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Bettini spiega perché Renzi premerà il tasto finish del governo Letta

21 Dicembre 2013

di Claudio Cerasa
(da “Il Foglio”, 21 dicembre 2013)

“Lo capiranno anche loro, non c’è nulla da fare, il governo non può durare e vedrete che al ritorno dalle vacanze di Natale Letta e Renzi si renderanno conto che non ci sono scelte, e che per combattere il populismo, avere più peso in Europa, dare al paese le riforme che occorrono e garantire all’Italia una vera stabilità la soluzione è una: smetterla con questa situazione sospesa, fare una riforma elettorale e andare a votare in primavera”. Roma, quartiere Salario, quarto piano di una bella palazzina a due passi da via Po. Goffredo Bettini parla quasi senza prendere fiato con lo sguardo acceso e incredulo di chi non capisce come sia possibile non rendersi conto di un fatto politico che non si può non considerare ovvio e lineare.

Bettini – ex coordinatore della segreteria Veltroni, fresco di nomina renziana nella direzione Pd e candidato con ogni probabilità alle prossime Europee – parla con il cronista del rapporto quasi impossibile tra il segretario e il presidente del Consiglio, spiega perché il Pd dovrebbe affrettarsi a pigiare il bottone finish e riconosce che una durata eccessiva del governo non può conciliarsi con una leadership come quella di Renzi: o scoppia il governo o scoppia la leadership di Renzi. “Questo governo era nato con un profilo di scopo. Avrebbe dovuto concorrere alla realizzazione di riforme importanti fatte con il contributo delle due più grandi forze politiche. Bene. Oggi la prospettiva è diversa. Il governo rappresenta a malapena il trenta per cento degli elettori. Negli anni Settanta le solidarietà nazionali avevano senso perché rappresentavano l’ottanta per cento del paese. Capito? Siamo in una nebulosa. La macchina va lenta. Non si riesce a fare nulla. E per di più, così facendo, si dà un contributo al rafforzamento dei movimenti di pura protesta. Dico: perché accanirsi? E ostinarsi con queste piccole intese? E continuare a utilizzare uno strumento spuntato, persino inutile, e non, invece ridare la parola agli elettori?”.

Bettini prende fiato, fa un ragionamento sull’Europa, dice che l’Italia non può perdere tempo, che il suo potere di negoziazione si riduce sempre di più a causa della nazionalizzazione del debito (“che oggi è al 33 per cento nelle mani degli stranieri, mentre ieri era al 60, e che per questo ci impedisce di avere cartucce importanti da utilizzare per esercitare il nostro peso di deterrenza o se necessario di minaccia, nel Continente”). Poi fa una pausa, torna a parlare d’Italia, distende sul tavolo un foglio bianco, prende una penna e scrive un numero che è una scommessa: sessanta. Si parla di governo, ma naturalmente si parla di Renzi. Bettini ha seguito il modo in cui il sindaco-segretario è riuscito a far cambiare verso a Letta sulla Legge di stabilità, sul decreto legge salva Roma e sulla Web tax.

Il governo Letta, sotto molti punti di vista, assomiglia un po’ a un governo Leopolda, ma nonostante questo Bettini chiede di non fare confusione: “Matteo è sincero quando dice che vuole provare a governare con Letta. Ma ci sono alcuni elementi che mi dicono che le elezioni in primavera non sono una chimera. Il primo – dice Bettini – è che alle primarie non è stato scelto solo un segretario ma anche un candidato premier, come nel 2007 con Veltroni, e se Renzi si muoverà seguendo un altro spartito perderà la sua forza propulsiva. Il secondo è che Matteo presto si renderà conto che mandare avanti un governo che non riesce a governare è un suicidio. Per lui, che giorno dopo giorno sarà sempre più identificato come parte di questo governo, e per il Pd, che rischia di perdere lo straordinario dinamismo acquisito nelle ultime settimane. Non lo dico per disfattismo. Lo dico per realismo. E per questo – dice Bettini mostrando il foglietto – direi che il voto a maggio è probabile. Fossi uno scommettitore direi che siamo intorno a questo numero: 60 per cento”. Ieri, in realtà, il presidente Enrico Letta, incoraggiato dalla possibile tregua offerta dalle vacanze di Natale, ha detto che invece no, non c’è nessun problema, e che “questi primi giorni con Matteo hanno dimostrato come l’attesa di sfracelli tra noi sia infondata”. Bettini sorride e dice che sarà solo questione di tempo. “L’ottimismo di Enrico è eroico ma io credo che in molti, anche tra gli amici renziani, siano convinti che lo scenario sia evidente. Si aspetta Natale. Si va alla Camera a fare la legge elettorale. Si vota in Aula. Poi si va al Senato. Si accelerano i tempi. Si ottiene una buona legge e poi si fa l’unica cosa utile. Una e solo una: votare subito. Punto”.
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(Il Padreterno ci concedesse questo miracolo: La rapida fine del governo Letta e il tutti a casa! Ma non ci credo. Con la nuova legge elettorale, non ci sarebbe intrigo di Napolitano che tenga, si andrebbe tutti al voto, e toccherebbe a noi elettori mostrare finalmente che abbiamo imparato a votare, non disperdendo in mille rivoli le nostre scelte, così come da anni fanno le altre democrazie occidentali. Ma perché vogliamo sempre essere gli ultimi in classifica? Vogliamo passare alla Storia come il ciclista italiano Carollo, il quale faceva di tutto per arrivare ultimo in ogni tappa?). bdm


