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Adami, Giuseppe

25 Aprile 2019

Fannì ballerina della Scala

Fannì ballerina della Scala, 1935

Non si può negare che la fama dell’autore sia legata ancora oggi soprattutto a quella di Giacomo Puccini, di cui fu librettista per le opere “La rondine” (1917), “Il tabarro” (1918) e “Turandot” (1924).
La storia si apre con una prova di ballo alla Scala che vede intorno all’ottantenne e acciaccato maestro Alberto Ronchetti, ex “ballerino figlio di ballerini”, un gruppo di ragazze (“tutù di garza candida e scarpini di seta rosa”), tra cui Fannì Albani, la prediletta, desiderose di imparare da lui, che aveva insegnato a ballerine divenute famose nel mondo, le quali ancora, all’occasione, passavano a riverirlo.
Si nota subito la dimestichezza dell’autore con il mondo del teatro, dove si muove con uno stile agile, non pesante, meno carico di quel sentimentalismo spesso eccessivo che dominava quegli anni.
L’opera è stata giudicata mediocre dalla critica; in verità, la scrittura di Adami è controllata e corretta e per quanto riguarda la storia essa non poteva essere che figlia della sua esperienza e del suo tempo. Nell’affrontarla si dovrà tenere conto di ciò.
Morto Alberto Ronchetti, Fannì si ritrova sola, circondata dall’invidia (“friggevano”) delle compagne impiccione (che mal avevano sopportato la predilezione del maestro nei suoi confronti), ma animata dall’incoraggiamento manifestatole dal maestro sul letto di morte e dall’affetto di un giovane giornalista sportivo, Mario Varandi, il quale per un commento imprudente fatto da un compagno di combriccola su Fannì, Piero Mercatelli, un musicista d’avanguardia, ne prende le difese, schiaffeggiandolo. Questo avviene al Savini, “rinomato locale del centro”. Fannì è presto sulla bocca di tutti. Per lei due gentiluomini si battono a duello! La compagna Sandri che le porta la notizia, le dice: “Pensa: mi diventi celebre in un batter d’occhio.”. L’autore ci intrattiene sui preparativi e si sofferma sulle ansie che attanagliano i duellanti. Fannì è corsa da Mario, il quale le mente, dicendo che il rivale ha mandato i padrini a chiedergli scusa: scuse accettate. Quindi il duello non ci sarà. Fanny e Mario decidono di passare la giornata insieme, anche perché Fanny vuole essere sicura che il duello non si farà. Dice a Mario che crede e non crede a ciò che gli ha detto sul duello. Il duello si tiene di primo mattino nell’ “immenso salone del Palazzo dello Sport”. Milano resta il centro della storia, soprattutto gli ambienti vicino alla Scala. Le competenze dell’autore sul teatro e in specie sull’opera melodrammatica affiorano continuamente. Come pure l’autore è bravo a creare scene conviviali in cui lo stile appare sempre sicuro e leggero, ed anche a trattenere il lettore con episodi mezzo ilari e mezzo misteriosi, come quello della preziosa collana donata da un anonimo alla ballerina Gisella Ronzi, e altrettanto misteriosamente sparita. Fannì in particolare si muove con la dolcezza di una farfalla e impregna di questa sua lievità la storia: “Bella era veramente, Fannì, e tutta fresca, chiara, vaporosa”; “Ma quando, al centro, ferma e sorridente, in atteggiamento romantico, apparve Fannì, tutti i binoccoli si puntarono su di lei e un mormorio d’ammirazione l’accolse.”, “Quando Fannì riapparve in un costumino azzurro, gli spettatori ebbero la sensazione che lassù roteasse un lembo di cielo.”. Se occorre, l’autore sa imprimere alla narrazione un po’ di giocosità, come quando, finita l’esibizione di Fannì alla Scala, gli amici sempliciotti della zia Lisa gli tributano il loro affetto, specialmente Giovanni, l’ombrellaio, diventato padrone dello stabile dove La zia Lisa e Fannì vivono. Subito dopo, quando gli ospiti se ne sono andati, la zia Lisa trova Fannì inginocchiata davanti al ritratto del defunto maestro Ronchetti. Lo sta invocando: “Pregate Dio per me, che nella gloria mi tenga con la sua santa mano lontana dalle tentazioni…”. Tentazioni che non mancheranno, a cominciare da quel Riccardo Ronald, l’industriale che le aveva mandato un gran cesto di violette e che approfitta di ogni occasione per farsela amica, nonostante Fannì abbia in Mario Varandi il suo, sia pur geloso, innamorato.
Nel corso di una gita in barca con Ronald, Fannì gli dirà: “Voi avete voluto trascinarmi qui per approfittare della mia debolezza… per avermi sola e senza difesa… perché mi credete come le altre, come tutte… No, sapete. Vi siete sbagliato… Si può essere ballerine ma oneste…”. Paura e smarrimento in Fannì e mortificazione in Ronald. Adami sa ritrarre le situazioni e, come in questo caso, ne ricava, con stile sobrio, effetti umanissimi che inteneriscono il lettore. Dopo quella risposta Ronald, abituato ad ogni situazione nella sua vita di dongiovanni, si sente d’improvviso vecchio (“Hai tanta paura di me?”) e quasi ne proviamo dispiacere. Quella gita in barca costa a Fannì una lettera anonima che arriva a Mario, il quale non solo rimane frastornato, ma chiamato dal direttore del suo giornale, si sente fare una rampogna per il fatto che egli frequenti il mondo delle ballerine e gli manifesta l’intenzione di trasferirlo per qualche mese addirittura in Giappone. L’ atmosfera si fa tesa tra i due innamorati. Qualcuno mesta sul fuoco, è evidente, ma la miccia è accesa e Mario e Fannì litigano fino al punto che Mario la schiaffeggia e la insulta. Schiaffo e insulti che rimarranno fissati nella memoria di Fannì, vedrete. È una scenata tipica dei tempi andati e, mentre la scrittura resta efficace ed anche moderna ed agile, la rappresentazione che ne risulta è tipica del sentimentalismo e dei costumi del tempo. Così pure il ricordo che i due protagonisti ne avranno.
Ci si convince anche che Adami sarebbe stato uno scrittore di successo pure oggi, per la scorrevolezza, la mordacia e la rotondità della sua scrittura, che riesce a mantenere vivo l’interesse del lettore in uno con la trama: “Ah! Queste ragazze! Escono dalle portinerie o dagli abbaini straccione, figlie di straccioni, e ti si tramutano sotto gli occhi da spinacetti in fiori.”; “Se credi che una ballerina debba fissarsi su un unico amore, il primo, che tra parentesi è sempre il più stupido, ti illudi. Noi siamo nate per la varietà. Il palcoscenico è la nostra vetrina. Gli acquirenti sono giù, là in platea, con l’acquolina in bocca e il binoccolo teso, quando alziamo le gambe. Non abbiamo che l’imbarazzo della scelta.”, aiutato in ciò anche dall’uso, al momento giusto, di parole e frasi dialettali.
Mario è partito per il Giappone e sente nostalgia di Fannì; quest’ultima, dopo la malattia, sta rinascendo alla vita, sta tentando di dimenticare il passato: “La morte l’aveva respinta: bisognava conquistare la vita.”; “La strada è piena di gnomi gelosi che costruiscono menzogne, e di sirene che chiamano con voce suadente il viaggiatore per fargli abbandonare la lotta.”. Si incontreranno di nuovo? Il sì è scontato, ma resta il modo quale propulsore della storia: “Niente perché avvenga, niente perché non avvenga: il destino.”.
Insomma, per riconciliarci con la Scala (“quel monumento nazionale in dissoluzione”), nonostante “Rivalità, intrigo, pettegolaio, invenzioni, spionaggi, favoritismi…”, e in particolare con il balletto, niente di meglio di questo romanzo, scritto con felice e vivace ispirazione. Ben riusciti i dialoghi.


Letto 170 volte.


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Bart