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LETTERATURA: Il mondo gli veniva incontro veloce

9 Febbraio 2008

di Giorgio Morale
[Suo il romanzo “Paulu Piulu”, Manni, 2005]
 
(dall’inedito L’ora del caldo) 

Il mondo gli veniva incontro veloce dal finestrino del treno.

Ecco i sassi di Siracusa, che la luce scolpiva; le saline di Augusta, montagne e crateri in miniatura; le costruzioni di Catania, nere di pietra vulcanica; i giardini della Piana, che sembravano voler scavalcare i giardini che li recingevano. Poi, passato lo Stretto, il treno sembrò aver guadagnato certezza della direzione, a scapito dell’orientamento di Paolo.

Cosa s’aspettava dal viaggio? Un incognito lungo due mesi. Cullato dai pensieri, avrebbe preferito non arrivare. Era quello il viaggio, il vero viaggio, che avrebbe voluto non terminasse.

Quando il sole scese dai monti e sparse oro e fiamme, la terra arrossì, amante appassionata. La sera confuse l’orizzonte, l’oscurità eresse calde pareti, il mondo divenne una dimora accogliente.

La notte scese come un dolce mistero.
“Il treno sa dove andare?” si domandava Paolo. “E lo sa anche di notte?”.
Finché l’oscurità spense la domanda.

Di notte le stazioni sono tutte uguali. Identico l’assalto al treno, la mano che aziona la porta scorrevole, la rapida ispezione e la domanda buttata nel sonno:
“C’è posto?”.
Ma per Paolo era sempre nuovo il soprassalto, il guardarsi intorno e la domanda:
“Dove siamo?”.
Intanto la macchina ansimava, fischiava, i ferrovieri andavano avanti e indietro, gli operai battevano sugli ingranaggi.

Si svegliò alle prime luci, col timore di aver perso qualcosa di essenziale, e assistette al farsi del giorno, fantastico come l’emergere del colore in una foto in bianco e nero.

Con gli altri passeggeri – emigranti, militari, anziani in visita a figli lontani – non scambiava parola. Quando si rivolgevano a lui, declinava offerte e gentilezze. Che dire? Che importavano a lui lavori, affanni, parentele? L’amore, le poesie, i futuri radiosi, come esibirli, se non con orgogliosi silenzi? Senonché la situazione vinceva, i discorsi continuavano in lui e nello scompartimento si creava una comunità dove anche lui trovava posto.

A Milano incontrò il padre e insieme proseguirono per Colonia. Il paesaggio mutò. I ponti sospesi sulle valli trasmettevano la prossimità del pericolo e lo sprezzo del pericolo.

Come buonanotte il padre intonò l’iliade personale: ricordi militari, miserie di guerra. Pur sapendo la sua via diversa, Paolo cercava nelle parole del padre il suo futuro.

Appena arrivati, giusto il tempo di ammirare il duomo gotico e i ponti sul Reno; poi subito scale mobili, metropolitana, tram: e a casa.

Paolo spese la prima giornata nell’osservare come i suoi, malgrado la povertà, fossero riusciti a ricostruire una casa; le seguenti nel conoscere personaggi mitici: l’amico della prima ora, il compagno di lavoro, il vicino di casa, il compaesano, il negoziante italiano, il calzolaio italiano. Le case erano gremite di persone e cose; i mobili, scuri e massicci; gli stili, i più diversi. Gli uomini avevano le mani dure, come appena smessi gli arnesi dei campi.

Di giorno i genitori erano al lavoro. Paolo usciva dopo un sonno prolungato e gironzolava per vie ignote, fra visi ignoti. Amava andare a piedi, attardarsi a contemplare costruzioni venerande, facciate con incisioni gotiche, edifici moderni, le gru e i lavori in corso. Fra il via vai incessante gustava la gioia di vivere, confondersi fra tanta gente; godeva di piccole decisioni, con cui si fingeva un’illimitata libera scelta.

S’immergeva nella pace del duomo, saliva le scale erte, illuminate da tubi a neon, e giungeva alle guglie più alte, da dove lo sguardo abbracciava la città e il fiume che l’attraversava. Incise due nomi su un muro e, come Heine, cercò nella bionda Madonna del pittore medievale la fisionomia di Annella: e gli sembrò di compiere un’azione carica di presagi.

La sera si rinnovava il confronto con i suoi. I quali, smessi gli abiti da lavoro, quasi fossero addetti al cerimoniale, facevano le presentazioni del nuovo Paese. Lodavano l’abbondanza di merci e commerci, confrontavano cifre, calcolavano guadagni. Nell’universo dell’emigrazione si erano collocati nel giusto mezzo: fra i turchi, che si sarebbero adattati a qualsiasi mansione pur di lavorare, e i napoletani, che spendevano tutto ciò che guadagnavano, in Germania come a Napoli. Il risparmio spianava la strada del ritorno, che assaporavano un po’ ogni sera, dopo cena, quando tiravano fuori il progetto della casa da costruire e lo commentavano. Ripetevano gli stessi discorsi, ma con l’intensità della prima volta. Come se interpretassero un copione teatrale.

L’euforia durò un mese, alimentata dalla novità dei luoghi e delle persone. Poi Paolo sentì tutto ciò vano e si ritirò nella solitudine della sua camera. Gli piaceva immergersi nella penombra, ripensare alla sua esistenza e al suo significato. Non vedeva scopi per cui vivere né consolazioni che lo sorreggessero; i più accesi ideali gli apparvero contrastati e caduchi: e non voleva accettarlo. Avrebbe voluto convincersi che valeva la pena continuare a vivere e faceva di tutto per tenersi occupato e non pensare. Aveva portato con sé dei libri: i racconti di Cecov, un’opera omnia dantesca, i Fiori del male, una Bibbia. I libri restavano chiusi, l’immaginazione inerte.

Comprava all’edicola della stazione ferroviaria giornali italiani, ma tutte le notizie gli parevano inutili e banali. Si stendeva sul divano, ma non trovava una posizione che gli andasse a genio. Credendo che la penombra l’opprimesse, spalancava le imposte e faceva ginnastica, ma la luce gli dava fastidio e finiva per riaccostarle. Cercava le stazioni trasmittenti alla radio, ma il nuovo successo dei Beatles lo lasciava indifferente. Quando tornava sua madre e gli si sedeva accanto, accarezzandolo per compensare un rifiuto, andava a leggere su e giù per il corridoio, come una bestia in gabbia.

Paolo non riusciva a rendersi conto del passaggio a quella noia implacabile. Si costringeva a pensare alle cose più belle, all’amore, alla poesia. Scorreva con lo sguardo i fogli pieni di versi su cui aveva tanto sognato e, sentendo che anche quello stava per essere accompagnato da una nota di tedio, fuggiva dalla camera, dove i contorni sfumati delle cose lo lasciavano solo con se stesso, e si tuffava con malcerto ardore nella vita della città.

Ma i manifesti su muri lo irritavano. Si sedeva in un parco, a godere di un bel panorama avvolto in una leggera foschia. Ma c’era quel distinto signore con pappagorgia, e quella bambina che gli poneva questioni, con un faccino serio serio, e i giovani con i lazzi di sempre, e in Paolo nasceva un’inquietudine che la stabilità della veduta non calmava ed era obbligato a rientrare. Allora, senza pensieri, andava avanti sul marciapiede e, arrivato all’appartamento, chiudeva la porta dietro di sé. Un’inquietudine, un’ostilità verso quanto lo circondava, un’insoddisfazione costante era divenuta parte della sua persona.

Per distrarlo i genitori gli avevano combinato un incontro con un ragazzo tedesco, figlio di vicini con cui erano in rapporti. Il giorno in cui il ragazzo sarebbe dovuto venire da lui, quando sentì bussare, Paolo non rispose e rimase chiuso dentro. Come quello insisteva, temette che l’altrui volere bastasse a spalancare la porta e quasi non fiatò, finché non sentì i passi allontanarsi per le scale.

Non era poco ciò che la finestra offriva allo sguardo. I rumori delle macchine erano l’ultima terminazione del traffico, cui erano legati come l’onda al mare. Le persone per strada, non molte, erano pur sempre esemplari dei milioni. E inesauribili i particolari sulle facciate delle case: i segni del sole e dell’acqua, le variazioni della luce, gli spostamenti dell’ombra. E c’era sempre un altrove di là da una finestra, un oltre dietro un palazzo. Paolo si aspettava di vedere affacciarsi a una finestra, come lui, qualcuno in cui riconoscersi; ma i vetri restavano opachi, le tende accostate.

La dirimpettaia di pianerottolo, una tedesca giunonica, a volte afferrava Paolo per un braccio e lo conduceva in camera sua, dove s’inteneriva davanti a una gabbia di criceti. A Paolo faceva pena, per via del convivente italiano che la picchiava per niente. Quando il convivente non c’era, lei andava dalla madre di Paolo e le mostrava i lividi. Un giorno fuggì, poi ritornò. Paolo si domandava perché.

Cominciò le passeggiate indefesse al lungoreno. Dove le bambinaie conducevano carrozzine a passeggio, a fruire di un languido sole; dove, accanto a una giovane in minigonna, accadeva d’incontrare una vecchia stile dopoguerra, cappello in testa e cagnolo al guinzaglio. E dove a Paolo veniva insistente, suggerita forse dal gorgogliare dell’acqua sotto il pontile, l’idea fissa. Che l’accarezzava come lui accarezzava, camminando, l’inferriata che faceva scorrere fra le mani. L’idea fissa di por termine alle sue illusioni, fluite come l’acqua sotto i quattro o cinque ponti su cui sferragliavano i treni. Nel dolore sentiva fratello il fiume leggendario, come lui intorbidato da sentine di scafi e traghetti. Intanto coppie d’innamorati si sussurravano sogni e turisti facevano ressa attorno ad agenzie di viaggio e a bancarelle di souvenir.

Dopo il manifestarsi di quella mania tornarono le antiche passioni, il ricordo di Annella l’assalì e sopraggiunse il desiderio di ritrovarsi in Sicilia.


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6 Comments

  1. Commento by Alfio Squillaci — 9 Febbraio 2008 @ 10:09

    A me sembra questa una buona prosa. Sulla mia rivista ho pubblicato una recensione di Maria Rizzo a “Paulu Piulu”,
    (http://www.lafrusta.net/rec_morale.html)
    libro che purtroppo non ho potuto leggere. La Sicilia, come la Russia o il Sudamerica, produce molta letteratura, perché è un punto dolente del mondo, un luogo non pacificato. Chiedo a Giorgio Morale, se mi legge e se vuole, di contattarmi; ringrazio il vecchio amico Bart per questo “ponte”.
    Alfio Squillaci

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 9 Febbraio 2008 @ 11:40

    Non c’è di che, Alfio.
    Hai visto i commenti su alcune tue recensioni, accolte qui molto bene?
    Ringrazio te per il tuo bel lavoro sulla Frusta letteraria.

  3. Commento by Giorgio — 9 Febbraio 2008 @ 12:39

    Grazie, Bart, per l’attenzione e l’ospitalità, e grazie ad Alfio per la lettura e il commento: concordo con quanto dici della Sicilia, non essere del tutto pacificati è anche un bene, talvolta…

    Sono lieto anch’io di questa occasione d’incontro, ti scriverò presto.

  4. Commento by Alfio Squillaci — 9 Febbraio 2008 @ 14:39

    A Giorgio: è un bene non essere pacificati solo nel senso dato da Omero quando dice (Iliade) che “gli déi ci danno le sciagure perché i poeti abbiano di che cantare”. Talvolta, visto lo squasso antropologico delle nostre genti, si vorrebbe davvero che gli déi ci diano meno sciagure e che i poeti abbiano meno da cantare…

    A Bart: ho visto i commenti. Ti ringrazio per il lavoro che stai facendo in rete. Non lo dico per me che sono un ragazzaccio (ti ricordi il tono ironico e sfottente che avevo quando ti punzecchiavo su ICL – 8 anni fa ahimè mio caro Bart!) lo dico proprio per la Dea letteratura, di cui noi due siamo semplici, umili, tenaci e allocchiti sacerdotelli). Un abbraccio caro Bart-Bouvard, qualche volta mi vedrai spuntare nella magica Lucca, città che ho frequentato per qualche estate, per venirti ad omaggiare in presenza non più virtuale…

  5. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 9 Febbraio 2008 @ 14:48

    Ti aspetto con gioia, Alfio. E spero presto.

  6. Commento by Giorgio — 9 Febbraio 2008 @ 15:26

    “gli déi ci danno le sciagure perché i poeti abbiano di che cantare”

    Proprio così, Alfio, e da questo punto di vista noi “siciliani di fuori” siamo fortunati: basti dire quanto amiamo la Sicilia… ma possiamo farlo solo da lontano.

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