Renzi e le alleanze variabili
di Francesco Verderami
(da “Corriere della Sera”, 21 dicembre 2013)

Renzi vorrebbe veleggiare lontano dalle rotte del governo: «Dovessi dire ciò che penso davvero della legge di Stabilità… Lasciamo stare». E c’è un motivo se sulla legge elettorale intende varcare le colonne d’Ercole della maggioranza. L’ignoto gli fa meno paura dell’esistente. Ma sempre ignoto resta, e la navigazione per niente facile. Il leader del Pd ne è consapevole anche quando esprime le proprie certezze nel confronto che si è aperto con Letta e con Alfano sul futuro sistema di voto. L’idea che si debba allargare il consenso sulla riforma anche alle forze di opposizione appartiene a tutti, «nessuno – spiega il ministro Quagliariello – vuol restare al di qua delle colonne d’Ercole della maggioranza. Ma il problema non è il punto di arrivo, bensì il punto di partenza». Una tesi che non convince Renzi, secondo cui questa impostazione finirebbe per «ingessare il dialogo» con Forza Italia e Cinquestelle: «Sarebbe come dividere i partiti tra serie A e serie B, ed è chiaro che gli ultimi non ci starebbero».

Così com’è altrettanto chiaro che una discussione tra sordi è sintomo di incomprensioni che rivelano strategie diverse. Allora resta da capire se «l’uomo nuovo» – così lo definiscono i fedelissimi – troverà di qui a gennaio un approdo su questa rotta, se il Cavaliere cioè sarà la sua America. «Se Renzi vuole rilegittimare Berlusconi, è un rischio che si assume», commenta il ministro Mauro: «Magari farà lo stesso errore commesso da Veltroni, che poi infatti perse». Il titolare della Difesa, che lavora alla costituzione di una nuova area centrista, fa capire che le manovre del leader dei democrat mirano a rendere più difficile la ricomposizione del centrodestra, creando un fossato tra Forza Italia e Ncd.

In effetti si preannuncia un Natale durante il quale dirigenti del Pd e di FI si scambieranno auguri e sistemi elettorali, magari da girare anche agli intermediari grillini. Ma è risaputo che il Cavaliere, per accettare il patto, si aspetta come dono la caduta del governo e il voto anticipato in primavera, almeno così sostiene formalmente. Qualora vedesse esaudite le sue richieste farebbe mostra di grande gioia, ma se così non fosse – come spiega l’azzurro Rotondi – «perché Berlusconi dovrebbe regalare a Renzi lo spot per le Europee? Non ci pensa nemmeno».
Di più, l’ex premier pensa che sarebbe più vantaggioso per lui arrivare al 2015 per varie ragioni. Intanto avrebbe il tempo necessario per ricostruire il partito a sua immagine e somiglianza. Poi terrebbe in sospeso la sfida per palazzo Chigi, in attesa di conoscere l’esito del ricorso a Strasburgo per la «sentenza Mediaset», sulla quale il suo avvocato Coppi ha detto di nutrire «grande fiducia». E nel frattempo osserverebbe le manovre di Renzi, costretto a navigare nelle acque del governo Letta con il rischio di incagliarsi, mentre lui resterebbe al largo, all’opposizione.

Siccome Berlusconi ciò che pensa di solito non se lo tiene, ha pensato bene di rivelare a un interlocutore (non di Forza Italia, ovvio) il suo doppio gioco: «… Per questi motivi, se le elezioni nel 2014 non ci fossero, sarebbe alla fine preferibile». Con il Cavaliere che chiede la luna perché ha bisogno di tempo, e Renzi che la luna difficilmente può concederla ma non ha tempo, è difficile ipotizzare un’intesa. Perciò il segretario del Pd deve muoversi con prudenza, e i suoi consiglieri comprendono quanto sia delicata e complicata l’operazione: per ora solo discussioni di massima sui sistemi di voto, niente carte sul tavolo, nemmeno la calendarizzazione della riforma in Commissione alla Camera. L’alibi peraltro c’è: bisogna aspettare di conoscere le motivazioni della sentenza prodotta dalla Consulta sul Porcellum.

Sarà, ma il tempo passa. E se la Corte costituzionale dovesse davvero attendere fino a metà gennaio prima di depositare gli atti, non sarebbe facile stipulare in due settimane un’intesa sulla legge elettorale, come chiede il nuovo corso del Pd. Senza dimenticare che proprio in quel periodo la maggioranza dovrebbe stipulare il fatidico «patto alla tedesca» sul programma per il 2014. Se Renzi non si esprime sulla legge di Stabilità per evitare che le sue dichiarazioni terremotino il governo, anche nell’esecutivo ci si rende conto che una svolta è necessaria. Non a caso Lupi parla di un «nuovo inizio» riferendosi all’«agenda Italia»: «Chiuso un anno molto difficile, bisognerà dare anche psicologicamente un segno di rottura».

D’altronde o i partiti di maggioranza cambiano ritmo o ne subiranno le conseguenze alle Europee di primavera, dove il Nuovo centrodestra si giocherà tutto nelle urne, dove Berlusconi si presenterà spiazzando quanti ipotizzano una deriva anti-europeista, e dove Renzi dovrà dare una dimostrazione di forza. «Il Pd quando ero segretario prese il 26,1%», ricorda spesso Franceschini. Solo come annotazione di cronaca, ovvio…


Legge elettorale, Lupi a Renzi: “Maggioranza farà proposta unica”
di Francesco Bei
(da “la Repubblica”, 21 dicembre 2013)

ROMA – “E’ giusto il dialogo con tutti, ma la maggioranza, sulla legge elettorale farà una proposta unica”. Il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi prova a mettere dei paletti all’attivismo del segretario del Pd Matteo Renzi sulla riforma della legge elettorale. “Proposta di maggioranza”, dice Lupi. “Per cambiare le regole parliamo con tutti”, ribatte il segretario Democrat che propone a Fi e a Ncd un Mattarellum corretto con un doppio turno.

Ma Lupi ribatte: “Vedo tante ipotesi: il ‘Mattarellum’ non mi sembra che abbia funzionato, come non ha funzionato il ‘Porcellum’. I paracadutati c’erano anche lì. Con un tripolarismo, come quello che si sta presentando, anche il ‘mattarellum’ non funziona”. D’altra parte, ragiona il ministro alfaniano, “non mi sembra che le posizioni di Ncd e di Renzi siano lontane. Noi siamo per il bipolarismo e per un modello tipo quello per l’elezione del sindaco. E’ giusto il dialogo con tutti, ma la maggioranza, sulla legge elettorale, farà una proposta unica”.

Con tutti significa anche con Forza Italia e Denis Verdini, incaricato da Silvio Berlusconi di seguire la vicenda della legge elettorale per il partito azzurro, mette in chiaro le sue volontà: “Vince chi prende un voto in più indipendentemente da quanti elettori votano, un premio di maggioranza e una legge che sia chiaramente bipolare o meglio ancora che punti al bipartitismo”. Verdini ha ribadito che le modifiche istituzionali allo studio “sono tutte utili ma che l’unica capace di cambiare veramente il Paese è la riforma elettorale, una legge che faccia sì che il giorno in cui si vota si sappia chi vince e chi governa, perché le coalizioni – ha aggiunto lanciando un messaggio anche al Nuovo Centro Destra – nel nostro Paese non funzionano”.

E Sandro Bondi ne approfitta per attaccare il presidente della Repubblica. “Non voglio credere – dice l’ex coordinatore del Pdl – che il presidente della Repubblica intervenga nel dibattito interno alle forze politiche per assecondare la richiesta di Alfano, il quale, secondo quanto riferisce la stessa Repubblica, avrebbe chiesto al Pd di ‘non arrivare all’approvazione definitiva della riforma fino ad aprile, in modo da avere la garanzia che si arrivi al 2015′”.


Dall’Unità a Berlusconi la storia è arma politica l’analisi
di Paolo Guzzanti
(da “il Giornale”, 21 dicembre 2013)

Alla fine bisogna sempre fare «i conti con la storia» e non sono mai conti facili: sono come gli esami che non finiscono mai. Quando Atene si liberò dei Trenta tiranni chiudendo uno dei periodi più foschi della sua storia (nel regolamento di conti che ne seguì Socrate fu messo a morte di fatto per collaborazionismo, altro che corrompere i giovani) fu promulgata una «legge bavaglio» che vietava di rivangare il passato, scriverne, rievocare.

L’ordine regna ad Atene: il dibattito è chiuso – si stabilì – pena il collasso della società. Da noi, in Italia, non ci fu una legge, ma solo una canzone napoletana: Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto… Chi ha dato, ha dato, ha dato, scurdammoce ‘o ppassato.

Quello di Atene dopo la dittatura dei Trenta è il più clamoroso esempio che Paolo Mieli porta nel suo ultimo libro I conti con la storia (Rizzoli) sul ventaglio di soluzioni possibili quando finisce un conflitto che riverbera odio, dolore e desiderio di vendetta. Ma davvero l’oblio è il medicamento da somministrare dopo ogni conflitto? No, si può fare anche il contrario, se i vincitori sono generosi patrioti. L’esempio è quello degli Stati Uniti che, dopo la fine della guerra civile a metà degli anni Sessanta del XIX secolo (proprio mentre l’Italia si unificava malamente), scelsero di includere i vinti, elevandoli al rango di co-fondatori della nuova nazione. Questo fatto, da noi poco noto, mi colpì molto quando vivevo negli Stati Uniti perché non ti aspetti quella quantità di monumenti, nomi di strade, memorial, che trasformano i nemici di un tempo in patrioti degni di onore. Sarebbe come se in Italia, dopo l’8 settembre 1943, i vinti repubblichini fossero stati promossi al rango di «patrioti avversari» co-fondatori della nuova Repubblica.

Sappiamo come andò nella realtà. E a questo proposito Mieli affronta il caso di Giampaolo Pansa, famoso giornalista «di sinistra» che provocò una rottura verticale nel conformismo italiano, guidato dalla legge dell’oblio e, peggio, dalla legge della memoria asimmetrica dei vincitori. Ho sempre pensato che se la guerra l’avesse vinta la Germania, avremmo avuto poi infiniti musei e celebrazioni della memoria dei genocidi di Stalin e dei suoi campi di concentramento, e la Shoah sarebbe stata ignorata, o trattata come un fatto marginale su cui alcuni storici anticonformisti avrebbero sollevato il velo mezzo secolo più tardi.

Il tabù infranto da Pansa vieta ai non fascisti di parlare del sangue dei vinti durante la guerra, ma poi anche delle esecuzioni pianificate per classe sociale nel triangolo della morte emiliano. Le imprese della Volante rossa e le stragi successive alla Liberazione, che non furono lo strascico di «comprensibili vendette contro gli aguzzini», ma il passaggio dalla guerra contro tedeschi e fascisti repubblichini alle procedure per instaurare un regime comunista manu militari: ci volle il freddo realismo di Stalin e del suo impassibile portavoce Palmiro Togliatti per bloccare l’ondata insurrezionale, in nome del nuovo ordine nato a Yalta. La convenzione impose che di quei fatti nessuno dovesse più parlare e una lastra di piombo ateniese asfaltò ogni memoria e ogni verità. Nulla nelle scuole, nulla in tv.

Degli effetti di quell’oblio sono stato io stesso testimone e vittima. Quando fui eletto nel giugno 2002 Presidente della Commissione d’inchiesta sugli agenti russi in Italia (non soltanto le banali e oneste spie, ma anche agenti d’influenza) ebbi la candida idea di proporre ai post comunisti che occupavano la metà del nostro parlamentino un patto d’onore: sediamoci, dissi, intorno a un tavolo e lavoriamo insieme per voltare finalmente pagina, affrontando tutti i temi roventi del passato (la Commissione Mitrokhin era stata chiesta per primo da D’Alema quando la notizia di uno schedario russo reso pubblico fece impazzire la sinistra per le accuse reciproche di «collaborazionismo» sovietico). La condizione che pongo, aggiunsi, è che prima dobbiamo leggere tutti insieme e con accuratezza quella pagina, e poi voltarla. Ma avevo avuto torto: nessuno, da quella parte, aveva intenzione di condividere alcuna verità e di restituirla al Paese. La risposta che ebbi fu sprezzante: venne lanciata una campagna diffamatoria preventiva accusandomi di voler usare la Commissione «come una clava». La parola d’ordine lanciata da D’Alema sulla «clava» diventò una goccia cinese. I giornali russi fecero eco scatenando una campagna di derisione e di falsità contro la commissione del Parlamento italiano e i giornali si schierarono dalla parte della legge bavaglio, certificando che io non potevo che essere un provocatore. Al mio informatore segreto Alexander «Sasha» Litvinenko fu inflitto il supplizio di Socrate con una pozione letale di moderna cicuta, l’isotopo Polonio 210. La legge di Atene dopo la cacciata dei Trenta era e resta in vigore. Per fortuna, Scotland Yard non ha mollato l’osso quanto a Litvinenko, ma questa è un’altra storia.

E dunque, seguendo la linea de I conti con la storia, viene da chiedersi chi e che cosa scriverà fra un secolo, o fra cinquanta anni, sull’Italia di oggi, sui veleni della guerra civile a bassa intensità intorno a Berlusconi e all’antiberlusconismo. Ci penseranno gli storici? Secondo Mieli è possibile: la pratica dovrebbe essere gestita dagli storici nei tempi e modi necessari per spurgare le incandescenze emotive ed ideologiche a causa delle quali la storia è usata proprio come «una clava» dalla politica. Come dire che a un certo punto bisogna saper dire basta.

L’Italia più di ogni altro Paese mostra quanto indigesto sia il proprio passato anche recente, su cui gli storici professionisti in fondo non possono granché: è un dato di fatto, ricorda, che la sua unità sia stata costruita su molte menzogne. I cittadini degli Stati preunitari dovettero rinnegare le loro identità precedenti raccontandosi a suon di urla e marcette militari di essere stati tutti da sempre ardenti patrioti italiani. Quando arrivò il momento, tutti diventarono entusiasti reduci della Grande Guerra, compresi i milioni che l’avevano avversata nelle piazze. Poi arrivò il momento in cui tutti si dichiararono fascisti da sempre e, subito dopo, antifascisti da sempre, quando si assistette all’improvvisa comparsa in ogni famiglia di indomabili zii e nonni anarchici, meglio se ferrovieri, che con eroica ostinazione avevano rifiutato la tessera del fascio. Nello stesso momento milioni di italiani dichiararono di aver salvato uno o più ebrei, che non erano più di cinquantamila. Alla caduta della Prima Repubblica non si trovava più un socialista craxiano o un democristiano del Caf a pagarlo oro: il camaleontismo opportunista continuerà ad essere l’elemento distintivo del carattere degli italiani, come aveva notato Leopardi. Quanti sono oggi i forconisti «da sempre»? E quelli che «mi ha telefonato Matteo» dopo anni in cui «mi ha telefonato Massimo» e l’ormai lontano «mi ha chiamato Bettino»?

Si può davvero scrivere la storia con gente come questa fra i piedi? Mieli ne dubita. Tuttavia può capitare persino che gli storici, se possono alternare sulla testa il cappello dell’opinion leader oltre quello dello storico, abbiano l’opportunità di modificare il corso della storia come fece Mieli quando, direttore del Corriere della Sera, decise pubblicare nel 1994 il famoso avviso di garanzia che provocò il ribaltone e la caduta del primo governo Berlusconi da cui fu generato il governo Dini, la conseguente sconfitta del centrodestra in Italia del 1996 costretto a una lunga apnea fino al 2001. Cito l’evento perché ho ragionevoli dubbi sulla neutralità degli storici.

A complicare le cose ci si mettono pure figure retoriche e organismi reali che agiscono e interagiscono sui fatti come il «politicamente corretto». L’ipocrisia ha poi perfezionato le sue armi con le agenzie delle Nazioni Unite e con i Tribunali internazionali a baricentro non occidentale che hanno come target finale Israele un po’ come la Procura di Milano punta a Berlusconi. Il «politicamente corretto» impedisce per esempio di dire che la tratta degli schiavi africani venduti, trasferiti in catene in America, dal Brasile ai Caraibi, dalla Martinica alle colonie britanniche, non fu fatta dai bianchi europei (mai dagli americani) ma dagli arabi che si servivano di tribù schiaviste di neri africani in un continente che praticava lo schiavismo da oltre mezzo millennio prima che arrivassero i bianchi a comperare insieme agli sceicchi. Ebbene, oggi ci sono stati africani le cui leggi spediscono in galera chi osa dubitare che lo schiavismo africano sia stato un crimine dei bianchi colonialisti.

Il libro di Mieli è una straordinaria e quasi infinita serie di narrazioni certificate autentiche e paradossali d’ipocrisie. È un libro fortemente anticonformista e sconvolgente. Se Calvino fa ardere vivo lo studioso della circolazione sanguigna Michele Serveto in combutta con l’Inquisizione spagnola (fascine verdi per il rogo e un collare di paglia cosparso di zolfo), che dire del grande cancelliere tedesco Bismarck (ammiratore del Risorgimento italiano) che ordinò di impiccare tutti gli abitanti maschi (compresi vecchi e bambini) della città di Ablis dove i francesi avevano catturato sessanta soldati tedeschi? L’ordine fu immediatamente eseguito senza che nessun avversario di Bismarck avesse nulla da ridire.

La storia che Mieli viviseziona è quasi sempre falsificata dai vincitori: quando Hitler invase la Polonia nel 1939, il suo alleato e fervido ammiratore Stalin invase secondo gli accordi russo-tedeschi la Polonia da Est. L’Armata Rossa compì ogni sorta di violenza e crimini, senza contare lo scandalo della consegna reciproca fra svastica e falce e martello di rifugiati ebrei contro rifugiati anticomunisti sul ponte di Brest-Litovsk. Il risultato è che dopo la fine della guerra si conoscono solo i crimini tedeschi, non quelli sovietici.

E ancora sui fatti di casa nostra: Mieli sostiene che i leghisti non hanno tutti i torti quando dicono che l’unità fu fatta in un modo che non aveva nulla a che fare con gli ideali risorgimentali che prevedevano un’Italia del Nord. Invece le cose andarono diversamente: gli inglesi mollarono il re di Napoli, la mafia e la camorra scesero in campo con Garibaldi e il re sabaudo, così come sarebbero scese in campo con gli americani che risalivano la penisola dalla Sicilia. Per due volte tenuti a battesimo dalla mafia, quale sorpresa di fronte a uno Stato in parte geneticamente mafioso? I conti con la storia non finiranno mai, è vero, ma bisogna pur cominciare a farli se vogliamo dare una mano non solo agli storici ma anche ai cittadini futuri per aiutarli, aiutarci, a guarire dalla genetica ipocrisia.
__________
(Paolo Guzzanti, mi dispiacque delle spalle che voltò a Berlusconi quando aveva bisogno anche del suo aiuto, voltafaccia – avrà avuto anche tu le sue ragioni, ovviamente – che paragono a quelle più recenti di Alfano, Quagliariello, Cicchitto, Lupi ed altri, verso i quali non desidero nemmeno essere sfiorato di inviare gli auguri di Buone Feste, e l’elenco lo potrei allungare aggiungendovi, ad esempio: Il giudice Alfonso Quaranta, il giudice Alfonso Esposito, Napolitano uomo di Budapest, laura Boldrini, Gianfranco Fini, ai quali, da cattivo cattolico quale ormai sto diventando, raccomando e supplico invece l’intervento, in tempi un po’ più ravvicinati – vista la mia età – della nemesi, la quale li vada a colpire duramente, come faceva il Dio dell’Antico testamento, al quale invece mi vado avvicinando, con le peggiori e risolutive calamità. Stanno facendo del male al nostro Paese, minano la convivenza sociale con i loro comportamenti, ed istigano al disprezzo e al risentimento. Ma da qualche tempo scrive articoli coraggiosi, che ammiro, anche se non sono capace di restituirti tutta la tima di un tempo. Ci sono macchie, come quella dell’uomo di Budapest, che non si cancellano con la candeggina, ma restano marchiate più di una lettera scarlatta, o se vuole che sia più perentorio e definitivo, di una svastica, e si portano nella tomba. Quando morirà Napolitano o qualcuno di costoro che imbrattano l’Italia, non aprirò certo una bottiglia di spumante, ma non piangerò, ne sia sicuro.
Sulla tragedia dei polacchi invasi da una parte dai russi e dall’altra dai tedeschi il grande polacco e regista Andrzej Wajda realizzò il bel film Katyn, che la invito a rivedere. Lo si rappresenta molto raramente, poiché racconta una verità scomoda.
bdm)


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart