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Apollinaire, Guillaume

22 Dicembre 2020

Apollinaire

Apollinaire

(Da: Sìlarus – Anno VIII – N. 40; Marzo-Aprile 1972)

Premessa

La poesia non è, fortunatamente, privilegio di pochi, ma nasce in ciascuno di noi. Alcuni, e sono i poeti che tutti conosciamo, riescono a disciplinarla e a scriverla, consegnandola all’esterno; gli altri, invece, restano come soffocati da essa e il godimento che provano, intenso, si brucia in loro.
Si può pensare che i sentimenti di questi ultimi siano molto verosimilmente il fior fiore della poesia, che l’uomo non riesce a contenere e da cui è travolto.
Così, la storia della poesia potrebbe essere uno svolgimento solo parziale e molto imperfetto, restando sconosciuta per sempre la vera natura della poesia.
Immaginiamola, per un momento, immensa ed aeriforme, passare radente sopra una cittĂ  e la sua pioggia di sensazioni, di sentimenti, di immagini avvolgere gli uomini. I suoi fili, le sue gocce sono difformi: complesse, semplici, brevi, durevoli, lente, veloci, chiare, oscure.
Tutti ne sono toccati; tuttavia non allo stesso modo, ed anzi è presumibile che ciascuno lo sia in modo diverso dagli altri.
A questo punto, l’uomo oppone, all’interno di sé, la sua natura alla poesia.
L’equilibrio che si genera dall’incontro, il non prevalere dell’una sull’altra, è la condizione necessaria affinché la poesia si consegni all’esterno e diventi testimonianza per gli uomini.
Si può dire, di conseguenza, che quando una forte sensazione, immagine o sentimento o tutto questo insieme, incontri una natura adeguata, si ha il grande poeta e la cosidetta grande poesia.
Allorché l’equilibrio non si impone, può essere che l’uomo abbia appena avvertito la poesia, che resta per lui, allora, come un brivido passeggero, oppure che essa lo abbia travolto con una presenza bruciante.
Per lo studioso, ovviamente, sarebbe utile poter osservare questo processo d’incontro tra la poesia e l’uomo, nel corso del quale avviene certamente una serie di trasformazioni della poesia originaria: qualche parte di essa cade, perdendosi per sempre; le altre reagiscono, si modificano, finché, diverse da come erano entrate, filtrano l’anima dell’uomo e si ricompongono nella poesia scritta.
La scienza, forse, ci aiuterĂ  in un lontano futuro; altrimenti questo necessario misterioso sconvolgimento, che ci accompagna dalle origini e ci rende eguali al primo uomo, continuerĂ  a nascondere il volto, senza dubbio seducente e violento, della poesia.

L’altra faccia di Apollinaire

Tutto questo abbiamo voluto dire per cercare, in qualche modo, di spiegarci le contraddizioni, o meglio le complessitĂ , che accompagnano le manifestazioni esteriori di alcuni poeti.
Evidentemente, la poesia opera su certe nature, riuscendo a stabilire con esse un equilibrio in più direzioni, cosicché il poeta sembra, a chi lo osservi dall’esterno, contraddittorio, mentre egli è solo ricettacolo della poesia.
Molti hanno scritto che senza Apollinaire la poesia del ventesimo secolo sarebbe stata povera, ed anche che il surrealismo, il cubismo, il fauvismo, il futurismo e gran parte dell’arte pittorica del primo novecento gli devono molto.
Lorenzo Bocchi, qualche anno fa, notò che Apollinaire prese la cittadinanza francese nel marzo del 1916 e che, perciò, «uno dei più grandi poeti di Francia è stato francese poco più di due anni».
Ebbene, Apollinaire è uno di questi poeti, la cui natura misteriosa ha stupito il mondo dell’arte.
Uno psicanalista, presumibilmente, troverebbe nei primi anni di vita del poeta materia sufficiente a spiegarla.
Nato a Roma il 26 Agosto 1880, fu registrato all’anagrafe col nome di Guglielmo Alberto Dulcini; solo più tardi la nobildonna Angelica Kostrowitzky lo presentò al fonte battesimale come suo figlio, col nome di Guglielmo Apollinaire Kostrowitzky.
Del padre egli non seppe mai nulla; oggi possiamo affermare con certezza che fu Francesco Flugi di Aspermont, discendente di una famiglia originaria del Canton dei grigioni, che si trovava alla corte papale, ben accetto per il rifiuto che aveva dato di servire il nuovo re d’Italia.
Infatti, la fotografia dell’abate generale dei benedettini, don Romavic., fratello di Francesco, mostra una sorprendente somiglianza con il poeta.
Il quarantenne Francesco sconvolse l’anima di Angelica, esuberante ed irrequieta, più giovane di lui di ventitré anni, dando inizio ad una passione tempestosa che finì nel 1884 con la fuga di Francesco.
Partita da Roma, espulsa dal casinò di Montecarlo come «femme légère», Angelica si trasferì a Nizza, con un nuovo amante, poi a Parigi, sempre in cerca di piccanti avventure, contrastando la vocazione del figlio.
Così Guillaume, quando la necessità di guadagnare lo spinse a scrivere, non dovette faticare molto per trovare la materia del primo libro.
Infatti, egli esordisce con un romanzetto osceno: «Mirely ou le petit trou pas cher», pubblicato nel 1901.
Gli anni giovanili formarono dentro di lui una memoria di cui egli non riuscirĂ  piĂą a liberarsi ed anzi, ad intervalli, se ne sentirĂ  attratto.
Ciò costituisce il motivo fondamentale dell’artista Apollinaire.
Nel 1906, appaiono due altri libri erotici: «Mémoires d’un jeune don Juan» e sopratutto «Les Onze Mille verges». Eccettuate alcune poesie apparse nel 1901 su “La grande France” e nel 1903 su “Le festin d’Esope”, una rivista letteraria fondata insieme con André Salmon, la sua produzione maggiore, dove sembra abbia speso più tempo, è rappresentata dai tre romanzi erotici citati.
Ė utile riportare qualche breve brano significativo del più noto dei tre: «Les Onze Mille verges», che ebbe, nel 1930, la prefazione di Louis Aragon.
Questa è la descrizione di Estella Romange, che il protagonista Mony ed il suo amico Cornaboeux incontrano sull’«Orient-Express», in compagnia della deliziosa cameriera Marietta:
«Era la donna moderna nel pieno senso della parola: capelli ondulati tenuti insieme da pettini di tartaruga, dal colore in accordo colla loro sapiente ossigenazione. Il corpo era affascinante e grazioso. Il sedere nervoso e prominente. Il volto truccato con arte le dava l’aspetto piccante di una puttana di gran lusso. I seni erano un tantino cadenti, ma non le stavano male: piccoli, minuti, a forma di pera. A maneggiarli erano dolci, soffici, e al tatto facevano pensare alle mammelle di una capra da latte, mentre, se Estella si voltava all’improvviso, saltellavano come un fazzoletto di batista arrotolato a mo’ di una pallina che ci si divertisse a far danzare sulla mano…».
Ovviamente, nella cabina del vagone-letto presto ha luogo una scatenata partita a quattro, che si conclude con la morte delle due donne ed episodi di necrofilia e vampirismo.

Questa, invece, è la scena dell’impalazione dell’invertito tedesco Egon Muller, brutale amante della delicata prostituta giapponese Kiljemù:
«Mony indicò KiljemĂą ai soldati: la povera piccola ragazza guardava il suo amante impalato con occhi in cui il terrore, l’amore, la compassione si mescolavano in una suprema desolazione. I soldati la denudarono e issarono il suo povero corpo di uccellino su quello dell’impalato. Allargarono le gambe dell’infelice… La povera semplice animuccia non comprendeva questa barbarie, ma… divenne come folle, e i suoi movimenti facevano scendere a poco a poco il corpo dell’amante lungo il palo… Era uno strano stendardo, quello formato da quell’uomo imbavagliato e dalla donna che si agitava stretta a lui!… Sangue scuro formava una pozza ai piedi del palo».
Nel 1909, Apollinaire è ancora attratto dall’erotismo e cura la scelta delle opere del marchese de Sade, che ebbe il merito, secondo molti critici, di riproporre ad un’intera generazione e per il quale coniò la celebre frase:
“Quest’uomo che sembra non aver affatto contato nel XIX secolo, dominerà forse il ventesimo”.
“L’oeuvre du Marquis de Sade” è la prima di una serie di circa venti opere libertine che il poeta curò, favorendone, spesso assai giustamente, la diffusione (Aretino, Giorgio Baffo, Mirabeau, ecc.).
Egli diviene uno specialista della letteratura erotica al punto che, nel corso delle sue moltissime ricerche, troverà tempo per formare il catalogo dell’”enfers” della biblioteca nazionale di Francia.
Nel Giugno 1917, al conservatorio Renée Maubel, rue de l’Orient, a Montmartre, è rappresentato il “dramma surreale” (è sua la parola surrealista): “Les Mamelles de Tirésias”, in cui, con fantasia, come egli stesso scrisse nella prefazione posteriore, affronta il tema del ripopolamento della Francia, dopo la perdita di più di un milione di giovani vite a causa della guerra: tema morbosamente sentito dal poeta, il quale già nel Gennaio dello stesso anno, in una delle cronache aneddotiche trasmesse al “Mercure de France”, aveva deplorato che nel suo Paese ci fossero troppo poche donne in stato di gravidanza. Scriveva infatti:
“Occorre avere molti figli per la felicità del focolare e della nazione. Vorrei che i soldati, e prima di tutto gli ufficiali, prendessero l’abitudine di fare il saluto militare alle donne incinte».
L’interesse di questo genio poliedrico non trascurava la pittura, dove sapeva riconoscere l’artista di talento. Molti grandi pittori ebbero da lui il primo incoraggiamento e la prima critica e gli restarono amici per sempre: Picasso, Braque, Matisse, Modigliani, Vlaminck, Severini, Chagall, Picabia, Duchamp, De Chirico (che Apollinaire esalta nel “Paris Journal” del 15 Luglio 1914 e a cui suggerirà molti titoli di quadri).
Ecco cosa scrisse di Picasso, in un articolo assai importante: “Les commencements du cubisme”, apparso in “Le temps” il 14 Ottobre 1912, in cui si fa cenno alle famose statuette umane degli intagliatori della Guinea, cui si ispirarono molti cubisti:
“Circa alla stessa epoca viveva a Montmartre un giovane dagli occhi irrequieti, il cui volto ricordava quelli di Raffaello e di Forain. Pablo Picasso, che dall’età di sedici anni aveva acquistato una certa fama con tele che la gente scopriva affini ai crudeli dipinti di Forain, aveva bruscamente abbandonato quella maniera e cominciava a dipingere misteriose opere in un blu intenso. Abitava in quella bizzarra casa di legno in Rue Ravignan dove vissero tanti artisti oggi famosi, o che sono sul punto di diventarlo. Lì lo incontrai nel 1905. La sua fama non si era ancora estesa oltre i limiti della Butte. La sua tuta blu da elettricista, la sua intelligenza talvolta crudele e la singolarità della sua arte erano ben note in tutta Montmartre. Il suo studio, ingombro di tele rappresentanti mistici arlecchini e di disegni che si era costretti a calpestare camminando, e che chiunque aveva il permesso di portarsi via, era il rendez-vous di tutti i giovani artisti e poeti”.
Si tratta del celeberrimo “bateau lavoir” (così battezzato da André Salmon), strana costruzione in legno, aggrappata alla collina di Montmartre, che fece inorridire, nel 1909, Gertrude Stein, ma che ospitò giovani pittori, scrittori e attori presto famosi: Gauguin, Modigliani, Van Dongen, Juan Gris, Rousseau il Doganiere, Reverdy, Max Jacob, Barrault.
Proprio su Picasso, Apollinaire aveva scritto su “La Revue Immoraliste”, nell’aprile 1905, il suo primo articolo di critica d’arte: “Picasso, peintre et dessinateur”, seguito da un altro su “La piume”, il 15 Maggio 1905, dal titolo: “Les jeunes: Picasso peintre”.
Nel 1907, segue una lode a Matisse in “La Phalange” e nel 1908 l’introduzione ad una mostra di Georges Braque.
Nell’articolo dell’aprile 1905 su Picasso, citato, tra l’altro si legge: “A Roma, in carnevale, ci sono maschere (Arlecchino, Colombina, la cuoca francese…) che, dopo un’orgia conclusa non di rado con un assassinio, la mattina vanno a San Pietro a baciare l’alluce consunto del principe degli apostoli: questi lo affascinerebbero molto.
Sotto gli orpelli chiassosi dei saltimbanchi snelli che egli dipinge si avvertono indubbiamente i giovani del popolo, ingegnosi, maliziosi, furbi, poveri e bugiardi; le madri che egli fa raggrinzano certe mani sottili come spesso le hanno proprio le giovani madri delle classi popolari”.
Il motivo dei pagliacci, anche se non ricorre spesso nella sua poesia, ebbe nella vita di Apollinaire, allo stesso modo che il motivo erotico, una presenza costante, che lo teneva inchiodato alla fanciullezza, riportando in superficie tutti quanti i simboli che lo avevano accompagnato nei suoi viaggi con la madre.

In una lunga lettera inviata il 22 Febbraio 1918 a Giuseppe Raimondi, egli ricorda una giornata trascorsa a Bologna, dove la madre si era trasferita da Roma e dove il futuro grande poeta di Francia imparò a scrivere in italiano, prima ancora che in francese. In essa si fa riferimento ai pagliacci:
“Mi ricordo precisamente di Bologna… avevo tre o quattro anni… Vi provai la mia prima, piĂą grande, piĂą forte paura. Si era ad una festa, una specie di fiera, con delle baracche di pagliacci… Non ci fu verso di farmi entrare, i pagliacci mi avevano terrorizzato.
Essi sono rimasti per me qualcosa di misterioso e questo sentimento io l’ho seminato nell’anima di Picasso dove ha germogliato in opere meravigliose”.
Dunque, si può dire con sufficiente ragionevolezza che la poliedricità dell’anima di Apollinaire trova il fondamento in quei primi anni trascorsi con la madre, “la femme légère”, in cui egli viene a contatto con presenze misteriose e con situazioni dense di emozioni, che permeano per sempre la sua natura. Del resto, egli cercherà di imitare la madre, ricercando continuamente avventure piccanti e passando più o meno tempestosamente dall’una all’altra.
Dopo l’infatuazione del 1901 per Annie Playden, che lo fuggirà rifugiandosi in America, Picasso gli presenta, nel 1907, la pittrice Marie Laurencin, con cui si lega d’amore per circa cinque anni.
Nel 1914, tocca a Louise de Coligny-Chàtillon, detta Lou, nobildonna squattrinata e di liberi costumi. Con lei intreccia una fitta corrispondenza di duecentoventi lettere, dalla quale sappiamo che Lou restò delusa delle capacità amatorie del poeta e lo persuase ad accettare la presenza di un altro spasimante, chiamato Toutou.
A Madeleine Pagès, conosciuta in treno nel 1915, dedicherà i bei “Poemi segreti”, in cui, meglio che in “Les Onze Mille verges”, si dimostra scrittore erotico di rara efficacia e scriverà una lettera al giorno durante i diciotto mesi della loro relazione.
Conosciuta nel 1917, Jaqueline Kolb diventerà sua moglie il 2 Maggio 1918, pochi mesi prima della morte, avvenuta il 9 Novembre a Parigi, a causa di un attacco di “spagnola”.
Se la poesia, così, ha agito sull’anima di Apollinaire in piĂą direzioni, ciò si deve al fatto che essa ha trovato in lui il ricettacolo per l’espressione di molti sentimenti, ovvero una natura che l’esperienza, sopratutto giovanile, aveva preparato a ricevere.
Ciò, anziché dimostrare, come qualcuno ha detto facendo il paragone con Ungaretti, il suo limite, attesta la sua grandezza e la sua predisposizione all’arte “tout court”.
La poesia, del resto, ha trovato in Apollinaire il mirabile cantore de “il ponte Mirabeau” (ispiratogli dalla pittrice Laurencin) e de “Le Campane”, due autentici gioielli, per cristallina purezza e lievità, della letteratura mondiale.
Senza di lui, la poesia si sarebbe certamente offerta a qualcun altro, il quale, con tutta probabilità, ne sarebbe rimasto bruciato, lasciando all’umanità il rimpianto di una grande occasione perduta.


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Bart