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Andreuccetti, Roberto

4 Luglio 2019

Vittoria amara
L’ombra sulla gora
L’ultimo reduce: Aldo Luciani
La signora di Grenoble
Castello 1908

Vittoria amara

Garfagnino, classe 1946, Andreuccetti, con questo romanzo (ne ha già diversi al suo attivo) ci introduce nelle atmosfere della Prima guerra mondiale. È stato Vincenzo Pardini a segnalarmelo, quando ero impegnato nella ricerca di scrittori lucchesi che avessero lasciato memoria di quel tempo terribile.

Siamo in un piccolo e vecchio borgo della Mediavalle del Serchio, Castello (“una località arroccata sulle pendici del colle che guarda da nord il paese di Valdottavo”, “capoluogo della valle della Celetra”), dove vive la protagonista Martina: “era una donna ancora giovane, nonostante avesse già un figlio di cinque anni; aveva corporatura sottile ma armoniosa, un seno piccolo e sodo ed una cascata di capelli neri che teneva raccolti dietro la nuca. Gli zigomi erano pronunciati, gli occhi bruni e luminosi in un volto sempre aperto al sorriso ma con i lineamenti marcati che evidenziavano il carattere forte di una ragazza abituata a doversi reinventare di continuo la propria giornata.”. Il marito Marco Bertini in America, è lei che deve provvedere alle faccende di casa per i suoceri Sofia (“aveva un tremolio costante nelle mani che le impediva di svolgere esercizi semplici come cucire, rammendare e filare con la rocca”; poteva invece aiutarla nei lavori pesanti) e Paride (“vecchio ed infermo”, “semi paralizzato dall’artrosi alla schiena”), i tre cognati Isaia, Achille e Nicodemo (“uscivano di casa al mattino e rientravano quasi sempre al tramonto”), oltre che per il proprio figlio Giacomo.

Siamo nel 1914, alle porte della guerra. Antonio Salandra aveva preso il posto di Antonio Giolitti alla guida del governo: “Era necessario reagire alla crescente forza della sinistra rivoluzionaria guidata dal giovane Benito Mussolini, direttore del giornale ‘L’Avanti!’ che aveva guidato i contadini della bassa Emiliana, nella famosa rivolta contro il governo denominata ‘settimana rossa’.”.

L’autore ci avverte di questa minaccia e continua a descriverci la vita di tutti i giorni nella realtà contadina del borgo, in cui non ci si poteva distrarre ed ogni giorno aveva la sua pena. Comunque la gente, quando si radunava per scambiarsi quattro chiacchiere, ora alla guerra ci pensava e la temeva. Qualcuno era favorevole, poiché solo così l’Italia avrebbe potuto impossessarsi di alcune terre a cui mirava da tempo: “il Sud Tirolo, Trento, Trieste, l’Istria e parte dell’Albania e della Dalmazia”.

Andreuccetti ci fa godere alcune pagine di una vita paesana ormai scomparsa e impossibile a ritornare. Usanze, superstizioni, feste, recite in piazza come il “bruscello durante l’ultimo giorno di carnevale.”, scherzi audaci e maliziosi, sono quelli di oltre un secolo fa, dei quali, chi non li ha vissuti, qui può trovare il sugo (ben delineato l’episodio di Tonia, la pazza del paese, soprannominata la “Dannata”, come pure il corteggiamento di Rinaldo nei confronti di Martina), mentre ci incamminiamo verso lo scoppio della guerra, la quale si annuncerà col fragore del tuono e metterà a soqquadro l’esistenza del piccolo borgo: “L’Italia per il momento si dichiarava neutrale, ma qualcuno andava sostenendo che il suo intervento sarebbe stato imminente.”.

A proposito della pazzia di Tonia, l’autore annota: “in quegli anni la pazzia era un dramma che colpiva tante famiglie. Le cause per le quali una mente veniva deviata erano sconosciute e nessuno, medici compresi, pensava potersi trattare di una malattia. Colui che diveniva pazzo secondo la gente comune era stato catturato dal diavolo o da una strega, per chi credeva in quelle entità, oppure dal destino avverso da chi non riusciva a darsi altra spiegazione.”.

Non è frequente trovare nei romanzi del tempo sottolineature che riferiscono di questa piaga che affliggeva molte famiglie. Fino al tempo degli studi di Sigmund Freud, e cioè a metà delle due guerre mondiali, “le malattie mentali erano considerate incurabili.”; “La Dannata incuteva timore, perché era preda del diavolo e perché portava sventura.”.

All’inizio del 1915 le cose stavano così: “Uno dei motivi per i quali i neutralisti pur essendo in numero maggiore non riuscirono a competere con gli avversari era dovuto al fatto di non avere dalla loro gli organi di stampa in grado di far presa sulle masse. La Gazzetta del popolo, il Corriere della Sera e il Popolo d’Italia diretto dal giovane Benito Mussolini, sul quale uscì il pezzo ‘Audacia’, erano pubblicazioni che inneggiavano apertamente all’apertura delle ostilità.”. Anche Cesare Battisti (del quale più avanti sarà rievocata la morte avvenuta nell’estate del 1916) stava girando l’Italia per sollecitare la guerra e la presa di Trento. “Quando anche gli intellettuali come Gaetano Salvemini, Benedetto Croce e Gabriele D’Annunzio, si schierarono in favore della guerra, sembrò che le sorti fossero segnate. Le quattro componenti che inglobavano i neutralisti si andarono piano piano sfaldando. Il mondo cattolico ebbe poca voce in capitolo perché parroci e vescovi e gli uomini dell’Azione Cattolica non riuscirono ad inserirsi in maniera efficace nel dibattito, mentre i socialisti si scissero in due componenti, una parte conservatrice giolittiana e l’altra rivoluzionaria sostenuta da Mussolini.”.

Sono ben rese dunque le atmosfere inquiete e assillanti che muovevano la politica italiana di quell’inizio di secolo che era stato contrassegnato dall’assassinio, a Sarajevo, del principe ereditario dell’Impero d’Austria, Francesco Ferdinando, ad opera di “un giovane di diciannove anni, un certo Gavrilo Princip”.

Fu così che l’Italia, visto che le trattative con Vienna per rivendicare Trento e Trieste e altri territori irredentisti, si erano arenate, uscì dalla Triplice Alleanza, che la legava all’Austria e alla Germania, e passò alla Triplice Intesa a fianco di Gran Bretagna, Francia e Russia con il patto di Londra del 25 aprile 1915, in cui era scritto che l’Italia doveva entrare in guerra entro un mese dalla firma dell’accordo, e fu ciò che avvenne il 24 maggio successivo. L’accordo “prevedeva le aggiunte territoriali non solo di Trento ma anche di Trieste e dell’Isonzo, di Bolzano e di alcuni territori della Dalmazia.”; “Quale conseguenza di tutto ciò, l’Italia il 4 di maggio comunicò a Vienna l’annullamento della precedenza alleanza.”. A seguito della crisi di governo, il 16 maggio si insediò di nuovo, in sostituzione di quello di Giovanni Giolitti, il governo di Antonio Salandra e “Alle ore 3,30 del 24 maggio infatti, dopo il lancio da parte dell’artiglieria di numerosi colpi di cannone su terreno nemico, i primi reparti dell’esercito italiano, formati da fanti, bersaglieri e alpini, varcarono la frontiera dell’impero austro ungarico.”.

La guerra era cominciata.

Questo il titolo enfatico del Corriere della Sera: “Guerra! La parola formidabile tuona da un capo all’altro d’Italia e si avventa alla frontiera orientale, dove i cannoni la ripeteranno agli echi delle terre che aspettano la liberazione: guerra! È la quarta guerra di indipendenza! L’ultimo capitolo del risorgimento!”.

Importante questa annotazione: “L’episodio che dette inizio alla guerra da parte italiana fu lo sparo di un colpo di cannone dal forte Verona e diretto verso l’altopiano dei Sette Comuni in direzione delle postazioni austriache.”. Nello stesso giorno ci sarà la prima vittima italiana, Riccardo Giusto, “nato a Udine, venne chiamato alle armi e inquadrato nel corpo degli alpini nel gennaio del 1915. Fu “il primo degli oltre 650.000 soldati italiani caduti nella Prima Guerra Mondiale.”.

Martina è il personaggio che incarna i riflessi della guerra sulla società civile. Timori, ansie, solitudine e paura di non farcela, le incognite da affrontare ogni giorno, rabbie e risentimenti, povertà e insicurezze, tristi presagi, delusioni, incombono su di lei come su tutte le altre donne rimaste a tirare avanti famiglie e società dopo la partenza degli uomini per il fronte. È una donna forte, ma la guerra non risparmia nessuno e mette a dura prova anche i più volitivi.

Marco dall’America scrive che potrebbe anche ritornare in Italia, se si presentasse volontario alla guerra. Le spese del viaggio sarebbero tutte sostenute dalla Patria. Vuol sapere che cosa decidono gli altri emigrati del paese, e forse lui seguirà il loro esempio. Una preoccupazione in più per Martina, che non si aspettava.

Annota l’autore: “Allo spirito nazionalistico che stimolava al rientro in Italia per servire la patria e che era proprio di molti emigranti, fece da contrapposizione lo scetticismo di altri che vedevano invece la guerra una ulteriore penalizzazione richiesta dalla madre patria, dopo quella di averli costretti all’emigrazione, a causa delle difficoltà economiche delle loro famiglie.”.

Non furono molti i rimpatri. Scemarono quando ci si avvide che la guerra sarebbe stata lunga: “il 24 di luglio del 1915 venne stilato il celeberrimo messaggio ‘Figli non tornate’, firmato dalle madri d’Italia e rivolto a tutti gli immigrati nel continente americano, che recitava: ‘Per l’amore santo della mamma che nello strazio vi concepì e vi partorì nel dolore e vi crebbe di lacrime di sangue, di baci e non vive, non pensa, non soffre che di voi, per l’amore nostro, figli non tornate!’.”; “Il numero dei migranti che fecero rientro in patria per andare a combattere contro le truppe austroungariche rappresentò solo il tredici per cento del totale.”.

La scrittura di Andreuccetti ha capacità rievocative esemplari, tracciate con la delicatezza del sentimento che le ispira. Al cognato di Martina, Nicodemo, è giunta la lettera di richiamo alle armi. È l’ultima sera che può stare in famiglia e in paese. L’autore ne approfitta per renderci la magia e l’incanto di quei luoghi che presto la guerra contaminerà. Vale la pena riportare questo brano, anche se lungo: “Quel platano secolare, con le radici costrette fra la poca terra e la roccia, quando era spoglio mostrava sulla sommità del tronco quattro imponenti biforcazioni che parevano braccia rivolte verso il cielo, ma nelle sere d’estate, con la sua folta chioma, era rifugio per chi cercava di godere di un po’ di quiete prima del sopraggiungere della notte.

Due muriccioli a secco si fronteggiavano sotto quella pianta maestosa ed erano occupati ogni sera da anziane donne intente a filare la lana con una rocca, od a rammendare calzarotti e maglie, e da uomini in eterne discussioni sulle semine, sui raccolti e sulle stagioni, in quel luogo la gente di Castello si dava appuntamento per godere di un po’ di riposo, ma anche per conversare e socializzare.

Ritrovarsi sotto il platano, voleva dire venire a conoscenza di ogni avvenimento lieto o triste del borgo; lì si moltiplicavano i pettegolezzi e lì nascevano nuovi amori. I giovani innamorati se ne stavano però a distanza, ma sempre alla portata d’occhio dei genitori, a volte seduti sulle pietre dure del selciato della strada, ed altre sopra un poggio che si ergeva nelle vicinanze.

In quel piccolo angolo di mondo, che con la sua quiete e con la sua pace sembrava fuori dal tempo, il posto a sedere spesso non si trovava ma c’era sempre qualcuno pronto a recarsi in casa per prendere una sedia; soprattutto per darla alle persone anziane che non avrebbero potuto scremarsi in una posizione scomoda.

la quello spiazzo anche la presenza dei bambini era numerosa, sempre guardati a vista dalle madri, che non appena li vedevano allontanarsi, erano pronte a chiamarli per nome ed a rincorrerli.

Al sopraggiungere delle prime ombre della notte, le donne si ritiravano, perché avevano ancora qualcosa da fare in casa prima di andare a letto, come preparare i pasti agli uomini per il giorno successivo, sistemare le verdure portate dall’orto, aprire le finestre delle camere per far entrare un po’ di fresco e portare a letto i bambini.

Un motivo che spingeva le donne ad andarsene, era anche dettato dal timore di scorgere gli streghi che nelle ore della notte si facevano vedere nel colle di Tempagnano. Erano in molti ad asserire di aver visto piccoli lumi muoversi nelle selve e quei lumi erano la conferma che gli spiriti maligni stavano trasferendosi da una località all’altra di quelle solitarie radure. Per le donne di Castello il solo scorgere quei lumi poteva portare sventura. Gli uomini erano un po’ meno preoccupati della presenza degli streghi perché si trattenevano sotto il grande platano più a lungo, non dimenticando però che il mattino successivo avrebbero dovuto alzarsi presto.

Dopo aver conversato per qualche attimo ancora e dopo il sopraggiungere delle tenebre, si ritiravano uno ad uno, riprendendo le sedie portate da casa ed augurandosi la buona notte.

Sotto il grande platano rimaneva solo il silenzio rotto soltanto dal fruscio delle foglie mosse dalla brezza marina e dal lugubre, remoto canto della civetta.”. Ritroveremo verso la fine la memoria di questo luogo di dialogo e di solidarietà.

Anche la partenza di Nicodemo per la guerra è resa con garbo, senza euforia, in uno stile sobriamente controllato.

L’autore conosce bene la storia e si è ben documentato, dandoci notizie e particolari che contribuiscono a rendere coinvolgente il racconto: “Il 7 di luglio terminò la prima delle diciannove battaglie dell’Isonzo con la conquista da parte dell’esercito italiano di modeste porzioni di territorio nemico e con la cattura di numerosi prigionieri, ma a prezzo di numerose perdite.”.

Intanto (siamo ad agosto del 1915): “Il sudore che colava copioso sul volto delle donne e degli uomini rimasti si sommava all’ansia crescente che opprimeva la mente di tutti coloro che attendevano notizie dai giovani partiti per le zone di guerra e che cominciavano ad essere numerosi.”.

Non si interrompe mai il filo che unisce il fronte di guerra alle sofferenze della popolazione civile. Nicodemo si trova sull’altopiano di Asiago a scavare nella roccia “ricoveri e trincee per potersi garantire una base sicura in caso di ripiegamento dopo prevedibili, futuri assalti.”; “La guerra vera non era ancora cominciata, ma il semplice fatto di dover scavare a colpi di piccone la roccia dura delle montagne, e dovendolo fare sopra crepacci e creste taglienti senza sosta alcuna, con il fisico che accusava giorno dopo giorno la fatica, comportava enormi sacrifici per quei soldati che provenivano dalle campagne e dalle periferie delle città; giovani inesperti e con sommario addestramento. Alle fatiche fisiche si sommavano quelle morali per dover sopportare la ferrea disciplina che il generale Cadorna aveva instaurato fra le sue truppe.”.

Marco scrive dall’America assillato da quanto vede fare a molti suoi compagni di lavoro italiani, i quali, per non essere accusati di diserzione, rientrano in Italia per arruolarsi. Domanda a Martina che cosa debba fare, rientrare oppure rimanere e preservare il buon lavoro che ha trovato e che, una volta lasciato, perderebbe per sempre.

L’autore ci rende partecipe anche di questo problema che attanagliò non solo Martina, ma tante altre famiglie italiane. La decisione viene presa dopo una discussione collegiale ed è il vecchio Paride a dire l’ultima parola definitiva: il figlio Marco doveva restare in America, per non rischiare la vita, avendo a suo carico la moglie e il figlio ancora piccolo.

Vedete quanti problemi minuti sono stati inclusi nella narrazione di una guerra, e Andreuccetti cerca di recuperarli e offrirceli in un mosaico che arricchisca di particolari quanto ci è stato tramandato da altri. È uno sforzo che compie con la leggerezza di chi sa raccontare e appassionare.

Nell’annunciarci che anche l’altro cognato di Martina, Isaia, è chiamato alla guerra nel II Reggimento Alpini, e la sua felicità di poter dare il suo contributo alla Patria, l’autore scrive: “Parecchi di quei giovani baldanzosi in futuro si pentirono e coloro che affrontarono l’estremo sacrifico, al momento della morte chiesero perdono ai genitori per la lorio scelta.”; “La partenza di Isaia avvenne all’alba, dopo che il giovane ebbe infilato in una sacca le poche cose che gli erano necessarie: un pezzo di pane e di formaggio per il pasto da consumare sul treno, un rasoio, un pezzo di sapone ed un pettine oltre ad una maglia di lana e qualche paia di ‘calzarotti’.”.

Non era facile sfondare le linee nemiche e la guerra, nonostante “l’ardore e la tenacia dei nostri soldati”, si stava trasformando sempre più in una guerra di trincea: “gli scontri sostenuti durante l’estate dettero ragione ai generali, che avevano infatti evidenziato l’inefficienza dei nostri militari dovuta alla mancanza di un addestramento specifico e alla scarsità di materiale bellico, in particolare di pezzi di artiglieria.”.

L’ultimo cognato rimasto a casa, Achille, ubriacone e poco responsabile, che con difficoltà soprattutto Nicodemo era riuscito un po’ a controllare, risultò una sorpresa per tutti, poiché sembrò diventare più giudizioso e aiutava nei campi la povera Martina, sulle cui spalle gravava tutto il peso della difficile e tribolata situazione: “aveva diminuito per fortuna anche le visite domenicali all’osteria di Valdottavo.”.

A settembre il figlio Giacomo inizia il suo percorso scolastico, e Martina è emozionata; è un grande avvenimento: “Giacomo imparando a leggere e a scrivere, avrebbe creato le premesse per meglio sapersi inserire nella sua vita futura.”; “Con in mano una scatola chiusa con un cordino nella quale Martina aveva posto il lapis, il quaderno e la metà di un neccio avvolto in un pezzo di stoffa, Giacomo si apprestava a partire assieme a pochi altri ragazzi, per vivere l’emozione del primo giorno di scuola.”; “I ragazzi erano malnutriti e nonostante le madri facessero di tutto per non farli soffrire, il cibo del quale potevano usufruire diveniva giorno dopo giorno inferiore al loro fabbisogno.”.

Non c’è luogo in Italia in cui non si patisca per le conseguenze della guerra, la quale continua a mietere morti: siamo alla fine del 1915: “L’attacco alle trincee nemiche ebbe inizio il 10 di novembre in condizioni atmosferiche proibitive ed i primi assalti si infransero sui reticolati nemici difesi da numerose mitragliatrici. L’impresa sembrava impossibile, ma gli uomini della Sassari, nei successivi tentativi riuscirono ad aprire un varco nei reticolati e con furiosi assalti alla baionetta, riuscirono ad occupare i trinceramenti ed a difenderli strenuamente dalle successive controffensive austriache. In quegli scontri morì per emorragia, dopo essere stato colpito alla coscia da una scheggia di granata il generale comandante Berardi.”. Fu in questa fase della guerra che il generale Cadorna “pronunciò la fatidica frase: ‘La presente guerra non può che finire per esaurimento di uomini e di mezzi e l’Austria è più vicina di noi ad arrivarci.’”.

Nicodemo si trova lassù a combattere, al riparo della sua trincea, che l’autore ci descrive con realistica efficacia: “Muoveva solo pochi passi perché non c’era spazio in quelle buche che sembravano tane di topi e lo faceva soltanto per andare ad orinare in uno slargo dove si recavano tutti e dove regnava un odore asfissiante. La trincea era ricolma di fango provocato dall’acqua e dalla neve, perché non c’era un riparo, ma soltanto teli fermati alla meglio con alcune pietre e spesso strappati dalla furia del vento. Ma il tanfo veramente insopportabile era quello che proveniva dai corpi in putrefazione dei soldati morti fra le due trincee, nella cosiddetta terra di nessuno; un fetore che era una vera e propria tortura e che a molti soldati provocava crisi di vomito.”; “nella trincea non si poteva familiarizzare né farsi un amico, perché il ricambio degli uomini avveniva di continuo; in ogni assalto i morti erano numerosi ed era un susseguirsi di nuovi arrivi per rimpiazzare i caduti.”; “I proiettili dell’artiglieria a volte erano precisi e riuscivano a centrare l’interno della trincea; per il gran numero di corpi ammassati uno accanto all’altro ne derivava una vera e propria carneficina.”; “Nei tremendi attimi prima dell’assalto, fra gli uomini regnava sovrana la paura e qualcuno non reggeva allo stress, veniva colto da convulsioni e da vomito, e spesso orinava nei pantaloni. Arrivavano allora gli ufficiali che invece di cercare di calmarlo lo schiaffeggiavano e lo spintonavano.”.

È da notare la connaturata capacità di controllo delle emozioni da parte di questo autore, in grado di affrontare situazione psicologicamente delicate come quella di una donna bella e sola, corteggiata dagli uomini, quale è Martina, e quella dolorosa e feroce della guerra, tra raffiche di mitragliatrici e feriti e morti che cadono intorno con strazio e lamenti. Un esempio significativo si può trovare nella lettera che dall’ospedale Nicodemo scriverà a Martina, o anche quando zoppicante sorretto da due carabinieri tornerà a casa. Ci troviamo indubbiamente davanti ad un romanzo preparato con una accurata documentazione storica, che si avvale di una fantasia creatrice che riproduce una storia aderente alla guerra come un vestito sul corpo di un essere umano. Non si avvertono stridori e incongruenze e il filo rosso che unisce i vari filoni del racconto sono la ineluttabilità di ciò che accade e la sua immodificabilità: “Da quella buca scavata fra le rocce non c’era possibilità di fuggire e la granata avrebbe potuto trovarlo ovunque, come una biscia che ha scoperto la tana di un topo e che aspetta il momento opportuno per catturarlo.”; “molti compagni di Nicodemo caddero, altri cercarono riparo nei crateri formatisi nel terreno dopo gli spari dell’artiglieria, nella speranza di sottrarsi per qualche attimo ad una fine quasi certa.”. Ci sono altre descrizioni sulla guerra di trincea che lasciano il segno e che il lettore potrà accogliere come monito a non trascurare mai il bene della pace.

Succedevano anche tragedie di questo tipo: “In quegli attimi frenetici che precedevano l’assalto, un fante in preda all’eccitazione si mise a sparare prima che fosse giunto il momento e colpì nella schiena un compagno che lo precedeva e che si accasciò al suolo rantolando.”; “Temendo un’avanzata in grande stile il mitragliere si mise a sparare raffiche, ma anziché gli austriaci falciò ed uccise una decina di compagni che stavano ripiegando.”. Chissà quanti incidenti cosiddetti da “fuoco amico” saranno successi in quella guerra, ma anche in tutte le guerre del mondo. E quale strascico psicologico avrà lasciato negli autori di quelle morti!

Anche la resistenza di Nicodemo mostra segnali di cedimento: “Quel giovane cominciava a non sopportare più l’atmosfera di chi deve vivere giornalmente in bilico fra la vita e la morte, era nauseato dall’odore della polvere, ma soprattutto dall’essere costretto ad uccidere uomini che stavano vivendo nell’angoscia come lui; aveva perso il conto di quanti poveri cristi erano caduti per mano del suo fucile.”.

Non vi è dubbio che la guerra di trincea è resa in tutte le sue numerose sfaccettature, e con maestria, che le danno il volto di una spietata e cinica consumatrice di vite umane. Corpo e mente subiscono il suo corrosivo e incessante assalto teso a spegnere anche la più vigorosa e tenace resistenza. Scontro e attesa sono i subdoli strumenti che producendo quando euforia, quando rabbia, quando timore, quando ansia, generano profonde ferite invisibili che alla fine distruggono l’individuo più di una scarica di mitragliatrice.

Nicodemo, la ferita la subisce nel corpo durante uno degli assalti verso la trincea nemica: “La raffica di mitragliatrice aveva letteralmente sventrato la gamba di Nicodemo all’altezza del ginocchio.”. Ne deriverà l’amputazione dell’arto. Siamo nell’ottobre del 1916, il secondo anno di guerra. Nel paese di Castello: “Era da poco iniziata la raccolta delle castagne, impegno fondamentale per l’economia delle famiglie perché dalla loro farina si poteva garantire il cibo per l’intero anno. Ed erano le donne, che con il sole o la pioggia partivano dalle loro abitazioni per recarsi nelle selve sparse intorno al colle di Guazzanello.”. L’autore fa molta attenzione a mettere in risalto l’importanza del ruolo della donna in quelle sventurate comunità i cui gli uomini erano stati richiamati al fronte, lasciando sulle loro spalle tutta la fatica di provvedere alle necessità della famiglia. Non una si tirò indietro, ed esse furono la risposta del coraggio civile alla ferocia e al cinismo della guerra. Martina era una di quelle e presto dovette rinunciare all’aiuto di Achille ritornato al suo vecchio vizio del bere. Lo pregava di non scendere da Vasco, l’osteria di Valdottavo, ma, sebbene lui promettesse, non riusciva a mantenere la parola data: “l’alcolismo era talmente radicato in quel povero ragazzo che bastavano pochi bicchieri di vino per farlo uscire di senno.”. La sera Martina: “Ripensava alle sue giornate e si chiedeva perché il destino fosse stato così parco di gioie con lei; era spesso preda dello sconforto e si rendeva conto purtroppo che nessuno avrebbe potuto consolarla; non avrebbero potuto farlo i suoceri con i problemi derivati dall’età, né Ettore, l’amico anche troppo servizievole ed invadente, né Giacomo il suo bambino che stava crescendo senza un padre e che quando chiedeva di lui, contribuiva ad accrescere la sua malinconia.”. Non solo Martina (“Anche la famiglia di Martina non se la stava passando bene perché oltre ad essere a corto di legna aveva poche provviste alimentari per arrivare alla fine di un inverno che si stava dimostrando molto rigido.”), ma tutte le donne avevano una loro incruenta ma ineluttabile guerra da affrontare. Dopo la notizia dell’invalidità di Nicodemo, Martina, che ha ora ventisette anni, addirittura “andava rimuginando nella mente l’idea di farla finita.”. Riusciva a frenarla il pensiero del figlio Giacomo, ancora bambino.

L’attesa della fine della guerra è portatrice di logoramento psicologico anche in chi, come Martina, si è rivelata una tenace combattente, mai un solo momento in ritirata, ma spronata dal dovere e dalle necessità della sopravvivenza. Siamo nella primavera del 1917; sono trascorsi ben due anni da quell’inizio del 24 maggio 1915, quando la speranza che la guerra fosse di breve durata aveva illuso un po’ tutti. Ora si stava allungando ogni volta di più, e non si riusciva più a prevederne la fine. Anche Achille, pur essendo ancora minorenne, riceve la cartolina di precetto e deve lasciare la casa, fuggendo alla chiamata e rifugiandosi nei boschi della Lecceta. Aveva giurato a se stesso che non sarebbe mai andato alla guerra. Martina è praticamente rimasta sola. Rinaldo, che fingeva di volerla aiutare come manifestazione di affetto e di solidarietà nella sventura, in realtà aveva cercato di approfittare di lei e di violentarla, e anche su di lui Martina non poteva contare più. In casa rimanevano i vecchi suoceri, Paride e Sofia, lo zoppo Nicodemo che poteva aiutarla in poche faccende, e il bambino Giacomo, “un ragazzo con problemi, che aveva già dato preoccupazioni”, che ora andava a scuola.

L’autore sta misurando, come fa uno studioso sul suo tavolo di laboratorio, le conseguenze della guerra all’interno di una famiglia, su cui essa si è accanita con lacerante e corrosivo cinismo. La domanda che il lettore si pone è: Fino a quando si potrà resistere? Che cosa cerca ancora e di più la guerra? Aveva colpito l’uomo più buono, più forte, più laborioso di cui nessuno avrebbe potuto pensare mai di fare a meno: “Nicodemo viveva in un continuo stato di prostrazione; si rendeva conto di quanto ci fosse da fare in quella famiglia, nonché della sua inutilità. Si sentiva un parassita che andava a tavola a mangiare senza aver fatto niente per guadagnarsi il cibo.”. Non solo Martina è sfidata dalla beffarda guerra, ma anche Nicodemo, sul quale allo strazio fisico si sta aggiungendo quello psicologico.

È un romanzo di una esemplare fattura, frutto della mano di un narratore nato, che dovrò inserire nel prossimo aggiornamento del mio libro “Leggiamo insieme gli Scrittori Lucchesi”.

Anche il confronto tra Ettore, un uomo buono e sempre disponibile ad aiutare il prossimo, e Rinaldo, un commerciante avido e interessato al proprio tornaconto, e libero da ogni senso morale, perfino una spia, viene svolto gradualmente con un velato suggerimento a volerne tenere di conto e che non si tratta affatto di un tema casuale e marginale.

Infatti a poco a poco la figura di Rinaldo diventa il simbolo più perverso della guerra, quello che scalfisce e corrode le coscienze; che approfitta della debolezza altrui con un’aggressione tale da farne uno schiavo o addirittura una vittima mortale; che non si pone ostacoli quando vi è anche una pur minima speranza di umiliare chi si oppone ai propri desideri. Rinaldo è l’alfiere di una guerra che come un maleficio va a caccia di coscienze per degradarle e sottometterle. Su Martina, Rinaldo incombe con la spietatezza di chi sa di essere il più forte. Martina teme di incontrarlo, ma sa che ha un vitale bisogno del suo aiuto. La suocera si domanda perché Rinaldo è da quattro mesi che non si fa più vedere, e Martina non ha il coraggio di rivelarle la verità, e pensa: “La colpa è soltanto mia. Mia, perché sono una povera sciagurata che non ha voluto soggiacere alle brame di quel commerciante ed ora, come era da immaginare, la sua vendetta è arrivata puntuale e in maniera crudele.”. Il lettore ha messo al centro dell’attenzione, ora, questa sfida morale e l’autore ha saputo sapientemente investirlo di questa che è una delle conseguenze peggiori della guerra, che si consuma nell’intimità e nel silenzio della natura. Di là dall’oceano sta la figura seminascosta di Marco, il marito, che le comunica ogni tanto che le cose stanno andando bene e che si è messo da parte già un bel gruzzolo; tuttavia Martina è sola e ha sulle spalle pesanti responsabilità che il marito ignora. Nel lettore cresce perfino l’idea che egli voglia egoisticamente ignorare.

Finché decide di far visita a Rinaldo per chiedergli aiuto: “Martina avrebbe preferito andare in guerra come erano costretti a fare tanti giovani di Castello, piuttosto che andare a bussare alla porta della casa di Rinaldo.”. Nicodemo forse intuisce qualcosa e la mette in guardia: “Digli che se non darà quanto ci spetta, anche dovesse impiegare un giorno, la prossima volta a trovarlo andrà Nicodemo!”.

L’incontro tra Martina e Rinaldo è un’altra bella pagina di questa storia, dove sono messi a confronto la vittima predestinata e il suo approfittatore, “privo di scrupoli.”. Ne emergono due figure a tutto tondo, con una Martina che, pur vittima nel corpo, ne esce vincitrice per dignità e coraggio. È una rivincita che l’autore si prende sulla guerra: “Il marpione di Rinaldo stava iniziando a mettere in atto la sua strategia che era quella di costringere Martina alla supplica.”. Alla domanda “Sei veramente ridotta così male?”, la sua risposta è perentoria: “Se non ero ridotta male non venivo qui da te!”. Ma non ce la può fare contro la fame e le necessità della sua famiglia, e soprattutto di fronte al pensiero del figlio bisognoso di cure: “Rinaldo spogliò letteralmente a forza Martina che se ne stava tremante di fronte a lui come una povera preda che avverte sul collo il fiato di un famelico felino cacciatore.”. Quando lui si cala i pantaloni, ha solo la forza di implorarlo: “Ti scongiuro Rinaldo! Stai facendomi del male! Lasciami andare!”. Sono implorazioni che hanno la forza d’urto di un boomerang, di una lezione severa, di una punizione devastante: “Quel povero sciagurato non si rendeva conto che Martina, sotto la sua massa di grasso e di carne sudata e puzzolente, non aveva provato alcun piacere, ma soltanto dolore, ribrezzo e disgusto.”.

Sulla via del ritorno con sul capo un canestro pieno di cibo offertole da Rinaldo, piange e prega la Madonna: “la pregava soprattutto perché allontanasse da lei il desiderio forte di non tornare a Castello ma di andare a gettarsi dalla balza.”. Quando si legge la scena seguente ci viene in mente “La ciociara”, il romanzo del 1957 di Alberto Moravia, tradotto, tre anni dopo, nel capolavoro di Vittorio De Sica dal titolo omonimo, quando la ragazza Rosetta, violentata dai soldati marocchini, fa lo stesso gesto che compie Martina: “Martina si sentiva sporca nel basso ventre ed ebbe bisogno di fermarsi presso la polla di Monetori per sciacquarsi, come se quell’acqua taumaturgica avesse potuto detergere oltre che il suo corpo anche lo sporco che avvertiva nell’anima.”.

Un altro film viene in mente quando l’autore parla di soldati fucilati a sorte per qualche caso di pavidità, provocato dalla paura e dallo sconforto: “Alcuni giovani abituati a lavorare la terra e a svolgere una vita semplice, anche se faticosa,  non riuscirono mai a tramutarsi in macellai di uomini ed a stravolgere il proprio carattere.”. Si tratta del bellissimo “Uomini contro” di Francesco Rosi, del 1970.

La guerra sconvolse e traumatizzò molte coscienze e l’autore ci segnala alcuni esempi, cercando di assolvere ai nostri occhi i più deboli e confusi: per arrendersi bisognava lasciar cadere l’arma a terra, prendere dalla tasca un fazzoletto bianco ed alzarlo con un braccio.”; “Dei 300.000 prigionieri in mano austriaca 100.000 morirono di stenti.”; “Nella Prima Guerra Mondiale furono riscontrati quasi 500.000 casi di diserzione e di renitenza, 500.000 casi di infermità mentale reale o presunta e 750 casi di condanna alla fucilazione per aver osato di fuggire davanti al nemico.”.

Nel 1917 ci furono due eventi importanti che influirono sulle sorti della guerra: l’entrata nel conflitto degli Usa e a ottobre l’uscita da esso della Russia allorché il potere passò ai comunisti di Lenin.

L’uscita della Russia consentì alle forze imperiali di dirottare nuove truppe sul fronte italiano e proprio il 24 ottobre si svolse la battaglia di Caporetto, che vide la sconfitta devastante dell’Italia e la conseguente ritirata “fino al fiume Piave.”; “Quella tremenda battaglia ebbe inizio alle ore 02.00 del 24 ottobre del 1917 con un violento cannoneggiamento effettuato dalle centinaia di bocche da fuoco austriache, seguito da un massiccio assalto delle numerose divisioni dove erano impiegati uomini tedeschi.”; “La battaglia di Caporetto fu la maggiore disfatta che nella sua storia l’esercito italiano ricordi con 400.000 perdite fra morti, feriti e prigionieri.”.

La guerra non dava requie ai soldati schierati al fronte, al riparo di trincee poco sicure: “Durante i ripiegamenti l’alpino non aveva da pensare soltanto a se stesso, ma doveva recuperare i fucili dei compagni caduti ed i tascapani dove erano racchiuse le bombe a mano da riportare in trincea.”; “Il pensiero più terribile per un soldato che si preparava all’assalto di una trincea nemica era quello di dover terminare l’azione con un corpo a corpo; il pensiero di essere costretto ad infilare la baionetta nel torace di un avversario per non subire la stessa sorte, era un vero tormento.”.

Finalmente abbiamo notizie di Isaia, partito volontario. È sul Carso e si comporta da eroe; ha guadagnato il grado di sergente “e comandava una squadra”; infonde coraggio agli altri; non ha subito ferite, per il momento: “Dobbiamo agire come fossimo immortali.”.

Pare che l’autore voglia contrapporre la figura di Isaia a quella del fratello Marco, il marito di Martino, al sicuro negli Usa.

Ma la guerra è spietata con chi la sfida, anche con esaltazione e coraggio. Non ha riguardo per nessuno e se ti prende di mira, non c’è giustificazione che tenga. Isaia, dopo la menomazione di Nicodemo e l’arresto di Achille, era rimasto l’ultima possibilità di Martina di ricevere aiuto, almeno a guerra finita, ma in un assalto ad una trincea austriaca, dopo alcune ferite minori, “un nuovo colpo ben assestato” lo prese al petto uccidendolo: “Isaia cadde senza un lamento e il suo corpo martoriato fu calpestato dai soldati nemici che stavano ormai per riconquistare la postazione perduta.”.

Pietro il postino pare assumere l’aspetto cadaverico di un messaggero della guerra e delle sue crudeltà. È lui, con il volto triste, a recare la notizia della morte di Isaia, “un giovane di poco più di vent’anni”, ed è Martina la prima a incontrarlo. Anche Ettore è chiamato al fronte. La sventura si è accanita contro Martina, che sta assumendo la figura di un gigante che lotta fino all’estremo delle forze, non volendo arrendersi. Andrà perfino a Lucca, a piedi, quattro ore di cammino, a far visita al cognato Achille, rinchiuso nelle carceri della città, e ridotto a pelle e ossa. È grazie al suo temperamento che la famiglia riesce a resistere: “in quella famiglia temprata dal dolore e dai tormenti quotidiani, era come se ogni nuova tragedia trovasse tutti preparati.”.

Siamo nella primavera del 1918. La situazione è al limite: “Il pasto quotidiano era dato da radicchio e rape, uniche verdure non bruciate dal freddo, e da uova.”. E a maggio: “Non c’era più possibilità di mangiare nemmeno le uova perché erano rimaste solo due galline superstiti di una inspiegabile moria.”.

La suocera Sofia, appresa la situazione infelice in cui si trovava il figlio Achille, supplicò il furbo e profittatore Rinaldo di intercedere affinché fosse trasferito nel più vicino carcere di Borgo a Mozzano, dove sarebbe stato più agevole per la famiglia andare a trovarlo e portargli del cibo. Non sapeva, la povera donna (che nel parlare usa spesso il vernacolo, regalandoci parole ormai scomparse o rare) di dare a Rinaldo l’occasione che aspettava di poter sedurre un’altra volta Martina, raccomandata di accompagnarlo: “Né i due anziani della casa, né Nicodemo si accorsero della smorfia che era disegnata sul volto di Martina.”. Avrà la forza di confidare il suo segreto a Nicodemo, il quale la conforterà e andrà lui con Rinaldo, lasciando con un palmo di naso il commerciante ormai sicuro della preda.

L’asso dell’aviazione, il maggiore Francesco Baracca, muore proprio sul finire della guerra. Così ce viene dato conto: “La morte di Baracca rimase avvolta nel mistero; chi disse che il suo aereo fu abbattuto da un cecchino tedesco, chi invece da una raffica di mitraglia di un aereo nemico e chi addirittura sostenne che fu lui stesso a suicidarsi con un colpo di pistola per non morire arso vivo dopo che il suo aereo aveva preso fuoco.”. La guerra tuttavia volge al meglio per l’Italia e si avvia alla conclusione con la battaglia del 22 giugno 1918, passata alla Storia come Battaglia del Solstizio, in cui: “Le perdite austriache furono oltre 150.000 mentre quelle italiane circa 90.000.”.

Anche Ettore si può considerare una vittima della guerra, poiché ritornerà a casa incolume nel fisico, ma compromesso nella mente. I carabinieri diranno a Martina che lo vede con gli occhi persi nel vuoto (“Gli occhi sbarrati, il volto tirato e la fronte aggrottata.”) che il giovane “ha problemi mentali e noi dobbiamo riaccompagnarlo a casa.”. È un altro degli aspetti più crudeli della guerra, che ha aggredito un uomo buono e fragile: “si era ridotto così dopo lo stress subito in trincea e che per questo era stato congedato. Aveva bisogno di essere accompagnato a casa perché non in grado di farlo da solo avendo impedita la memoria.”. La sua storia ci farà rabbrividire: “Ormai Ettore non era più un uomo, ma un vegetale, un individuo che del mondo sarebbe stato un eterno parassita, costretto ad elemosinare aiuto per sopravvivere.”.

Quando la guerra finisce il 4 novembre 1918, Martina dirà: “Abbiamo vinto, ma che vittoria è questa per la mia famiglia? È una vittoria amara!”.

Poi, poiché Marco le ha scritto che nel 1920 rientrerà a casa, si esprime a somiglianza di Rossella O’Hara in “Via col vento” di Victor Fleming, del 1939, tratto dall’omonimo romanzo di Margareth Mitchell, del 1936: “Quando Marco tornerà avrò trentun anni, non sarò vecchia e spero che gli piacerò ancora.”.

 

L’ombra sulla gora

Uscito nel 2015, tre anni prima di “Vittoria amara” (ambientato nella Prima guerra Mondiale), questo romanzo ci accompagnerà lungo il triste calvario della Seconda guerra mondiale.
Segnalo subito la copertina, disegnata dal comune amico Nazareno Giusti, scomparso prematuramente, e di cui serbo un affettuoso ricordo.

“In epoca antica Diecimo era una località di sosta delle legioni romane. Situato nel cuore della media valle del Serchio a circa dieci miglia da Lucca, aveva per questo motivo preso quel nome.”.
Qui, presso un lavatoio, sta giocando un bambino di sei anni, Giacomo (dalle gambe “nude e lievi come quelle di un fenicottero, il suo corpo esile, la sua testa ricolma di capelli ricci ed i suoi occhi grandi ed espressivi.”), mentre la madre, Romana (il padre si chiama Oreste Santi) è intenta a lavare i panni. È un “pomeriggio inoltrato di luglio”; “Giacomo sbatteva la punta di una canna nel centro della gora divertito dal formarsi di piccoli spruzzi che ogni tanto lo investivano”. Oreste è al lavoro nei campi. “Romana era una ragazza bruna con i capelli lisci che cadevano sciolti sulle spalle, aveva lineamenti morbidi con due occhi luminosi e chiari ed una bocca con labbra sottili e delicate sempre aperta ad un sorriso radioso. Un seno rotondo e sodo metteva ancora più in risalto un corpo perfetto ed armonioso.”. Siamo nell’estate del 1940 e Mussolini ha dichiarato guerra all’Inghilterra e alla Francia. C’è preoccupazione, ma la guerra ancora sembra lontana.

Oreste ha da poco compiuto ventisei anni; “essendo il più grande di età fra quattro fratelli, in caso di richiamo avrebbe dovuto lasciare la famiglia per recarsi al fronte.”.
La vita dei campi non è facile; non lo è mai stata per i sottoposti, e anche in questo caso Oreste doveva badare a non scontentare l’esoso padrone Ranieri, proprietario di quasi tutto Diecimo ed in grado di farsi rispettare. Era stato perfino podestà del paese. Ma la dedizione dimostrata al padrone non serve a niente. Ranieri, sapendo che sarà richiamato alle armi, gli annuncia che, quando ciò avverrà, dovrà lasciare il lavoro, e alla sua famiglia subentrerà un’altra il cui esponente non sia chiamato alla guerra. Un licenziamento annunciato, dopo dieci anni di duro servizio.

La guerra, che sembra ancora lontana da Diecimo, provoca già le sue ferite, non causate dai cannoni, ma dall’egoismo e dalla cattiveria degli uomini: “La guerra, con la sua sofferenza non richiesta, si stava intromettendo senza troppe cerimonie nella vita tranquilla e pacifica di quella coppia cercando di sottomettere i due giovani alla sua prepotenza disumana e distruttrice.”.

Romana è la Martina che abbiamo incontrato nella Prima guerra mondiale, ritratta in “Vittoria amara”, simbolo pure lei di quanto la guerra colpisca e abbia sempre duramente colpito le donne, costrette a sostituire nel loro lavoro gli uomini, e sempre indispensabili per la sopravvivenza della famiglia. Sono le donne i capisaldi della società civile e le vere eroine di guerra: le donne “erano le più penalizzate perché al lavoro giornaliero dovevano aggiungere la cura dei numerosi figli e dei vecchi genitori.”.

Di solito, l’ambiente in cui vivono è povero, e soprattutto quando si tratta della campagna, come nei casi affrontati da Andreuccetti, il duro lavoro viene messo in risalto con la descrizione di tradizioni e costumi che risalgono a precedenti generazioni. Il progresso tecnologico non attecchisce ancora nelle campagne della prima metà del Novecento. Andreuccetti, nella sua bella e quieta scrittura, sa restituircene colori e sapori. Il lavoro di Umberto, lo stagnino (“detto anche ‘magnano’”), ha una descrizione museale, che ne mette in evidenza funzioni e strumenti. Come accadrà anche per il biciclettaio Remo e per il calzolaio Michele: Giacomo “osservava curioso gli attrezzi dello zoccolaio che erano ammonticchiati sopra un piccolo tavolo: martelli di piccole dimensioni, scalpelli, trincetti e chiodi di piccola misura. Sopra un altro tavolo erano poggiate suole ed anche pezzi di ontano liberati dalla corteccia. Per terra in un angolo un grande recipiente ripieno d’acqua con pezzi di cuoio in ammollo per essere lavorati più facilmente, ma anche avanzi di vecchie e logore camere d’aria di auto e di camion.”. Efficaci le descrizioni della trebbiatrice e della bicicletta, a quel tempo importante mezzo di trasporto e di spostamento. Suggestiva quella che ci rimanda al letto coniugale di Oreste e Romana: “Un letto matrimoniale in ferro battuto occupava il centro di quella stanza con un materasso di foglie di granoturco con un solco nel centro; per togliere quella specie di avvallamento che creava parecchio fastidio, si procedeva spesso a spandere le foglie infilando le mani in un buco del materasso, ma immancabilmente dopo una notte di sonno il buco si formava di nuovo. Ad ogni movimento degli occupanti, le molle in ferro del letto emettevano un cigolio sommesso.”. Raro calzare le scarpe: “In quegli anni poche persone avevano ai piedi le scarpe, perché costavano troppo ed erano poco adatte ai lavori della campagna. Tutti ne possedevano un paio che mettevano soltanto nei giorni di festa perché avrebbero dovuto durare a lungo.”; “Lo zoccolo veniva usato giornalmente per le attività casalinghe e per il passeggio.”. Michele è il calzolaio del paese e il lavoro non gli manca, proprio a causa dei facili guasti che capitavano agli zoccoli.

Non vi è dubbio che Andreuccetti sa immergerci nel tempo passato rinnovandone suggestioni e tenerezze: il “placido, sonnolento mondo della periferia di Diecimo.”. Anche il mulino della frazione di Roncato e la sartoria di Elisa avranno le loro belle descrizioni: quando le macine, “quei grandi dischi di pietra, a seguito del prolungato impiego si logoravano e si rendevano inservibili, dovevano essere sostituiti con altri nuovi, ricavati da blocchi granitici, lavorati con pazienza e arrotondati dalla mano esperta degli scalpellini.”; “Alcuni, in piedi davanti ad un grande tavolo, stavano tagliando la stoffa che poi imbastivano e assemblavano con le mani, fermandola con degli spilli e dando vita ai vari indumenti, mentre altri, seduti davanti alla macchina a pedale li cucivano in maniera che le giacche ed i pantaloni assumessero la forma definitiva. C’era infine chi dava l’ultimo tocco al capo di abbigliamento con la stiratura che avveniva mediante ferri a carbone.”. Toccherà poi al gioco coi cerchioni di bicicletta, alla raccolta delle noci, all’officina del fabbro (“Giulio era un vero maestro nell’arte di domare il ferro, dopo aver tenuto per mezzo di lunghe tenaglie la barra sulla forgia, una specie di braciere sostenuto da quattro assi di ferro che terminavano sopra altrettante ruote di ghisa, la prendeva e la poggiava sull’incudine.”). Troveremo più avanti altre suggestive usanze, come quella dello “scornocchio”, ossia la pulitura della pannocchia di granturco, che si faceva in tanti, spettegolando e cantando, e il tutto andrà a comporre uno spartito musicale della vita artigiana e contadina che fu.

Come in “Vittoria amara” accade a Nicodemo, il marito di Martina, (il loro figlio avrà lo stesso nome, Giacomo, di quello di Oreste e Romana), anche per Oreste arriva il tempo di partire per il fronte.

I fratelli Mario e Renzo lo hanno preceduto; Carlino invece non ha ancora diciotto anni ed è rimasto a casa. A Diecimo, come in tutta Italia, c’erano coloro che si schieravano per la guerra, quasi tutti di fede fascista, e coloro che l’avversavano “come portatrice di lutti e rovine, ma soprattutto come offesa per la libertà di altri popoli.”. Oreste è uno di questi: “Io amo l’Italia che è la mia nazione e se ci fosse da difenderla sarei anche disposto a fare dei sacrifici, invece devo andare a combattere in Grecia! E devo anche comportarmi bene e devo uccidere più nemici che posso. Ma quali nemici poi? Sicuramente dovrò sparare a dei contadini più disgraziati di me! Ha ragione Olinto quando dice che Mussolini è un pazzo e che questa guerra porterà solo lutti e rovine.”. L’amico di Oreste, Olinto, “era un incallito un comunista”, e di lui sentiremo parlare a lungo.

Il padrone Ranieri, intanto, ha provveduto a sostituirlo assumendo un’altra famiglia e costringendolo a trasferirsi poco distante nella angusta casa dei genitori, dove vive anche Carlino, fanatico di Mussolini, come lo sarà Isaia in “Vittoria amara”: “Ma lo spazio in quella nuova casa era veramente ridotto. Cinque persone in più, anche se Oreste sarebbe dovuto partire presto, erano veramente un problema. Romana e Giacomo avrebbero dormito in un piccolo ripostiglio adibito a camera e Rosa ed Ernesto in una stanza in soffitta. Oreste per il momento avrebbe trascorso le poche notti sdraiato sopra un giaciglio sistemato nell’ingresso.”. Ecco un esempio di sopraffazione indotta dalla guerra che favorisce sempre avidità ed egoismo, di cui Ranieri è spregevole rappresentante (“Quell’uomo avido e privo di scrupoli”). Anche Ranieri avrà una replica nella figura dell’avido e donnaiolo Rinaldo di “Vittoria amara”. Come anche Alessio, il padre di Oreste, troverà il suo riflesso in Paride, il padre di Nicodemo. E l’Olinto comunista nell’Ettore forte e buono, da cui Romana e Martina riceveranno più di una volta soccorso.

Il 1 agosto 1940 è il giorno della partenza di Oreste, appena sorta l’alba: “La figura solitaria di un soldato italiano, di un alpino in partenza dal proprio paese e dalla propria terra illuminata dalla prima luce del giorno che avanzava, quella figura che si muoveva lentamente lungo la via polverosa e deserta, era l’immagine della desolazione.”. La sua prima destinazione: Cuneo.

Da lì è trasferito in Albania. Il piroscafo Firenze su cui è imbarcato viene colpito da un cannoneggiamento nemico e affonda. Il naufragio e il salvamento ad opera della motonave Barletta sono descritti rendendo efficacemente la drammaticità della situazione e fanno ricordare i grandi scrittori del mare come Joseph Conrad e Herman Melville: “Per i disperati rimasti incollati sul ponte del piroscafo Firenze, fu una spasmodica corsa contro il tempo. Bisognava aggrapparsi ad una delle numerose corde che venivano lanciate dopo essere state legate con sicurezza alla balaustra della nave soccorso, o meglio ancora riuscire ad agguantare un salvagente. Quella presa non andava assolutamente mancata perché era l’unica ancora per una salvezza che pochi minuti prima sembrava impossibile da raggiungere.”.

Oreste si trova sul fronte di guerra. Dall’Albania, l’Italia cerca di penetrare in Grecia, ma trova una resistenza inattesa. Oreste ha paura: “Il desiderio di fuggire, di correre via e ritornare sul sentiero innevato percorso poche ore prima, era forte”. Viene investito “da un frammento di epidermide umana ancora calda e grondante sangue.” di un soldato colpito dal nemico, e “Oreste fu colto da forti conati di vomito, mentre i portantini del reparto sanità correvano alla ricerca dei feriti.”; “i barellieri stavano raccogliendo i feriti e i resti di due alpini artiglieri letteralmente dilaniati dal fuoco nemico.”; “Oreste, sconvolto per la scena dei compagni morti, continuava a svolgere il suo compito di artificiere con l’angoscia nel cuore; preparava le cariche che poi porgeva al compagno.”.

Le notizie sulla guerra giungevano a Diecimo manipolate dal regime: “arrivavano confuse e frammentarie, la censura del regime oscurava la vera realtà delle cose e faceva apparire tutto roseo. L’esercito italiano avanzava in Grecia e sembrava che le sue truppe fossero ormai in vista di Atene.”; “Le notizie date erano sempre trionfalistiche, l’esercito italiano si faceva onore su tutti i fronti e l’avanzata delle truppe dell’asse avveniva senza ostacoli.”. Nulla di più falso. Vero sarà invece il contenuto del telegramma che comunica a Romana che il cognato Renzo è morto. La famiglia Santi piange la prima vittima. Intanto, con l’aiuto delle forze tedesche, l’Italia “aveva costretto alla resa l’esercito greco”, a costo di molte perdite umane.

Nel paese di Diecimo, come dappertutto in Italia e oltre, la guerra era l’argomento di discussione nei momenti di sosta dal lavoro, come avveniva dopo il tramonto: “A sera, dopo l’intenso lavoro della giornata e dopo aver consumato la cena, gli uomini si ritrovavano davanti all’osteria di Berto; chi giocava a carte, chi leggeva il giornale e chi conversava con gli amici e naturalmente l’argomento principe delle discussioni era quello della guerra. Le donne si ritrovavano invece davanti l’uscio di casa e sedute sopra una sedia, manipolavano l’ago e i ferri. Lavoravano e parlavano, ed ogni anto volgevano gli occhi verso la strada dove i figli ed i nipoti si rincorrevano vociando.”. È un’immagine vivida e calda di resistenza, di solidarietà e di sopravvivenza. Ne avremo altre e tutte insieme si trasformeranno alla fine in un inno potente che si innalza a contrastare le corrosioni e le degenerazioni della guerra.

In questo romanzo, inoltre, emerge a poco a poco un altro motivo di attrazione, ed è costituito dall’iniziale robusto filo d’amore che tiene uniti Oreste e Romana. La guerra fa di tutto per tranciarlo, delude le loro speranze di rivedersi; ogni volta che Oreste spera in una licenza, qualche nuova missione lo spedisce al fronte, o qualche accidente di salute gli impedisce, la licenza in mano, di partire. Gli tocca combattere anche i partigiani di Tito, molto attivi sulla Carnia. È un amore intenso, e tuttavia ansioso e sofferente, che ruba alle notti il sonno: “Mia adorata Romana, al contrario di quanto ormai speravo da tempo dovrò rinunciare a venire in licenza. Il destino crudele si accanisce ancora contro di noi. Sembra una maledizione che ci perseguita e che avvelena la nostra esistenza.”. È inviato in Russia con il contingente dell’ARMIR (“la grande armata di oltre duecentomila uomini”), da dove è tornato, invalido alla mano destra e congedato, il fratello Mario, il quale, giunto a casa, apprende della morte dell’altro fratello Renzo.

Andreuccetti, oltre a costruire un argine mettendo a contrasto con la guerra la resistenza di una vita paesana fatta di amore e di solidarietà, sta ricamando una travagliata psicologia dei suoi due personaggi principali. L’interesse per le conseguenze della guerra sul loro rapporto, s’impone al lettore più che la guerra stessa. Se ne temono la sopraffazione, la caduta, la resa, l’umiliazione, la fine. L’autore ci tiene a precisare: “Anche se per le famiglie contadine di Diecimo la guerra era lontana e le notizie giungevano di rimbalzo corrette e smorzate, la gente era comunque costretta a respirare l’angoscia sottile che la guerra spandeva nell’aria, un’angoscia subdola ed assassina che arrivava all’animo come una lima che sfiora, che corrode, che penetra e che a poco a poco frantuma il metallo.”.

La vita di Romana si complica. Andata più volte dal potente gerarca Ranieri per chiedere che Oreste non fosse inviato in Russia, riesce a sottrarsi al suo corteggiamento, ma Ranieri racconta a Carlino di essere stato a letto con la ragazza e Carlino ci crede e sparge la voce. Le donne, che erano già in sospetto avendo visto Ramona recarsi spesso da Ranieri, cominciano a diffondere maldicenze sul suo conto.

La disfatta in Russia dell’esercito italiano è raccontata dai pochi reduci che tornano dal fronte minati nel fisico. L’attenzione si sposta su di loro: “Si desiderava sapere, si interrogavano quei pochi uomini più fortunati sugli episodi della guerra e sui compagni visti e frequentati, si sperava in una notizia positiva, si voleva credere che il parente atteso fosse ancora in vita.

Ma i racconti di quegli sventurati lasciavano poco alla speranza perché parlavano di freddo e gelo senza fine, di patimenti e di una morte sopraggiunta a poco a poco per sfinimento, la famosa morte bianca. Compagni abbandonati lungo le piste nella neve che invocavano soccorso, giorni di marce senza fine, senza cibo e con la neve sciolta fra le mani gelide quale unica acqua per bere.”.

Da un ferito a cui era stato amputato un piede “Romana dovette ascoltare storie di sofferenza disumana, di morti, di feriti, di giovani assiderati e di altri che in colonna dopo essere stati catturati dai russi venivano trascinati via verso chissà quale lontana, ignota destinazione.”.

Oreste era dato per disperso. Romana comincia a pentirsi di non aver ceduto al corteggiamento di Ranieri; forse sarebbe riuscito a salvarlo. Sa, comunque, che la sua reputazione in paese è ormai compromessa: “Va dal vecchio a vendere il suo giovane corpo per soldi!”.

Inizia un tempo difficile per Romana, un tempo di attesa in cui è ossessionata principalmente da due pensieri: quello del ritorno di Oreste, di cui non era riuscita a sapere niente e si stava abituando all’idea che fosse morto in Russia, e quello di essere aggredita poiché considerata una donna disposta a concedersi. Non solo aveva paura di Ranieri e del cognato Carlino, che non mancava mai di mettere gli occhi sul suo giovane e sensuale corpo, ma di tutti gli uomini che incontrava, soprattutto di sera e quando era sola.

Dopo l’8 settembre 1943 la situazione in Italia si fa più confusa. Carlino aveva cercato di arruolarsi nella Repubblica Sociale Italiana di Mussolini, ma era stato scartato e dunque restava a casa e costitutiva un continuo pericolo per lei. Poi erano comparsi i soldati tedeschi impegnati a costruire la famigerata Linea Gotica, e perciò la guerra si era avvicinata al paese: “Il comando di quella organizzazione militare fu installato presso i locali della stazione ferroviaria.”; “Dopo l’arrivo dei soldati tedeschi la vita in paese divenne più difficile perché fu istituito il coprifuoco dalle diciotto pomeridiane alle sei del mattino e le attività agricole dovettero limitarsi alle sole ore diurne.”. Certi giovani cominciano ad organizzarsi contro i tedeschi. Tra questi Mario, e Romana assiste spesso a liti tra lui e Carlino, rimasto un convinto sostenitore del fascismo. Anche Olinto si è unito a Mario, e sarà Romana a salvarli da un rastrellamento delle SS. Di Olinto, Romana sta innamorandosi, ma si sforza di frenare il suo sentimento per rispetto al marito; anche Olinto le vuole bene e non glielo nasconde baciandola e poi scusandosi per il gesto spontaneo.

Andreuccetti ci fa assistere all’avvio delle prime operazioni partigiane, collegando la disfatta della guerra alla ribellione di un popolo che proprio da quella disfatta ha tratto il coraggio di ribellarsi.

La Resistenza diventa la risposta legittima ad una smania di potere che non si è fermata nemmeno davanti agli orrori provocati da una guerra di conquista e di dominio. Romana vi si colloca al centro, forte e fragile ad un tempo, divenuta il punto di incontro e di scontro di sentimenti diversi: “Oltre che sopportare le frequenti liti fra fratelli, la ragazza era condannata a convivere con le attenzioni morbose di Carlino.”: “Adesso Romana si stava quasi rassegnando alla scomparsa del marito Oreste.”; “Oreste era invece sprofondato nelle tenebre, era partito da casa un giorno d’estate e poi non aveva più dato notizie.”; “Un destino crudele, che aveva trascinato nelle sue spire Oreste, stava adesso cercando di ghermire anche Romana.”. In più, sappiamo che stava maturando in lei un sentimento d’amore verso l’amico di famiglia, il generoso e forte Olinto: “il bacio furtivo che l’uomo le aveva dato quella sera dopo il fallito blitz dei tedeschi, era ancora vivo nella sua mente.”. E quel bacio avrà l’occasione di ricambiarlo, quando Olinto arriverà una sera tardi, dopo il coprifuoco, per avvertire Mario di non andare più a casa sua, controllata dai tedeschi: “cercò le labbra del giovane con la voracità di un felino che cattura una preda.”; “Romana si ritirò nella propria camera felice per essere riuscita a manifestare il proprio sentimento ad Olinto. Adesso la donna non sentiva più rimorso nei confronti di Oreste. Il bellissimo rapporto avuto con il marito era terminato in una fresca mattina d’agosto, quando l’aveva visto partire, prima che la guerra l’avesse inghiottito.”. Romana si è fatta vincere dalla guerra? Andreuccetti ci sta raccontando non solo la guerra, ma anche la sua opera di devastazione spirituale, oltre che materiale. Ogni supposta sicurezza, ogni più ostinata determinazione, tutto da essa è spazzato via con la foga e la spavalderia di un vincitore possente e cinico. Dietro Romana s’intravvede il ghigno soddisfatto e perverso della guerra; sopra il suo cuore si sono posati i suoi artigli. E con Romana essa pare addirittura divertirsi, poiché Carlino, nascosto e sospettoso, ha visto tutto, concludendo: “Mia cognata fa veramente la puttana! Prima va con Ranieri ed ora se la spassa con Olinto e poi a chi toccherà?”; “Se va con gli altri deve venire anche con me!”.

Il lettore avverte che una sciagura è già stata assegnata dal destino a Romana e alla sua casa: “Erano infatti numerose in quel periodo le ragazze che per fame o per necessità diverse vendevano il loro corpo e qualcuno lo stava facendo anche con i soldati tedeschi. E Romana agli occhi della gente era una di quelle.”.

Siamo arrivati alla primavera del 1944. I tedeschi devono affrontare le prime formazioni partigiane. Hanno il dente avvelenato per quello che considerano un tradimento dell’Italia avvenuto con l’armistizio dell’8 settembre 1943, firmato tra Badoglio e Eisenhower. Oltre che costruire la Linea Gotica (a Borgo a Mozzano “si stava costruendo un gran muraglione che avrebbe dovuto interrompere il traffico lungo la valle.”), sono impegnati in frequenti rastrellamenti e in cruente rappresaglie. Un ulteriore inferno dentro una guerra già di per sé devastante e sanguinaria.

Romana, contro il parere di Olinto, va a lavorare a Fornaci di Barga, dove cercano mano d’opera alla SMI (Società Metallurgica Italiana), rimasta a corto di personale maschile, chiamato alle armi. Vi si reca in bicicletta e torna a casa la sera tardi. Giacomo ha ora dieci anni; comprende le ragioni del sacrificio a cui si è sottoposta la madre e prende coscienza della guerra: “Il ragazzo aveva capito che la guerra era ormai arrivata anche a Diecimo.”.

La guerra finora lontana di Oreste ha spostato il suo epicentro, come sottoposto ad una mappatura di ingrandimento, nel paese di Diecimo, laddove si consuma la vicenda umana di Romana. La guerra e Romana sono poste una di fronte all’altra. La ghermitrice pare pronta all’assalto finale: “La gente di Diecimo criticava il comportamento della giovane donna perché, secondo il parere di molti, anche se Oreste fosse stato ucciso, lei si era troppo frettolosamente consolata con un altro uomo.”. Del resto alla stessa Romana “l’incertezza sulla fine di Oreste continuava a crearle ancora un velato disagio.”; “la ragazza aveva ormai regalato il suo cuore ad Olinto, che le stava vicino, che la proteggeva e che le dava conforto, ma allo stesso tempo provava rimorso per aver troppo presto dimenticato Oreste.”.

Viene ordinato dai tedeschi lo sfollamento di Diecimo e di altri paesi della zona, e Romana con tutta la famiglia si trasferisce nel piccolo centro di montagna, Convalle, ospitata da Martina, una conoscente del suocero Alessio. Solo Carlino resta nella vecchia casa, onde assolvere ai suoi impegni coi nazi-fascisti. Siamo arrivati al 15 luglio 1944, ci fa notare l’autore. L’attività partigiana è in pieno fermento; i tedeschi arrivano a Convalle per rastrellare ragazzi e giovani, poiché sanno che fanno da staffetta ai ribelli. Perquisiscono anche la nuova casa di Romana ma se ne tornano via a mani vuote. La paura però è molta. Ogni tanto si vede qualche partigiano che scende in paese per rifornirsi di cibo. Un giorno bussa alla loro porta un gruppo di partigiani. Tra essi c’è Olinto, che ha la sorpresa di vedersi aprire l’uscio da Romana.

Andreuccetti sa attrarre l’attenzione del lettore. Insieme con le notizie della guerra, ed ora della guerra partigiana, sui monti della valle del Serchio, ci offre il dramma psicologico di una donna sposata verso la quale tutte le circostanze si coagulano per indurla al tradimento del marito: “c’era la guerra e la vita andava vissuta giorno per giorno.”, si giustifica la donna. Infine il tradimento avviene, e Romana pensa: “Oreste è morto e i morti si possono ricordare ma non tradire.”.

Passione, gelosia, morbosità sono ingredienti che muovono molte pagine di questo romanzo, e sovrastano perfino le crudeltà della guerra, la quale resta comunque la causa dello scatenamento di sentimenti prima regolati e tenuti sotto controllo.

L’Agosto seguente vede inasprirsi la lotta tra nazifascisti e partigiani. I primi sono furenti anche perché gli Alleati si stanno avvicinando, costringendoli a continue ritirate. I partigiani sono responsabili di alcuni attentati puniti con feroci rappresaglie e di passare importanti informazioni al nemico. Il 4 agosto ne fa le spese don Aldo Mei, di 32 anni, colpevole di aver aiutato un ebreo ed è accusato pure di tenere una radio, in realtà affidatagli dai partigiani perché fosse riparata. Gli fanno scavare la fossa sugli spalti nei pressi di Porta Elisa e lo falcidiano con ben 28 colpi di fucile. Qualche giorno prima era toccato al cognato di Romana, il giovane Carlino, di poco più di vent’anni, fatto fucilare da Ranieri, convinto che facesse il doppio gioco e fosse un traditore. Il 12 agosto è la volta della terribile strage di Sant’Anna di Stazzema, che costò la vita a 560 persone (il numero “esatto non si è mai potuto conoscere.”), “fra le quali uomini anziani, donne e centosessanta bambini.”; “Quelle belve umane avevano preso di mira soprattutto i bambini, ai quali fu fracassato il cranio con il calcio del fucile e appesi poi come trofeo sui muri delle case. Alcuni di loro furono presi e gettati vivi nel forno acceso pronto per accogliere il pane e lasciati abbrustolire a fuoco lento.”. Poco prima i tedeschi avevano compiuto un altro eccidio presso la località di Romagna nel comune pisano di Molina di Quosa.

La strage di Sant’Anna di Stazzema è resa visibile grazie ad una descrizione che ne trasferisce sul lettore ferocia e inumanità.

Lo scontro tra tedeschi e Alleati avviene ai primi di settembre: “i proiettili dei cannoni americani cadevano con rapida sequenza lungo la strada e sui contrafforti della collina. All’esplosione faceva seguito una grande nuvola di fumo che si alzava verso il cielo e che oscurava il sole.”.

I tedeschi sono in fuga. È il 25 settembre 1944. Qualche giorno prima, il 5 settembre, anche Lucca è stata liberata. Si respira un clima diverso, di euforia, di incredulità: “ci furono abbracci e grida di gioia, qualcuno alzava le braccia verso il cielo, molte donne piangevano”; “Una pattuglia di dodici uomini, tutti con la pelle di colore scuro e con il fucile mitragliatore imbracciato fece infatti di lì a poco l’ingresso nella piazza.”. Siamo a Convalle, il paesino dove è rifugiata, in casa di Martina, la famiglia di Romana: “Erano proprio quei dodici uomini di colore, con uniformi verde scuro e con grandi elmetti mimetici in testa, che arrivavano a liberare quel minuscolo centro immerso nel verde della val Pedogna.”; “Quei giovani ragazzi arrivati a liberare Convalle non parlavano inglese, ma una lingua strana che assomigliava allo spagnolo.”. Uno di essi, che parlava l’italiano, chiarisce: “Noi non veniamo dagli Stati Uniti, noi siamo soldati brasiliani.”; “facevano infatti parte della III Compagnia del 6° Reggimento della Força Expedicionaria Brasileira, reparto incorporato nella V Armata Americana.”; “quel contingente avrebbe provveduto a liberare l’intera valle del Serchio, da Diecimo a Borgo a Mozzano, da Gallicano a Barga.”.

Finalmente si può ritornare a casa. Addirittura a Diecimo “nei locali della stazione si era insediato il comando del contingente brasiliano.”. Saranno in seguito “rimpiazzati dagli uomini della 92° Divisione di Fanteria Buffalo dell’esercito statunitense.”, poi rafforzati, per il tempo di “una quindicina di giorni”, da “un contingente di soldati della 19° e 20° Brigata della 8° Divisione Indiana”, i quali indossavano “anziché il tradizionale elmetto, un grande e colorato turbante.”.

Romana e la famiglia si mettono in cammino per tornare a Diecimo; durante il viaggio Romana pensa a Olinto, e non a Oreste, che ormai considera morto: “Romana pensava che a quel punto, dopo due anni e mezzo di assenza di sue notizie, non fosse più il caso di nutrire speranze”. Oreste è uscito definitivamente dal cuore di Romana? Andreuccetti ne fa un’ombra che cammina dietro alla donna e dà al lettore la sensazione che la sua vicenda terrena non sia ancora conclusa e possa riservarci qualche sorpresa. Diviene un motivo dominante, anche se l’autore non vi pone alcuna enfasi.

Il destino che finora ha segnato la vita di Romana è stato troppo severo e impietoso con lei per lasciarle aperta la strada della felicità: “era ancora preda dell’angoscia, quella sensazione che aveva sposato oramai da diversi anni e che sembrava non volerla più abbandonare.”.

Intanto soffre per Olinto: “La giovane era preoccupata perché aveva avuto notizia di partigiani impiccati durante la ritirata tedesca e quei poveretti avevano dovuto morire proprio all’alba della liberazione.”. Mario è tornato a casa e rivela che Olinto ha deciso di continuare la sua lotta contro i tedeschi e si è unito ad altre formazioni partigiane operanti nell’Alta Garfagnana, poiché la guerra non è ancora finita: “Che la guerra stava continuando e che i soldati tedeschi non erano molto lontani, la gente lo poteva capire dal crepitare del fuoco di artiglieria che si udiva in lontananza ed anche da sporadici rumori di spari di armi leggere.”. Le jeep americane attraversano il Serchio anche passando dal Ponte della Maddalena, conosciuto come il Ponte del Diavolo: “La gente del luogo diceva che era stato risparmiato per due motivi. Perché era un monumento di quasi mille anni, e probabilmente perché i tedeschi lo ritenevano troppo stretto per permettere il passaggio degli automezzi. Per ironia della sorte le jeep americane riuscirono ad attraversarlo e fu proprio per mezzo di esse che fu possibile trasportare numerose truppe nella zona di Bagni di Lucca.”.

A fine ottobre 1944 Romana ha la certezza di essere incinta: “la gravidanza era appena al secondo mese.”. Il lettore si domanda che cosa possa aver riservato ancora il destino alla sfortunata donna, la quale, comunque, è contenta di aspettare un figlio da Olinto, l’uomo che si è conquistato il suo amore. Quando arriva al quarto mese (siamo sotto Natale del 1944) decide di parlarne alla madre Rosa, poiché ormai non avrebbe più potuto tenere nascosta la gravidanza. La madre è felice “ma temeva le chiacchiere che i vicini di casa e gli abitanti di Diecimo avrebbero sicuramente sparso in giro. Romana era ancora sposata, almeno fino a quando non fosse stata dichiarata la morte presunta di Oreste.”. La guerra si sta cinicamente divertendo con Romana, come il gatto col topo.

È in quei giorni che avviene lo scontro tra tedeschi e Alleati, a Sommocolonia, sopra Barga, in cui “persero la vita 76 soldati tedeschi, 140 soldati americani e 7 partigiani.”. Ma Romana sembra essere lontana: “aveva rivelato ai componenti della famiglia, compreso Giacomo, il suo stato. Il ragazzo aveva accolto con freddezza quella notizia e quando la madre gli chiedeva se non era contento rispondeva di sì con aria di sufficienza.”. Della reazione degli altri, soprattutto dei genitori di Oreste e del fratello Mario, Andreuccetti ci tiene all’oscuro. Sembra che la reazione di Giacomo rappresenti quella di tutti: “E adesso doveva nascere un bambino, ma tutti si chiedevano con quale futuro.”. 

Trascorso il Natale, “la guerra esplose nuovamente violenta; aerei bombardieri entrarono nella valle del Serchio scaricando il loro potenziale di fuoco. Borgo a Mozzano e soprattutto Fornaci di Barga furono colpite duramente.”.

Olinto e Romana s’incontrano, e l’uomo viene a conoscere così che diventerà padre. È felice, ma alla domanda di Romana di non tornare più sui monti, risponde: “Sono anche comandante di squadra e non posso lasciare da soli i miei uomini. In questi giorni c’è una recrudescenza di violenze e si stanno perpetrando atroci vendette fra fascisti e partigiani. Ci sono impiccagioni e fucilazioni da ambo le parti ed io voglio frenare gli spiriti bollenti che ci sono anche fra i miei. Non serve la vendetta! Ormai la guerra è finita! È arrivato il momento di costruire la pace.”.

Olinto assume con decisione la figura di colui che intende uscire dalla guerra intatto nello spirito, con in più la convinzione che la sola condizione di vita accettabile per l’uomo è quella della pace. Generosità e bontà vincono sulla guerra grazie alla sua resistenza e alla sua forza di volontà.

La Storia ufficiale ci dirà dei due mesi cruenti che seguirono la fine della guerra in Italia nell’aprile 1945, allorché, soprattutto nel Nord, ci fu una resa dei conti fra le diverse formazioni partigiane con le Brigate Garibaldi, dirette da Luigi Longo e il Pci, intenzionate a prevalere sulle altre. Olinto è qui raffigurato come un comunista diverso, che lotta per la pace di tutti, il solo bene che conta e che deve emergere quale vero vincitore dalla guerra.

Siamo arrivati al gennaio 1945: “Una notte, improvvisi come falchi, piombarono nella valle del Serchio alcuni aerei tedeschi che sganciarono numerose bombe anche nei pressi dell’abitato di Diecimo. Fu colpito il fiume, la strada della stazione e qualche bomba cadde anche fra le abitazioni. La gente che stava dormendo, fu svegliata dal rumore degli aerei in avvicinamento al quale fece seguito il grande boato delle esplosioni.”.

Un incidente accade a Borgo a Mozzano il giorno dopo: “Sul greto del fiume giacevano una ventina di corpi, alcuni apparentemente senza vita e altri che si muovevano appena lamentandosi e chiedendo aiuto. Un po’ più distante c’era la carcassa di un camion americano ormai ridotto in un groviglio di lamiere.”; “Quel camion proveniente da Gallicano, stava trasportando un certo numero di sfollati in fuga dalle fasi cruente della guerra. Il mezzo, guidato da un militare che non conosceva bene quel tratto di strada, era sbandato, aveva sbattuto contro il muro di protezione della carreggiata ed era stato catapultato con tutto il carico umano sul greto del fiume.”.

La guerra si sta allontanando: “Il grosso delle truppe aveva ormai abbandonato quelle zone; le città di Massa e di Carrara erano state liberate e gli sforzi bellici erano ora concentrati sui grandi centri del nord.”; “La gente della valle del Serchio stava dedicandosi di nuovo ai vecchi lavori della campagna, dopo un anno nel quale era stata completamente abbandonata. Si tornava a segare l’erba, a seminare le patate ed il granturco, a dare il rame alle viti. Ma soprattutto si tornava ad uscire di casa, a chiacchierare con gli amici dopo mesi di segregazione, di angoscia e di paura.”. Resta solo una sacca di resistenza tedesca in Garfagnana: “Il suo capoluogo Castelnuovo era ancora infatti in mano ai tedeschi ed ai fascisti.”. È lì che si trova Olinto: “Il suo compito era quello di traghettare oltre le linee del nemico, ebrei, soldati disertori e intere famiglie di sfollati.”. Mancano due mesi al parto di Romana. La gente continua a sparlare della sua condotta: “Quel bambino che doveva nascere era il figlio del peccato.”.

Andreuccetti porta il lettore a concentrare la sua attenzione, non tanto sul bambino che dovrà nascere, ma sulla sorte che il destino ha riservato ai due uomini che sono stati tutto per Romana: Olinto, il padre del nascituro, e Oreste, il marito dato per disperso in Russia. Si attende un qualche colpo di scena che riguardi l’uno o l’altro. È una tensione che l’autore riesce a istigare e a surriscaldare. I rumori della guerra sembrano attutirsi rispetto all’evento che si attende.

Anche Castelnuovo è liberata, grazie a “una poderosa offensiva degli alleati partiti dalla Versilia e supportati dai gruppi partigiani che da Gallicano avevano risalito i contrafforti delle alture della valle stringendo in una morsa le forze nazifasciste.”; “si poteva veramente dire che nelle zone della valle del Serchio la guerra era terminata.”.

Ed ecco una delle notizie che il lettore attende per capire le mosse che il destino ha riservato su Romana. Nell’ultimo scontro per la liberazione di Castelnuovo ci sono stati alcuni morti tra i partigiani e uno di questi è Olinto: “L’uomo aveva appena traghettato una famiglia da Castelnuovo a Castiglione attraverso un sentiero nel bosco, e mentre stava tornando indietro per andare a prendere altre persone fu raggiunto da un colpo di moschetto alla schiena sparato da un tedesco in ritirata.”. Una beffa: “L’ironia della sorte aveva voluto che Olinto morisse nell’ultima battaglia prima della fine della guerra in Garfagnana.”. Incaricherà un amico che lo assiste nell’agonia, di andare a trovare Romana: “Porta il mio saluto a Romana, ti prego! L’unica donna che ho amato nella vita e dille che quando mio figlio nascerà, se sarà un maschio dovrà, come mi aveva promesso, chiamarlo Libero.”.

Gli abitanti di Diecimo rimasero avversi a Romana: “Era rimasta incinta durante un incontro occasionale con un partigiano sulla montagna ed ora aveva trovato la punizione che meritava.”.

Il 7 maggio 1945 la Germania si arrende incondizionatamente alle truppe alleate, firmando la resa in “una piccola scuola di Reims, dove il generale Eisenhower aveva posto il suo quartier generale”. Sono le ore 2,41.

A Diecimo si è avviata la ricostruzione e si riprende una vita pressoché normale: “Avendo i tedeschi requisito quasi tutti gli animali da lavoro, la terra veniva lavorata interamente a mano con l’utilizzo della vanga, l’attrezzo per dissodare il terreno antico come il mondo.”.

Romana è in attesa del parto previsto per i primi di giugno. Il bambino nasce e gli viene dato il nome di Libero, come aveva desiderato Olinto. Il frutto dell’amore di Romana per Olinto è, dunque, la risposta alla guerra, “perché da sempre la vita è destinata a vincere, nonostante che il mondo sia cosparso di tragedie e di catastrofi.”.

Sembrerebbe la giusta conclusione di questa storia germogliata tra lutti e disperazione, ma Andreuccetti non si ferma. Che cosa ci attende ancora? Non sono bastati gli strali scagliati dal destino contro la famiglia Santi, ed in specie contro la povera donna?

Che cosa ci riserva l’autore?

Siamo arrivati al settembre del 1945: “I lavori della campagna fervevano alacremente perché quella stagione era la più importante per il contadino; c’era da raccogliere la frutta, il granturco ed era prossima la vendemmia. Si avvicinava poi il periodo della semina del grano e della raccolta delle castagne. Nei campi lungo il fiume era un fiorire di voci e di canti; la gente stava nuovamente riscoprendo l’allegria, sentimento soffocato per parecchio tempo.”.

Sembrerebbe che la guerra fosse ormai un ricordo lontano, da esorcizzare con il lavoro e l’allegria.

A ottobre, Giacomo, finito di fare i compiti, è uscito all’aperto, e si trova “tranquillamente seduto sopra il muro prospiciente il lavatoio.”, quando scorge “una figura che aveva appena varcato il ponte sulla gora e che stava procedendo lungo il sentiero.”; “Camicia, giacca e pantaloni molto grandi coprivano un corpo di una magrezza estrema. La barba lunga ed incolta ed il fagotto che quell’individuo reggeva con una mano e che sembrava sospeso nell’aria, gli donavano l’aspetto del mendicante. Quella figura malferma, catturata dagli ultimi raggi di sole, tanto era esile e filiforme che sembrava procedere sospinta dalla propria ombra.”. È da annotare la bellezza di questa descrizione.

Giacomo pensa che sia “Un altro che viene a chiedere l’elemosina”. Ma il lettore ha già capito, poiché, in cuor suo, da tempo aspettava quest’uomo. È Oreste, infatti, il protagonista sempre incombente sul romanzo, la cui presenza non è mai stata sopita, nonostante che Romana lo avesse sostituito con Olinto.

Ci si domanda subito quale significato abbia un tale ritorno, e perché Andreuccetti ce lo abbia sempre tenuto sottotraccia, non facendoci mai dimenticare che esso sarebbe stato possibile, sempre ad opera di un destino che stava giocando con gli uomini, e con una giovane donna in particolare: “Oreste, per chissà quale strano disegno del destino, non era infatti morto in guerra come tutti pensavano ed era appena ritornato al suo paese.”. Quando Giacomo, dopo le prime incertezze, finalmente lo riconosce, “gli occhi di quell’uomo si velarono di pianto.”. L’autore ce ne traccerà il calvario, facendoci rivivere le sofferenze dei nostri soldati in terra russa, con i nemici che non si mostravano e che lasciavano alla neve e al freddo gelido di compiere la loro opera di devastazione. Si decide la ritirata. Poi: “Dopo tre giorni di marcia nell’immensità del deserto bianco senza problemi, arrivò improvviso come un turbine di vento l’attacco russo.”. Di questi assalti, i nostri soldati ne subiranno ancora, aggiungendo nuove vittime a quelle prodotte dal gelo, ossia dalla morte bianca. Oreste finirà prigioniero dei russi e inviato nei campi di lavoro siberiani: “La temperatura era sempre intorno ai cinquanta gradi sotto lo zero e la neve era la incontrastata regina di quelle lande sperdute.”.

Il racconto spinge ad un cinico confronto tra la prigionia sofferente di Oreste e il felice rapporto d’amore instaurato da Romana con Olinto. Romana ne è penalizzata, ed ancora di più risalta quale vittima più perseguitata dal cinismo del destino che si è servito della guerra per umiliarla. Oreste invoca la morte. Deve lavorare nella neve anche con la febbre alta. Ma ogni volta sopravvive alla sventura. I suoi compagni muoiono ad uno ad uno ed egli si ritrova ad essere il solo sopravvissuto. Romana lo crede morto, mentre il destino sta preparando l’inganno e la trappola: la morte “chissà per quale grazia divina anche in quel caso non arrivò.”. Essa si tiene lontana da lui.

Viene liberato ai “primi di settembre del 1945”; “Quel treno che correva veloce nella pianura, si lasciava dietro lande deserte, pianure alberate ricoperte di neve, il freddo, la fame, la solitudine dell’animo.”. Giunge in Austria, poi varca il confine italiano. A Milano i prigionieri vengono smistati secondo la destinazione. Prende il treno per Pisa, poi per Lucca e infine il pullman che lo condurrà finalmente al suo paese, Diecimo: “quel paese che amava e che per troppo tempo era rimasto rinchiuso come in uno scrigno dentro al suo cuore.”. Un viaggio “durato quasi due mesi”.

Giacomo gli rivela la presenza del fratellino Libero “che colpì Oreste come una mazzata e che forse gli procurò maggior dolore della scheggia di cannone che l’aveva colpito durante la tremenda ritirata della Russia.”.

Andreuccetti non fa sconti ai sentimenti, e non maschera la natura dell’uomo.  Il comportamento di Romana era del tutto inatteso: “Oreste aveva il cuore dilaniato. Dopo aver atteso quel momento per mesi e per anni, ed aver tenuto nel cuore Romana il giorno e la notte, durante le battaglie, nelle veglie al chiaro di luna, al freddo, al gelo, durante i morsi terribili della fame, questa era la ricompensa?”.

Decide di non entrare in casa e dice al figlio che deve andare via, e si allontana: “con gli occhi colmi di pianto riprese zoppicando il sentiero che proseguiva e costeggiava la gora, mentre sui campi e sugli orti già stava calando la sera.”.

Il romanzo potrebbe finire qui, e mostrerebbe che il comportamento di Romana non è stato perdonato. Ma l’autore vuole riservarci qualcos’altro, dare una conclusione diversa a questa dolorosa storia di guerra. Seguiamolo.

Romana si mette in cerca di Oreste: “Aveva amato Olinto ed il suo era stato un amore sincero e pulito, ma adesso doveva ritrovare Oreste, quell’uomo che aveva sicuramente sofferto tanto non doveva continuare a soffrire per colpa sua.”. Siamo a fine ottobre del 1945. Oreste non si trova, ma Ramona continua cercarlo finché non lo vede seduto sul greto del fiume nei pressi di Borgo a Mozzano: “Quella macchia scura in mezzo al bianco dei sassi sembrava un fenicottero intento a scrutare l’acqua in cerca di un pesciolino, tanto era filiforme e sottile.”. Gli dirà: “Sei tu il mio unico grande amore. Olinto è stato soltanto una parentesi di un momento, nel periodo forse più brutto della mia vita, mentre tu sei mio marito che credevo aver perduto per sempre, sei l’uomo assieme al quale voglio crescere i miei figli.”. Le risponde: “Non chiedermi quello che non mi sento ancora in grado di darti Romana! Con il tempo vedremo! Adesso aiutami a tornare a casa.”.

Che ne pensa il lettore? Davvero Romana ama ancora Oreste? Ha davvero amato Olinto? È un’eroina o è un’opportunista? Che ritratto ha voluto consegnarci l’autore di questa donna su cui il destino ha voluto accanirsi servendosi della guerra? Quante altre hanno vissuto lo stesso dramma?

L’autore scrive che “La ragazza era felice perché aveva superato l’ennesimo, doloroso strascico di una guerra assassina, aveva vinto anche l’ultima sua grande prova.”; “era ormai sicura che Oreste l’avrebbe perdonata.” Infatti, “Quel bimbo era stato accettato e considerato come un figlio anche da Oreste; l’uomo aveva capito che quel tenero virgulto bisognoso di cure e di affetto era stato concepito durante un atto d’amore sgorgato dalle macerie della guerra.”.

L’autore, con queste parole, ci ha invitato tutti a non porsi troppe domande e a perdonare; a sconfiggere, ossia, con il perdono, il cinismo del destino e le crudeltà della guerra.
 

L’ultimo reduce: Aldo Luciani

Questo libro, il cui titolo esatto è: Roberto Andreuccetti “L’ultimo reduce: Aldo Luciani. Memorie di un prigioniero nei Balcani” è il risultato delle ricerche e dell’interesse che Andreuccetti ha sempre avuto per i fatti accaduti durante le due guerre mondiali, che ha saputo narrare con romanzi appropriati per precisione e qualità narrative. Questa volta si avvale del diario di un soldato delle nostre terre prigioniero dei tedeschi in Serbia e poi prigioniero dei russi “in un campo di lavoro situato alla periferia della città di Izmail, un grosso centro alle foci del Danubio, tra la Moldavia e la Romania.”. Lo sfondo è la guerra nei Balcani.

Prima di trovarci di fronte alle memorie di Luciani, Andreuccetti ci presenta il quadro della situazione: “Anche se passa un po’ in secondo piano rispetto al conflitto nel cuore dell’Europa, la guerra nei Balcani è stata oltremodo cruenta. Si parla di un numero totale di vittime che supera il milione e mezzo e molto probabilmente queste stime sono in difetto.”. Fu la Germania a risolvere la guerra in quell’area, inviando consistenti truppe a sostegno di quelle italiane, che non erano riuscite ad imporsi alla Grecia. Che si arrende il 4 maggio 1941. Con questo risultato tutti i Balcani passano sotto il dominio nazifascista. Tuttavia, cominciarono a sorgere i primi focolai di resistenza: “Nella Jugoslavia, spartita fra le potenze dell’Asse, Germania, Italia, Ungheria e Bulgaria, ebbe inizio una forte resistenza che divenne poi guerra di liberazione, da parte dei partigiani comunisti guidati dal comandante Josip Broz Tito, contro le potenze dell’Asse, ma anche contro lo stato indipendente di Croazia, di Ante Pavelic, e i Cetnici di Mihailovic.”; “I partigiani erano rappresentati politicamente dal Consiglio Antifascista di Liberazione Popolare della Jugoslavia dominato dai comunisti ed alla fine del 1943 ottenne il riconoscimento degli alleati ponendo le basi per la costituzione dello stato jugoslavo dopo la guerra.”; “L’esercito italiano fu impegnato nei Balcani fino alla fatidica data dell’8 settembre del 1943.”; “non mancarono massacri ben documentati di truppe italiane ai danni della popolazione civile”; “Dare fuoco alle case dove era prevista la presenza di ribelli era divenuto però un compito quasi esclusivo delle truppe italiane, tanto da vedersi attribuito l’appellativo di ‘Bruciacase’.”; “Secondo un calcolo di storici serbi solo tra il settembre del 1941 ed il febbraio del 1942, l’esercito tedesco uccise per rappresaglia più di ventimila civili.”.

Si aprono anche i primi campi di concentramento riservati agli ebrei: “Il generale Broome era deciso ad annientare i circa diecimila ebrei presenti nella zona, in maniera prevalente rappresentati da vecchi, donne e bambini.”; “Entro il maggio del 1942 tutti gli ebrei raccolti nei campi di concentramento in Jugoslavia furono uccisi. All’inizio dell’estate il capo di stato maggiore Turner comunicò al Führer che la questione ebraica in Serbia era risolata.”.

Andreuccetti ci ricorda anche il calvario subito da uno dei maggiori poeti ungheresi, Miklos Radnòti, il quale narra la sua prigionia nella raccolta di poesie “Taccuino di Bor”. Bor era il nome della cittadina jugoslava in cui si trovava il campo di concentramento in cui era rinchiuso insieme con altri. Rifiutati dalle strutture ospedaliere di Gyor, che accamparono la scusa di non disporre dei necessari posti letto, le SS decisero di uccidere tutti i prigionieri sparando loro un colpo di pistola alla nuca, dopo che si erano scavati la fossa che avrebbe accolto i loro corpi: “Nell’anno 1946 le spoglie del poeta furono riesumate e sepolte nel cimitero ebraico della città di Gyor.”.

Questo è, dunque, il quadro in cui si mosse la vita di prigioniero di Aldo Luciani, “giovane di appena vent’anni, chiamato alla guerra nell’anno cruciale 1942”, il cui diario, secondo l’autore, costituisce “un documento unico.”. Anche Luciani era rinchiuso nel campo di Bor: “La prigionia di Aldo Luciani sotto i tedeschi nel campo di Bor, località situata nel sud est della Serbia, è una vera e propria tortura. La vita è resa impossibile dalla fame, dalle malattie e dalla crudezza dei mezzi di carcerazione messi in atto dagli uomini delle SS.”. Liberato, insieme agli altri, dall’Armata Rossa, invece di essere inviato a casa, è tradotto “in un campo di lavoro situato ad Izmail, grosso centro in prossimità della foce del Danubio.”. Potrà tornare a casa solo nell’ottobre del 1945.

È arrivato il momento di dare la parola al diario di Aldo Luciani, che ci narrerà delle due prigionie, prima sotto i tedeschi e poi sotto i russi, consentendo, come ci anticipa Andreuccetti, di “mettere a confronto i metodi di privazione della libertà propri dei tedeschi e quelli dei russi, nonché la diversa psicologia dei carcerieri.”.

Il diario, narrato in prima persona, ha un titolo semplice: “Memorie di un prigioniero nei Balcani”: “sono nato il 9 di aprile del 1922 esattamente in via della Ruga a Castello, piccolo centro collinare del paese di Valdottavo.”. Ha “diciannove anni e dieci mesi di età.” quando viene chiamato alle armi. Dopo sei mesi di addestramento a Pistoia, nella fanteria, viene destinato a Bari. Giunto in vista del mare “Era il mese di agosto e sulla spiaggia c’erano persone che prendevano il sole.”.

Sono i paradossi e le incongruenze della vita. C’è chi va a mettere a rischio la vita in una guerra spietata, e c’è chi cerca di esorcizzarla.

Imbarcato a Bari giunge a Cattaro un piccolo centro del Montenegro. Ma la destinazione, sempre in Montenegro, è la città di Niksic, “abbastanza popolosa”. Il suo compito è quello di dare la caccia ai partigiani di Tito: “Quei partigiani erano molto agguerriti e quando catturavano un soldato dei nostri, non lo prendevano prigioniero ma lo fucilavano sul momento. Con i soldati tedeschi erano ancora più crudeli perché prima di ucciderli infierivano su di loro con sevizie e torture. Avevo avuto notizie che alcuni soldati catturati erano stati impalati e lasciati morire fra sofferenze atroci.”; “Anche l’esercito italiano commetteva però vendette e rappresaglie perché in caso di cattura e di uccisione di un nostro soldato venivano rastrellati alcuni civili e fucilati per ritorsione; in maggioranza erano anziani e donne perché gli uomini giovani erano tutti a combattere o nell’esercito regolare o con gli uomini di Tito.”. Ci dà una notizia che non troviamo facilmente altrove: “I militari tedeschi erano più agguerriti degli italiani perché periodicamente venivano fatte loro iniezioni di sostanze stupefacenti che servivano a stimolarli per renderli più spietati.”.

I primi tempi sono fortunati per il nostro soldato. Siccome sa suonare la tromba, viene esentato da altri servizi e annesso ad una banda musicale destinata ad allietare la truppa nonché la città di Niksic, oltre che a eseguire tutti i comandi musicali che dettavano il calendario giornaliero della caserma: la sveglia, l’adunata, il rancio, la libera uscita, il contrappello e il silenzio: “il mio incarico di suonare con la tromba nei vari momenti della vita in caserma mi permise però di esentarmi da tanti servizi come guardie e esercitazioni.”. E soprattutto “La cosa che più mi fece piacere fu però quella di non essere più incluso fra i componenti dei plotoni incaricati di giustiziare i partigiani catturati o i componenti di famiglie che avevano dato ospitalità ai ribelli titini.”; “Se in un nucleo familiare veniva scoperto un partigiano, per rappresaglia dovevano pagare tutti i componenti di quella famiglia.”. Anche i bambini. E la casa “veniva subito incendiata senza preoccuparsi se all’interno ci fossero ancora persone, magari anziane ed incapaci di muoversi.”.

Arriva l’8 settembre 1943 e tutto cambia. I tedeschi si presentano alle caserme dei soldati italiani tanto in Italia che altrove e procedono ad arrestare tutti coloro che non intendono arruolarsi nel nuovo esercito della RSI costituita da Mussolini: “Quattro carri armati avevano accerchiato la caserma e puntavano la loro bocca da fuoco contro di noi.”. Consegnate le armi, sono fatti salire su dei camion e condotti in un vasto campo di smistamento, dove si trovavano già “prigionieri di guerra, prigionieri politici, ebrei e zingari.”; “Ci stavamo purtroppo rendendo conto che la data dell’8 di settembre anziché la pace come speravamo, avrebbe riservato spiacevoli sorprese.”.

Il gruppo di soldati a cui appartiene Luciani sceglie una delle tre soluzioni proposte, quella “di andare a lavorare per i tedeschi pur essendo loro prigionieri.”. I nostri soldati non intendono continuare la guerra a fianco dei tedeschi, né vogliono “essere trasferiti in Germania come prigionieri di guerra.”.

Sono destinati in un campo nei pressi della città di Bor: “Speravamo di trovare delle brande o delle cuccette di tavole, ma nella baracca dove entrai con una quarantina di miei compagni non c’era niente di tutto questo, ma solo un po’ di paglia sparsa per terra.”. Comincia per loro un lavoro estenuante dall’alba al tramonto, consistente nello scavare una fossa “da ricovero in caso di attacco dei partigiani o dei soldati russi.”, ed anche in un lavoro in una miniera di rame. L’alimentazione è scarsa: della brodaglia e una pagnotta da dividere tra quaranta prigionieri. Un giorno i tedeschi li radunano e “Ci strapparono le fedi nuziali e gli orologi, ci presero i portafogli e guardarono se le tasche dei nostri pantaloni e dei nostri giubbetti avessero contenuto del denaro, ma anche documenti, fogli scritti e oggetti ricordo.” Gli oggetti di metallo furono sistemati in un contenitore “ed appiccarono il fuoco alla catasta di documenti e di carte che ci avevano sottratto.”; “Non avevamo più niente, ci erano stati tolti anche i ricordi personali ai quali eravamo legati, non eravamo più degli uomini con un documento di riconoscimento, ma individui insignificanti identificabili soltanto con un numero.”. Per le necessità corporali era stato costruito un grande fossato “lungo una decina di metri con una larghezza ed una profondità di circa due. Sopra la fossa erano sistemate alcune tavole che poggiavano sopra i suoi lati, in maniera da poterla attraversare. Per orinare e defecare bisognava salire sopra quelle assi che si muovevano e dovevamo stare molto attenti perché un movimento brusco ci avrebbe fatto cadere nella fossa.”. Chi vi cadeva non poteva essere aiutato, poiché i tedeschi lo impedivano ed era destinato a morire “asfissiato dalle esalazioni e dagli odori che emanavano quei residui umani.”; “Ogni tanto i soldati scendevano con una scala nella fossa e portavano via i cadaveri, ma non eravamo a conoscenza dei luoghi di sepoltura.”.

I tedeschi non mostrano mai tratti di misericordia, sono spietati, insensibili: “La paura di tutti noi in quell’inverno freddo era quella di ammalarci perché chi non era in grado di prestare il servizio che gli veniva richiesto, veniva lasciato morire nel suo giaciglio ed a volte veniva portato via come morto anche se respirava ancora.”; “Quando non c’era il gelo era la pioggia a creare problemi perché allagava il campo e l’acqua penetrava dalle tavole sconnesse e piene di buchi delle baracche. La paglia si impregnava di umidità e durante la notte non riuscivamo a dormire perché avvertivamo il fastidio degli abiti bagnati.”.

Il diario ci sta mettendo sotto gli occhi un esempio di barbarie umana, che va oltre la stessa guerra: uomini spietati contro altri uomini quando potrebbero non esserlo, e soltanto per pura cattiveria e disprezzo: “I guardiani tedeschi del campo erano di una crudeltà disumana. All’alba ci facevano rimanere in piedi davanti alle baracche in attesa dell’appello anche per un’ora e punivano con frustate chi cedeva alla stanchezza e si accasciava perché aveva male alle gambe od aveva la febbre.”. Erano tenuti prigionieri peggio che se fossero stati animali: “Gli indumenti che indossavamo non li cambiavamo mai ed erano divenuti laceri e sporchi ed emanavano un odore che ci dava fastidio al naso e quasi ci provocava il vomito.”. Quando i prigionieri si ammalavano: “Se la febbre era alta smettevano di alimentarli ed aspettavano soltanto che esalassero l’ultimo respiro.”; “Non so come riuscivo a trovare la forza d’animo per non fare come quelli sventurati che andavano ad aggrapparsi al filo spinato per morire folgorati e farla finita.”.

Siamo arrivati all’estate del 1944 e si cominciano ad avvertire rumori di cannoneggiamento. I tedeschi si erano fatti più crudeli a seguito di una manifesta irrequietezza causata dall’avanzata degli Alleati. I prigionieri cominciano a sperare nel loro arrivo: “Cominciammo a sperare che anche per gli aguzzini tedeschi stesse per arrivare la resa dei conti.”; “Nella notte i rumori degli spari di cannone continuavano e sembrava che ci fosse in corso una furiosa battaglia, ma in una zona ancora parecchio lontana da noi.”. È l’Armata Rossa che avanza e ha preso di mira l’ospedale situato su di una collina, dove non ci sono più malati ricoverati, nonostante sia stata lasciata la bandiera bianca, ma vi si trova insediato il comando tedesco con truppe a difesa, costituite per la maggior parte da “giovani soldati che forse non avevano nemmeno compiuto i diciotto anni di età.”.

Un giorno i prigionieri italiani, una cinquantina, vengono radunati e fatti uscire dal campo diretti verso l’ospedale. Luciani pensa che i tedeschi abbiano deciso di fucilarli. Tutti sono in apprensione. Entrati nell’ospedale sono lasciati in una grande stanza in attesa. Dalla collina possono vedere i movimenti delle truppe tedesche che si stanno disponendo per contrastare l’avanzata russa. I russi sono visti da lassù tentare più volte di attraversare nella pianura il ponte su di un fiume, ma i tedeschi riescono sempre a respingerli, causando molti morti nelle file del nemico: “I prigionieri italiani erano spettatori interessati e guardavano con ansia l’evolversi di quella situazione che poteva avere conseguenze anche sulla loro sorte.”.

Intanto, la fame continua a farsi sentire, e la razione di cibo che viene somministrata è risibile, insufficiente per tutti. Luciani, diventato tanto mai magro che non ha più buchi a disposizione nella cintola, deve sorreggersi i pantaloni con “due bretelle molto rudimentali” fatte di corda: “I morsi della fame erano atroci e pensammo che saremmo morti prima del termine della battaglia per sfinimento.”.

Non riescono a spiegarsi perché i tedeschi li abbiano condotti lì. Non certo per farli assistere alla battaglia che di giorno in giorno si incrudisce: “La battaglia si stava dimostrando molto sanguinosa ed i soldati morivano riempiendo con i loro cadaveri le acque del fiume.”; “Continuavamo a temere che la rappresaglia dei tedeschi nei confronti dei prigionieri italiani arrivasse prima che la battaglia dell’ospedale vedesse vincitrici le truppe russe.”. I russi finalmente hanno la meglio e in giro non si vedono più i soldati tedeschi. I prigionieri italiani tirano un sospiro di sollievo: “La reazione violenta da parte dei tedeschi contro di noi non c’era stata. Temevamo un’esecuzione di massa, ma molto probabilmente la repentina avanzata delle truppe russe aveva impedito ai tedeschi di dedicarsi ai prigionieri italiani.”.

La porta della grande sala dove si trovano gli italiani viene sfondata e si presentano i russi coi fucili spianati: “Quei soldati avevano un abbigliamento diverso rispetto ai tedeschi; grandi giacche di stoffa pesante, pantaloni che sparivano in stivali di pelle ricoperti di pelo e grandi colbacchi con una stella rossa sulla testa. Molti di loro avevano i baffi.”. Dopo averli rifocillati, i russi fanno sapere che saranno loro prigionieri: “Purtroppo i russi ci avevano liberato dai tedeschi, ma al prezzo di una nuova detenzione. Il nostro animo si rattristò perché pensammo alla nostra casa ed alla nostra famiglia che rimanevano ancora lontane.”.

Continua, dunque, la prigionia di Luciani, ma questa volta nel campo opposto: quello di coloro che stavano liberando, insieme con altri, l’Europa dal nazifascismo. Questa nuova esperienza inizia, perciò, con una contraddizione tra la libertà che sta avanzando e la nuova prigionia imposta dai liberatori a chi, come gli italiani, era fuoriuscito dalla guerra.

Tuttavia, già si nota la differenza; il trattamento è più umano; anche nel corso del trasferimento a piedi verso il luogo di detenzione, la marcia non è così assillante; i russi tengono conto delle condizioni precarie dei prigionieri: “non venivamo frustati né pungolati con il calcio del fucile.”.

Siamo alla metà di ottobre del 1944. Dopo un viaggio durato più giorni, gli italiani arrivano al campo di concentramento di Izmail, sul mar Nero, “alla foce del Danubio”, “una città che sembrava popolosa.”; “Il campo era grande ed oltre agli italiani ospitava anche prigionieri rumeni, ungheresi e tedeschi.”. ll giorno dopo, nel corso dell’adunata: “Con mia grande gioia e soddisfazione i soldati russi mi strapparono dalla giacca della divisa il numero che vi avevano cucito i tedeschi. Dopo più di un anno che portavo con me quelle cifre che mi identificavano e che mi venivano ripetute durante gli appelli, mi sentii sollevato come se gli uomini dell’armata rossa mi avessero tolto un gran peso dallo stomaco.”.

Pur trattandosi ancora di prigionia, le condizioni di vita dei soldati italiani stanno migliorando. Anche le razioni di cibo sono più consistenti includendo “Dopo il pane i due ramaioli di brodo, ma di carne e non di verdura”; “Quel brodo era abbastanza buono, ma sempre troppo poco per toglierci la fame.”; “Una fame tormentosa, crudele, una fame che depauperava i nostri muscoli, che regalava una sensazione di vuoto nelle viscere difficile da descrivere a chi non ha provato la terribile esperienza che ci era toccata in sorte.”.

La fame è la compagna di ogni prigioniero nel corso di qualunque guerra, come se la morte desse costantemente delle avvisaglie sulla sua vigile e mai interrotta presenza: “La fame continuava purtroppo a rappresentare per noi una tortura.”; “Il mio fisico si andava deteriorando di giorno in giorno; se osservavo le mie braccia e le mie gambe mi pareva che fossero formate soltanto da pelle flaccida e da ossa sporgenti e mi chiedevo come fosse possibile trovare la forza per lavorare ridotto in quelle condizioni.”.

Portati con una marcia di circa mezz’ora in una vasta campagna, comincia il loro lavoro: “le sentinelle ci fecero iniziare la raccolta delle verdure e delle patate e ci furono assegnati compiti diversi.”; “La giornata di lavoro nel campo durava dall’alba al tramonto con l’intervallo del pasto pomeridiano.”.

Luciani fa il confronto con la precedente prigionia: “Il lavoro non era massacrante come a Bor ed i soldati russi non ci assediavano e non ci stressavano chiedendoci sempre di più. Se qualcuno era vinto dalla fatica, poteva anche fermarsi un attimo e riceveva solo un richiamo verbale da parte delle sentinelle.”.

Il lettore, in ogni caso, si domanda perché i russi abbiano voluto tenere prigionieri gli italiani, invece che disporne il ritorno a casa. Non avevano visto che erano soldati badogliani e non di Mussolini e che erano stati tenuti prigionieri dai tedeschi? Perché sfruttare il loro lavoro?: “Per noi la guerra era finita da tempo, ma eravamo ancora prigionieri.”. Differenza tra libertà e prigionia, ecco i risultati: “le nostre giornate tutte uguali fatte di lavoro e di sudore, di poco cibo e di sonno mancato, ci avevano alienato la mente e non riuscivamo più a capire se eravamo uomini o animali.”.

La speranza comunque di poter tornare presto in libertà non li abbandonerà mai: “La nostalgia di casa era forte.”; alcuni prigionieri avevano tentato di fuggire, “ma furono scoperti e puniti severamente. Dovettero scontare tre giorni di carcere. Furono rinchiusi in una baracca cosiddetta ‘di punizione’, senza mangiare né bere per tre giorni e per tre notti e ne uscirono stremati.”; “Se avessero tentato nuovamente la fuga, non avrebbero avuto appelli, ma sarebbero stati inviati davanti al plotone di esecuzione.”.

D’inverno non vanno nei campi ma “al porto di Izmail per scaricare le navi che arrivavano ininterrottamente.”; “Quelle navi contenevano per lo più casse di armi di ogni genere: pistole, fucili, pezzi di mortaio e bombe a mano. Le armi venivano poi caricate sopra i camion che le avrebbero trasportate a nord dove la guerra stava ancora continuando.”. Scaricavano anche cibo per i combattenti.

Finalmente a settembre del 1945 arriva la notizia tanto attesa: “Da oggi i soldati italiani sono liberi e saranno al più presto rimpatriati.”; “Dopo quelle parole scoppiai a piangere, così come fecero i miei compagni Lido, Marino e Gianni, i tre ragazzi toscani come me, che dalla partenza per la missione in Montenegro e per tutto il periodo di prigionia sotto i russi, mi erano rimasti accanto.”; “C’è un treno che sta aspettando i prigionieri italiani; partirà domani mattina dalla stazione di Suvorove che dovrete raggiungere prima di sera.”.

Il viaggio di ritorno non è breve: “Eravamo ammassati l’uno contro l’altro come tante sardine ed avevamo soltanto un po’ di paglia per terra per riposarci; il vagone era buio e l’aria arrivava solo da una piccola fessura.”; “quando ci trovammo alla stazione del Brennero fummo colti da una grande commozione.”. A Bolzano, Luciani e i suoi tre amici toscani vengono trattenuti in ospedale poiché considerati “troppo deboli”; “Il mio peso era di 38 chili, mentre al momento della visita per il militare, arrivava a 75.”.

Finalmente “Rimaneva soltanto da percorrere il tratto da Lucca a Valdottavo.”. Ci arriverà chiedendo il passaggio ad un barrocciaio: “Mentre il barroccio stava percorrendo la strada di fondovalle guardavo il fiume Serchio, quel corso d’acqua dove da ragazzo andavo a pescare ed i campi coltivati e gli orti lungo le sue rive.”.

Madre e figlio si abbracciano, ma in quel momento apprende anche che il fratello Gino è morto da pochi mesi per un incidente “durante una battuta di pesca sul fiume”, quel fiume Serchio tanto amato.

Gli amici desiderano fargli festa: “sarebbero tornati con lo strumento per suonare alcune marce.”. Ma la mamma si oppone a causa del recente lutto: “I miei amici si recarono allora dal pievano e fecero suonare le campane.”.

La signora di Grenoble

L’apertura del romanzo conferma la qualità di sensibile e lucido narratore di Andreuccetti, che già abbiamo apprezzato nei suoi romanzi di guerra, che toccano la Prima (“Vittoria amara”) e la Seconda (“L’ombra sulla gora”) guerra mondiale.
Qui siamo negli “anni di fine ottocento”.

“Gli zoccoli dell’asino che percuotevano il terreno aspro e compatto del sentiero erano l’unico rumore, assieme allo stormire delle fronde, che si perdeva fra le forre ed i pendii di un paesaggio che sembrava fuori dal tempo.”.
Lo conduce a Frantoio, “piccola località del paese di Tempagnano.” (siamo nella zona natale dell’autore, Valdottavo), “un giovane aitante di carnagione scura con capelli bruni e folti e con un paio di baffetti ben curati che facevano bella mostra sotto un naso affusolato. Gli occhi erano luminosi, grandi ed espressivi e la corporatura robusta, ma armoniosa.”. Si chiama Francesco, ha venticinque anni, e da poco ha sposato Maria, “una ragazza figlia di poveri contadini” (in realtà, adottata, e non si conoscono i veri genitori). Fa il calzolaio e si sta recando dal suo paese Loppeglia a Frantoio ad abitare coi suoceri, poiché questo è stato il desiderio di Maria. Lungo il cammino è pensieroso, non sapendo se, lavorando in un nuovo paese, riuscirà ad avere una clientela sufficiente a mantenere la nuova famiglia. Ma anche: “Come sarebbe stata la convivenza con gli anziani genitori della ragazza?”.

Questi si chiamano Silverio e Agata, i quali, senza figli, quando ancora erano giovani avevano deciso di adottare un bambino che, divenuto grande, li avrebbe aiutati nel faticoso lavoro dei campi. Dopo varie peripezie riescono però ad avere in adozione una bambina, che ha il nome di Maria Trovatini: “era stata abbandonata alla Ruota degli Esposti di Firenze quando aveva soltanto pochi giorni di vita e le era stata assegnata come presunta data di nascita il 9 di giugno del 1872.”. Restano comunque soddisfatti e l’accudiscono con dedizione e amore: “Maria era dotata di un fascino particolare, dovuto alla sua grazia, ma soprattutto alle maniere educate che la caratterizzavano. Aveva capelli biondi sciolti che cadevano sulle spalle ed arrivavano ad accarezzare il seno, occhi chiari e luminosi che richiamavano la lucentezza del sole, labbra morbide e naso affusolato ed un corpo slanciato con un portamento elegante. A fare da corollario a tutto questo, un sorriso radioso in grado di ammaliare chiunque si fosse soffermato a parlare con lei.”.

La semplicità e rotondità della scrittura, di sicura impronta classica, ed anche i temi che si stanno toccando, ricordano molto da vicino il grande Charles Dickens.

Qui si sta alimentando il fuoco del caminetto in una veglia d’inverno: “Dopo ripetute emissioni d’aria, mediante contrazioni e dilatazioni del torace, che a volte provocavano capogiri, la fiamma tornava nuovamente vigorosa e si gettava in alto ondeggiando, quasi impegnata in una danza; ricadeva poi di colpo e ripartiva di nuovo aggredendo il pezzo di legno che sotto di essa scoppiettava ed emetteva strani lamenti. A volte colonie di formiche uscivano dalla loro tana nel tronco destate dal calore, cercavano una improbabile via di salvezza e finivano invece per cadere sui carboni ardenti.”. Ma non sempre ci si radunava in casa del vicino: “A volte, quando i nuclei famigliari erano particolarmente numerosi, il luogo di ritrovo era la stalla, ambiente a volte più tiepido delle cucine affumicate. C’erano i mucchi di fieno e di paglia che alleviavano il freddo pungente, ma soprattutto c’era l’alito caldo degli animali che infondeva un po’ di tepore.”. Descrizioni così visive ne troveremo tante nel corso della lettura e tutte fanno corona intorno ad una vita che, pur piena di stenti, aveva trovato un modo felice e solidale di superare le difficoltà quotidiane. Tutto si scioglieva e anche si dimenticava, quando la sera ci si trovava intorno al fuoco e si chiacchierava un po’ di tutto, ci si confidava e qualcuno si metteva a raccontare vecchie storie, anche di guerra, o leggende. Non mancavano mai i ragazzi che vi assistevano ammaliati e costruivano a poco a poco la propria identità.

Non era facile guadagnarsi da vivere: “Nelle selve i boscaioli toglievano la corteccia e squadravano i tronchi di castagno abbattuti durante l’inverno.

Lungo la mulattiera altri uomini incitavano i muli impegnati nell’ardua impresa di trascinarli a valle e indirizzavano agli animali parole pesanti ed ingiurie accompagnate da nerbate sulle natiche arrossate dalla frusta e piagate dalle punture di numerosi insetti.”.

È questo l’ambiente in cui si trovano a vivere, una volta sposati, Francesco e Maria.

Francesco si preoccupa del suo lavoro di calzolaio e teme, che venendo da fuori, i paesani di Frantoio lo evitino. Del resto hanno già un calzolaio: “Mentre Maria faticava sotto il sole, Francesco, più fortunato, se ne rimaneva invece nel proprio laboratorio di calzolaio in attesa di clienti, ma in quei giorni torridi di luglio poche persone si facevano vedere perché in parecchi e soprattutto i giovani, approfittavano della bella stagione per camminare scalzi.”; “Francesco, nei frequenti momenti di ozio andava meditando che se le cose fossero continuate così, con pochi clienti e poche commissioni di scarpe nuove, non ci sarebbe stata alternativa ed avrebbe dovuto lasciare l’attività di calzolaio per dedicarsi a quella di contadino.”; “in quel momento la gente del Frantoio si teneva lontana dal suo negozio e lo faceva sentire quasi un estraneo.”; “Nonostante fossero trascorsi oltre quattro mesi dall’inizio dell’attività, i clienti erano ancora scarsi.”. Un buon guadagno lo avrebbe ricavato dal fare un paio di scarpe nuove, anziché dei rattoppi, “ma gli abitanti della zona erano soliti dare quell’incarico al vecchio calzolaio che da anni lavorava alla Polla, frazione distante poche decine di metri dal Frantoio.”. Il nome del vecchio calzolaio è Beppe e ha “quasi ottant’anni.”.

Tra le credenze di quei luoghi ce n’è una particolarmente avvertita e che genera paura: quella dell’esistenza sul Colle di San Graziano di una consorteria di streghi, spiriti malefici che soprattutto di notte girano nei boschi cacciando chi li percorra. Andreuccetti è un abile e coinvolgente raccontatore di leggende e il lettore si troverà di fronte alla triste storia di Gecche che osò sfidarli. Fu trovato morente con il cranio fracassato ed una spalla spezzata. Durante la sua ricerca di notte, in quanto la moglie ne aveva denunciato la scomparsa, Francesco, Maria, ed un amico ubriacone, Arnaldo, avevano incontrato una volpe. Così è ben descritto quel momento: “Francesco indirizzò la lanterna verso quel suono, pensando potesse trattarsi di Gecche. Il giovane si rese ben presto conto di quale fosse stata la causa di quel rumore; uno splendido esemplare di volpe femmina stava trasportando nella tana un suo piccolo dopo averlo saldamente afferrato con i denti.”.

Nei suoi libri, e dunque anche in questo, l’autore è sempre attento a consegnarci squarci delle tradizioni del passato: “Le donne, dopo aver fatto il bucato, con un catino recuperavano il ranno, l’acqua sporca di cenere che fuoriusciva dalla base della conca e dopo avervi immerso uno straccio lo passavano sul pavimento. Dopo quel trattamento le mattonelle riacquistavano una lucentezza temporanea, ma l’odore acro del ranno invadeva la casa e vi rimaneva per ore.”. Per le donne, soprattutto anziane, “La rocca e il fuso erano i compagni fedeli di ogni giornata e nei ritagli di tempo venivano adoperati; in estate durante i momenti di riposo e le chiacchiere sull’aia e nelle ore d’inverno nelle veglie davanti al fuoco.”.

L’autore ha un grande amore e un solido attaccamento al passato, e quando ce ne disegna i temi se ne avverte il sentimento.

Maria, che era rimasta incinta, è vicina a partorire. In quel frangente, non potendo chiedere consiglio all’inesperta mamma adottiva Agata, che non aveva avuto figli, lo chiede a Teresa, la moglie di Arnaldo, e alla vedova di Gecche, ma avrebbe voluto chiederlo anche alla madre vera, e si domandava chi potesse mai essere e perché l’avesse abbandonata: “il pensiero della madre naturale sconosciuta, riaffiorava prepotentemente.”.

Ecco ricordata un’altra tradizione legata alla superstizione, il giorno in cui Maria ha le doglie e sta per partorire: “Agata si preoccupò di chiedere alle ragazze vicine di casa se avessero le ‘loro cose’ perché in quel caso era categorico che dovessero allontanarsi dal capezzale della partoriente.”; la donna “durante il ciclo era considerata un essere di categoria inferiore da tenere a distanza ed anche gli streghi avrebbero potuto approfittare di quei giorni per impadronirsi della sua anima.”. Più avanti, quando ci si accorge che il figlio di Maria stenta a crescere, lo si porta da una fattucchiera che leva il malocchio, Natalina: “Il rito consisteva infatti nel versare delle gocce di olio in un catino contenente acqua e dopo aver recitato alcune preghiere, guardare il comportamento di quelle gocce. Se si riunivano e rimanevano compatte il malocchio era debellato, ma se si spandevano nel catino frazionandosi, voleva dire che qualcosa nel rito non aveva funzionato. Si poteva tornare però sempre a ripeterlo in un momento successivo.”.

La sapevate questa precauzione adottata dai contadini quando percorrono un sentiero ripido in discesa?: “Durante le giornate asciutte e ventose invece, per non scivolare si adottava un semplice accorgimento. Sia gli uomini che le donne orinavano e passavano poi la suola delle calzature su quel liquido, in maniera da renderle meno scivolose e scongiurare così le cadute.”.

Le condizioni economiche di Francesco e Maria si erano complicate con la nascita del figlio Giovanni, sicché Francesco medita di andare in Belgio a lavorare in miniera, ma è Maria a decidere di andare in Francia a fare la balia, cioè ad allattare i figli delle famiglie ricche, attività ben remunerata che, però, poteva impegnarla anche per oltre un anno: “A detta di Berto tante donne tornavano presso la propria famiglia dopo tre anni di lontananza e dopo essere diventate ricche.”. A quel tempo si usava, ed erano molte le donne italiane che sceglievano quella strada. Berto “era un distinto signore” che andava in giro a convincere le persone che avessero bisogno di un buon lavoro ad emigrare.

Non fu facile convincere Francesco: “Per una donna che chiedeva di recarsi all’estero per fare la balia, era necessaria l’approvazione del marito, che doveva recarsi in comune e firmare una dichiarazione di assenso all’espatrio.”.

Andreuccetti ci fornisce anche queste minute informazioni sul passato, contribuendo a costruire nella mente e nella visione del lettore l’epoca in cui questa storia accade.

Il baliato comportava una disciplina dura e totalmente dedicata al bambino e quasi teneva in un isolamento forzato la donna andata a balia, impedendogli di allontanarsi o di avere rapporti con il marito o estranei onde evitare malattie. Avevano cattiva fama presso il popolo, poiché ritenute preda facile di padroni libertini: “Il patema che assillava le donne impegnate nel servizio di balia era comunque il rimorso nei confronti del figlio lasciato a casa”, il quale al suo ritorno non l’avrebbe più riconosciuta come madre, affezionato invece a chi lo aveva allattato per così tanto tempo. La sua mamma adottiva, Agata, arriva a dirle: “Sono convinta che la tua sia una decisione dettata dall’impulso di andare a conoscere il mondo senza pensare ad altro.”. Anche queste considerazioni inducevano Maria a domandarsi chi fosse stata la sua madre naturale, che aveva avuto la forza e il coraggio di abbandonarla alla ruota di un convento di monache.

Ma Francesco e i genitori adottivi cedono e, trovata una giovane balia per Giovanni, Olga, lasciano che Maria, fortemente decisa, si rechi in Francia. Tra le varie famiglie che le vengono sottoposte, sceglie quella del “Conte Frederic Rolland Boulevard de la Bastille n° 10 Grenoble, Francia.”; “Altra prerogativa che doveva avere la candidata all’allattamento, era quella di aver partorito per la prima volta.”.

Quella che segue è una descrizione altamente visiva: “Il treno correva nella notte accompagnato dall’asfissiante graffiare delle ruote sui binari e dal continuo ondeggiare delle carrozze. Il lungo convoglio attraversava viadotti e gallerie, penetrava con il pulsare degli stantuffi e con lo sferragliare degli ingranaggi nelle viscere delle montagne e ne usciva con un sibilo prolungato.”. Maria è sul quel treno e sta attraversando le Alpi.

Sul treno sale la polizia francese per controllare i passaporti. A quel tempo veniva anche richiesta la consistenza del denaro che ci si portava dietro per valutare se il migrante fosse in grado mantenersi e non finire nell’accattonaggio o nella criminalità: “Quegli uomini vollero infine conoscere la consistenza del denaro che la ragazza portava con sé.”. Vollero anche controllare “la carta di espatrio dov’era specificata l’esatta destinazione e il lavoro al quale era destinata.”. Oggi, rispetto all’impeto della migrazione che coinvolge l’Italia e l’Europa, si fa spesso riferimento alla migrazione degli italiani. Ebbene, essi potevano emigrare solo se avessero del denaro a disposizione per affrontare i primi giorni dall’arrivo e un posto di lavoro già determinato al momento della partenza. Oggi, dunque, si sta facendo un po’ di confusione e il paragone con il nostro passato è improponibile.

La narrazione si alterna sempre tra la nuova vita di Maria e la famiglia del marito e dei genitori, così che l’autore ci offre la storia come su due specchi vicini l’uno all’altro e il lettore è messo nella condizione di poter confrontare le situazioni, il loro evolversi e individuarne le differenze.

Maria giunge alla stazione di Grenoble: “La gente era in continuo movimento, chi stava recandosi ai treni e chi era appena sceso da un convoglio, mentre una piccola folla stava facendo ressa davanti alla biglietteria. Alcuni ragazzi che trainavano carretti offrivano la loro mercanzia, bottiglie d’acqua, biscotti e sciroppi di frutta, mentre altri vendevano giornali e gridavano le notizie dell’ultima ora.”.

Andreuccetti si conferma ottimo narratore, ci cui si avverte il respiro ovunque: ancora alla Stazione di Grenoble, dove in una grande piazza stanno le carrozze che attendono i passeggeri: “Le carrozze che arrivavano e che partivano senza sosta con il mulinare delle ruote e con il calpestio degli zoccoli dei cavalli sul terreno arido e terroso, sollevavano nell’aria un nugolo di polvere che penetrava le narici e si fermava sugli abiti e sui volti di quella folla variegata.”. In tutte le descrizioni troviamo sempre dei particolari che ci indicano le qualità di attento osservatore di Andreuccetti.

Eccoci alla villa del conte Rolland, che “era circondata da un grande parco nel quale si ergevano piante di specie diversa ed aiole con fiori di ogni tipo intersecate da vie e viottoli con panchine in legno per la sosta durante le passeggiate.”; il cancello in ferro che dava accesso alla villa era “finemente lavorato con figure di animali e di fiori”; distribuita su tre piani e risalente al “periodo antecedente la rivoluzione”, “Era composta di quasi cento stanze”; “Le numerose sale poste al piano terra, erano adibite al ricevimento degli ospiti.”. Potete immaginare la meraviglia provata da Maria, accolta dal maggiordomo in livrea, Pierre, nel trovarsi davanti a un tale spettacolo di eleganza e di ricchezza.

Scrittura e ambiente ci riportano alle suggestive atmosfere create dalla grande letteratura dell’Ottocento e il richiamo a Stendhal non è fuori luogo.

Compare il conte Frederic Rolland, “una imponente figura di uomo comparve davanti a lei.”: “Al primo impatto le sembrò un uomo affascinate, sicuramente uno degli uomini più belli che avesse mai incontrato. La carnagione bianca del viso, illuminato dalla luce del sole, lo faceva assomigliare ad una statua scolpita nel marmo, gli occhi chiari, gli zigomi alti ed il naso diritto erano incorniciati in un ovale perfetto del viso. Aveva capelli folti e neri e non portava baffi né barba.”. Anche Charlotte Brontë e il suo “Jane Eyre” (1847) vengono in mente.

“La donna era rimasta senza parole davanti alla prorompente bellezza e alla signorilità del conte Rolland; si era anche stupita che quell’uomo parlasse l’italiano”. Lo parla bene, gliel’ho confessa lui stesso, perché è figlio di madre italiana, la contessa d’Alba.

Il lettore pensa subito a Francesco e ai pericoli che sta correndo con una moglie che si trova introdotta in un ambiente capace di avvolgere, lusingare e irretire. L’autore pone già il tema: saprà Maria resistere e rimanere fedele?

Il conte così l’accoglie: “Avevo richiesto una donna robusta e in salute, ma non mi aspettavo di veder arrivare una ragazza graziosa e dallo sguardo ammaliante.”.

Al contrario, in casa di Agata, Silverio e Francesco, si stava vivendo un momento di miseria. Silverio non poteva più aiutare nel lavoro dei campi e così Francesco decide di abbandonare il suo per dare una mano. Pensarono anche di chiedere aiuto a Peppe, il marito zoppo e ubriacone di Olga, la quale continuava ad allattare Giovanni, e in quei momenti Agata si recava a controllare che al figlio di Olga, rimasto solo, non accadesse qualche disgrazia: “Durante le veglie accanto al fuoco si raccontava che in alcuni casi sfortunati, la biscia, dopo essersi avvicinata alla bocca del bimbo per suggere i rigurgiti di latte, aveva infilato la testa fra le sue labbra facendolo morire soffocato.”.

Maria deve allattare una bambina, Adeline, nata da “circa quindici giorni”. Conosce la madre, Charlotte, che parla un italiano stentato: “la donna, che denotava una giovane età aveva i lineamenti del volto delicati, due occhi chiari e luminosi ed una carnagione candida, quasi color latte accentuata dalla luce di una lanterna che la faceva risplendere sotto la sorgente soffusa dei suoi raggi.”. Adeline dorme “in una lussuosa camera da letto ricca di mobili antichi con suppellettili di ceramica, con arazzi sulle pareti e con un letto sovrastato da tendaggi di seta.”.

Il contrasto fra le due situazioni in cui si vengono a trovare il figlio di Maria, Giovanni, nella sua casupola del Frantoio, “dove c’era appena spazio per la culla di vimini”, e Adeline, è stridente e contribuisce a dare l’idea di quanto la sposa di Francesco avvertisse le lusinghe della sua nuova situazione. La governante Sandrine mostra a Maria due grandi stanze e le dice che “erano lo spazio a lei riservato per la notte.”. E questo è il suo corredo, “composto di numerose unità; dagli indumenti intimi, mutandoni di pizzo e sottovesti di flanella, ai vestiti da casa, gonne, grembiuli, pettorali ricamati e camicette di seta e di trine. Ed ancora cuffie e manicotti di un bianco candido.”; questo il suo letto: “il materasso era morbido e le lenzuola di seta vellutata.”.

Il lettore sente salire dalle pagine il forte profumo della seduzione e si aspetta di controllare al più presto se quanto intuisce si avvererà. Andreuccetti è abile, e ci ha mostrato un quadro in cui, in controluce, si vedono le ombre nere del demonio tentatore. Quasi l’atmosfera di un thriller.

Quando è libera dal dare la poppata ad Adeline, qualche volta esce nel grande giardino. Sono i momenti in cui pensa alla sua terra natale: “La donna si sedeva ogni tanto sopra una panchina contemplando i magnifici fiori sparsi nelle aiuole, ma vagava con la mente verso orizzonti lontani.”; “Ripensava alla sua terra aspra e difficile, ai campi di grano, ai verdi declivi, ai prati cosparsi di grandi pagliai ed alle lunghe file di piante di noci e di noccioli che correvano lungo il rio di Tempagnano.”.

Con la forza del suo ricordo riesce a trasferire la sua terra ai confini della sua dimora, come una prosecuzione ancor più incantata di quei leggiadri giardini. Il contrasto tra i due mondi, ne fa sorgere uno nuovo dove amore e appagamento della bellezza e dei sensi si congiungono. Maria è il punto di unione che riesce a fecondare questa nuova nascita. Il giardino di Grenoble si è arricchito dei colori e delle passioni di un piccolo paese della valle del Serchio.

L’autore annota: “Il conte Frederic Rolland si fermava spesso a parlare con Maria durante le sue pause di lavoro e stava entrando sempre più in confidenza con lei.”.

In quei giorni, a Grenoble le donne protestavano in piazza reclamando lavoro nelle fabbriche e l’esercizio del diritto di voto, finora riservato soltanto agli uomini. Anche questa è una novità per Maria e “suscitava in lei un particolare piacere.”.

I processi di cambiamento si stanno rivelando sempre più intensi. Grenoble è per Maria un laboratorio di crescita e di conoscenze, mentre il suo paese si configura sempre più come il bozzolo che le ha dato la vita.

Il lettore attende la mutazione. Si domanda verso quale direzione essa porterà questa donna i cui natali, non dimentichiamolo, sono sconosciuti.

Non è facile il cambiamento, le resistenze del passato si fanno sentire: “Maria era presa da una grande malinconia e da un senso di solitudine”. Il conte se ne avvede e, quando le consegna la busta mensile contenente ottanta franchi”, le dice anche che le regalerà un abito e l’indomani le consentirà di andare da sola a fare una passeggiata in città. Cresce ovviamente l’ammirazione di Maria per il conte: “Quell’uomo aveva avuto tutto dalla vita, andava pensando Maria. Oltre che generoso era titolare di un enorme patrimonio, ma soprattutto era di una bellezza statuaria che ammaliava chi aveva la fortuna di stargli accanto.”; “Maria avrebbe desiderato abbracciare il conte Frederic Rolland, tale era il fascino che quell’uomo suscitava in lei.”. Sentiamo che Francesco si allontana.

C’è una frase che colpisce Maria, quando il conte le chiede di dargli del tu: “Vorrei che nel mondo non esistessero differenze fra nobili e plebei, perché tutti siamo esseri umani confinati a vivere sotto lo stesso cielo.”.

La marcatura romantica si fa sempre più precisa.

Maria accetta e vorrebbe abbracciare il conte per quella confidenza e “L’abbraccio che Maria avrebbe desiderato poter scambiare con quell’uomo arrivò, poiché fu il conte a cingerla ai fianchi e ad avvicinarla a sé.”; “Quella stretta terminò perché la donna ebbe un attimo di smarrimento, si allontanò dal conte, preoccupata di aver osato troppo e fu colpita da un improvviso senso di colpa.”. Ma Francesco è sempre più lontano.

Troviamo una annotazione interessante allorché il conte dà consigli a Maria che il giorno dopo andrà in giro per Grenoble da sola. Tra essi ve n’è uno legato anche alla nostra attualità: “Ci sono assembramenti di donne e di uomini che protestano per motivi diversi. Non soltanto quello delle signore che accampano la parità di diritti con l’uomo, ma anche l’altro degli operai delle fabbriche della periferia della città che vedono insidiato il loro posto di lavoro da una massiccia presenza di tuoi connazionali. Tu muoviti, cammina, osserva, cattura gli angoli più belli della nostra città, ma, se puoi, non rivelare che sei italiana per non avere spiacevoli sorprese.”.

Quando arriva il mattino successivo e indossa l’abito sceltole dalla contessa Charlotte: “Si sentiva una donna diversa, si rimirava nello specchio e le sembrava che la persona che vedeva riflessa non fosse lei.”.

I passaggi del mutamento sono graduali e vengono registrati dall’autore attraverso tratteggi psicologici leggeri ma pervasivi. Il passeggio in cui si trova immersa nel centro della città la incanta: “in mezzo ai grandi e alti palazzi, circondata dalle numerose vetrine, confusa fra gente elegante ed artisti di strada, in un mondo fantastico e vivo, a Maria parve di essere improvvisamente uscita dalla realtà e di vivere un sogno.”. I richiami storici, oltre a dimostrare gli studi a monte dell’autore, arricchiscono il quadro dell’ambiente in cui è venuta a trovarsi Maria, elevandone la suggestione.

Di nuovo, come era successo alla stazione il giorno del suo arrivo, sente in vicinanza un coro di voci di donne che reclamano il loro diritto ad essere equiparate agli uomini nel salario e nel voto. Attirata dalla curiosità, le raggiunge e istintivamente si unisce a loro, anche nelle grida. Poi si rende conto di essere vestita in modo elegante, mentre quelle donne indossano miseri stracci, e se ne vergogna: “La ragazza ebbe di colpo la sensazione che la città di Grenoble avesse due nature. Quella godereccia e frivola dei ricchi, delle luci nelle vetrine e degli spettacoli serali e quella difficile dei poveri, degli operai, delle donne sfruttate e degli artisti di strada.”.

C’è una inattesa sorpresa. A Grenoble si è trasferito per lavoro anche Antonio, e i due si incontrano per caso in un parco. Antonio la riaccompagna alla villa e, una volta arrivati, si salutano abbracciandosi. Maria è in ritardo di un’ora e il conte è ad attenderla accigliato e li vede. La rimprovera e l’avverte che non uscirà più dalla villa. Le sue ore di riposo le trascorrerà, com’era avvenuto fino ad allora, passeggiando nel parco.

Ci accorgiamo che, non il piccolo Giovanni, ma Francesco, al momento, è fuori dalla mente di Maria, e vi sono entrati due uomini, uno diverso dall’altro, il ricco conte e il misero operaio Antonio.

Francesco, che nel mese di luglio aveva lasciato la bottega per aiutare Silverio e Agata nei campi, si stava domandando, infatti, se Maria l’avesse dimenticato. Ed invece riceve la lettera di Maria, che gli invia l’intera mesata ricevuta dal conte, e gli conferma il suo amore. Ma non fa cenno all’incontro con Antonio. Su Francesco, invece, si spargono maldicenze, e si sussurra che egli possa avere una relazione con Olga, la balia del figlio Giovanni, una ragazza molto carina, che ha il marito, Peppe, sempre ubriaco. Dicono che Francesco, in astinenza della moglie, non poteva non aver cercato di approfittare della ragazza, che trascorreva nella sua casa gran parte del suo tempo.

Andreuccetti ha aperto, a vantaggio del lettore, due saporosi fronti imbevuti di curiosità e attese. Quando Francesco invia i suoceri Silverio e Agata a Loppeglia dai suoi genitori per una quindicina di giorni, onde far respirare a Silverio, malato di bronchi, un po’ di aria buona e resta solo in casa con Olga, che spesso si trattiene l’intera notte per allattare, le voci malevoli si intensificano: “agli occhi di tutti i due stavano facendo vita da coniugi.”.

Finché, giunta la voce alle orecchie del marito Peppe, questi, ubriaco come al solito, si mette a sbraitare e ad accusarlo davanti alla sua casa, cosicché attira un bel po’ di gente curiosa di controllare la reazione di Francesco. Questi, “perfettamente conscio che non avrebbe potuto rinunciare alla presenza di Olga presso la propria abitazione”, cercò di calmarlo, assicurandogli di non aver mai torto un capello a sua moglie: “Ricordalo! Olga fa un grande servizio allattando mio figlio ed io la ricompenso! Credo che da questa mia ricompensa ne tragga vantaggio pure tu!”.

Nell’alterco Peppe, però, grida e si lascia scappare: “Noi non vogliamo i tuoi soldi! Che poi sono quelli di tua moglie che è andata a fare la puttana in Francia! Se è vero che mi hai fatto cornuto è anche vero che cornuto lo sei anche tu!”. Lo scontro degenera e vengono alle mani, finché Peppe è preso da altri e trascinato alla sua abitazione.

L’episodio mette in collegamento le due scene di vita che abbiamo visto snodarsi in solitaria indipendenza sui due distinti specchi che abbiamo immaginato all’inizio. Ma quelle scene ora si intersecano, s’incrociano e si ricompattano in un movimento di insieme che tende ad annunciare l’avvicinarsi di momenti assai drammatici disegnati da un destino tanto mai somigliante a quello che abbiamo conosciuto nelle opere di Thomas Hardy, il grande scrittore inglese: “Peppe aveva urlato davanti a tutti che Maria era andata a fare la puttana in Francia ed anche se Francesco si sforzava di credere che non era sicuramente così, la lontananza dalla moglie contribuiva a creare in lui una certa ansia e velati dubbi.”.

Olga continua ad andare ad allattare Giovanni; giovane, ma energica e risoluta ha messo a stare Peppe dandogli un bel po’ di legnate sulla schiena. Ma il tarlo di quelle parole su Maria, ha cominciato a rodere la mente di Francesco.

La narrazione di Andreuccetti si conferma abile e condotta con una proprietà di stile tale che molto spesso ci richiama la scrittura, come si è visto, di classici dell’Ottocento.

Ecco una bella e delicata descrizione di una sera di settembre a Grenoble: “Era una sera fresca di settembre con un sottile filo di vento che scendeva dalle montagne ed accarezzava come una mano leggera gli alberi del viale che portava alla Bastiglia. I rododendri del parco andavano sfiorendo, mentre nelle aiole le rose avevano perduto il loro fulgore e si affacciavano con i petali sfilacciati sopra il lungo stelo.”. Non si possono fare descrizioni come questa (e tante altre nel romanzo) se non si hanno le speciali doti di sensibilità e di osservazione.

È sul calare di questa romantica sera che Maria, giunta al cancello d’ingresso della villa, dopo aver passeggiato per i viali “dell’immenso parco”, si trova davanti Antonio, che le rivela che è da qualche sera che la sta aspettando. Si stringono calorosamente le mani, divisi dalle sbarre del cancello. Antonio le confida che si sente osteggiato da tutti, “come una lepre braccata dai cani!”. I francesi non gradiscono gli italiani, che sottraggono loro il lavoro, e ne ostacolano la vita, anche con la violenza (nelle piazze si ode spesso il grido di “Italiani fuori da Grenoble!”).

Il corteggiamento reciproco ha successo e i due “si scambiarono un tenero bacio.”.

Il tema che si intravvede dell’infedeltà è antico quanto il mondo e colmo di mistero, sempre insondabile. Come non ricordare il tradimento di Emma nei confronti del marito Charles nel capolavoro “Madame Bovary” (1856) di Gustave Flaubert!

Ricevuta dal conte l’autorizzazione ad uscire di nuovo, Maria è felice perché andrà ad incontrare Antonio, con il quale è convinta di avere un semplice rapporto di amicizia, “ma il suo pensiero era invece catturato da un altro uomo: il conte.”.

La psicologia della protagonista si fa contorta ed insicura, preda di un tumulto di sentimenti prima sconosciuti che l’hanno colta impreparata. È una tempesta che si sta scatenando nel suo cuore e nella sua mente.

Poiché anche il conte continua a corteggiarla, l’autore ci informa che “Tre uomini ed un bambino erano il motivo del suo affanno.”, e a proposito del conte Frederic annota che questi “stava a poco a poco facendo breccia nel suo cuore, anche se lei tentava disperatamente di non arrendersi a quella evidenza.”.

Il corteggiamento, così come ci viene presentato, ossia condotto con astuta gradualità, ci induce a dubitare che il conte assomigli al bellimbusto e seduttore Rodolphe Boulanger, che, sempre nel romanzo “Madame Bovary”, seduce Emma per poi abbandonarla al suo sfortunato destino: “Maria stava resistendogli, ma ancora per poco. Frederic era convinto di questo e stava giocando con la ragazza come fa il gatto con il topo.”.

Ed ecco che sul ponticello del lago del parco su cui stanno passeggiando, “La ragazza non fu più in grado di resistere e sotto la spinta di una forza misteriosa, porse all’uomo le labbra.”; “Il bacio fu lungo e appassionato”. Ma il conte non riesce ad andare oltre per una reazione improvvisa di Maria, che gli chiede di essere ricondotta alla villa. Così accade, ma i due non si sono accorti che a spiarli in quell’occasione era la contessa Charlotte, insospettitasi da tempo.

Al Frantoio, accade che Olga non ha più latte, la si crede incinta, e la gente mormora che il padre del nascituro sia Francesco. Si ripete la lite tra Peppe e Francesco, e volano i soliti insulti. Francesco si dichiara innocente ancora una volta. Ma di nuovo Peppe profferisce quella frase terribile, quando Francesco gli rinfaccia che è grazie ai suoi soldi che può mantenere la famiglia: “Certo! Con i soldi di tua moglie che fa la puttana in Francia!”.

Così è descritto l’allontanamento di Olga dalla casa: “Momenti sereni in mezzo a persone amiche che di colpo dovevano essere cancellati, solidi legami familiari improvvisamente perduti, la gioia per poter tenere fra le braccia un bambino amato come un figlio di colpo negata.

Olga, mentre camminava nel buio penetrando la nebbia e procedendo furtiva come un gatto randagio, asciugava con il dorso della mano le lacrime che colavano copiose dai suoi occhi.”.

Contemporaneamente anche a Grenoble qualcosa sta cambiando. La contessa Charlotte va incontro a Maria che sta passeggiando nei viali del parco e le ingiunge di non farsi “più vedere assieme a Frederic.”.

Olga e Maria stanno allattando il bambino di un’altra donna e si trovano in situazioni simili come madri costrette per denaro a fare da balia, e, pur così lontane tra loro, subiscono gli stessi strali del destino. Il ricordo in entrambe della casa di Silverio ed Agata suscita in loro la malinconia di una felicità perduta. Questa è Maria che ha appena ricevuto il severo rimprovero della contessa: “Mentre percorreva lentamente i viali del parco, la donna ritornò col pensiero alla sua casa lontana affacciata su di un’aia fangosa, a quella modesta, silenziosa dimora appoggiata ad altre nel piccolo centro del Frantoio, quasi nascosta alla vista come un nido rinchiuso fra rami frondosi. Quella casa dove dimoravano i suoi familiari in attesa del suo ritorno; i genitori, il marito Francesco e suo figlio Giovanni.”.

Le circostanze che coinvolgeranno Antonio e il conte Rolland faranno luce non solo sui due personaggi dando loro la giusta dimensione, ma chiariranno il loro rapporto con Maria, in cui troveremo mescolati franchezze e meschinità.

Grenoble continua ad essere pervasa dall’avversione verso i lavoratori italiani; tumulti, violenze, uccisioni si accrescono ogni giorno sotto gli occhi della gendarmeria, che non riesce a sedarli. Il conte ha timori che la situazione possa coinvolgere anche lui, avendo a servizio Maria, un’italiana.

Tutto sembra precipitare in un disordine materiale e morale.

La storia di Grenoble è la storia vissuta dai nostri migranti non solo in Francia, ma nel mondo. Quando l’economia è debole e poco è il lavoro, gli uomini se lo contendono a morte, rigenerando primitivi egoismi e fobie.

Quanto sta succedendo intorno a Maria, riapre in lei il ricordo del passato: “Francesco e Giovanni le mancavano e si sentiva in colpa per non poter essere loro vicina.”.

Pare che lo stordimento che l’aveva indotta a dimenticare si stia dissolvendo.  Addirittura la donna comincia a pensare ad una fattura degli streghi, ossia “che qualche potenza maligna avesse influenzato le sue vicende.”.

Sono gli alti e bassi di una donna che si sente sola, diventata psicologicamente labile. Di lì a poco, cede alle lusinghe del conte: “Le due bocche si serrarono in un bacio appassionato ed intenso. Maria dimenticò le sue pene e le sue sofferenze ed allontanò per qualche attimo la sua malinconia.”. Poi nel momento più delicato, reagisce: “Ti chiedo scusa ma non posso!”. E l’autore annota a riguardo del conte: “Ad umiliarlo nella sua pulsione di maschio era stata una ragazza di umili origini, una contadina della valle del Serchio, nata da genitori ignoti ed adottata da due coniugi che non potevano avere figli.”; “Il pensiero della donna andava anche a Charlotte, la moglie di Frederic che stava soffrendo perché aveva scoperto che il marito cercava di tradirla.”.

La vena romantica di questo romanzo si accentua particolarmente nella vicenda della protagonista, e pare dividerlo in due. Mentre appare vicina al naturalismo (ad esempio, di Zola) nel racconto della vita che scorre al Frantoio, si avvicina alle tensioni romantiche presenti (per restare nell’ambito della letteratura francese) in Stendhal.

Il libro apre una parentesi, approfittando della figura di Leonildo che fu un garibaldino (la sua promessa sposa, una bella ragazza del Sud, Claudia, farà un terribile fine), e si sofferma sulla Repubblica romana che, durata cinque mesi, fu travolta da un’alleanza voluta da Pio IX, che portò le truppe francesi comandate dal generale Nicolas Charles Victor Oudinot alla sconfitta dei triumviri Mazzini, Armellini e Saffi. Al momento della caduta di Roma, Mazzini indirizzò una lettera ai Romani, in cui sono contenuti motivi di attualità. Egli scrive: “Fuori il governo dei preti! Libero voto!”, poi, dopo aver scritto queste parole, si affida a Dio: “In nome di Dio e del popolo siate grandi come i vostri padri.”. Vi è espressa anche in queste brevi frasi la necessaria distinzione tra Stato laico e Chiesa, fondamentale in uno Nazione moderna e purtroppo oggi messa in discussione da un’ambivalenza che tocca specialmente i cattolici.

Maria riceve l’invito di Frederic di visitare in carrozza Grenoble e accetta. È estasiata da ciò che cade sotto i suoi occhi e l’essere all’interno di una elegante carrozza, vestita con l’abito che le è stato regalato da Charlotte e seduta accanto ad un uomo bello e ricco, la esalta ancora di più: “Maria dimenticò per qualche attimo le umili origini di donna contadina e mentre osservava le dame elegantemente vestite sopra le carrozze che incrociava, si paragonava a loro come se anche lei fosse stata trasformata da una magica mano in una signora francese.“. Quante reminiscenze letteraria suscita questo romanzo! Non vi pare di avere davanti la favola di Cenerentola che vestita di stracci si ritrova adornata di una veste sontuosa e di scarpine di vetro preziose tra le braccia del principe in un ballo che la delizia e che seduce entrambi?

Il suo sogno, pensa Maria, mentre la carrozza gira per le strade di Grenoble, “era divenuto realtà.”.

Di nuovo, vale la pena di annotare la complessità psicologica di questo personaggio, che appare talvolta forte e talvolta fragile. Maria sta sospesa tra realtà e sogno, tra avvilimento ed esaltazione: “Maria amava sempre di più la città di Grenoble, con i suoi suoni e con la sua vita frenetica.”. Al termine della passeggiata in carrozza, “l’uomo e la donna si scambiarono un bacio, questa volta appassionato e travolgente.”.

Emma Bovary fu travolta dal desiderio e dalle lusinghe di un mondo che aveva sempre desiderato, pagandone duramente le conseguenze. Maria saprà resistere?

Andreuccetti continua questa altalena psicologica sulla personalità della sua eroina, riuscendo a tenere desto l’interesse del lettore, ancora incerto sull’esito finale di questa esperienza che è entrata nella vita di Maria come la biscia della tradizione popolare che entra nella bocca del neonato e lo soffoca. Sarà così?

Ha il permesso dal conte di tornare da sola in città: “Quei due giorni stavano facendo dimenticare a Maria i problemi della sua famiglia ed i suoi personali, come se il fascino di quella grande città della Francia fosse riuscito a creare uno schermo in grado di nascondere i pensieri più cupi.”.

Al lettore non rivelerò niente di più sulla sorte di Antonio, che scoprirà da sé: l’amico di infanzia che aveva di nuovo incontrato a Grenoble, ma sarà grazie alla sventura di questo personaggio che sarà smascherato il conte e rivelata la vera natura del suo rapporto con Maria: “Quel castello che si era costruito, quell’appiglio al quale si era aggrappata per vincere la malinconia di giornate altrimenti monotone e grigie, era di colpo crollato.”.

Quel parallelismo tra Grenoble e il paese di Frantoio a cui si è fatto riferimento continua; mentre Maria sta sopportando una delusione cocente, nella sua terra natale è scoppiata un’epidemia di tifo, causata dall’infiltrazione “dei liquami di una fogna nella polla dove veniva attinta l’acqua per l’uso domestico.”; “La solidarietà, prerogativa della gente contadina, era venuta meno di colpo; non si facevano più le visite agli ammalati e parecchie persone costrette a vivere mediante l’aiuto dei vicini si ritrovarono senza assistenza.”.

A causa del tifo che colpisce, Concetta, la nuova balia di Giovanni, la quale aveva sostituito la povera Olga, che sta aspettando un bambino, l’epidemia colpisce anche Giovanni, che ha compiuto un anno, e stava rimettendosi in salute grazie al buon latte di Concetta e delle pappine che ha incominciato a mangiare. Muore: “Il respiro di Giovanni divenne a poco a poco più debole fino a spegnersi del tutto allontanando anche l’ultimo barlume di vita in un corpicino già immobile.”.

Perché questa morte, si domanda il lettore? E viene da pensare che sia la punizione di Dio per la madre che l’ha abbandonato ed è andata sì a cercare lavoro all’estero per sollevare la famiglia dalla miseria, ma nello stesso tempo non ha resistito al fascino e al desiderio di una vita diversa e migliore.

Le due realtà, che all’inizio sembravano distinguersi in due specchi diversi e paralleli, ormai sono alimentate e unite dallo stesso percorso di dolore. La stessa scrittura ha preso a scorrere all’unisono amalgamandosi in un fluire dove predominano rassegnazione e morte: “In quel tragico momento Francesco volse il pensiero a Maria, a quella donna che ignara del destino crudele che aveva il più caro dei suoi affetti, nella villa di Grenoble divenuta da oltre un anno la sua prigione, attendeva notizie.”.

Quando la madre riceve la lettera: “Una pugnalata inferta con violenza nel suo petto non avrebbe potuto provocare dolore più grande nell’animo di Maria.”.

Sconvolta fugge dalla villa: “Maria udiva soltanto insistente il suono di una voce; era quella del figlio Giovanni che la implorava di non lasciarlo solo.”.

Ci accorgiamo, così, che per tutto il romanzo Giovanni, pur così piccolo, ancora incosciente, in realtà, per un naturale istinto e per una naturale vocazione, aveva sempre desiderato la mamma, e non si era mai staccato da lei.

È un romanzo che mescola insieme fragilità e coraggio, sogno e delusione, morte, punizione e rimorso, tutti sentimenti che, secondo il loro peso e la loro misura, determinano la specialità della vita di ognuno di noi.

Castello 1908

Incontrare la scrittura limpida, gradevole e garbata di Andreuccetti è sempre un piacere. Il suo racconto ci affascina come l’acqua di un torrente di montagna, trasparente e pura.
Andreuccetti non è più giovane, ha la mia stessa età, ma non si è mai prestato a contaminazioni sperimentali e modernistiche. Scrive come i nostri vecchi narratori del focolare.
Il romanzo si avvia con la descrizione di un inverno rigido che assale il paese di Castello, nella Media Valle lucchese. Fulvia, la giovane nuora diciannovenne della famiglia Andreuccetti (qualche attinenza con l’autore? Molto probabile, ma non ha alcuna importanza), incinta, va al lavatoio con la cesta dei panni sporchi sulla testa, facendo attenzione a non scivolare sul sentiero ghiacciato. Piedi e mani sono segnati da geloni e screpolature: “Ogni tanto Fulvia si concedeva delle pause nel lavoro perché era presa dalla ‘pena’ nelle mani, l’acqua gelida le rallentava la circolazione, veniva colta da dolori lancinanti ed era costretta a tenere le dita per qualche attimo, nel pannello arrotolato, fino a quando il dolore non cessava.”. Sono gli inverni rigidi tipici degli inizi del Novecento come pure vi appare la condizione di fatica e di disagio in cui la donna si trovava a vivere, carica delle incombenze familiari. Fulvia, ancora giovane, è già segnata dalla fatica dell’esistere: “Era abituata a portare carichi sul capo, dai fasci di fieno, alle fascine di olivagnoli per accendere il forno, alle palle di farina e di grano e la secchia dell’acqua era uno dei più frequenti.”. Vengono in mente le descrizioni di Riccardo Bacchelli ne “Il mulino del Po” e le immagini del film “Novecento”, uno dei capolavori di Bernardo Bertolucci.
Per il marito Roberto Andreuccetti, il minore dei fratelli, si ventila la possibilità di andare a lavorare in America. Altri sono già partiti e in famiglia, con tutte quelle bocche da sfamare, ed ora in più quella del nuovo figlio che sarebbe nato in estate, c’è bisogno di denaro.
Libri come questi, in cui il nostro passato è rievocato con minuzia e amore, in cui rivivono tutti i tratti di una vita occidentale praticamente scomparsa dalla faccia della terra, dovrebbero costituire una lettura obbligatoria per i giovani, i quali oggi, nella frenetica e confusa realtà che li circonda, mancano di punti di riferimento.
Infatti, se è vero che allora la vita era aspra e dura e richiedeva sofferenze e sacrifici continui, quella moderna, per un progresso male inteso, non edifica uomini ma fantasmi, privi di carattere e di forza.
Sono, quelli del primo Novecento, anni in cui l’uomo sapeva apprezzare la serenità ed anche la felicità che derivavano da una esistenza improntata ad una continua lotta contro la asperità della vita. Si combatteva e ci si formava; si acquisivano conoscenza e metodo, impulsi vitali ma anche riflessioni formative: “Ognuno mangiò la propria scarsa razione, due necci distribuiti da Zeffira assieme ad un piccolo pezzo di lardo e gli uomini per riempirsi lo stomaco che reclamava ancora cibo ricorsero a qualche bicchiere di vino. Anche quella bevanda che dava forza e regalava un po’ di buon umore non abbondava in casa; la vigna dava uva a sufficienza, ma le dieci damigiane di vino prodotte non bastavano per l’intero anno.”.
Andreuccetti è uno scrittore di razza, ha il fiato lungo del narratore, e meraviglia come ancora la sua affermazione sia limitata ad un ambito ristretto come quello provinciale. Con lui, azzardare paragoni con celebrità, come si è fatto più sopra, non è fuori luogo. Andreuccetti li affianca per sapiente scrittura, ritmo della narrazione, precisione e amore nei particolari.
I personaggi vivono, l’ambiente si ravviva nei suoi molti colori: “Roberto e i suoi fratelli stavano programmando il lavoro nel bosco, nei giorni seguenti avrebbero dato fuoco alle carbonaie e preparato i turni di guardia durante la notte. Fra non molto si sarebbero divisi i compiti, qualcuno avrebbe continuato la preparazione del carbone, mentre qualcun altro si sarebbe dovuto dedicare alla raccolta delle olive.”. Anche con l’uso di parole dialettali: “Ragazzi lo sapete che non si può essere lembrici nel mangiare e bisogna fare a bicco soprattutto del companatico perché costa molto caro e non abbiamo soldi per poterlo comprare.”. ‘Bicco’ sta per risparmiare e ‘lembrici’ sta per ghiotti e simili.
Ecco la descrizione di una cena: “La cena di quella sera consisteva in un piatto di cime di rape lesse; Fulvia, quel pomeriggio si era recata con un canestro a raccogliere quell’ortaggio che fortunatamente aveva resistito al freddo, l’aveva lavato e messo a cuocere in una pentola e tutti avrebbero potuto mangiarlo assieme al pane fresco.
Priamo aveva deciso di fare le mondine e disse che a lui non interessava la verdura cotta ed anche Fulvia espresse il desiderio di poter mangiare qualche castagna.”; “Quando si ritrovavano davanti al fuoco per arrostire le castagne i componenti della famiglia vivevano un particolare momento di aggregazione. Si parlava, si scherzava, e si beveva un buon bicchiere di vino, possibilmente novello, che contribuiva ad accrescere quell’atmosfera di festa.”.
Gli otto fratelli campavano in inverno accendendo nel bosco le carbonaie, dove la legna sarebbe bruciata a poco a poco dentro un imbuto di terra costruito con regole secolari. Si ricavava poco dalla vendita del carbone, in rapporto al costo della vita. La famiglia era costretta a fare economia e le castagne, abbondanti in quei tempi erano una via di fuga dalla miseria e dalla fame.
Sta piovendo a dirotto mentre sono a cena e il fratello più grande, degli otto che erano, sta facendo la guardia alle carbonaie. È notte e deve vigilare che la pioggia non le spenga. Questa la condizione che si trova ad affrontare: “L’acqua sbatteva con violenza con il suo rumore sordo sulle rocce e gli spruzzi arrivavano vicino ai piedi di Francesco che aveva cercato un riparo non appena rientrato dalla ricognizione intorno alle carbonaie. Era stato comunque fortunato, i fuochi erano tutti accesi, ma prima che l’acqua aumentasse di intensità, aveva ricoperto le bocche delle carbonaie con pezzi di tavola che aveva recuperato da una cassetta rotta e con foglie di leccio che aveva poi ricoperto con uno strato di terriccio. Fino a quel momento il riparo teneva e le carbonaie continuavano a fumare, ma Francesco aveva capito che quella notte non avrebbe potuto dormire perché l’ispezione si sarebbe dovuta ripetere periodicamente.”.

Come si rileva dal titolo, la storia narrata si svolge nel 1908, quando l’autore non era ancora nato (nacque nel 1946) e dunque stupisce la perfezione delle ricostruzioni di quei lontani usi e costumi, che, nel dopoguerra, erano cominciati a scomparire. Ciò lo si può spiegare soltanto riconoscendo a Andreuccetti un grande amore e una grande dedizione alla terra natale.
Il suo amore è tale che essi si impiantano nel presente e ne costituiscono un brano illuminante. È un modo, il suo, non solo per farli tornare in vita, ma per ammonire ed educare. Il passato non muore mai, sembra dirci; è imbevuto nel presente e solo grazie all’amore e alla dedizione possiamo farlo riemergere.
I fratelli quella sera pensavano a lui, “lassù da solo nel bosco.”.
Roberto ha sentito da Arturo, il vetturino che con la sua diligenza va a vendere le canestre da lui fabbricate fino anche a Lucca, che in America si trova lavoro e si è pagati bene. Chiunque lo voglia può partire: “Se uno lo desiderava, dopo aver regolarizzato i documenti ed aver fatto la richiesta al proprio comune, si metteva in lista di attesa ed aspettava, a volte un mese, a volte due o anche di più.”.
È un’idea ficcante, che allettava molti giovani che come lui conducevano una vita di stenti. Ne parla con Fulvia che non è contenta che la lasci sola a badare a quella numerosa famiglia, e proprio ora che attende un figlio. Ma Roberto le risponde che è proprio per assicurare al nascituro una vita più dignitosa che desidera partire: “Stava sempre più convincendosi che sarebbe stato il caso di tentare.”.
Il libro ci racconterà, dunque, anche una storia di emigrazione che accomunò tante famiglie della Lucchesia e d’Italia.
Roberto, infatti, ha preso la sua decisione: “Io comunque non ho alternative, nella nostra casa stiamo morendo di fame. Non posso far soffrire il mio bambino.”.
Il racconto non ha fretta. In casa c’è da lavorare per guadagnarsi il pane. Le carbonaie stanno per finire il loro lavoro e fra poco si potrà estrarre il carbone. Eccone la descrizione: “Dante aveva trascorso la notte di guardia e molto probabilmente il suo sarebbe stato anche l’ultimo turno di sorveglianza nel bosco. Stava sorgendo il sole quando gli uomini erano già impegnati nel togliere con un rastrello l’involucro di terra e foglie che era servito per portare a termine la combustione.
Fatta quella operazione il carbone andava liberato e sistemato nelle balle che venivano poi chiuse con un piccolo pezzo di legno che facendo pressione sui due lati dopo che era stato rotato in senso orario li teneva in tensione e faceva da sigillo.
I tronchi di leccio avevano reso bene, le balle di carbone erano molte, ma adesso bisognava portarle a valle, facendo più viaggi. I ragazzi si fecero coraggio, se fossero riusciti a trasportare tutto il carbone prima di sera sarebbe stata una buona cosa, non avrebbero così dovuto fare la guardia per un’altra notte. Sapevano che non era proprio il caso di lasciare le balle incustodite nel bosco, perché si correva il rischio di vederle sparire.
Iniziò così una lunga sequela di viaggi, con un carico pesante sopra la schiena, con la polvere del carbone che sotto l’incedere dei passi cadeva e tingeva di nero le facce sudate di quei giovani e che terminò a sera già inoltrata.”.
Ma è anche il tempo di raccogliere le olive e i fratelli, alla fine, porteranno i sacchi pieni al frantoio per ricavarne il prezioso olio, e Andreuccetti ci descrive l’una e l’altra cosa con la minuzia di uno specialista.
Ho assistito anch’io alla frangitura delle olive, a San Gennaro, terra ricca di olivi, rinomata per la qualità sopraffina del suo olio. Ho visto colare dai cilindri (“le bruscole”) il liquido lucente simile all’oro. Ho visto girare le grosse macine di pietra e lo spettacolo ancora lo ricordo, a distanza di tanti anni.
Ho potuto, quindi, seguire con piacere la rievocazione di questa fatica, compresa la descrizione della raccolta delle olive a cui in quei lontani anni assistetti anch’io a Pozzuolo, altra collina lucchese propizia all’olivo: “La mattina successiva non c’era più la neve ma l’aria era fredda, il sole era appena sorto e i fratelli, con l’eccezione di Roberto che era di turno alle carbonaie, erano pronti con i grembiali alla vita ed i sacchi per contenere le olive. Il lavoro consisteva nel raccogliere quelle cadute, prima di salire sulle piante e cominciare a scuotere iniziando dalla parte bassa dell’oliveto dove era più numerosa la qualità leccina, più avanti nella maturazione.
Quegli uomini procedevano ammaneggiando, vale a dire dopo la partenza in linea e disposti in lunga fila, avanzavano in contemporanea perlustrando il terreno palmo a palmo. Le loro mani, precise e veloci nell’usare il pennato, l’accetta ed il segone, lo erano altrettanto nel riempirsi di quel frutto prezioso.
Le dita procedevano rapide, andando a pescare un’oliva ed un’altra con gesto naturale e facevano la spola fra il terreno ed il grembiale. Quando questo era quasi pieno e diventava ingombrante, impacciando i movimenti con il suo dondolare, si andava a svuotare nel sacco.”.
Sono riti affascinanti, provenienti da una lontana e suggestiva tradizione.

Per dare un’idea della precisione di questa scrittura, si guardi questo esempio, che è un brano di come con la cenere si lavavano i panni sporchi della famiglia: “Zeffira aveva messo sul fuoco il paiolo grande, che veniva usato appositamente per i giorni del bucato, lo aveva riempito di acqua ed aveva aspettato che questa bollisse. Non appena aveva cominciato a borbottare chiamò Fulvia che le desse una mano. Quel lavoro era pericoloso e se in casa ci fossero stati i bambini si sarebbero dovuti allontanare.
Fulvia andò ad aiutare la suocera, presero entrambe con uno strofinaccio un lato del manico del paiolo, cercando di fare attenzione e di non rovesciarsi l’acqua bollente addosso, e lo portarono alla conca. Con uno sforzo lo issarono sul bordo e versarono l’acqua bollente sopra la cenere, ma un po’ alla volta, per farla penetrare bene in maniera che fosse assorbita dai panni. Questi dopo il passaggio dell’acqua e della cenere sarebbero diventati candidi e puliti.”.
In tutte le descrizioni che incontreremo, questa speciale accuratezza rivela un grande amore per le tradizioni e le usanze del passato: “Le persone erano felici, pur nella loro dignitosa povertà e godevano di una particolare serenità di animo; le famiglie erano soggette a regole ferree dalle quali non si poteva sgarrare, il vecchio era il capo ed il più giovane gli doveva obbedienza.”; “Fino al limitare del paese Roberto non incontrò nessuno, soltanto in prossimità della casa di Zita incrociò un barroccio pieno d’erba che proveniva dai campi lungo il fiume; un uomo procedeva a piedi a fianco della mucca che tirava il carro mentre una donna era seduta sopra il carico. L’uomo che portava un largo cappello sulla testa quando arrivò all’altezza del giovane se lo tolse e dopo averlo sollevato lo agitò in segno di saluto. Roberto rispose alzando la mano e proseguì con la sua andatura spedita lungo i rettilinei della strada che portavano verso Diecimo.”.
Ogni volta che si accinge ad affrontarle, l’autore si propone di darne un’immagine ed un ricordo esatto emozionante e vivificatore. Anche quando si tratta di ambienti poverissimi, essi sono ravvivati da buoni sentimenti, come, in questo caso, la comunione e la solidarietà della gente, che si era attorniata intorno al vecchio Luigi, che stava male a causa di una caduta, per assisterlo: “Luigi, un uomo quasi ottantenne, viveva solo in quella misera topaia, due stanze ricavate da una stalla, due sole finestre rivolte a nord, grande disordine ovunque e pareti annerite dal fumo. Nella cucina c’era solo un tavolo scorticato e tarlito, una credenza con due sedie, mentre in camera oltre al letto faceva bella mostra un cassettone con una pila di vestiti sporchi ammonticchiati sopra i quali dormivano due gatti con il muso piagato dalla rogna. Un odore asfissiante di orina invadeva quell’ambiente, il comodo era fuori e distante, per cui molto probabilmente la notte o quando era tempo brutto Luigi orinava in un angolo della cucina.”.
Quest’altra è la descrizione di una notte senza luna, in cui la paurosa Fulvia deve andare a prendere l’acqua alla sorgente: “Uscire di notte da sola era stato da sempre il sacrificio maggiore per quella ragazza, lo faceva perché non poteva rifiutarsi ma dentro il suo animo si annidava la paura, perché sapeva che era nelle ore notturne che si potevano incontrare gli streghi.
Per colmo di sventura quella era una notte buia e senza luna che nascondeva i contorni delle cose e accentuava le ombre, il rumore del vento spandeva per l’aria sibili e fruscii e faceva muovere la gonna di Fulvia che scendeva lungo il viottolo che l’avrebbe portata alla polla.
Muoveva i suoi passi adagio, sospettosa, ogni tanto si fermava e si guardava intorno, sentiva il canto della civetta che proveniva dai tetti delle case di Castello e le sagome dei tronchi degli ulivi sembravano figure umane che la stavano aspettando.
La ragazza aveva paura, ad ogni curva del sentiero pensava di poter fare improvvisamente un incontro spiacevole e per colmo di sfortuna, prima di giungere alla polla, avrebbe dovuto attraversare una radura con alcune piante di noci. Era proprio sotto quegli alberi che gli streghi si davano appuntamento per i loro misteriosi convegni.
Fulvia sapeva che i frati passionisti del convento dell’Angelo li avevano confinati nel fiume facendoli affogare nell’acqua, ma poiché la gente stava diventando sempre più cattiva, sarebbero anche potuti ritornare.”.
Sono citazioni doverose per il pregio della scrittura e la suggestione che emanano. Ma ce ne sono tante altre che andrebbero citate.
Chi leggerà questo romanzo ne gusterà tutti i numerosi e variegati tesori.
Ormai Roberto si è convinto della necessità di partire. Fulvia è remissiva, ma la madre di lui, Zeffira, lo rimprovera ricordandogli che aspetta un figlio e non può lasciare la moglie sola ad accudire quella numerosa famiglia. Solo il padre, Beppone, non lo contrasta, e gli dice: “Ma se credi di far bene a fare quello che hai in mente io non te lo impedirò e cercherò di calmare anche tua madre. Il destino di una persona non va mai forzato.”.
L’emigrazione, in quegli anni di profonda povertà, accomunava molte famiglie, lasciandole nel dolore. Era, quella, un’Italia triste, poiché perdeva a malincuore alcuni suoi figli, che non riuscivano a trovare nella propria terra natale il sostentamento ai loro bisogni primari. L’America, ma non solo l’America, anche la Germania, il Belgio, la Francia, l’Australia, erano viste come il toccasana che avrebbe risolto le angustie e consentito, con i guadagni, di aiutare la famiglia rimasta in Patria, e forse avrebbe anche permesso, come in tanti casi accadde, di poter ritornare e assicurare ai propri cari, con il denaro messo da parte, una esistenza più serena. Molti che non l’avevano, riuscirono al ritorno a costruirsi anche una casa per sé e la propria famiglia.

Una delle caratteristiche delle storie raccontate da Andreuccetti è la bontà che le pervade. I protagonisti attraversano fasi sconcertanti di sofferenza e di dolore, ma infine l’insegnamento che se ne ricava è sempre il trionfo a tutti i costi del bene. Il lettore ne esce ristorato e la letteratura svolge quella che dovrebbe essere sempre la sua primaria funzione: generare fiducia e speranza nell’uomo.
Ciò vale specialmente per Fulvia che, pur in stato di gravidanza, non si fermava nel suo lavoro. La mamma le aveva insegnato: “Quando sei nell’angoscia e nella tribolazione, rivolgi il tuo pensiero a Gesù. Perché Lui affligge ma non abbandona.”. E ancora: “In quel borgo tutti si conoscevano, tutti erano amici, la dura vita di ogni giorno accomunava le famiglie che non appena avevano notizia di una disgrazia accorrevano per portare il loro aiuto e la loro solidarietà.”.
Fulvia, sebbene stia nevicando, deve andare al lavatoio, uno dei suoi compiti, che non può delegare alla vecchia suocera: “Fulvia doveva recarsi al pozzo e scendere nuovamente lungo il sentiero innevato con il cesto dei panni da risciacquare, ma per fortuna sulla neve fresca si camminava meglio che sul ghiaccio. Aveva come altre volte posato gli zoccoli, si era tolta i calzarotti e calzato le ciabatte per non avere sorprese su quel viottolo lungo e accidentato. Si era posta un sacco a cappuccio sopra la testa ed era uscita. La neve cadeva sulla faccia, a poco a poco il gelo avrebbe cominciato a farsi sentire sopra le mani che erano la parte del corpo più vulnerabile perché immobili nel reggere il cesto. I piedi affondavano nella neve e si muovevano e per il momento non davano problemi, ma appena Fulvia si fosse fermata al lavatoio sarebbe cominciata la ‘pena’ anche a quelli.
La ragazza aveva freddo, quel freddo che conosceva bene perché era il suo tormento, penetrava nella pelle e nelle ossa, ma non c’era altro da fare che sopportare, anche se la giornata era pessima era suo compito andare a risciacquare il cesto dei panni.
Più volte Fulvia presa dal dolore, fu costretta a togliere le mani dall’acqua e metterle nel grembiale, mentre per vincere il freddo ai piedi doveva tenerli avvolti nella giubba che di solito metteva sotto le ginocchia.
Dopo circa un’ora aveva terminato il lavoro, era completamente bagnata e non rimise neppure il succaporo sulla testa, vi caricò la cesta e riprese lentamente la strada di casa, mentre la neve continuava a cadere nel silenzio del paesaggio.”.
È una descrizione che non teme qualunque tipo di confronto.
Talvolta, all’interno di una situazione di ansia e di dolore, troviamo inserita una nota rasserenante, che pare neutra e non lo è, come la notte che Fulvia trascorse subito dopo l’operazione (a seguito di una caduta un ago le si era conficcato in una coscia): “Dovette ascoltare dall’orologio del campanile di Partigliano lo scandire di tutte le ore della notte”. Vi accorgerete che il fastidio che sembra pervadere Fulvia provocato da quei suoni, in realtà quando essi si trasformano in rintocchi lenti, monotoni e ficcanti le suscitano sopportazione e quiete.
In Fulvia il pensiero di Dio è sempre presente: “Fulvia era dispiaciuta perché la mattina successiva che era domenica, non sarebbe potuta andare a Messa ed avrebbe invece dovuto trascorrere la giornata a letto.”.
Il tempo è un’altra forza del romanzo. Scorre lento e noi viviamo quasi tutti i giorni di quell’anno 1908. Ciò genera una sensazione di pienezza della vita, che il lettore avverte.
Fin qui siamo arrivati solo a Febbraio, al tempo del carnevale, e abbiamo potuto assistere a tutti i dettagli di una vita di campagna aspra, dura e faticosa, con i suoi alti e bassi, con le sue difficoltà e le sue gioie.
È un altro pregio del libro quello di far diventare il tempo quasi un personaggio dalla solidità di un gigante: inattaccabile, incorruttibile, inarrestabile, sicuro di sé, presente nella sua invisibilità, nella sua sensazione di appartatezza e di assenza e nel suo silenzio.
Per tener fede alle tradizioni, non poteva mancare un personaggio leggendario, carico di storia, il linchetto, che l’autore denomina come ‘l’inchetto’. Non solo in Lucchesia, ma esso è diffuso nelle credenze di tanta parte della nostra penisola dove, a seconda della latitudine, assume anche altri nomi, ma il curioso e dispettoso personaggio, minuto e pressoché invisibile, è sempre lo stesso. Chi veramente è mai riuscito a vederlo?
Fulvia, a causa di un incidente accaduto al cognato Dante, teme di averlo in casa: “Non appena tornata a letto Fulvia fu presa da una particolare agitazione; nella camera buia vedeva apparire da un momento all’altro la figura dell’inchetto e poiché sapeva che quel diavoletto faceva quasi sempre la sua comparsa quando nell’arco della giornata non si era tenuto un comportamento corretto, era preoccupata. La ragazza sapeva anche che quello spiritello colpiva coloro che non dicevano regolarmente le preghiere ed i suoi cognati spesso disattendevano a quella regola.
Il più delle volte l’inchetto non colpiva il responsabile del cattivo comportamento ma andava a cercare un suo familiare e si sollazzava facendogli ogni tipo di scherzo. Una regola per tener lontano dalla casa quello spirito era quella di mettere un ramo di ginepro appeso alla porta, oppure in assenza di questo deterrente recitare tre volte l’Ave Maria ed il Padre Nostro in suffragio delle anime del purgatorio.
Quasi sempre era proprio il bisogno di preghiere da parte di queste ultime che faceva entrare in azione il l’inchetto.
Gli spiriti delle persone defunte che attendevano il termine della espiazione delle loro colpe, mandavano messaggi ai parenti ancora in vita per sollecitarli a pregare per la loro definitiva liberazione. Chi non recepiva questo messaggio e continuava nella sua vita spensierata ne subiva le conseguenze ricevendo attacchi da parte di quello spiritello diabolico che a volte esagerava causando addirittura la morte durante il sonno del destinatario dei suoi scherzi.
Questo accadeva quando l’inchetto, che si era introdotto in casa di nascosto, si faceva vivo nel momento in cui colui che aveva preso di mira stava dormendo. Gli praticava una forte pressione sul petto impedendogli di respirare e lo sventurato a poco a poco rimaneva senza riserve di ossigeno e moriva soffocato. Tante morti avvenute improvvisamente, in particolare nelle ore della notte, specialmente di persone anziane, erano attribuite alle ire di quel diavoletto.”.
È in questo modo che Andreuccetti ci racconta e ci consegna con felice rappresentazione una figura che pare di passaggio, ma che è stata sempre presente nella civiltà rurale di tante epoche, e che ancora da qualche parte permane. Così accadrà anche per quanto riguarda altri personaggi della leggenda popolare che incutevano paura soprattutto ai viaggiatori di notte: gli streghi. Andreuccetti ci racconterà storie che ci faranno rivivere le atmosfere di credulità e di superstizione che affliggevano quelle popolazioni. Fulvia era una delle più spaventate da queste leggende: “Quei numerosi pensieri affollavano la mente di Fulvia che lentamente con la secchia piena d’acqua sulla testa, saliva cercando di evitare le pietre sporgenti di quel sentiero accidentato e difficile. Non riuscire a volgere il capo all’indietro le creava angoscia, ruotava le orbite degli occhi ora a destra ora a sinistra, quasi a voler filtrare il buio ed abbracciare una porzione più ampia del misterioso panorama notturno, mentre la civetta, a mano a mano che si avvicinava alle case di Castello, tornava nuovamente a fare udire la sua voce.
Il cuore della ragazza pulsava forte, per la fatica causata dal pesante carico che gravava sopra la sua testa su quel viottolo impervio, ma soprattutto per il pensiero assillante di vedersi all’improvviso comparire davanti gli streghi.”.

Ma sono pensieri tipici della stagione invernale, in cui la notte arriva presto ed è lunga. Altra vita comincia con l’arrivo della primavera. Siamo arrivati a marzo: “La primavera ormai vicina cominciava a mostrarsi timidamente, la campagna era cambiata, facevano capolino qua e là nell’erba i primi timidi fiori e i susini e le albicocche cominciavano a ricoprirsi di un candido manto bianco e rosa.
Lungo la strada che portava i ragazzi nella selva i bucaneve avevano steso il loro tappeto sul suolo umido e ombroso intervallato dagli alti steli del cardo che mostravano il loro fiore già aperto. Anche l’aria era diversa, più tiepida, più dolce, la brezza leggera che spirava dalle Borre di Fondagno, annunciava l’approssimarsi della bella stagione.”.
La vita di campagna, a differenza di quella di città, dà risalto allo scorrere delle stagioni, le rimarca, ciascuna con le proprie particolarità di colture e di clima. Esse non arrivano mai all’improvviso, ma si annunciano e sono attese, siano esse stagioni calde, temperate o rigide. Ciascuna è necessaria. Perfino l’inverno che consente il riposo alla terra, alle piante e perfino agli animali, alcuni dei quali cadono in letargo. La natura è mossa da un orologio invisibile, ma di una precisione assoluta. La rotazione del nostro pianeta intorno al sole ci conferma un’alternanza che va avanti da millenni generando la vita.
Al ritmo di questi cicli immutabili che paiono alimentati da forze gigantesche e misteriose, l’uomo appare come un’esistenza minuta, minima, connessa agli ingranaggi di una realtà vasta e senza confini. Questa scena, in cui si descrive la rimondatura dei castagni, provate ad immaginarla vista dall’alto: “La legna a terra andava poi ridotta in pezzi di circa un metro, utilizzando lunghi segoni e poi accatastata sulle cioppaglie, mentre con i rami sottili venivano fatte fascine, legate ed anche queste ammassate in un angolo della selva. Terminato il lavoro della rimondatura iniziava la pulizia del sottobosco, operazione che richiedeva tempo e fatica perché bisognava tagliare prima le felci, i rovi ed i piccoli alberi nati spontanei, poi rastrellare e riunire il tutto in uno spazio aperto non appena il tempo lo avesse permesso, dare fuoco. Il lavoro della bruciatura avveniva sempre dopo un giorno di pioggia, quando tutta la campagna era umida e non c’era pericolo di propagandare incendi.”.
Il libro si rivela sempre più una storia non solo di uomini ma anche di un’altra rilevante protagonista, la natura, la quale li abbraccia, li accoglie dentro di sé, li osserva, li ammaestra, li custodisce, ne regola il ritmo.
Il bruscello “era una rappresentazione buffa, che veniva proposta proprio nel periodo di carnevale nelle corti e nelle piazze”. I paesani più dotati vi recitavano testi in versi sacri o classici della letteratura, come i capolavori cavallereschi dell’Ariosto e del Tasso. Soprattutto la “Gerusalemme liberata” e la “Pia dei Tolomei” tratta da Dante, rielaborate e adattate da autori locali, raccoglievano molto successo quando si celebravano i ‘maggi’, le feste della primavera, così partecipate e dispensatrici di gioia: “Portare in teatro un maggio non era semplice, ma occorrevano giorni e giorni di preparazione, bisognava allestire le scene, i costumi e sottoporsi a continue prove. Esistevano addirittura scuole di insegnamento dell’arte del maggio, alle quali partecipavano ragazzi di tutte le età, che venivano poi inseriti, all’inizio con piccole parti nelle varie rappresentazioni in allestimento.
I bambini facevano proprio il culto del maggio fin dalla tenera età, imparavano a memoria le varie quartine o ‘stanze’ come venivano chiamate ed era frequente vederli giocare fra loro come se fossero sopra un teatro. Per le strade, le aie, le piazze si potevano vedere ragazzi con bastoni e coperchi di casseruola che sostituivano le spade e gli scudi e che si lanciavano in aspri duelli emulando le gesta di Tancredi e di Rinaldo.”.
I paesani vi accorrevano sempre numerosi: “non c’era nessuno che non ne conoscesse almeno una strofa e addirittura c’era chi era in grado di recitare a memoria l’intero dramma.”.
Vivendo in città non vi ho mai assistito, e quando venni ad abitare a Montuolo i tempi erano passati per questa tradizione, ma se ne parlava con nostalgia e ancora si ricordavano i paesani più bravi, tra i quali c’era Antonio, il nonno di mia moglie. Anche il padre di mia moglie, Luigi, amava andare in giro per carnevale a fare scherzi e a tirare coriandoli mascherato un anno in un modo, e un altro con un costume diverso. Oggi è mio figlio Stefano che ha raccolto questa vena recitativa.
In campagna si poteva raggiungere l’autosufficienza sia materiale (la terra non faceva mancare lo stretto necessario) e dello spirito. La città era sempre remota, non anelata, non necessaria, e chi vi dovette traslocare per ragioni di lavoro, rimpianse quella vita agreste, aspra e faticosa, sì, ma anche piena di sapore e d’incanto.
Dalle descrizioni dei vari lavori, diversi ad ogni stagione, che occupavano i contadini di una volta, e che costituivano una grande occasione di stare insieme e gioire con canti, scherzi, schiamazzi, discussioni, piccoli dispetti, ed altro, si capisce – e questo è il messaggio -, quanto la modernità, con la sua arida tecnologia, ha tolto alla vita, l’ha mutata privandola dell’antico sapore: “Quella gente dimostrava tutta la gioia di vivere, la serenità nel dedicarsi giorno dopo giorno, anno dopo anno, stagione dopo stagione, sempre agli stessi faticosi lavori in quella dura e aspra terra.”.
Quando arriva il momento della partenza per l’America dell’amico di Roberto, Arturo, l’autore ci dà il senso di che cosa significasse emigrare. Speranza, ma anche mortificazione e dolore: “Arturo salutò e abbracciò tutti, su ogni volto era dipinta la tristezza, un figlio di quella terra se ne andava, un ragazzo che aveva condiviso ogni giorno le gioie, i dolori e le fatiche quotidiane di quella piccola comunità, si staccava da essa per andare incontro ad un futuro ignoto.
Gli anziani genitori, in disparte, seduti sopra una grande pietra sul ciglio della strada, avevano le guance rigate di lacrime. Arturo li aveva abbracciati e per consolarli aveva ripetuto loro quello che da un po’ di tempo diceva a tutti: ‘State tranquilli, io tornerò presto, vi scriverò, vi farò sapere tutto quello che farò a New York, ma quello che è più importante vi manderò dei soldi.’”.
Fulvia pensa spesso a quando toccherà a Roberto di partire: “Sì, sarebbe stato bello poter restare sempre uniti, non era nemmeno un anno che erano sposati, ma il destino aveva scelto una soluzione diversa, una distanza incolmabile li avrebbe separati, e chissà quando mai si sarebbero potuti riabbracciare.”.
La partenza di Roberto incombe sul romanzo. Si succedono i giorni, le settimane, gli impegni diversi e successivi richiesti dalla campagna, ma Fulvia, entrata nel quinto mese di gravidanza, è assillata dal pensiero che il momento della partenza di Roberto arriverà. Non esprime al marito le sue paure, le tiene per sé, ma l’angustiano e la consumano. Fra l’altro, una volta rimasta sola, teme le smancerie di Agostino, uomo ricco e dongiovanni, una specie di don Rodrigo manzoniano, che già qualche volta ha osato metterle le mani addosso, e anche di ciò ha mantenuto il segreto nei confronti del marito.

Siamo arrivati a Pasqua e Andreuccetti di lascia memoria del frugale pranzo che si consumava in campagna: “La Pasqua fu festeggiata anche a tavola, Beppone aveva tirato il collo ad un pollo e la moglie lo aveva spennato e messo a bollire e con il brodo stava cuocendo la minestra.
Quando Fulvia arrivò ebbe il tempo di apparecchiare e di andare a prendere l’acqua alla polla mentre Roberto si recò in cantina per avviare una damigiana di vino novello.
Appena la famiglia si trovò riunita Zeffira pronunciò la preghiera di ringraziamento, tutti si fecero il segno della croce e fu servita quindi la razione della minestra alla quale fece seguito un pezzo di carne di pollo con il contorno di erbe di monte.
In quella circostanza il pranzo fu finito in bellezza perché ci fu la possibilità di gustare anche la torta di verdura che la donna aveva cotto nel forno il giorno precedente.”.
Poi nel pomeriggio vanno ad assistere alla rappresentazione del maggio, e alla sera, ecco la parca cena: “C’era da preparare da mangiare e Fulvia posò sul fuoco il laveggio con il brodo del pomeriggio allungato con un po’ d’acqua, mentre la suocera spezzava un pane e lo distribuiva Nei piatti perché la cena di quella sera sarebbe consistita in un po’ di zuppa da consumare con gli avanzi della carne.
Zeffira decise che i resti del pollo se li sarebbero divisi Silvano, Beppone e poi Fulvia che ne aveva bisogno più di tutti considerato che portava in grembo una creatura. Fu finita anche la torta di verdura e la cena di quella sera di Pasqua fu sicuramente molto diversa dalle altre, una cena che non sarebbe stata così abbondante fino alla prossima festa.”.
Quando ci descrive la processione delle rogazioni (che “venivano fatte al mattino presto” tra aprile e maggio, prima della festa dell’Ascensione), utile a raccomandare a Dio il raccolto, l’autore precisa: “l’idea del sacro e del soprannaturale era ben presente nelle case dei contadini.”.
Di quanti riti, usanze, mestieri, proverbi e superstizioni è ricco questo romanzo, che nel raccontarci una storia, ci rappresenta il passato quale fu nella realtà, e non nell’invenzione di un artista! Il libro ha, dunque, in più, un forte valenza storica e documentale. Il 1908 è un anno simbolico e paradigmatico di quei tempi. I personaggi, anche quelli che sembrano esprimere la loro individualità, sono anche collettivi, e testimonianze, parametri, esemplificazioni di una vita fortemente comunitaria ed inserita nell’immutabile corso della natura, che se poteva variare nella piccola misura delle stagioni, in realtà si svolgeva sempre uguale a se stessa da secoli.
Ecco ora un esempio di come il contado considerò i primi operai che si recavano a lavorare presso un cotonificio situato in un paese, Piaggione, vicino a Valdottavo: “Gli uomini occupati in quella fabbrica erano pochi, ed ancora meno le donne perché non se la sentivano di sottoporsi a quei pesanti turni di lavoro ed ai lunghi viaggi di andata e ritorno, ma soprattutto perché non erano ben visti dalla gente del luogo. Quegli operai erano considerati alla stregua di fannulloni che non provavano nessun amore verso la terra e contravvenivano agli insegnamenti ed all’esempio dei loro padri. Avevano inoltre la cattiva fama di anticlericali perché rinchiudendosi fra le mura di una fabbrica rinunciavano a godere delle bellezze del creato e non partecipavano alle cerimonie religiose proprie della civiltà contadina.”.
Era l’inizio, da noi, dell’industrializzazione moderna, che avrebbe prevalso infine sull’attività agricola inducendo molti ad abbandonare la terra per un lavoro che li risparmiava da tante avversità e da tante incertezze. Successe così che l’occupazione in fabbrica divenne un’occasione d’oro per coloro a cui capitava di trovarvi una sistemazione che garantiva un salario sicuro, anche se misero.
Nella casa di Beppone e di Zeffira si pensava però solo alla campagna, dalla quale avevano ricavato da sempre il sostentamento. Tutti vi erano impegnati, uomini e donne. Fulvia si dava da fare, pur essendo al sesto mese di gravidanza. Siamo a maggio: “Il lavoro di Fulvia era aumentato, adesso non curava soltanto la casa, accudiva ai suoceri, pensava agli animali, ma doveva passare la maggior parte delle ore della giornata nell’orto, nella vigna e nell’oliveto per il taglio dell’erba. Si alzava prima dell’alba, i pomeriggi erano lunghi e le permettevano di fermarsi nel podere fino quasi all’ora di cena. Usava la falce che sapeva adoperare con maestria, con la mano sinistra prendeva il ciuffo dell’erba mentre con la destra passava la lama che lo recideva, faceva dei piccoli cumuli che doveva poi allargare sul terreno per una più veloce essiccazione.”.
Si deve anche notare che la scrittura di Andreuccetti s’insaporisce di vocaboli vernacolari molti dei quali usciti dall’uso comune e pressoché dimenticati. Ne facciamo un dovizioso elenco perché li si ricordino: stietti per schietti, abberinto per confusione, comodo per gabinetto, spazzandoro (o spazzandolo) per la pertica usata con un panno sulla cima per pulire il forno, gallonzori (o gallonsori) per rapini, brozza d’acqua per inzuppata d’acqua, bagnata zema per bagnata fradicia, succaporo per cercine, ossia il cerchio di stoffa che le donne si mettevano sulla testa per portare secchi ed altri oggetti, un bel bubbarone è il fuoco del caminetto che ha fatto una bella fiamma, scornocchiare il granturco per scartocciare, grembio per grembo, stitia come una lapa per stitica come un’ape, embricio per embrice, giornelloro per il boccale con manico corto con il quale si spargeva il perugino, ramina per piccolo recipiente di rame con manico lungo per bere, saboni per zoccoli robusti e speciali fatti di legno e latta, rappa per cima di pannocchia di granoturco e anche di spiga di grano, furicchio per bimbo vispo, lare (o larie) per alari del caminetto, cioppaglia per catasta di legna, la molenda è la parte di farina che spetta al mugnaio, bucchia per buccia, porca per striscia di terreno, telagnora per ragnatela, accia per matassina, carcato per calpestato, tufare per riscaldare, stiampa per scheggia di legna, coperta ugnora per coperta scempia, biccigna per bazzecola, arbuolo per ventilabro, caldarino o caldanino per scaldino, sciungia per sugna. Alcune di queste parole non compaiono nemmeno nei dizionari del nostro vernacolo lasciatici da Salvatore Bianchini e Idelfonso Nieri, dunque preziosi ancora di più.
Ed è pure ricca di proverbi, che, questi sì, ancora permangono, ne citiamo solo alcuni molto noti e che ancora si dicono tra la gente: “Moglie e buoi dei paesi tuoi”, “Per la santa candelora o se piove o se gragnola dell’inverno siamo fora, ma se è sole o solicello siamo sempre a mezzo inverno.”, oppure: “Per carnevale ogni burla vale”, “Chi vuole stare bene a questo mondo si deve accostare al campanile o al sasso tondo!”, “D’agosto quando va sotto il sole è buio tosto!”, “Aiutati che Iddio ti aiuta!”, , “Per San Martino ogni mosto diventa vino”, “Quando l’allegria è in cima alla scala la malinconia è in fondo”.
Anche le superstizioni hanno il loro ruolo. Cito questa che Fulvia rivela all’amica Martina, che, sposata da due anni, non riesce ad avere figli. Gliel’aveva confidato sua madre: “Dovevano lasciar dormire il marito solo per tre notti, e dopo essere tornati insieme, scambiarsi il posto nel letto.”.
L’uso del vernacolo e dei proverbi, le testimonianze di superstizioni ancora temute o seguite, sono cesellature che ornano il racconto e ne rivelano il suo nucleo popolare.
Stiamo aspettando che Roberto coroni il suo sogno di emigrare a New York. Le difficoltà non mancano. Agostino pretende che gli sia venduto un pezzo di terra che gli fa comodo e la famiglia di Roberto è costretta a privarsene, anche perché quei soldi ricavati dalla vendita si rivelano necessari per consentire a Roberto l’espatrio. I fratelli e i genitori sono concordi di cedere l’intero ricavato di duecentocinquanta lire a lui, che li avrebbe ricompensati con i guadagni realizzati con il nuovo lavoro.
La figura di Agostino sta prendendo campo nella scena del racconto. La sua arroganza e il suo desiderio di conquistare Fulvia si fanno via via più manifesti. Si comporta come se il suo aiuto fosse un gesto di solidarietà e di compassione, in realtà Fulvia intuisce che è lei la mira delle sue attenzioni.
Sul sogno di Roberto, fatto di buoni propositi, un sacrificio che lo allontana da casa per guadagnare denaro in aiuto della famiglia, grava dunque una perversità di cui il lettore avverte il pericolo e se ne avvince.

Andreuccetti ci ha scandito i tempi mese per mese, li ha riempiti dei pesanti lavori e delle usanze della campagna, li ha anche cronomisurati alla gravidanza di Fulvia, ma il lettore ora ha in mente Agostino e attende le sue mosse e se ci saranno le resistenze della donna, la sua prova di sposa fedele.
Nella quiete di una scrittura riposante e immersa tutta nelle dolcezze della natura, si apre un piccolo pertugio, niente di più che la puntura di un ago, da cui però prende ad uscire un veleno pericoloso. Anche al fratello Paride, che nutre idee di ribellione contro le ingiustizie della società, cominciano ad accadere fatti violenti. Una notte rientra a casa pestato a sangue dai suoi avversari: “Paride a fatica raccontò che lungo la strada che da Fondagno va verso Partigliano era stato aggredito da tre uomini che lo avevano preso a pugni sulla faccia e nello stomaco. Dopo averlo visto crollare a terra in una pozza di sangue se ne erano andati non prima di avergli assestato tre o quattro calci sulla testa e nella schiena. Non ricordava per quanto tempo fosse rimasto lì in terra svenuto, ma si era reso conto una volta riavutosi che era notte e che si trovava lontano da casa. Seppur sotto l’effetto di forti dolori, con la bocca piena di sangue e gli occhi semichiusi, era riuscito a rialzarsi ed a riprendere il cammino.”.
Il padre Beppone lo redarguisce: “Lo sai che non bisogna mai parlare male del governo? Lo sai che non si possono offendere i padroni? Tanto loro hanno il coltello dalla parte del manico e te la faranno sempre pagare!”.
Paride è sempre stato così da bambino, insofferente alle ingiustizie e alle angherie. I fratelli sapevano sopportare, lui no. Rappresentava una preoccupazione in più, anche se tutti gli volevano bene e lui, mai pigro sul lavoro, si faceva amare.
Le rivolte sociali cominciavano a farsi sentire, a scuotere le coscienze. Leggete questo brano che ci ricorda quello celebre del Manzoni quando Renzo entra a Milano e si ritrova in mezzo ad una folla che prende di mira i forni a seguito di un aumento del costo del pane ritenuto vessatorio: “Camminava da circa tre quarti d’ora, quando arrivò in vista delle prime case del paese e incontrò una diligenza carica di passeggeri che si stava muovendo adagio diretta verso Lucca. Proprio nel centro del Borgo, esattamente nella piazza con la torre di Castruccio, notò un grande assembramento di persone che vociavano ed inveivano e non si rendeva conto di quello che stava succedendo. Si fermò un attimo e provò a chiedere ad un uomo quale fosse il motivo di quella che aveva tutta l’aria di essere una protesta. Gli fu risposto che si stava facendo una manifestazione a favore del completamento dei lavori della ferrovia, che da diversi anni erano cominciati ma che stavano segnando il passo. Quel signore disse inoltre che la dirigenza che aveva attraversato da poco il paese, portava una delegazione di garfagnini a Lucca diretta verso il Palazzo della Provincia per elevare una protesta formale contro le lungaggini burocratiche che rallentavano la prosecuzione dei lavori.”. Ancora e sempre la burocrazia, un mostro che incombe e ci perseguita.
Roberto è in cammino a piedi diretto agli uffici del Comune di Borgo a Mozzano per ottenere i documenti necessario all’espatrio.
Quando vi giunge questo è il ritratto del paese che l’autore ci consegna: “Il paese di Borgo a Mozzano accolse Roberto con un brulicare di gente lungo la via principale e con le sue botteghe di artigiani intenti al lavoro, il calzolaio, il fabbro, il falegname, il fornaio. Sembrava che tutti avessero fretta, chi entrava e chi usciva dai vari portoni, chi recava oggetti sottobraccio e chi portava un carico sulle spalle. Davanti alle chiese facevano capannello i fedeli, soprattutto donne anziane avvolte da grandi scialli neri che lasciavano scoperto soltanto il volto, conversavano animosamente dopo aver effettuato la rituale visita giornaliera e recitato una preghiera in suffragio dei loro morti.
Il tintinnio di sonagli di un cavallo annunciava la vicinanza di un barroccio e bisognava farsi da parte, mentre l’orologio del campanile spandeva lento per l’aria il rintocco delle ore. Gli alti palazzi erano uno vicino all’altro, dalle finestre pendevano i numerosi panni stesi ad asciugare e le donne sui balconi chiacchieravano con le vicine lasciando ogni tanto la conversazione per chiamare a gran voce i bambini che giocavano in mezzo alla strada.”.
È, questo, un corposo esempio di architettura rurale in cui Andreuccetti consegna agli attuali abitanti di quel borgo una vita scomparsa tanti anni fa e che fu viva e animata in quei tempi lontani.
Andreuccetti ha capito anche che l’incombenza dell’avido e donnaiolo Agostino sulla famiglia, ma soprattutto su Fulvia, è motivo di attenzione e di attesa. E gioca una carta importante, facendo in modo che, per la necessità che Roberto ha di avere i soldi per emigrare, Fulvia finisca per andare a casa di Agostino a fare la domestica a ore. La preda è finita nella tana del lupo, e al lettore è arrivato il messaggio che la povertà ci espone a rischi, a prepotenze e sopraffazioni, anche se non dichiarate. Ancora viene in mente il rapporto don Rodrigo-Lucia, che ha molto in comune con il rapporto Agostino-Fulvia.
L’emigrazione diventa così il pretesto che il destino cala nella storia, per raccontare simultaneamente una sfida intima e impari. Chi la vincerà? Il prepotente, l’arrogante, il donnaiolo, o la povera vittima forte soltanto della sua integrità morale?
Staremo a vedere, ci fa capire l’autore.
Così la storia dell’emigrazione si mette in parallelo con la storia dell’arroganza e dello sfruttamento. Quando Fulvia si reca da Agostino per accettare di fare la domestica presso di lui, l’uomo le dice: “Spero tu ti renda conto di quanto faccio per te Fulvia e di come il tutto mi parta dal cuore, ma conto anche sulla tua gratitudine, Ricordalo!”.
Assisteremo alle viscide manovre di quest’uomo per conquistare Fulvia. Quando Fulvia gli chiede un anticipo sulla paga, lui è pronto: “Comunque voglio essere gentile ancora una volta e ti darò l’acconto, sappi che io non dico mai di no ad una donna!”.
I mesi trascorrono implacabili segnando anche i tempi della campagna. È arrivato il momento della battitura del grano, dopo che è stato mietuto: “Quelle percussioni ritmiche e violente, in quell’aria affollata, sotto il sole di luglio, cancellavano gli altri rumori, il canto delle cicale, il cinguettio delle rondini, il raglio degli asini nelle stalle.”.
Chi ricorda il ‘macinino’, con il quale si frantumavano i chicchi di caffè e di orzo?: “I granelli tostati erano immessi poi nel macinino, un piccolo contenitore di legno con alcuni ingranaggi che fatti roteare per mezzo di una manovella girevole, effettuavano la frantumazione e facevano cadere la polvere in un canterino estraibile.”.
Caffè e orzo oggi si trovano in vendita già pronti per il consumo, e dunque le nuove generazioni non sanno che quella è una comodità portata dal progresso, e che una volta costituiva invece un’altra delle tante incombenze, sebbene leggera e piacevole per l’aroma che ne emanava, specie del caffè, che spettava alle donne.
E sapete quale usanza si svolgeva in occasione della morte di un neonato? La tristezza e il dolore venivano scacciati nientemeno che dal suono gioioso delle campane: “Giorni prima infatti, aveva udito le campane che suonavano a festa per la morte di un neonato di Valdottavo che aveva lasciato questo mondo dopo solo pochi giorni di vita e dopo aver contratto la polmonite. Ogni bimbo piccolo che se ne andava, innocente e puro, secondo la credenza popolare veniva preso dagli angeli e portato in paradiso ed il prete, proprio per questo motivo, chiamava i campanari e li faceva suonare a distesa.”.
Andreuccetti continua a donarci con dovizia i suoi tesori, che sono frutto di un amore sviscerato per la sua terra. Non siamo arrivati ancora al termine del romanzo e abbiamo acquisito un patrimonio incommensurabile sulla vita contadina dei primi del Novecento. Ci è stato consentito di vivere ogni mese in tutta la sua fragranza e la sua luce: “C’era molta solidarietà fra quegli uomini che praticavano il duro mestiere del contadino, c’era rispetto per il compagno che condivideva le stesse fatiche, che conosceva il significato del sudore sulla fronte, il dolore nelle gambe e sulla schiena, le lunghe e interminabili ore di una giornata che iniziava all’alba e terminava al tramonto.”.
Maturano intanto in contemporanea entusiasmo e ansia nell’animo di Roberto, poiché è riuscito a ritirare anche il passaporto e dunque la strada per emigrare è aperta, ma lo grava il pensiero di lasciare la sposa in attesa di un figlio e la famiglia a cui verranno a mancare le sue braccia.
Lo stato d’animo è esattamente descritto: “Esaminava le tappe che avrebbe dovuto superare di lì a poco, la visita a quel distinto signore di Valdottavo per la consegna del passaporto, la conoscenza della data ufficiale della partenza, la prossima nascita di suo figlio, il lavoro da portare avanti in quegli ultimi giorni. Tutto turbinava nella sua mente come un mulinello, quel documento importante che ormai aveva con sé sembrava gli scottasse fra le mani e gli faceva alitare sul volto vampe di fuoco; se prima potevano sussistere incertezze sulla sua partenza, adesso tutti i dubbi erano stati fugati e nuove sensazioni si facevano strada nel suo animo, era certo ormai che avrebbe dovuto lasciare l’Italia per intraprendere quell’avventura che aveva tanto desiderato ma che adesso sembrava più grande di lui.”; “L’antico borgo disteso sulla collina gli sarebbe mancato là in America? Quel borgo circondato dagli olivi dove era nato e che lo aveva visto crescere accompagnandolo fino all’età di venti anni, con le sue vecchie vie dove aveva giocato con i compagni, con i prati, i boschi, i luoghi familiari che non avrebbe certamente ritrovato in quel mondo diverso che stava per venirgli incontro.”.
Fulvia cercava di rincuorarlo. Ma “Una civetta fece udire il suo stridulo canto nel silenzio della notte e Fulvia aggrottò la fronte perché sapeva che se avesse ascoltato quel suono una seconda volta qualunque sventura sarebbe potuta capitare non soltanto ad Arturo, ma anche a loro due.”. Arturo è l’amico che è già partito e non ha più dato notizie di sé.
Quelle credenze radicate si ravvivano come se fossero dei fantasmi nella mente di chi si trova in uno stato di ansia, come Fulvia. La natura si era compenetrata in lei anche attraverso i suoi oscuri misteri.

La data della partenza è fissata. Sarà per il 29 agosto 1908, ore otto, con imbarco a Genova sulla nave ‘Duca degli Abruzzi’. Ancora un mese, dunque, e poi avrebbe dato il saluto ai suoi cari e alla sua amata terra. La data era propizia: “Adesso aveva anche la certezza che avrebbe visto nascere suo figlio, perché Fulvia che finiva il tempo della gravidanza i primi di agosto, non avrebbe certamente aspettato la fine del mese per partorire.”.
Stiamo vivendo, come fossimo anche noi partecipi della storia, i palpiti, le incertezze, le ansie, le tristezze, le malinconie miste alle gioie che ogni emigrante ha provato in quegli anni di forte esodo.
La povera gente, soprattutto della campagna, aveva solo quella speranza per poter migliorare la propria condizione di vita e della propria famiglia: cercare fortuna altrove, fuori dell’Italia, ma soprattutto fuori dal quel mondo vissuto ed amato sin dall’infanzia, che lo aveva cresciuto e forgiato grazie ad un ambiente che, lontano da lì, non avrebbe più ritrovato. Quell’ambiente gli diceva addio e lo lasciava solo.
Spesso nei momenti difficili, i personaggi rivolgono preghiere a Dio e alla Madonna, prendono parte alle funzioni religiose affrontando la fatica di raggiungere la chiesa di Valdottavo percorrendo la scomoda e petrosa mulattiera che da Castello ve li conduceva.
La Fede in Dio e la fedeltà ai riti della Chiesa cattolica è uno dei temi che emerge e distingue il romanzo e si trasforma in un sentimento religioso che unisce gli abitanti del borgo e li rende comunità.
Andreuccetti attraverso le azioni dei suoi personaggi mette in risalto questo sentimento, che fu una delle caratteristiche più importanti della società rurale dei primi del Novecento.
Siamo all’alba del 14 agosto, Roberto e i suoi fratelli, assecondando una superstizione ancora fortemente seguita, sono fuori di casa ad attendere che si compia il parto di Fulvia. Zeffira assicura che il bambino nascerà da lì a poco. E infatti: “All’improvviso arrivò alle orecchie di quei ragazzi un brusio indefinito come il volo di un calabrone, poi quel brusio crebbe fino a modellarsi nel timbro di alcune voci che penetravano il silenzio di quel borgo ancora addormentato; a poco a poco le voci divenivano più forti, accompagnate dall’eco di passi concitati e di rumore di zoccoli sulle vecchie e levigate pietre della mulattiera.”.
Si ode la voce di Martina che chiama Roberto. Il parto è avvenuto. È nato Lidamo, un figlio maschio. Fulvia non ha sofferto più di tanto: “ha avuto un parto lungo, ma è andato tutto bene e non ci sono stati problemi, appena sarai in grado dovrai andare ad accendere un cero alla Madonna.”.
La comunità è unita e solidale: “Il paese di Castello era in festa, la comunità gioiva per quella ragazza di diciannove anni che aveva visto nascere e crescere, che amava fortemente perché buona e generosa, sempre disponibile con chi aveva bisogno, disposta a rinunciare a sé per donare agli altri.”.
Ci saranno ancora problemi, tuttavia, in quella casa, poiché Fulvia non ha latte e non può nutrire il suo bambino. Ci vogliono soldi per pagare una balia, ma i soldi non ci sono. Qualcuno suggerisce di ricorrere ancora una volta all’aiuto di Agostino, ma Roberto si rifiuta decisamene.
Andreuccetti alterna momenti di speranza e serenità a momenti più inquieti e drammatici.
Il Bene (il figlio Lidamo, il sogno americano) e il Male (vessazioni, rinunce, sacrifici e sofferenze) al momento camminano in parallelo. Muteranno? Si incroceranno?
Fulvia non può allattare il bambino. Trovano una balia, Maria, ma costa caro e potranno tenerla sì e no “per una ventina di giorni”. E poi?
Intanto si avvicina il giorno fissato per la partenza di Roberto, che si dovrà trovare a Genova qualche giorno prima del 29, ossia il 27 agosto, ormai molto vicino.
La balia Maria, che lavora presso l’intermediario della navigazione, lo stesso a cui si è rivolto Roberto, gli dà molti consigli, tra i quali: “Lo caldeggiava di non avere mai rapporti sessuali con ragazze sconosciute, di controllare bene le persone alle quali si fosse messo a fianco, che non avessero la tosse, che non si grattassero troppo, che non portassero i capelli lunghi e sudici, di non mangiare in una scodella dove aveva già mangiato un altro, e di non sedersi dove qualcuno in precedenza aveva orinato. Durante le tempeste non sarebbe dovuto rimanere in piedi, ma sdraiato per cercare di vincere il mal di mare ed accertarsi che non ci fosse nessuno vicino a lui che avesse potuto vomitargli addosso.
Infine, altro consiglio importantissimo, quello di stare attento agli individui privi di scrupoli, che avrebbero potuto rubargli il portafoglio e non solo, ma anche indumenti, ed oggetti personali. Era preferibile scegliere degli amici e stare sempre insieme a loro, muoversi in gruppo e cercare di rimanere con le persone della propria regione senza mischiarsi con le altre.”.
Prima di partire vuole imprimersi nella mente l’immagine del suo paese, per poterlo ritrovare una volta lontano: “La sera usciva per godere delle ore di fresco in mezzo alla gente di Castello che si riversava sulle panchine e sui muriccioli a fianco delle case. Era piacevole immergersi in quella calma serale, quando la natura respirava dopo una calda giornata e la gente si ritrovava per parlare e raccontare storie; i vecchi accovacciati sugli uscì polverosi delle case, tenevano i nipotini in braccio e raccontavano fole e le vecchie sedute su sedie di paglia sfilacciate, con mano esperta roteavano il fuso mormorando preghiere.
Quelle piacevoli ore se ne andavano però velocemente ed a poco a poco la gente rientrava nelle proprie case, prima i vecchi poi i bambini e le donne e rimanevano per ultimi i giovani che avevano da raccontarsi le loro avventure amorose e dovevano rimanere soli perché orecchi indiscreti avrebbero potuto carpire i loro piccoli segreti.
Quando anche i ragazzi si erano ritirati nelle loro abitazioni, nei vicoli di Castello rimaneva soltanto la brezza della sera che faceva muovere la chioma degli olivi illuminata dalla luce della luna e portava il suono dell’orologio del campanile che spandeva nel silenzio i suoi lenti rintocchi.”.
Come il lettore può vedere, sono resi tutti gli aspetti intimi che pervadevano l’animo dell’emigrante. Malinconia e voglia di rimanere. Non si abbandona mai volentieri la terra che ci ha visto nascere e crescere.
L’emigrazione ha, dunque, il volto amaro di una emergenza che ha forzato la nostra volontà per aprirci una strada ignota: “In quelle ultime sere che trascorrevano insieme, Roberto e Fulvia facevano un viaggio a ritroso nel tempo; tornavano con la mente ai giorni felici e spensierati della loro fanciullezza, alle corse sui prati della Valle, alle mascherate per carnevale, alle feste sull’aia, ripensavano al loro primo incontro, quando ancora giovanetti si erano trovati per caso mentre Fulvia pascolava le pecore.
Tutta la loro breve vita trascorsa a Castello passava davanti a loro come le pagine di un romanzo.”.
Fulvia è pervasa da un grande amore per lo sposo, gli promette che non avrà mai un altro uomo e chiede anche a lui la stessa promessa. Anche Roberto l’ama e non desidererà mai di sostituirla con un’altra donna.
È l’amore carnale che li preoccupa, che sta in agguato per sorprenderli, non l’amore puro che alberga dentro di loro, il quale non verrà mai meno: “Non mi tradire Roberto quando sarai in America, io non lo farò e ti aspetterò.”. È la giovane età che pulsa nella loro carne e vi attira e trascina il pensiero. Ma poi l’amore puro prende il sopravvento: “Roberto, ti voglio bene”; “Te ne voglio tanto che tu non puoi nemmeno immaginare, tanto quanto l’America ed il mare che la divide messi insieme.”.
È la notte che precede la partenza. Quando arriva l’alba e l’autore ci narra degli addii tra i familiari e soprattutto l’addio rivolto alla sposa, avvertiamo che quelle pagine sono una profonda celebrazione dell’amore. Non vi è gioia, bensì malinconia, ma proprio per questo esso emerge in tutto il suo splendore. Poi: “Il mulo prese a scendere piano, con il suo carico, lungo le pietre aspre della mulattiera, Roberto si girò indietro per raccogliere l’ultimo saluto rivoltogli con le mani da tutti i presenti, un ultimo sguardo alla madre, ai fratelli, alla moglie, al suo caro vecchio borgo di Castello.
Quelle persone seguirono il lento incedere del giovane e dell’animale lungo la discesa fintanto che una curva del sentiero non li separò alla loro vista.”.
L’emigrazione può contenere un sogno, ma è sempre una ferita: “in quella famiglia c’era poca voglia di parlare, il posto dove solitamente si sedeva Roberto era vuoto, sul tavolo il suo piatto mancava, ma soprattutto mancava la sua presenza. Quella famiglia non sembrava più la stessa”.
Andreuccetti vi affonda il bisturi, si trattiene a descriverci le conseguenze per chi resta: nuove tristezze e inattese solitudini. Delle quali è pronto chi ne vuole approfittare, l’insistente Agostino.
Quella famiglia è ridotta in miseria. L’assenza di Roberto si fa sentire, è pesante. L’amicizia di Agostino è diventata, perciò, ancora più indispensabile Il Male, dunque, ha davanti a sé una prateria sterminata.
Agostino gioca le sue carte, ha deciso di mettere in difficoltà Beppone e la sua famiglia, andandogli sfrontatamente a comunicare che non ha più bisogno di tenere in affitto il suo stallino dei maiali, e quindi ritirerà le bestie e non pagherà più il dovuto. Beppone e gli altri della famiglia non riescono a capire il voltafaccia, ma il motivo lo conosce bene solo Fulvia, che ancora resiste alle mire dell’uomo. Ha messo sull’avviso anche la balia Maria che era stata oggetto delle sue subdole attenzioni.
Roberto è lontano (è già trascorso quasi un mese da quando ha lasciato la casa); la sua partenza ha aperto varchi insidiosi che danno modo al lettore di compenetrarsi nei drammi provocati dall’emigrazione. Sono le conseguenze drammatiche di una lontananza. È l’altra faccia dell’emigrazione, questa che ci viene rappresentata, non quella che parte, bensì la faccia che resta, raramente raccontata.
Ma ora osservate la felicità descrittiva di questo passaggio. Siamo arrivati a settembre, la stagione della vendemmia. Sta piovendo forte: “Gli alberi offrivano alla violenza degli elementi le loro fronde indifese che erano spinte ora a destra e ora a sinistra e sembravano uccelli impegnati in uno strano balletto accompagnato da un ritmico battito d’ali. Le gocce d’acqua piombavano nelle pozzanghere innalzando spruzzi e formando numerose bolle ora più grandi ora più piccole che avevano la breve vita di un attimo, ma subito ne spuntavano di nuove, sotto l’incalzare frenetico della pioggia.”.
Ogni tanto descrizioni come questa ci fanno tirare un sospiro di sollievo. Sono pause rasserenanti, poiché ci ricordano che questa, sia pure mutevole, è la ordinaria nostra condizione di vita.
È Fulvia a pagare più di tutti la lontananza di Roberto. Le attenzioni di Agostino nei suoi confronti si fanno più ardite e la donna comincia a disperare temendo di non riuscire a resistere ai suoi assalti prepotenti e privi di scrupoli.

il Bene e il Male si stanno avvicinando per uno scontro.
È il filo rosso che ora emerge in superficie, e che ci fa intendere che è sulle conseguenze dell’emigrazioni che Andreuccetti ha voluto intrattenerci. Ci ha mostrato ciò a cui rinuncia (famiglia, ambiente, usi e abitudini) chi parte, e ciò che deve affrontare chi resta, e proprio a causa della sua assenza.
È anche una storia di solitudine, quella di Fulvia, una donna entrata in una casa estranea (“capiva quanti problemi aveva portato a quelle persone dal giorno che aveva messo piede nella loro casa.”), sempre attenta a non essere d’ingombro, a non far pesare la sua presenza, ed ora tutta presa ad allevare un figlio mentre il marito se n’è andato lontano: “perché era un cuore lacerato e sofferente di una persona troppo sola chiamata ad affrontare i mille problemi in una realtà più grande di lei.”.
Fulvia è la vera protagonista del romanzo, l’eroina esposta alle imprevedibilità e alle traversie della vita, a cui cerca di far fronte con la fede in Dio e con la forza di volontà. La sua strada è impervia, irta di ostacoli e tentazioni. Non si può permettere debolezze.
Roberto, lo sposo, è uscito di scena, ha dimostrato il suo amore e la sua volontà di aiutare la famiglia e in specie il figlio Lidamo, ma ora non c’è a confortare, a dare coraggio, ad aiutare.
Fulvia rappresenta tutte le donne che sono rimaste a casa quando i mariti sono partiti a cercare fortuna. Ne testimonia le fatiche, le ansie, le tribolazioni fisiche e morali, le fragilità, le resistenze, i tanti ostacoli che attraversano il loro cammino: “La ragazza nel silenzio di quella notte pregava, offriva le sue tribolazioni al Signore, nella speranza che le desse un po’ di coraggio e di conforto e che l’aiutasse a superare quei momenti difficili.”; “Ma poi si pentiva di questo suo momento di debolezza, di questa sua mancanza di fiducia e di coraggio, sapeva, anzi ne era certa che la Madonna non l’avrebbe abbandonata. Bisognava che la pregasse tanto, doveva prendere in mano più spesso la corona del rosario ed a volte colta dalla stanchezza e dal tanto lavoro se ne dimenticava.”.
È novembre. Piove e tira un forte vento: “Era in atto la eterna disputa fra le forze della natura, l’eterno contrapporsi del debole al potente; il grande leccio secolare ben piantato e con un apparato radicale profondo, era appena scalfito da quella furia, mentre il tenero ciliegio, cresciuto sopra un poggio, con il fusto ricurvo con qualche ramo secco, doveva lottare con tutte le sue forze per non soccombere e rischiava di essere schiantato e trascinato a terra dall’impeto del vento.”. Ma anche: “Dopo i giorni di pioggia novembre aveva cambiato volto, era arrivato il freddo, un gelo precoce ed improvviso aveva portato le prime abbondanti brinate nella campagna e la neve sulle cime più alte dei monti, gli alberi avevano iniziato a spogliarsi delle foglie multicolori che andavano dal giallo, al marrone, al rosso fuoco. La brezza di tramontana le carpiva e le portava con sé, a volte una a volte due a volte cento, si libravano per l’aria volteggiando e dondolando lentamente come se abbandonassero di malavoglia quella pianta che aveva dato loro la vita. Si posavano dolcemente a terra, rimanevano un attimo immobili e poi il vento le sollevava di nuovo e le portava più lontano, fino ad ammassarle in un angolo remoto, quasi una disperata ricerca della definitiva dimora.”.
Questa è la descrizione della nebbia che a poco a poco ricopre ogni cosa: “A mano a mano che si avvicinava gli alberi e le case sfumavano i contorni e perdevano forma, la nebbia toglieva la vista dei monti, si andava a confondere con le nuvole nere fino a lasciare davanti agli occhi solo un ammasso uniforme e grigio. Penetrava nei sentieri, nelle rughe e negli orti, ghermiva con la sua mano quelle povere case dove brillava nel camino solo una tremula, misera fiammella.”.
Il ciclo delle stagioni si sta completando con l’arrivo di dicembre e dell’inverno. Torna il freddo rigido e temuto. Fulvia e Lucia, la ragazza che ha sostituito la balia Maria nell’allattare Lidamo ed è stata accolta in casa da Beppone come una figlia, hanno un gran freddo ai piedi e non sanno come scaldarli. Un modo lo trovano: “Le due ragazze erano spesso costrette ad infilare i piedi nell’incavo della gamba formato dal polpaccio e dalla coscia, cercando di tenerli in quella posizione scomoda per diversi minuti, fintanto che il sangue non avesse ripreso a circolare riportandovi calore.”.
Di Roberto non si sa più niente; Fulvia si dispera.
E Andreuccetti coglie al balzo l’occasione per confrontare il sogno di Roberto con la realtà che ha abbandonato e, facendolo, ci suggerisce la sua preferenza: “Con i saboni che cantavano sopra la mulattiera ghiacciata, Francesco e gli altri fratelli che si erano alzati all’alba, stavano camminando per recarsi a fare una ricognizione nel bosco; si sarebbero trattenuti l’intera giornata in mezzo ai lecci, ai frassini ed alle querce, cercando di ripulire i sentieri intorno alle piazze delle carbonaie, fermando il lavoro soltanto per mangiare quel neccio che era da sempre il loro pranzo.
Eppure non si lagnavano della loro sorte, erano felici di vivere in mezzo alla natura, di lavorare sovrastati dalle regali evoluzioni della poiana, fra i sentieri battuti dalle volpi, dove l’aria era più tersa e dove era ben visibile il bianco cappuccio di neve sulle cime dei monti.
Quei ragazzi lavoravano contenti, esprimevano la gioia nel vivere la stagione per loro più bella, cantavano, e la loro voce invadeva le borre e le selve, si perdeva nei silenzi dei boschi e delle valli.”.
È arrivata la prima neve; il ciclo si chiude con il ritorno alla stagione dell’inizio, ma ora l’autore, vicino a congedarsi da noi, ci illumina e ci fa dono di questa stupenda descrizione: “Quando Fulvia si alzò per andare a dare mangiare alle bestie, trovò uno spettacolo diverso; i suoi occhi quasi furono abbagliati da un bianco improvviso, la neve era caduta copiosa durante la notte e continuava a scendere, lenta, morbida e silenziosa. La campagna era scomparsa sotto quella grande macchia candida, si intravedeva soltanto il verde dei cipressi che affiorava quando la neve che li ricopriva crollava a terra con un fruscio sommesso. Erano scomparsi i sentieri e le strade, mentre qua e là nella neve si distinguevano nitide le orme delle volpi che durante la notte erano andate in cerca di cibo vagando sopra quella coltre bianca. Il pagliaio in mezzo al prato mostrava soltanto il marrone del palo che affiorava dal soffice manto e lo faceva assomigliare ad un gigantesco fungo spuntato per caso in una magica e misteriosa notte. Qualche passero infreddolito si aggirava sotto i davanzali delle finestre alla disperata ricerca di un improbabile cibo.
Tutto era silenzio nel borgo di Castello interrotto soltanto dal raglio di un asino che arrivava da una stalla lontana, mentre la neve continuava a cadere insistente, fitta, copiosa ed andava ad accrescere il già alto strato formatosi durante la notte.”.
Ci pare di vedere un quadro di Bruegel il Vecchio.
Alla quale si aggiunge la descrizione della notte in cui i paesani di Castello scendono lungo la mulattiera per recarsi ad ascoltare la Messa di Natale. Do solo l’inizio: “La notte era fredda e l’aria tersa, nelle porche e nei campi si poteva già distinguere il luccichio dell’erba coperta di brina, nel cielo limpido le stelle mandavano il loro intermittente tremolio, quasi fossero tenute accese dal soffio tagliente della tramontana.”.
Due giorni dopo, arriva la lettera tanto attesa di Roberto. Va tutto bene, le scrive. Ha trovato lavoro e guadagna bene. Non è tutta la verità. E l’autore ci fa capire che nella loro vita futura ci saranno ad attenderli nuove e difficili prove.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart