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MUSICA: “Armida”: dramma per musica in tre atti. Musica di Gioacchino Rossini. Libretto di Giovanni Schmidt.

10 Settembre 2007

di Stelvio Mestrovich

[Alcune pubblicazioni di Stelvio Mestrovich: “Appunti di archeologia musicale”, Pagnini, 2002, “Il caso Palinuro”, Pagnini, 2003, “Venezia rosso sangue”, Flaccovio, 2004, “Delitto in casa Goldoni”, Carabba, 2007]

Nato a Pesaro il 29 febbraio del 1792 in una casa di via del Duomo (oggi via Rossini) tre mesi dopo la morte di Wolfgang Amadeus Mozart, Gioacchino Rossini, sebbene dal carattere e dalla personalità bifronte, infatti pur cadendo spesso in depressione ed essendo afflitto da frequenti crisi di pigrizia, apparve al contempo spesso gioviale e amante della buona tavola e delle belle donne, nonché gran produttore musicale (nonostante gli auto-plagi), ne proseguì il lavoro, animato dallo stesso spirito geniale. Nel suo dna compositivo emerse sempre l’esperienza strumentale di Haydn e di Mozart.

Il padre Giuseppe, vulgo Vivazza per il suo innato buon umore, trombetta del comune di Lugo, trasferitosi a Pesaro, sposò Anna Guidarini (una cantante di discreta bravura), della cui sorella minore, Nunziata, si parlava in termini poco lusinghieri per il suo contegno riprovevole, cosa che si riflesse anche su Anna. Al battesimo di Gioacchino, la gente mormorò per la presenza, quale padrino, del conte Macchirelli. Ma si trattava di quel venticello che è la calunnia, così ben espresso da Rossini-uomo poi nel “Barbiere”.

Il cittadino Vivazza, repubblicano vero, fu un fervente sostenitore della Rivoluzione Francese e suonò felice (anche se gli costò la fortezza) nella banda cittadina e nelle orchestre locali che appoggiarono le truppe francesi di occupazione. Liberato dopo la vittoria di Marengo, Giuseppe Rossini decise di cambiare aria e portò la famiglia a Bologna. E proprio qui, Gioacchino che aveva una bellissima voce di soprano, indubbia eredità materna, studiò canto e spinetta. Entrato nell’Istituto Musicale di Bologna, ne uscì operista, dopo avere studiato violoncello, pianoforte e contrappunto, quest’ultimo sotto la guida del padre Mattei. Utilissimo gli fu l’avere seguito i genitori nei teatri, accanto al padre in orchestra, mentre la madre cantava.  Agli inizi trascurò un po’ la polifonia, ma con l’andare degli anni seppe rimediarvi.

