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Agnoloni, Giovanni

24 Marzo 2020

Il viale dei silenzi

Il viale dei silenzi

Conosciamo il celebre film “Viale del tramonto” (“Sunset Boulevard”), del 1950 diretto da Billy Wilder e interpretato dall’indimenticabile Gloria Swanson, e quindi è naturale avvicinarsi con altrettanto interesse, e altrettanta curiosità, e percorrerlo, questo viale dei silenzi (“un diverso luogo rivelatore, che mi stava sintonizzando su frequenze nuove.”) in cui vuole condurci per mano Giovanni Agnoloni, fiorentino nato nel 1976, e autore di altri romanzi e libri di saggistica, quest’ultima dedicata in gran parte ad uno dei suoi autori preferiti, J.R.R.Tolkien. Finora la narrativa di Agnoloni ha avuto al suo centro un’ipotesi futurista, riguardante un mondo in cui è crollato il dominio di internet e l’uomo si trova a fare i conti con una esperienza nuova, un romanzo di genere, come ama definirlo l’autore, distopico-filosofico, ossia descrittivo di una realtà fortemente negativa.
Qualcosa di sorprendente sta accadendo al protagonista di questa storia:
“Ancora quella sensazione.
Che tutto si stesse svuotando, risucchiato in un gorgo. uno spazio oscuro, un corridoio d’ombra dove deboli bave di luce permettevano a stento di distinguere profili di oggetti. Come se la vita fosse scivolata in uno stato di apnea e per pochi, brevi attimi, le cose si mostrassero per come erano quando nessuno le osservava: traslucide, prive di sostanza.
Mi capitava sempre più spesso, forse perché anch’io stavo diventando invisibile. Del resto, era questa l’impressione che ricavavo dagli sguardi della gente che incrociavo per strada. Una garbata, imperturbabile indifferenza.
Era così da quando avevo intravisto per la prima volta quella parentesi aperta: quella che tu avevi creato dentro di me, non so se prima o dopo essertene andato. Quando il calzino umido e appiccicoso del mondo aveva iniziato a capovolgersi, sfilandosi dai miei piedi indolenziti e lasciandomi nudo a contatto col suolo.”.
Quel ‘tu’ è il padre che ha abbandonato la famiglia.
Questo è l’incipit e già abbiamo l’idea di un viaggio interiore non facile, denso di interrogativi, di dubbi, di incognite nella disperata speranza di trovare una luce che illumini il protagonista. La stessa scrittura si amalgama come una veste all’atmosfera plumbea ed oscura di questa avventura.
È una scrittura che non ha fretta, quieta di fronte all’ansia e all’inquietudine, come tesa a costruire argini ad una possibile deviazione o deriva. Il cammino deve essere avviato e deve compiersi, senza tentennamenti ed incertezze, salvo quelle indispensabili per arrivare alla scoperta e alla conoscenza.
Ci troviamo in Polonia, e precisamente nella sua capitale, Varsavia.
Il viaggio intrapreso dalla città di nascita, Firenze, è teso a far emergere un ricordo, a rimetterlo in vita, a renderlo coautore nell’esistenza del protagonista che deve riempire di contenuto psicologico e morale quella parentesi aperta.
Padre e figlio diventano una unità nuova e intercomunicante: “perché finalmente la bolla di separatezza che normalmente mi incapsulava sembrava essersi dissolta. Come se tu fossi stato accanto a me.”.
La fuga del padre da Firenze, dove tutto ha avuto principio, si trasforma in una ricerca, in uno spazio indefinito che non è più né Firenze né Varsavia, dove era stato con il padre, né altre città che diventano soltanto strumenti per un’agnizione che non ha confini o specificità e può realizzarsi dappertutto. Quella parentesi aperta è un’interrogazione alla vita, la cui risposta potrà solo essere intima e spirituale: “Era la vita a chiamare: la misteriosa vita che avevi intrapreso dopo esserti lasciato alle spalle me e la mamma. E dovevo ammetterlo, anche la mia: perché da quel giorno non ero stato più veramente vivo, ma una specie di satellite di una stella implosa, in attesa di essere risucchiato nel gorgo del suo buco nero.”.

Tra Firenze, dove tutto è incominciato, e Varsavia, dove lo strappo è stato deciso, il protagonista, che si chiama Roberto, cerca degli stimoli che facilitino l’incontro con la verità della propria esistenza: “Altrimenti a Varsavia non avrei rimesso piede.”.
Ci vengono in mente Elsa Morante de “L’isola di Arturo” e Carlo Sgorlon de “Il trono di legno”.
Roberto avverte la necessità di liberarsi da una solitudine negativa prodotta da uno shock improvviso e imprevisto, da un amore e da una unione che si sono frantumati in mille pezzi e stanno sfiorando il nulla, il nulla che è sempre in agguato ebbro quando una conquista è vicina: “Tutti i pezzi della mia vita- segmenti d’interazione con l’universo che inevitabilmente erano passati attraverso te, anche da quando non c’eri più o eri chissà dove. Erano lì, simili a creature isolate su una pianura, incapaci di orientarsi perché concepite per non comunicare tra loro; legate da un filo invisibile di nessi di causalità, ma fondamentalmente limitate in se stesse.”.
La scrittura si articola tra immagini reali e quelle prodotte da una riflessione inquieta e dolorosa. Ogni tratto della realtà ne suscita uno interiore, il quale ne prende il posto ampliandosi all’infinito ad immagine di un’anima. Il protagonista vive, si scopre e si riconosce attraverso le sue riflessioni, così che chi conosce l’autore vi immagina l’autore, ma chi non lo conosce vi immagina se stesso. Tutto è spirituale, niente raggiunge la materialità, anche quando ne abbia l’apparenza: “Lo ‘Zamek Ujazdowski’ si ergeva tranquillo in lontananza, con la sua sagoma elegante e la sua copertura color verde chiaro, ricordandomi una villa sulle colline dietro Scandicci su cui lo sguardo mi si appuntava, quando camminavo lungo il mio personalissimo viale dei silenzi. Era una specie di calamita energetica, capace di assorbire innumerevoli vibrazioni interferenti con la percezione del mio centro interiore.”.
Negli echi che si susseguono passato e presente si muovono all’unisono come una stessa unità temporale. Il presente è intriso del passato, e il passato vi si insinua per tornare ad essere presente: “Perché era vero: come epoche diverse potevano sovrapporsi e consonare perfettamente, così luoghi diversi potevano richiamarsi a vicenda, delineando una sorta di mappa interiore capace di orientare.”.
Erin Sheridan, la ragazza irlandese che casualmente incontra in una trattoria e con la quale prosegue la sua passeggiata per le strade di Varsavia, quando compare ha le due facce del mistero: sarà un ostacolo o una guida? Lo aiuterà nella ricerca, più che del padre, di se stesso, o ne devierà il percorso?: “Non capivo ancora perfettamente quello che era successo. Un incontro così inaspettato e incongruo rispetto alla cornice degli eventi; uno spillo di decompressione penetrato nella bolla rigonfia delle mie ansie.”. Ma c’è di più “Fin dal mattino mi ero sentito integrato con l’ambiente in modo insolito, ma adesso, stando insieme a lei, avvertivo la contemporaneità non solo di luoghi e volti del passato, ma di orizzonti indeterminati che sembravano appartenere al futuro, o forse a un altro mondo possibile. Si stava aprendo un nuovo piano di realtà, trasversale rispetto al contatto immediato con le cose.”.
Si convince che la ragazza, la quale gli rivela di essere una giornalista della televisione in cerca di storie interessanti da raccontare, è apparsa nella sua vita “per un motivo ben preciso, e che dovevo lasciare che fossero gli eventi a mostrarmelo.”.
Si ha la sensazione di una smaterializzazione dei fatti, di un approdo spirituale che produce nella sua quiete accadimenti straordinari con i quali Roberto dovrà fare i conti per venire a capo della sua ricerca. Come non pensare anche al capolavoro di Frank Capra, “La vita è meravigliosa”, con l’apparizione di quell’angelo che restituirà al protagonista, interpretato da uno sfolgorante James Stewart, le chiavi dell’esistenza e della felicità.
Ma Erin scompare misteriosamente, la cerca, si guarda intorno, ma non c’è più. Sarà come l’angelo nel film di Capra? Vedremo.
La ricerca di Roberto, come ogni ricerca, ha delle coloriture di mistero insondabili, da accettare senza pretendere di contrastarle o comprenderle. Fa parte dell’impresa. L’autore lo sa e ci intriga attraverso di esse: la ragazza e il padre sparito (“Senza decifrare il vostro mistero, non avrei mai potuto essere completamente libero.”), un padre disperatamente cercato, che è presente ogni tanto attraverso la voce e le parole che Roberto gli ha conferito nella stesura del libro che intende pubblicare al termine del viaggio. Non è assente, dunque, il padre scomparso. Parla a lui e a noi attraverso il figlio. Non si nasconde, ma si rivela, inizia a farsi conoscere e a prendere una vaga forma immateriale intessuta ed elaborata dalla spiritualità che pervade il figlio e la storia.
La scrittura si snoda in armonia con il contenuto al pari di uno spartito musicale. È aerea, soffice, aderente ed intima, sicuramente non invadente, bensì incline al silenzio e al rispetto.
Roberto ora si domanda: “Perché avevo bisogno di questa sconosciuta che mi aveva mollato senza alcun riguardo? Che cosa intravedevo in lei?”.
La risposta la riceve presto attraverso Facebook: “Quando ho saputo che cercavi tuo padre, non ho avuto più dubbi. Sei tu l’idea che cercavo. Il mio più grande progetto. E questa tua ricerca posso seguirla soltanto da fuori. Vigilando su di te, ripensandoti, fotografandoti… almeno per ora.”.
È una mossa importante nello scacchiere in cui si gioca la partita. Erin si è definita. Proprio come l’angelo di Capra si è rivelata, e la sua azione di sostegno aprirà sicuramente anche il percorso della sua rinascita, della sua compiutezza. Un sostegno, ma altresì un cammino parallelo: “Già, perché era proprio questo il punto: i misteri tra i quali stavo provando ad organizzarmi – il tuo e quello di Erin – per qualche ragione consonavano. Non per nulla lei era scappata quando le avevo detto di te, con quell’irrazionale apertura che è propria di chi si affida a qualcuno.”.
Ora lasciamo un attimo Varsavia e andiamo a Firenze, la città in cui tutto questo sommovimento è nato. È rappresentata come una città conflittuale, come lo fu con il grande Dante Alighieri, e come accadde a lui così accade a Roberto. Non riesce a dimenticarla; è impressa nel suo cuore, nella gioia e nel tormento: “Vedevo ancora Firenze trasparire dal grigio di quella moquette, con la sua aria ferma, satura del caldo dell’estate, di aspettative deluse, di abitudini protratte indolentemente all’ombra dei campanili, di indifferenze consortili e di slanci smorzati ancor prima di cominciare. Avevo dovuto lottare nuotando controcorrente, per allontanarmi e arrivare qui dov’ero.”. Ma il connubio tra Firenze e Varsavia va ben oltre. Glielo traccia il padre attraverso il romanzo che Roberto sta scrivendo, quasi, quella del padre, una voce interiore, il sussulto di un’anima universale che è compagna in ciascuno di noi: “Tutto ruota attorno alle stesse chiavi armoniche, nelle quali sta a noi orientarci, districandoci da ciò che ci appartiene e individuando la nostra linea melodica. È a questo che ti incoraggio, più che a ogni altra cosa. Per quanto non ci sarò e mi cercherai. Sarà questa melodia interna, soltanto tua, a indicarti la direzione.
Affidati a lei, più che a qualunque altro indizio.”.
Ritornerà a Firenze? L’inquietudine l’assale: “Ma adesso, in un attimo di lancinante chiarezza, capii che non vi avrei più fatto ritorno.”.
Ci si domanda quale verità, quale compiutezza attende il nostro protagonista. La massa delle incognite e dei misteri si è addensata sulla storia e l’autore la sta conducendo con l’abilità di chi vuole lasciare senza risposte e senza fiato il lettore fino all’ultimo. Da Varsavia passeremo all’Irlanda, terra amata, che subito s’innalzerà a spazio ed espressione dell’anima (“Quei luoghi mi stavano chiamando, sì, ma con una forza propria, non ‘tua’.”), e in specie nella città di Dublino.
A mano a mano che si va avanti nella lettura, ci si accorge che Agnoloni, sotto quell’aria seriosa di un uomo che vuole rappresentarci le asperità della vita, sta tracciando un percorso in cui ad ogni casella che incontreremo troveremo una risposta che ci rimanderà alla successiva, in uno scioglimento del mistero che avverrà a poco a poco per emozioni attese e cercate: “Quello che adesso stava viaggiando verso il Donegal non era più il Roberto di Firenze, e nemmeno quello di Varsavia.”. Sfoglieremo ogni pagina con la speranza di trovare la risposta giusta e definitiva: “percepivo, davanti a me, un percorso risolutivo.”. Ma l’autore gioca con noi e ce la farà soffrire.
Giunto in Irlanda si era chiesto: “Sì perché io cercavo la verità, ma il paradosso era che ‘ci ero già dentro’. Questa terra parlava di ognuno di noi, me compreso. E, per la prima volta, mi sorpresi a domandarmi se, al termine del mio percorso, non avrei forse scoperto qualcosa di me stesso che finora avevo sempre ignorato.”.
Il lettore troverà in questa meravigliosa terra, isola di smeraldo, tutte le risposte che ha cercato per tutto il tragitto e concluderà con noi che gli è stata narrata una bella storia, in cui la forza, la suggestione, la bellezza di un luogo, il paesino irlandese di Buncrana, una specie di centro dell’universo, sconvolgono e determinano la vita dei protagonisti (“Eravamo all’ultimo limite d’Irlanda, dove terra e mare offrivano due alternative radicali. Qui non c’erano altre scelte possibili, se non morire o rinascere dentro.”), scritta con la passione e la profondità di uno scrittore attento, esigente e sensibile.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart