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ARTE: I MAESTRI: Giacomo ManzĂą. Ha battuto Picasso

29 Marzo 2014

di Vittorio Rubio
[da “La fiera letteraria”, numero 50, giovedì, 12 dicembre 1968]

Rotterdam, dicembre

Una chiesa che già era un monu­mento di scarso interesse, di un gotico ritardato, quando era in piedi, poi qua­si completamente distrutta durante la guerra, e ora ricostruita come era, do­ve era, la chiesa di San Lorenzo a Rot­terdam. Dunque una specie nostalgica di falso, nel cuore di una città tutta nuova, la più nuova d’Europa. E chi l’avrebbe guardata, l’intrusa, tra le file di negozi che allineano, nel modo più pedestre, chilometri di scarpe e di elettrodomestici?

Ebbene ora, forse più del monumen­to di Gabo, più di quello gesticolante dell’ultimo Zandkine, costituirà il pun­to di approdo, oltre il porto così folto — il più grande del mondo — per chi ar­riva a Rotterdam. Certo che l’impresa di realizzare una porta che si ponesse come il simbolo di un tragico passato e di un fastoso presente — la porta si chiude ma anche si apre — era di quelle da paralizzare e da fare scivola­re nella retorica anche un artista co­me Manzù.

Dopo il cammino tormentato della porta della morte di San Pietro, attra­verso i dubbi e i ripensamenti, le svol­te decisive che l’artista sofferse per dieci anni, ci fu come una felice de­compressione, e dalla morte emersero impetuosi i gruppi degli Amanti, l’al­tissimo Strip-tease, la Carrozza reale una ripresa di contatto quasi violento con la vita d’ogni giorno, con l’amore, l’infanzia, la fecondità. Tutto questo non sembrava certo avere predisposto Manzù a riprendere i temi più vasti di un impegno pubblico e solenne.

Invece l’impegno c’è stato e tale da oltrepassare persino l’esperienza che poteva apparire vincolante della porta di San Pietro. Rispetto alla quale, la porta di Rotterdam, con lo scioglimen­to della ripartizione a riquadri in due ampie composizioni, la « Guerra e la Pace », la prima nella parte inferiore compresa fra i due battenti, la secon­da nella parte superiore a forma di lunettone, appare senz’altro più nuova e libera e persuasiva, con un attacca­mento al vero e una facoltà di trasfi­gurarlo, una naturalezza ed insieme un’efficacia nel fare appello alle pro­prie risorse ideali, che davvero non te­mono confronti, in una scena così lar­gamente sviluppata.

La « Guerra e la Pace ». Picasso ne aveva fatto un’opera di grande orato­ria, ricalcata per eccesso, oserei dire, sull’esempio di Guernica. Ma lo stesso tema in Manzù è più finemente senti­to. Ciò che vi si dice, lo si vede altret­tanto bene da vicino che da lontano, alternando episodi di vivace esterio­rità ad altri di ardente intimismo, il sentimento sdegnoso e amaro della guerra all’ingenuità profonda, la trepi­da dolcezza della pace.

Nella rappresentazione della « Pa­ce » la sensazione è rapida, l’immagine acciuffata a volo, e quale sfuggente eleganza nel giovinetto nudo, quasi un’impronta lasciata nell’aria, che sol­leva il drappo, come se si tirasse die­tro un aquilone. L’immagine della donna con il bimbo è una persona vi­va, e anche un simbolo: e così i simboli si integrano naturalmente l’uno con l’altro, senza sforzi allegorici. Non c’è posa alcuna, c’è un’immagine tratta dalla vita, con l’essenziale perchĂ© resti vita, senza il superfluo che la faccia diventare neo-realista.

E poi la « Guerra », la vita che spro­fonda nel dolore e poi nel nulla. La figura riversa, con quella testa attacca­ta al resto del corpo come la corda sul collo dell’impiccato, quella natura fat­ta di contrasti, quel modo di tenere avvinghiati i corpi per le gambe, dove ritorna il Caino e Abele della porta di San Pietro, dove l’artista sembra qua­si sfidare la difficoltĂ  di ritrarre l’im­possibile. E che sicurezza, che mestie­re, anche, nel rispondere alla propria ispirazione. L’insistenza, ed insieme quasi la noncuranza con cui le caratte­ristiche accidentali diventano gli elo­quenti primari della composizione.

Lo straordinario rilievo dei grandi panneggi in primo piano, le pieghe che avvolgendo la figura della madre la modellano dall’esterno, la luce che si aggiunge alla luce. « In realtĂ  » ha scritto Brandi « la forza travolgente di tutta la posta sta in questa plastica pura dei panneggi, ed è rappresentata e simboleggiata insieme da quello che, al mezzo, costituisce il trapasso dalla guerra alla pace, quasi il sudario di Cristo, come si vede raffigurato nell’i­conografia bizantina… Se si vuole un riscontro antico, di genere diverso si­curamente, ma che può aiutare a capi­re la sorpresa che questo partito pla­stico produce, si pensi ai raggi di luce materializzati del Bernini, come daghe che escono dalle nuvole, una luce dun­que che è fatta della stessa materia delle carni e delle pietre ».

Ma, per concludere, non vorrei tace­re un altro incontestabile pregio della porta di Rotterdam. In un’epoca in cui le opere d’arte si sorreggono sulle fitte trame e qualche volta gli intrighi del mercato, la porta di Manzù fa rivivere l’immagine del committente, il senti­mento di un’opera d’arte che proviene dalla volontà concorde di una cittadi­nanza, e ad essa si ricollega. Siamogli grati anche di questo.


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