Il tedeschino, si era guadagnato tale appellativo per il suo sviscerato amore nei confronti di Haydn e di Mozart, debuttò con La cambiale di matrimonio (1810), nonostante avesse già scritto Demetrio e Polibio rappresentata però nel 1812.  Seguirono L’equivoco stravagante e la sua prima opera seria Ciro in Babilonia per Ferrara, quindi per Venezia L’inganno felice, La scala di seta, L’occasione fa il ladro e per Milano La pietra del paragone, che gli portò successo e l’esenzione dal servizio militare per i buoni offici del suo ammiratore, il Viceré d’Italia.
I colpi di archetto sulla latta dei copri lampada dei leggii (così viene ricordata), cioè la farsa giocosa Il signor Bruschino e l’opera seria Tancredi non ebbero un successo molto caloroso a Venezia, tant’è vero che Rossini ricorse in appello con L’Italiana in Algeri sempre nella città lagunare, e si riscosse. Quel periodo veneziano-milanese si chiuse con altre due opere, una buffa Il Turco in Italia, l’altra seria Aureliano in Palmira, entrambe rappresentate alla Scala di Milano ed entrambe accolte freddamente dal pubblico e con il fiasco clamoroso dell’opera Sigismondo composta per il carnevale 1815 a Venezia.
L’incontro con l’impresario Domenico Barbaja, che ne intuì subito il genio, fu determinante per Rossini.  Si recò a Napoli e la ruota della fortuna cominciò a girare bene per lui. E il destino ci mise del suo facendolo entrare nelle grazie di Isabella Colbran, la cantante spagnola favorita del pubblico napoletano (che divenne nel 1822 sua moglie e dalla quale si separò circa otto anni dopo) ed interprete di Elisabetta, regina d’Inghilterra, insieme al tenore Nozzari e da Manuel Garcia.
Nonostante l’ostilità della vecchia guardia zingarelliana, l’opera fu un trionfo.
Alfredo Bonaccorsi scrisse in “Gioacchino Rossini” (“La Musica” U.T.E.T.  IV, Torino ,1966):
“Libero di scegliere il soggetto, purchè fosse di genere buffo, il giovane compositore si rivolse a Cesare Sterbini per ottenere la riduzione a libretto della commedia di Beaumarchais Le Barbier de Séville, ou la précaution inutile.  Alla ‘prima’, Il Barbiere di Siviglia cadde per poi subito trionfare in ogni luogo. Non sembrano del tutto chiare le ragioni che indussero il pubblico a disapprovare quest’opera. Forse i dissensi furono causati dagli ammiratori di Paisiello, autore di un famoso “Barbiere”. Sembrerebbe vera l’ipotesi di un insuccesso organizzato; essa viene avvalorata dal libretto di quella ‘prima’, in cui par di scorgere, nell’Avvertenza al pubblico, una preoccupazione dell’Impresa per avere osato di presentare un nuovo “Barbiere”: “La commedia del Signor Beaumarchais intitolata “Il Barbiere di Siviglia … si presenta in Roma (Teatro Argentina) ridotta a dramma comico col titolo di Almaviva, o sia l’inutile precauzione (questo fu il primo titolo dell’opera di Rossini) all’oggetto di pienamente convincere il pubblico de’ sentimenti di rispetto e venerazione che animano l’Autore della musica … verso il tanto celebre Paisiello … Chiamato ad assumere il medesimo difficile incarico il signor Maestro Giovacchino Rossini, onde non incorrere nella taccia di una temeraria rivalità … ha espressamente richiesto che Il Barbiere di Siviglia fosse di nuovo interamente versificato, e che vi fossero aggiunte parecchie nuove situazioni …”
Del lavoro Rossini dette annunzio al Paisiello, il quale rispose diplomaticamente.
Altri capolavori seguirono a ritmo incalzante: Otello, ossia il Moro di Venezia; Cenerentola; La gazza ladra; Armida; Mosè in Egitto; La donna del lago; Maometto II; Semiramide; Le Comte Ory; Le siége de Corinthe“, sino all’apoteosi del Guillaume Tell.
Dopo la separazione dalla Colbran e la morte del vecchio genitore, Rossini riparò a Firenze insieme con Olimpia Pelissier (che era diventata sua moglie nel 1846 dopo la scomparsa della Colbran), per poi rientrare a Bologna, di nuovo Firenze e, quindi, il viaggio a Parigi, dove dimorò senza interruzione dal maggio 1855 alla morte che avvenne nel suo villino di Passy, dopo avere ricevuto grandi onori in occasione del suo 76° compleanno.
Nel 1887 Gioacchino Rossini fu trasportato con sommo onore a S.Croce in Firenze.

Armida, alla prima al Teatro San Carlo di Napoli, non fu accolta favorevolmente dal pubblico, nonostante che le parti principali dell’opera fossero affidate ad Amedeo Nozzari e alla Colbran, che, nei panni di Armida, era non a caso il solo personaggio femminile, intorno al quale si sviluppava l’intero dramma. Il progetto del ‘grande spettacolo’ con un largo impiego di parti corali e di alcuni numeri di danza, fallì, anche perché il soggetto era inusuale per Rossini. L’Armida non era la Cenerentola e non poteva funzionare. Così ottenne il risultato di apparire stravagante rispetto alla tradizione del melodramma italiano. Le novità non piacquero. Non piacquero al pubblico la moderna introduzione orchestrale, i cori con troppe preziosità stilistiche, le danze troppo numerose e il finale troppo rapido e stringato. Armida che scatena le Furie e abbatte il castello edificato per Rinaldo, nocque all’opera per eccesso di eccentricità e per l’eccessiva fretta. Il pubblico napoletano giudicò Armida troppo originale e provocatoria e tale sensazione durò sino alla fine dell’Ottocento.
E Rossini ricorse all’autoplagio.
Il duetto “Amor! Possente nume!” divenne il finale lieto dell’Otello; le danze furono reimpiegate nel Moisé et Pharaon francese; il duetto Carlo-Ubaldo scivolò nel terzo atto de Il viaggio a Reims.
Anche oggi Armida è molto difficile da rappresentare sia per reperire ben sei tenori, di cui almeno tre impegnati in ruoli di primo piano sia per la struttura elaborata dell’opera stessa.


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1 commento

  1. Commento by Filiberto — 28 Dicembre 2007 @ 16:58

    Bellissimo articolo. Sono un direttore d’orchestra e ho trovato molto interessante questo ‘pezzo’ sull’Armida di Rossini.
    Vi ho letto competenza, sintesi e professionalità.
    Filiberto da Massa

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