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LETTERATURA: Scrittori Lucchesi: “Adesso tienimi” (2007), il romanzo d’esordio di Flavia Piccinni. Fazi Editore, pagg. 176, euro 14

4 Settembre 2007

di Bartolomeo Di Monaco

[Per le altre sue letture scorrere qui]

L’autrice non è lucchese, essendo nata a Taranto nel 1986, ma a Lucca è venuta a stabilirsi con la famiglia quando aveva l’età di 10 anni, abita in una strada, Via Fillungo, in cui palpita il cuore caldo della città. A Lucca si sta formando nel giornalismo, qui vive le sue intense giornate.

Non commetto alcun errore se, giovane com’è, la inserisco nella raccolta degli autori lucchesi. La considero ormai una concittadina, sperando che, come accadde ai miei genitori affascinati dalla città, vi resti per sempre; e una concittadina, per di più, di cui occorrerà seguire il cammino letterario se all’età di ventuno anni esordisce, con il romanzo “Adesso tienimi”, presso un editore attento e importante quale è Fazi, cui si deve – non va dimenticato – la pubblicazione di due romanzi di Hans Christian Andersen sconosciuti in Italia: “Il violinista” (2005) e “O. T. un romanzo danese” (2006), entrambi nella bella traduzione di Lucio Angelini.

“Adesso tienimi” esce, infatti, nel luglio del 2007. La giovane età dell’autrice congiunta alla pubblicazione presso un tale editore, e nella collana bene augurante “Le vele”, è il primo tassello di interesse che colpisce chi si trovi tra le mani il libro.
Vediamo di che si tratta, non prima di aver segnalato che l’autrice ha vinto nel 2005 il Premio Campiello Giovani e il Premio Subway Letteratura. Inoltre ha partecipato all’antologia di minimumfax “Voi siete qui” con il racconto “Manco un po’”.
La protagonista, Martina Petruzzi, studentessa di liceo, ha perso da poco (“neanche un anno”) l’uomo che amava, Vianello, che si è ucciso. Era il suo insegnante nonché sposato a “quella stronza che non ti voleva lasciare andare. Che ti legava a sé con catene invisibili.” Gli rimprovera di averla lasciata in quel modo tragico, all’improvviso, sparandosi un colpo di pistola: di averla lasciata disorientata e impaurita, incapace di ricominciare a tessere la sua vita. Siamo a Taranto, “l’ultima città prima del mare”, una città invasa dalla “polvere rossa dell’ILVA che colora gli stracci del quartiere Salinella quando sta la tramontana.” Punto di forza di questa storia è il convincimento che ogni ricostruzione di una esistenza che superi le ceneri della precedente non possa fare a meno di ricollegarsi, sia pure per un furtivo e schivo lamento, al trauma vissuto, che potrebbe diventare una specie di filo di sutura che corre lungo la nuova esistenza fino a che essa, in qualche modo rinata dalla ferita, non prenda il suo volo: “Proprio come con il tuo ricordo, penso di poter cambiare qualcosa.” La prova a cui l’autrice sottopone la protagonista è proprio quella di vedere se possa sempre essere così.
Se si ha presente il romanzo “Sostiena Pereira”, di Antonio Trabucchi, uscito nel 1994, il richiamo ricorrente della memoria che troviamo in “Adesso tienimi” ha la stessa funzione che Trabucchi ha dato al continuo richiamo a Pereira. Però la Piccinni intende andare oltre, instaurando un nostalgico e allo stesso tempo arrabbiato confronto tra la vita che sta conducendo adesso e la vita che avrebbe potuto condurre con Vianello, giacché la memoria della protagonista, nell’inasprire il risentimento, ha questo di speciale, che inconsapevolmente si trova ad idealizzare una vita che non c’è mai stata, a immaginare come definitivo un rapporto che al contrario è stato breve e incompiuto: “stai andando nel posto dei ricordi, per cercare qualcosa che difficilmente riuscirai ad avere ancora.”; “mi rendo conto che le visioni, le sovrapposizioni, ci sono ancora.” Vedremo, infatti, che queste distorsioni che continuano ad alimentarsi nell’animo di Martina avranno un peso determinante nelle sue scelte finali. È, dunque, un trinomio affascinante quello che si instaura tra il ricordo, il sogno e il tipo di conclusione che viene scelto dalla protagonista.

Anche qui, come, per esempio, in Gaetano Cappelli, il bravissimo narratore di Potenza, compare il dramma dolente del Sud: la partenza dei suoi giovani, in cerca di lavoro e di fortuna. La mamma di Martina, Adriana, “Scuote la testa, come per farmi capire che è solo una questione di tempo e che presto anche io me ne andrò. Che, se sarò abbastanza brava, non dovrò più tornare.” La protagonista chiamerà spesso i genitori con il loro nome di battesimo, e non mamma o papà. Così penserà della nonna Mina che la redarguisce per questa abitudine: “Non lo capisce che Michele e Adriana sono Michele e Adriana proprio perché li rispetto non solo come genitori, ma anche come persone.”
Ma Martina non se ne vuole andare, poiché è nella sua terra che si radica, più che la sua vita, il suo ricordo: “Sbatto le palpebre e siamo insieme.”
Eppure il Sud e la città di Taranto in particolare, non riescono a togliersi di dosso i propri mali: “La gente continua a fare la fame e a mettersi i jeans griffati comprati nei negozi di città. E sono tanti quelli che spacciano roba contraffatta come vera. I tarantini continuano a camminare il sabato pomeriggio per via di Palma e via D’Aquino tronfi nella loro apparenza, dilaniati nella povertà e nell’ignoranza. Sarebbe troppo lunga la lista di persone che vantano conoscenze, titoli di studi, conti in banca e capacità che riescono solo a millantare. Quando ci penso non mi stupisco. Le cose sono sempre state così.”

La scrittura, piana e lineare, trae ispirazione dal mondo giovanile, introducendo, oltre a frasi gergali e a costruzioni di stampo meridionale (“quando si stava affogando nella vasca.”, “il problema della città è che non sta una vera e propria classe politica”), espressioni e lemmi che appartengono in buona parte ai giovani (“punkabbestia, “guinta”, “zelata”, “sgubbia”, “squasciate”, “sdrenati”, “secchie”, “pogare”, “andare a tagliare” – che sta per andare a spettegolare). Non mancano arditezze sintattiche: “La vasca, che tutto intorno stanno i sali comprati da Mina in Turchia e i profumi presi in Provenza.”; “con il coltello che Michele ci affetta il prosciutto”; “il vecchio cinema che ora ci stanno gli zingari a dormire”, “Anche adesso è un locale piccolissimo e venti tavoli di legno.”
E non mancano belle frasi ed espressioni che denotano una squisita sensibilità: la già ricordata “Sbatto le palpebre e siamo insieme”; “Davanti la gente che si consuma.”; “Quando vai veloce in motorino non te ne rendi conto che hai una vita al di fuori del vento.”; “Quando accelero, in motorino, sento gli occhi che si fermano.”; “chiudono gli occhi e lasciano che le lacrime vedano per loro.”; “in questo spazio che è profondo quanto un buco di proiettile.”

La memoria si accompagna allo scandire dei giorni, mai frenetici, assuefatti a scontare le solite pene quotidiane: ossia, il ritmo lento di una vita che ormai appartiene ad una generazione di giovani umiliati e senza sogni; le battaglie inutili contro l’ILVA (“Tanto qui non cambia niente.”), i litigi in famiglia (“A volte non capisco perché le famiglie si ostinino ad andare d’accordo, a creare un senso di quiete che non esiste.”), le delusioni, la mancanza di coraggio, l’apatia. In mezzo a tutto ciò, Martina si riempie del solo ricordo forte che possiede, l’amore per Vianello; non ha intorno a sé niente che possa distrarla, è arrivata a tentare perfino il suicidio la notte in cui Vianello è morto; l’amico Virgilio, come pure Simone, sono come ombre inconsistenti che camminano al suo fianco. L’autrice costruisce il vuoto di una città (“la certezza che niente potrà mai essere diverso.”) per farne il vuoto della sua protagonista. Si parte da lì, dal vuoto e dal ricordo, per tentare una rinascita che appare impossibile.
È un tentativo, dunque, che non può fare a meno di collegarsi alla città e ai suoi abitanti. Essi diventano determinanti per la protagonista, i cui stati d’animo, i cui sforzi, sono in relazione e in funzione di ciò che la circonda: “Mi lascio dietro la più alta percentuale di morti per cancro ai polmoni della penisola. Uno al giorno. […] Mi lascio dietro anche il mare inghiottito dal mercurio, che il pesce lo sta drogando. […] Mi lascio dietro un Sud da cartolina che è una realtà stupenda e pericolosa, che minaccia di scoppiare e allo stesso tempo di gonfiarsi, senza esplodere mai.” E ancora: “Odio questa villetta che quando sarà mia tingerò di un nero profondo, odio la strada intera con le case belle sul lato destro e gli appartamenti popolari sul sinistro.”

Un processo di annichilimento coinvolge contemporaneamente la città e la protagonista. Sembra che la ricostruzione della propria esistenza debba prima passare attraverso l’annullamento di se stessi con la disperazione (“la firma della disperazione”), il risentimento, l’odio, la profonda tristezza: “resterò sola, zitella come la signorina Draghi. Ad aspettare che l’uomo cui ho dato tutte le mie attenzioni resusciti.”
Una sorta di incomunicabilità attanaglia tanto la città quanto la protagonista (“Tutto mi irrita”). C’è un clima di attesa per qualcosa che potrebbe essere la fine come pure il principio. L’unico rapporto possibile, il solo canale che ancora le dà un soffio di vita, è quello che la conduce all’uomo che amava, ossia a ciò che, paradossalmente, si trova oltre la morte. Il pericolo che sta attraversando la protagonista, perciò, sta proprio nel formarsi con sempre maggior intensità di una marcata contrapposizione tra ciò che alimenta la sua vita (il ricordo) e ciò che sta oltre la morte (l’uomo oggetto del suo amore). La scelta non è per nulla facile: o riuscire a vivere con il solo ricordo, oppure morire.
Il tempo (“L’immobilità del tempo”) sembra fermarsi all’interno di questo dilemma, la struttura del romanzo ha, ad un certo punto, una sua palpabile immobilità. La parte centrale ne è l’espressione più marcata. Il lettore avverte che sta girando ripetutamente intorno al dolore: “Per riaverti mi brucerei i capelli e caverei gli occhi. E tu, che faresti per riavermi?”; “Tutta la tristezza del mondo è dentro di me e sta per esplodere.” Intuisce che, prima di proseguire, deve esserne penetrato.
Le pagine dedicate alle processioni della Settimana Santa sono tra le migliori del romanzo, anche perché ne assolvono la funzione di agnizione e di martirio. La Settimana Santa è simbolo del calvario passato e presente di Martina: un percorso quasi profetico.

Il fumo (“Aspiro ancora e il tiro è più buono di quello di prima. Ha il sapore dell’egoismo.”), la sigaretta sempre in bocca, cercata e amata, sono i prodromi di una ricerca che si fa sempre più spasmodica, per aprire la strada alla consapevolezza di ciò che è accaduto e alla conseguente scelta definitiva: “Hai voluto fare parte di tre vite. Le hai volute distruggere tutte e tre. Prima prendendo due donne e consumandole, poi uccidendo me. Mi hai preso, anche se non ti ho voluto. Sei entrato dentro di me e, dall’interno, hai iniziato a scardinarmi. Hai dilaniato la mia vita e mi hai fatto impazzire. Mi hai costretta ad essere tua.” È un amore aspro, dunque, duro, “malato”, quello che li ha legati e, proprio per questo, è quel tipo di amore che lascia le tracce più profonde, a tal punto che sarà impossibile liberarsene.


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Bart