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Albertini, Alberto

25 Aprile 2019

Creso

Creso, 1937

Fratello di Luigi Albertini, direttore del “Corriere della Sera” dal 1900 al 1925, quando dovette lasciare poiché ostile al fascismo, ne seguì la sorte, dopo essere diventato dal 1921 al 1925 condirettore con il fratello, chiamato a svolgere anche un altro incarico.

Il libro è incentrato sulla figura di Creso, l’antico re della Lidia (Asia minore, confine con la Persia: seconda metà del sesto secolo avanti Cristo); è dunque un romanzo storico, basato su antiche fonti che l’autore riepiloga in calce, anche se non mancano evocazioni di fantasia. Passeranno davanti ai nostri occhi personaggi realmente esistiti, che hanno superato l’esame della Storia. Si comincia con Esopo, ex schiavo “basso di statura, un po’ deformato da un principio di gobba; capelli grigi, orecchie a ventola, brutta faccia tormentata, mani esili.”, che la regina madre di Creso, Ma, chiama ironicamente “bell’uomo” e lo invita a raccontare. Incontriamo il moralista Solone, oggetto di scherno da parte di Esopo: “forestiero illustre, d’accordo, ma che per essere piovuto in Lidia dalla sua Atene si atteggia a Semidio e seguita a sermoneggiare.”. Sappiamo che Creso, di cui Esopo è “grande amico”, ha due figli: Ati, il primogenito avvolto da un presagio di morte violenta, e Aliatte, “muto dall’età di tre anni chiuso nel tormento della sua inferiorità fisica”. Si avverte che il racconto ci porterà lontano ed aprirà al lettore le porte di un mondo che fu illustre per potenza e ricchezze. Vari personaggi ci attrarranno. Rodope è l’amante del Faraone Amasi, che l’ha mandata in vacanza fuori dal suo paese, e la bella cortigiana capita in Lidia. La regina Ma vuole che Esopo, che fu schiavo con lei sotto il padrone Jadmone, e la istruì in molte cose, ne racconti la bellezza e il passato. Viene introdotta anche la figura del protagonista del libro, Creso, re astuto e potente, il quale anela alla pace e al benessere del suo popolo e per questo, vistosi minacciato dal sorgere di una Persia possente sotto Ciro, riesce a fare una rassicurante alleanza con Sparta, Egitto e il regno di Babilonia. Creso (“Alto, un po’ grosso, un po’ tardo nei movimenti, già grigio di capelli e di barba, con un’espressione di bonaria maestà sul volto aperto”) vuole anche liberarsi della sua amante Anactoria: “donna che a trentott’anni non s’accorgeva del proprio sfiorire”. Tocca ora a Talete: “Curvo per gli anni, camminava a fatica, e manifestamente doveva avere una pessima vista e un carattere scontroso.”. E ora tocca alla bella e giovane Partenide, allieva di Pitagora, del quale “Si dice che possa discorrere con le bestie, intendere il linguaggio dei fiumi, leggere ciò che è scritto e ciò che ancora non è scritto nel libro del destino, e pure stando in terra udire, solo fra i mortali, l’armonia delle sfere celesti.”. Sono fili che in qualche modo dovranno, lungo la storia, essere cuciti, intrecciati ed armonizzati. Alla corte illuminata di Creso discutono, si confrontano su tutto, in specie sull’origine del mondo, sulla trasmigrazione delle anime e sulla divinità. Esopo vi svolge il ruolo dell’ironico guastafeste, con i piedi per terra: “Pitagora sa tutto delle anime e non spiega che cosa sia un’anima; sa tutto dell’altra vita, e non dice niente di questa.”. La discussione è animata ora dall’uno dei presenti, ora dall’altro, richiamando alla mente i testi dell’antichità e riformulando quegli interrogativi che fecero grandi non solo Pitagora e Talete, ma anche Socrate, Platone, Aristotile. Dirà ancora Esopo: “La morte, si dice, è lo stato in cui ero prima di nascere; ma è poi vero che sia così, se fra il baratro del non esser nati e il baratro dell’esser morti c’è di mezzo quella momentanea prodigiosa interruzione dell’immutabile eternità che è una vita?”. Non è un avvio facile, fatto com’è di riflessioni specialmente filosofiche che rendono la parte narrativa un carro pesante a muoversi. Comincia a muoversi con la notte d’amore tra Esopo e la bella Rodope, ormai ex amante del Faraone, e il movimento è impresso da uno stile che cerca di dare al tempo lontano in cui la storia è ambientata riflessi di illusioni e di dolorante umanità. Non verrà mai meno questa sensazione. I vari personaggi prenderanno a turno il centro del palcoscenico, sempre insieme con Creso, e, allegri o malinconici, deboli o cinici, saranno fasciati come da un incantesimo. Anactoria ha trentotto anni e sta per essere lasciata da Creso di cui è amante (dopo che era stata anche l’amante di Saffo). Lo supplica di non farlo (“Ho in serbo un tale ardore di sangue da farti vibrare come un ragazzo.”); cerca di commuoverlo  (“Lasciami piangere un momento.”), ma Creso non vuole tornare indietro (“Ora o mai più.”). Creso assorbe, nel bene e nel male, tutto ciò che gli si muove attorno, come vibrazioni che s’insinuano in lui. Ha quarantasette anni, ma il tempo ha da insegnargli ancora molto, e soprattutto – con la morte di Anactoria – ha da insegnargli che a ciò che è accaduto non si può rimediare: “è un nemico che mi si è piantato nel cranio …”. Pur potente e “ha il lavoro rapido e il fiuto delle situazioni e la conoscenza degli uomini.”, Creso è attraversato come tutti noi da luci ed ombre che a volte lo esaltano e a volte lo consumano. La scrittura di Albertini è gonfia come un fiume in piena corsa. Raccoglie sensazioni, pensieri, immagini e li trasporta nella corrente di una storia profumata di ellenicità che, se ha al suo centro Creso, vede nei personaggi che via via lo avvicinano, dei comprimari atti a vivificarlo e a dargli colore. Si pensi a Creso davanti ad Ati, il figlio di venticinque anni morente, colpito per sbaglio dalla freccia di Adrasto, il principe frigio suo sfortunato compagno di caccia. O ai saggi pensieri di Timonide, il vedovo di Anactoria. Intorno a loro si avvolgono i pensieri della vita e della morte, del destino e dell’Aldilà. Lo sforzo dell’autore si fa evidente: imitare la scrittura classica: una prova difficile ove si tenga conto delle maniere letterarie del primo Novecento a cui Albertini non si sottrae del tutto.

Intanto abbiamo visto che sono apparsi e subito sono scomparsi con la loro morte tre personaggi: Anactoria, l’amante ripudiata di Creso, Ati, il figlio primogenito, e Adrasto, il suo uccisore, impiccatosi per l’involontaria colpa. Non c’è dunque felicità che possa resistere alla potenza della morte. Essa compare all’improvviso oppure è preannunciata (nel caso di Ati da un sogno), e nessuno può ostacolarla: “Per l’animo di Creso la fine del figlio era un cataclisma, il primo vero cataclisma della sua vita.”. La morte è dunque sovrana della vita. Il suo mistero occupa e coinvolge la mente dell’uomo, che vi torna continuamente. Quando si abbatte su qualcuno, la sua ombra si diffonde attorno e tutto diviene privo di forza e di speranza. Illa, vedova di Ati, e Timonide, vedovo di Anactoria, e lo stesso Creso, con i suoi cari, ne sono funestati. Aliatte, il figlio muto di Creso, avverte ancora di più il peso del suo isolamento e della sua disgrazia: “La scrittura è un artificio che risente lo stento. È la voce il vero strumento del commercio umano: senza voce l’uomo diventa un’isola.”. Con la morte vicina i personaggi vengono avvolti da un manto il cui lungo strascico è pesante di oppressione e di sconforto. Lo stile di Albertini si carica di venature psicologiche; esse piombano sui personaggi e ne aprono l’animo, rendendoli, nel loro sempre lento movimento, umanamente comprensibili. Albertini pare voglia misurarsi con la morte (“cieco abisso del nulla.”) e provare al lettore che la sventura di cui è portatrice può essere vinta, anche quando essa si è radicata nel profondo. Una forza scende dentro di essa e vi muove degli invisibili fili che trasmettono un piccolo e quasi impercettibile soffio della vita. Dunque, la vita resiste alla disperazione e alla sciagura della morte. A poco a poco può sanarne i mali. Sarà così? Vediamo che un tenero sentimento, dopo molti crucci, sta nascendo tra la diciottenne Illa e il fratello di Ati (il marito defunto), il muto Aliatte. Entrambi sono stati avvolti e perseguitati dall’ombra della morte. Ne sapranno uscire? E lo strumento? Può essere l’amore?

Creso, invece, sceglie una via diversa, quella di prendersela con le divinità. È inutile pregarle se poi decidono di spargere il male nel mondo. Questo di Creso è l’interrogativo che l’umanità si è sempre portata dietro a riguardo della divinità. Albertini, in più di un caso, fa vibrare il racconto di tematiche (oltre quella della morte) che ancora oggi non hanno trovato soluzione da parte dell’uomo.

Ma Creso è oppresso anche da un altro pensiero; sa che alle porte della Lidia c’è Ciro di Persia, il quale ha mire di conquista, e dunque non è l’amore che può salvarlo, ma la guerra, quella guerra sempre generata dall’odio e dall’ambizione: “Fronteggiando Ciro aveva l’impressione di fronteggiare il Destino, e in questa sfida trovava un gusto di rivolta e un’esaltazione di coraggio disperato da cui si sentiva ingrandire.”. La battaglia tra l’esercito di Ciro (“aveva sempre le unghie tra i denti.”) e quello di Creso è descritta in modo mirabile, con ritmo avvincente. I flash ora su Ciro, ora su Creso illuminano particolarità di carattere strategico affascinanti. Vi è maestria in questo modo di narrare. Suggestiva la carica delle mandrie di cammelli di Ciro che travolgono ogni cosa, ricordandoci Annibale che secoli dopo farà altrettanto con gli elefanti: “mandrie e mandrie di cammelli, enormi, veloci, coi musi al vento, le zampe nodose che col loro ambio allungato divoravano il terreno, i larghi piedi callosi che si posavano e rimbalzavano senza quasi rendere suono, centinaia, migliaia di figure assurde, che col portamento superbo del collo si scagliavano avanti senza guardar dove, e stimolate dai cammellieri pareva dovessero seguitare a correre stupidamente e irresistibilmente sino ai confini della terra.”. Sono dettagli che l’autore estrapola dalle sue letture classiche, ma che riesce ad armonizzare con una vivacità descrittiva del tutto speciale e di soffice espressività. In più di un caso richiama lo stile giornalistico di Indro Montanelli nei suoi racconti sulla storia d’Italia (si vedano le descrizioni di Ciro e di Creso, cui va aggiunta la figura della vivacissima, sfacciata e astuta figlia di Ciro, Rossana, nel capitolo VI). Il romanzo viene a poco a poco ampliandosi con tessiture di vario tipo, onde mostrare vicissitudini, costumi ed intrighi di corte, e viene assegnato ad Esopo, ogni tanto, il compito di sollevare osservazioni e critiche al modo di vivere sotto Ciro. Una specie di bastian contrario, di “incorreggibile brontolone”, che sa muoversi, tuttavia, con accortezza e prudenza. Ruolo che saprà svolgere anche Creso, una volta prigioniero del grande re persiano, ma con regalità. In certi casi – lo ripetiamo – è evidente l’influenza nell’autore dei classici greci e dei testi orientali come quando interviene il gigantesco Mago Ostane a spiegare l’origine del bene e del male.

“Le piante si alimentano per lo più di minerali, senza far soffrire nessuno; ma gli animali sussistono per lo più a spese delle piante, o, quel che è peggio, a spese d’altri animali. Così si lega la catena delle 4 sussistenze divoratrici; la vita vive a spese della morte, e questa, Ostane, è la prima sciagura del mondo.” È Esopo che contrasta Ostane. Ancora lui: “nessuno al mondo è colpevole, non i Numi, non gli elementi, non gli animali. La colpa è entrata al mondo con gli uomini.”.

Creso, vinto da Ciro, ne è diventato prezioso e stimato consigliere, così che, a fasi alterne, ci è dato modo di seguire le imprese del grande Ciro di Persia, che ha portato il suo impero ad essere la “più vasta monarchia dell’Oriente.”. L’autore si muove agilmente nei tracciati della storia di quel regno e di quel grande re e il lettore si trova a vivere emotivamente le atmosfere di quel periodo, partecipando alla vita dei tanti personaggi che a mano a mano si presentano sulla scena, tra i quali la furiosa Nitocri, figlia del grande re babilonese Nabucodonosor, adirata contro il pusillanime marito Nabonido per essersi fatto sconfiggere da Ciro. O l’irrequieta e ambiziosa Rossana, l’amazzone figlia di Ciro. O l’ebreo Levi, accanito difensore della sua religione e di Jahveh: “il Dio che in un’ora uccide per mano del suo angelo centottantacinquemila soldati assiri alle porte di Gerusalemme”. La discussione su Dio e in specie sul Dio unico, se sia vendicativo o misericordioso, occuperà buona parte del capitolo intitolato “Israele”.

L’attesa della caduta di Babilonia con l’arrivo dell’esercito di Ciro produce sulla folla parossismi e situazioni tragiche: “Corrono di bocca in bocca racconti di prodigi apparsi nel cielo, nascite di mostri, ululati uditi per le campagne.”. Vi è un disordine generale che riguarda tutte le classi sociali a partire dai sacerdoti e dai signori “avvolti negli ampî scialli dai ricami sfarzosi” per arrivare alle donne del popolo, alle “prostitute con la loro pietra della non-concezione appesa al collo e una corda che scende dalla vita, invito a chi, invogliato, la prenda in mano e si porti via la ragazza.”.

Come realmente è accaduto nel corso dei secoli, fino ai giorni nostri, gli ebrei, quasi sempre asserviti a questo o a quel monarca straniero, vengono qualificati come “stirpe estranea ed ostile, invadente, pezzente, gemente, eppure orgogliosamente superba di sé e del suo Dio.” Ricordiamoci che il libro uscì nel 1937 e siamo alla vigilia in Italia della promulgazione delle leggi razziali, che avvenne nel 1938. È, questo, un passaggio strisciante, veloce, ma probabilmente più significativo di quanto non sembri. Ne avremo altri, infatti, soprattutto nel capitolo intitolato “Israele”, in cui sono denunciati stermini e delitti compiuti da Mosè, Saul, David, il profeta Samuele, e così via. Ed anche sono denunciate le ipocrisie di Abramo e di Isacco: “per esempio, come si sono condotti Abramo in Egitto e Isacco a Gerara, facendo passare le loro mogli come sorelle perché i re che le desideravano se le potessero godere senza far nascere guai…”. La figura dell’ebreo scespiriano, Shylock, sembra stare dietro la descrizione degli israeliti che attendono, secondo la profezia di Isaia, l’arrivo liberatore di Ciro: “Per tutto chiome fluenti, facce ardenti, guance incavate, nasi adunchi, occhi balenanti da maniaci, schiene curve, mani che sembrano artigli, sagome angolose, sagome adipose, tuniche sgargianti e bisunte.”.

L’atmosfera di una Babilonia che da una parte, come è il caso della popolazione ebraica, attende entusiasta l’arrivo di Ciro, e che dall’altra, quella dei regnanti, questo arrivo temono, è ben resa, senza troppa retorica, da un narratore che sa avvalersi anche della sua esperienza di giornalista.

Più volte le discussioni tornano ad interrogarsi sull’uomo e sulla sua condizione di sofferenza nel mondo e risolvono in Dio il concetto che è proprio grazie alla sofferenza che l’uomo sarà gradito alla divinità. È interessante notare che mentre l’autore scriveva il romanzo correvano gli anni anche di santa Faustina Kovalska, la quale, come si legge nel “Diario”, fa della misericordia di Dio verso i peccatori e verso i sofferenti il centro della sua fede. Il peccato e la sofferenza non più visti, dunque, come una punizione del Cielo, ma una condizione che trova in Dio l’attrazione della sua divina misericordia.

Discussioni e dialoghi sono il sale della scrittura di Albertini. I temi, tra i quali quello dell’amore e del matrimonio (affrontato in particolare da Partenide con Creso: domanda la giovane: “Perché mai una persona non potrebbe unirsi a me senza vincoli, come dico io?”), trovano la loro sede nel confronto delle idee tra i personaggi che via via ne sono i portatori.

Ora Creso deve fare i conti con il successore di Ciro, suo figlio Cambise (ricorda un po’ l’imperatore Caligola) che soffre di mal caduco e che è tanto incostante quanto crudele. Costui lo tratterà da prigioniero, nonostante lo accetti ancora a corte e non vorrà più avvalersi, come faceva il padre, dei suoi consigli. Con l’avvento di Cambise al potere tutto cambia: non più il tranquillo scorrere della vita di corte, ma un’aura di minacce, di intrighi, di delitti avvolge ogni cosa. Ciro e Cambise rappresentano due diversi modi di governare e costituiscono due diversi scenari del romanzo. In mezzo a loro sta Creso che, a guisa di cerniera, ne registra i differenti umori, i quali, specie nella scena della morte del giovane Necho, figlio del Faraone Psammetico, assumono i toni della tragedia, con accenti, talvolta, scespiriani, come nei capitoli XI e XII. Toccherà a Creso, infine, dare un senso compiuto a tutta la storia, rimeditando, negli ultimi istanti della sua vita, sul bene e sul male, sulla vita e sulla morte, nonché sull’Aldilà che ci attende.


Letto 170 volte.


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Bart