risparmi di ripetere i loro nomi, che spesso menziono repulsivamente sul mio blog) che sono loro succeduti sono dei miserevoli surrogati. Non si faccia afferrare dalla suggestione delle lusinghe. Cedere alla sirena delle lusinghe è come preparare il campo ad una specie di carcinoma morale. Su Scalfari legga che cosa ha detto Travaglio stasera a Servizio pubblico, a cui era presente, rievocando il suo passato ed anche la citazione sgradevole che papa Eugenio ha rivolto a Barbara Spinelli. bdm)



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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart