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Battaglini, Aldo

21 Novembre 2020

Un partigiano del Comandante ‘Pippo’

Un partigiano del Comandante ‘Pippo’

Col soprannome di ‘Pelo’, Battaglini militò nella Resistenza con la formazione di Pippo, l’XI Zona Partigiana.
Dopo cinquant’anni dalla fine della guerra mise mano alla stesura delle sue memorie, che ci daranno un’altra testimonianza diretta (“era diventato uno degli uomini che godevano della piena fiducia di Pippo.”) di ciò che accadde in quegli anni terribili in cui l’Italia combatteva per liberarsi dal nazifascismo: “Grandi erano le difficoltà che questi uomini dovettero superare: la mancanza di vestiario adatto (buona parte della mia guerriglia è stata da me combattuta in pantaloncini corti e camicia, sempre sui 1700 metri di quota, dove fa sempre freddo), di denaro, di viveri, di armi e munizioni.”. Il racconto, diviso in più parti, è narrato quando in prima persona, quando in terza.
Allorché decide di salire in montagna coi partigiani ha la conferma dei disagi da sopportare. Dormono in capanne ma non c’è spazio per tutti, così alcuni sono costretti a dormire all’aperto e patire un gran freddo. Inoltre: “I viveri sono sempre pochi. Si mangia quando qualcuno scende nei paesi e rimedia qualcosa. A volte c’è pochissimo! Ora è un periodo in cui si mangia una volta al giorno, una sola volta ma tutti i giorni. Una fetta di polenta al giorno. Fatta con farina vecchia e senza sale.”.
I pericoli sono molti e non è difficile incontrarli. Pelo riesce a scappare da una pattuglia di tedeschi. Si considera baciato dalla Fortuna: “Avete mai visto in faccia, da vicino, la Dea bendata, la Fortuna? Io sì, io so come è fatta, so di quali panni si veste, conosco il suo bel viso, ho avuto appoggiata alla mia spalla la sua bella testa ed ho provato sul mio collo il delicato solletico dei suoi lunghi, morbidi capelli. Conosco la dolcezza delle sue labbra e la freschezza della sua bocca, perché io sono stato baciato da lei, più e più volte.”.
Che è una bella e originale descrizione.
Il libro è scritto come un racconto, con uno stile a volte burlesco teso a far sorridere il lettore. Come quando requisito un agnello, questo riesce a scappare e i partigiani si mettono al suo inseguimento. Avranno la meglio, e il povero animale finirà cotto a puntino per sfamare quasi cento uomini. Toccherà loro una porzione minima, che non riuscirà a saziarli.
Battaglini precisa alcuni punti non correttamente rappresentati nelle “Relazioni sulle attività militari”, che spesso hanno esagerato.
Leggeremo frammenti minimi che non si trovano nelle relazioni ufficiali, ma che ebbero importanza per la sopravvivenza degli uomini. Fame e sete li perseguitavano continuamente nel corso delle marce necessarie per gli spostamenti. Una notte si accorsero che poco distante c’era un melo: “Fu, quella, la notte dell’assalto al melo. Quel melo vicino al quale ci trovammo a passare (eravamo nei terreni coltivati vicino al paese) e che qualcuno, malgrado il buio, riuscì in qualche modo a vedere. Il melo era carico di frutta e, in silenzio e non so come, due o tre ragazzi in un momento erano saliti sulla pianta e gettavano di sotto tutte le mele che capitavano fra le loro mani: mele mature, mele acerbe, buone, cattive, marce anche. E noi, di sotto, raccoglievamo il tutto, brancolando nella notte. Ad ognuno toccarono due o tre mele: una manna piovuta dal cielo, una mangiata incredibile.”.
Battaglini ci offre l’immagine del partigiano nei momenti in cui non è preso dalla guerra, ma vive momenti di intensa spiritualità personale, come a farci notare che si possono tenere lontano dalla nostra anima la ferocia e la sordità della guerra: “Siamo usciti alla ricerca di aria fresca, pulita, e ci siamo seduti, con le gambe incrociate, su due bassi ciocchi di castagno, le spalle appoggiate al muro, al centro del lato lungo, quello volto verso la valle e verso il sole.
La mia testa è pesante, confusa: respiro a pieni polmoni e mi godo il silenzio nel quale siamo immersi. Il cane, disteso a terra a breve distanza, ci guarda con occhi acquosi, ansimante e con la lingua penzoloni.”.
Siamo nella località “Il Metato Bruciato”: “Poco oltre il sentiero gira sulla sinistra e attraversa, a guado, un piccolo torrente.
Qui, quando il tempo è bello e il sole imperversa, lascio la strada e salgo lungo il rio, giro intorno ad un grosso masso, ne scavalco un altro. Salto da un sasso all’altro per attraversare il rio, poi lo attraverso nuovamente e ancora. Per seguire la via più agevole.
Poche decine di metri. poi, improvviso, un piccolo pianoro nel quale l’acqua scorre dolcemente. Lungo e largo forse quattro metri, fondale di minuto ghiaino, venti centimetri d’acqua. Gelida!
Nella parte più a monte, ormai lo so da tempo, c’è una pietra che sembra messa lì per appoggiare la testa. Accaldato, bagnato dal sudore, vestito come sono, mi distendo supino nell’acqua fredda e appoggio la nuca sulla dura pietra.
L’acqua scorre intorno al mio corpo, mi lambisce le orecchie, mi bagna i capelli. ne godo per forse un minuto, forse due. Di più non si resiste! Ne esco tremante e corro a distendermi al sole su un’altra pietra, pianeggiante questa. Il sole mi riscalda e mi asciuga. Qualche minuto sul dorso, qualche minuto sul ventre.
Il tremito del freddo mi abbandona, un voluttuoso tepore mi invade.
Gli abiti si asciugano. Lentamente.”.
Battaglini ci tiene a mostrarci gli “altri” momenti della vita partigiana, quelli che richiamano all’armonia del creato e al desiderio di pace intrinseco all’uomo. In quei momenti la guerra è lontana, non esiste. Cancellata, come un ritorno alle origini del mondo.
Ancora: “Grandi prati si estendevano da un lato all’altro della valle, intervallati a distanze varie da alti poggi. Pochi alberi e qualche pagliaio. Alla base di uno di quei pagliai avevo realizzato una piccola, calda tana, semplicemente togliendo un po’ di mannelli di paglia e ricavando così un buco nel quale potevo infilarmi piedi avanti. Chiudevo con la paglia il buco dietro a me e dormivo caldo e tranquillo. Per mettermi al coperto quando la notte mi coglieva nel viaggio.”.
Battaglini è un porta ordini, una staffetta, con funzioni di collegamento tra i vari reparti partigiani disseminati sui monti: “Passo il mio tempo camminando. Cammino per andare, cammino per tornare.”.
Indubbiamente è un osservatore e un gustatore di ciò che vede. Noi assistiamo al suo camminare da un distaccamento all’altro attraverso i suoi occhi conquistati dal fascino della natura: “Ieri c’era il sole e io camminavo. Camminare col sole sugli alti pascoli è piacevole. L’aria a questa altezza è frizzante e buona. Dai crinali più alti, mentre cammino, mi guardo intorno e godo degli ampi panorami, degli spettacoli aperti.
Il verde chiaro dei prati, quello scuro degli abeti. I paesi sui colli e quelli del profondo delle valli, il gregge che pascola. E mi godo, camminando, il silenzio delle solitudini, rotto solo dal latrato lontano di un cane e dal suono delle campane di un paese remoto.
E dal rumore che fanno le mie scarpe quando il terreno è solido, roccioso, rotto.”.
Sono espressioni e brani d’arte.
Come anche qui: “Oggi piove. Mi piovono addosso gocce dal cielo scuro e dagli alberi. Il sentiero scavato dal correre delle acque è un piccolo rio nel quale diguazzo con le mie scarpe sdrucite ormai fatte di buchi…
Il panorama è scuro, chiuso: non c’è un panorama!
Tutto è avvolto dalle nuvole, dalla nebbia. Gli alberi piangono, i cespugli piangono. Io grondo acqua; i capelli incollati al cranio, la camicia incollata alla pelle, i pantaloni, bagnati e pesanti, incollati alle gambe. Faticosamente, tristemente, tediosamente, cammino.
Un pesante passo segue un passo pesante.”.
Ecco ancora l’immagine di un uomo vivo, nonostante la guerra, di un uomo che non ha cancellato i sentimenti: “Quella notte in quella casa trovai gente che mi asciugò e mi ristorò
E forse fu la mia salvezza!
Camminando penso. Penso che io ora ho ventuno anni.
È la stagione degli amori. È l’età dei giochi.
È il tempo degli apprendimenti. È il momento in cui si fanno tante buone amicizie.
Io non dovrei essere su questa deserta, alta strada dell’Appennino, dovrei essere seduto su una panchina sulle mura, all’ombra delle fosche, ombrose querce, accanto alla ragazza della quale sono innamorato. E scambiare con lei effusioni varie e carezze. E passare piacevolmente il mio tempo conversando con lei. E sentirmi dire: ‘Ti amo’ con quella leggerezza con la quale si dice ti amo quando si hanno vent’anni. E rispondere ‘Ti adoro’, con la stessa tranquilla superficialità.”.

Si apre un’altra parte del libro. Il protagonista è lo stesso autore che ricostruisce la guerra dal momento in cui ha deciso di fare il partigiano, assumendo il nome di Pelo. Era un aggregato al corpo dei carabinieri. Diserta: “Non uscii dalla guerra, questo no. Non era possibile uscire dalla guerra. Non era permesso dare le dimissioni dalla guerra. Ma almeno ora ero dalla parte giusta, avevo uno scopo, una mira, un motivo valido: combattere il nemico tedesco e quello fascista. Ora trovavo un certo piacere, in quello che facevo. Soffrivo il sonno, soffrivo la fame. Ero pieno di pidocchi, avevo la scabbia, ma combattevo volentieri, con entusiasmo.”.
In questa parte vi porta la stessa sensibilità che già abbiamo incontrato. Davanti a lui è, disteso su di un tavolaccio, un soldato tedesco gravemente ferito: “L’avevamo raccolto da terra e portato in una casa e disteso sul tavolo di cucina. Era molto giovane, forse 22 anni, e stava morendo. In un’altra terra, in un paese sconosciuto posto da qualche parte in Italia, nella terra del sole. Era stato un nemico, gli avevamo sparato con l’intenzione di ucciderlo. Ma ora era disteso sul tavolo ed era giunto alla fine e sua madre non lo sapeva e forse si stava chiedendo: ‘Dove sarà mio figlio, in questo momento?’.
Suo figlio era sul tavolo di cucina in una casa di montagna e moriva.”.
La scrittura si fa dolorosamente evocativa. Il rammarico per la guerra che ha rubato la gioventù a tanti, la rabbia e il rimprovero severo diretti a chi l’ha voluta per mania di grandezza, insistono e ci coinvolgono, pensando ai giovani che hanno dato la vita credendo e inseguendo un diabolico inganno.
Nessuno di coloro che hanno voluto la guerra è assolto da Battaglini. Anzi, è rilevante il suo vituperio ogni volta che ricorda taluni fatti, anche fuori dell’Italia, scatenati da questa stolida ambizione.
Ricorda la taglia che era stata posta sulla sua persona: “…’ chiunque fornisca notizie atte alla cattura, vivo o morto, del bandito Pelo riceverà un compenso di lire 20.000’. In italiano e in tedesco.
Il bandito Pelo ero io, lo sai! 20.000 lire. A quel tempo erano tante: potevi comprare una casetta con ventimila lire, o un gregge di pecore oppure un bell’appezzamento di terra. Potevano far gola a tante persone, ventimila lire.”.
Ancora, rivolgendosi sempre all’amico che il lettore non conosce, ma che potrebbe essere lui stesso: “Io non avevo niente della bestia: sono stati loro a cambiarmi. Mi volevano uomo-iena: lo sono diventato quando mi sono reso conto di cosa erano loro. E tu sai come erano.”.
Tra i partigiani non tutti si mostravano coraggiosi quando c’era da sostenere un combattimento o da fare la guardia alla postazione. C’è chi al minimo fruscio si metteva a sparare. Come questo partigiano a cui il collega dette queste particolari e ironiche istruzioni: “Stai bene attento: il tuo settore va da quell’albero a quello. Quando sei di guardia conta quanti alberi vedi nella tua zona. Sono, per esempio, diciotto? Quando senti un rumore, prima di sparare, riconta gli alberi: se ce ne è uno in più, uno di loro è un tedesco.”.
Battaglini continuamente impreca contro i responsabili della guerra, Hitler e Mussolini specialmente, e pensa ad una vendetta da organizzare nell’aldilà: “Io non credo all’inferno. Ma ammesso, in via di pura speculazione dialettica, che un inferno esista, verrà il giorno in cui tutti quelli che in una qualche maniera hanno dovuto sopportare tutto ciò che è loro capitato durante la guerra, siano essi italiani, tedeschi, russi, polacchi, americani, eccetera, eccetera, verrà per loro il giorno in cui potranno ritrovarsi insieme in qualche stranissimo girone (forse quello dei maledicenti?) e tutti insieme andranno in cerca dei responsabili.
Io parteciperò con entusiasmo e per Hitler, Stalin, Mussolini e tanti e tanti altri sarà un gran brutto giorno.”.
Battaglini, detto “Pelo”, ha incontrato Pippo. Ne ha ricavato questa impressione: “In uno dei primissimi, sofferti, combattuti, travagliati giorni da partigiano se lo era trovato davanti: un tizio che si faceva subito distinguere dalla massa degli altri per il viso aperto, gli occhi vivaci, luminosi: l’aspetto di uomo intelligente e sveglio. Non un gigante barbuto dall’aria feroce, ma un giovane alto forse un metro e settanta, dalla faccia ferma, decisa, ma dai lineamenti gentili, nobili.”.
Guai se i suoi uomini si rendevano colpevoli di ruberie ai danni delle popolazioni locali. Pippo interveniva e ordinava la restituzione del maltolto: “Li riunì e parlò al loro capo e si fece sentire e bene. Ricordò i patti stabiliti e rinfacciò loro il comportamento tenuto. Ordinò di restituire tutto il maltolto, coperte, pentole, formaggio; tutto quello che non poteva essere restituito doveva essere pagato. Disse che, se non lo avessero fatto, sarebbe tornato di nuovo con i suoi uomini per dargli una bella lezione.”.
Finalmente Pelo arriva ad un campo istallato dagli americani e rimane colpito dell’abbondanza di armi e di viveri: “Negli americani, quello che lo sorprendeva di più era la grande abbondanza di tutto ciò di cui potevano aver bisogno. Immensi campi trasformati in magazzini e in quei magazzini file e file di macchine, cannoni, carri armati, autoblinda e migliaia di casse piene di ogni ben di dio. File senza fine di lucidi, grossi proiettili da artiglieria, montagne di casse piene di munizioni di tutti i tipi, per tutte le armi, e poi scarpe, vestiario, vettovagliamento. Tutto! E tutto in grande quantità.”.

Gli italiani, invece, pativano la fame: “Quanta fame, nei lunghi mesi trascorsi in montagna durante la clandestinità!
Al principio la fame è solo qualche cosa di più del semplice appetito, solo uno stimolo più forte, lo stomaco che si risente imperiosamente, i succhi gastrici che non hanno niente da fare e si ribellano alla forzata inattività.
Ma, ancora per un giorno o due, è una cosa che si sopporta abbastanza bene Poi, forse, nello stomaco cominciano a formarsi delle grinze, delle pieghe, e la fame diventa dolore. È allora che si comincia a camminare con le mani strette al ventre per cercare di placare i crampi che sempre più spesso vengono a tormentare. Si cammina piegati in due perché così i crampi si sentono meno e poi comincia la spossatezza, la debolezza infinita, e camminando si deve guardare bene a dove metti i piedi, perché basta poco, debole come sei, a farti cadere. E per rialzare un uomo affamato, caduto per terra e disteso senza forze, ci vogliono non uno ma sei o sette uomini altrettanto affamati.”.
Fare i turni di guardia di notte parrebbe una cosa di routine, sempliciotta. Battaglini ce ne dà conto e ci fa cambiare idea: “Tenere aperti gli occhi era uno sforzo penoso. Il rumore lieve nel torrente in fondo alla valle ed il mormorio delle foglie mosse dalla brezza ed il silenzio tutto intorno non aiutavano. Cercava di resistere facendo e rifacendo il conto del tempo trascorso dall’ultima volta che aveva dormito. Ma il conto non tornava mai, non riusciva più a concentrarsi. Si rendeva conto del fatto che il corpo e la mente seguivano ormai due strade diverse: il corpo era lì, stanco di tutto il correre di quei giorni, ma abbastanza comodamente sistemato, e sembrava che non avesse bisogno di altro; la mente, invece, era distratta, svagata, persa nei suoi inutili conteggi. Sentiva che non poteva più resistere, che il sonno stava vincendo, che avrebbe presto ceduto inevitabilmente.”.
Battaglini è attento a segnalarci anche minime sensazioni, pensieri che attraversano l’anima in riflessioni mai scontate e rivelatrici di un disagio spirituale assai più profondo di quello materiale.
Anche qui: un’altra descrizione che va a toccare il fondo dell’anima: “Viveva, Pelo, in una vecchia casupola a due piani, lontana dal paese, isolata e disadorna: c’erano solo la sua branda, un paio di sedie impagliate ed un tavolo. Oltre ad un bel camino, nel quale quando era in casa, il fuoco era sempre acceso. La fiamma, vivida, calda, guizzante, sorgeva rapida dal vecchio legno di cerro e, specialmente quando il tempo era brutto e faceva freddo e pioveva sul tetto e sul prato, sugli alberi e su tutto intorno e il vento soffiava furibondo, stava seduto davanti al camino, tutto solo, e godeva del calduccio leggendo.”.
Non dimentichiamo che i tedeschi avevano messo su Pelo una taglia di ventimila lire, “una bella cifretta da dare in premio.”; “Un bell’onore, non c’è che dire, ma piuttosto pericoloso”.
Nel libro si narra anche di una scampanata organizzata, come s’usava, per festeggiare due vedovi che si sposavano. Un gran chiasso provocato da rumori di pentole e quant’altro.
Ho scritto un romanzo intitolato “La scampanata” e parlo di questo chiassoso rito celebrato, questa volta, nei confronti delle donne che tradivano i mariti (magari prigionieri in Germania) con gli americani di stanza a Tombolo, una località posta tra Pisa e Livorno.
Con questo rito, esse venivano svergognate davanti a tutti, soprattutto i vicini di corte. Un po’ come succede nel romanzo di Thomas Hardy: “Il sindaco di Casterbridge” (1886).
Pelo si adopera per aiutare un suo amico d’infanzia, il Bove, che milita tra i fascisti, fatto prigioniero, insieme con altri, dai partigiani. Parla con Pippo affinché sia liberato e Pippo lo accontenta: “Cerca di trovargli un vestito borghese, poi fatti dare un po’ di soldi per lui e lascialo andare.”.
Un mattino, il compagno Modena che gli è vicino, viene colpito mortalmente da un proiettile nemico: “Un fucile tedesco! Gli uccelli, spaventati, si tacciono. Nel nuovo e diverso silenzio solo gli echi del colpo. Modena è caduto, è caduto sulla sua destra e sotto il suo occhio sinistro Pelo fa in tempo a vedere un grosso buco dal quale esce copioso sangue. È solo un attimo, perché Pelo, piegato in due, sta già correndo verso il bosco.”.
Questa parte, narrata da Pelo in terza persona, ha la lievità di un racconto, in cui la guerra, pur vituperata, è comunque parte del creato e con esso è mescolata: “Un giovane soldato è rimasto orrendamente ferito da un proiettile che lo ha preso mentre correva piegato in due, e lo ha colto fra le gambe, castrandolo. Un attimo prima era un giovane con davanti una vita nella quale avrebbero avuto una parte importante le donne, il sesso, l’amore. Ora non più, ora è un giovane di circa venti anni repentinamente castrato, evirato: alla giunzione fra le gambe c’è un ammasso di carne nel quale non si riconosce più niente, e tanto sangue. Pelo lo ha rivisto mentre i barellieri lo caricavano sull’ambulanza; supino, teneva il torso alto appoggiandosi sul gomito sinistro. Il volto era terreo. Il suo sguardo ha incontrato per un momento quello di Pelo, e Pelo ha visto la sofferenza, il dolore, lo stupore, il terrore. Poi chiusero la portiera e l’ambulanza partì.”.
Si avverte la precarietà della vita, il giungere improvviso della morte, che non ha regole, che è illogica, spietata, disumana: “Chissà perché il tedesco ha sparato a Modena e non a me?”.”; “In ogni momento libero la domanda ritorna, ossessiva, senza risposta.”; “Le nottate di Pelo si fanno sempre più lunghe e angosciose tanto che egli comincia al desiderare di poter passare tutte le notti di guardia. Perché se è di guardia non ha il tempo di pensare, non ha modo di tormentarsi.”.
Con questo racconto si entra nell’animo del partigiano, considerato come essere umano, lo si vive minuto per minuto, anzi: istante per istante, come se lui e noi fossimo la stessa persona. È emozionante. Le atmosfere sono rese molto bene. I momenti di gioia sono pochi, numerosi invece quelli di malinconia e di dolore. Il tutto è attraversato da una tensione altissima, provocata dall’incertezza e dalla precarietà dell’esistenza: “Poi si alzano e qualcuno più animoso si affaccia, sospettoso, alla finestra. E guarda. Guarda tutto intorno e vede il terreno arato, sbranato, sconvolto, i pochi alberi che erano intorno alla casa sono ridotti a brandelli di legno ancora fumigante, i rami non esistono più: quelli ancora riconoscibili per rami di albero sono in terra, spezzati e bruciacchiati.”.
Questa è la descrizione di una grandinata, che non ha nulla da invidiare ad altri narratori: “Preceduta da un violento piovasco, arriva la grandine. Avvolto nella mantella Pelo si porta al riparo di una roccia, sulla parte protetta dal vento. Fragorosi chicchi in pochi minuti trasformano completamente il panorama che, da verde quale era, si fa marezzato: verde e bianco. Bianco là dove qualsiasi spiazzo, grande o piccolo che sia, permette alla grandine di coprire completamente il suolo. Su quel verde marezzato si disegnano chiari i sentieri, ininterrotte linee bianche, ragnatela di bianchi fili che salgono e scendono in tutte le direzioni.
Raccoglie una manciata di freddi chicchi.
La burrasca si allontana: dalle nubi si staccano scuri colonnati d’acqua che il vento indirizza da una parte o dall’altra, capricciosamente.
L’aria è fresca, pulita, e profuma di terra bagnata; il suolo è lavato, il fogliame verde.
Sull’altipiano là davanti, dall’altra parte della vallata, continuano a cadere i fulmini.
Il grande spettacolo offerto dalla natura sta per finire.
Al suo posto verrà la calma, sempre dominata dal sibilo eterno del vento.”.
Il libro è arricchito da due appendici che raccontano brevemente, a commento del libro di Giorgio Petracchi, “Al tempo che Berta filava”, due storie di vita partigiana. Sono le storie di Giovanni La Loggia (conosciuto come “Vanni”), a cui dà il fittizio nome di Mario, e del giorgiano Michele, conosciuto come maresciallo Michele (“guai chiamarlo russo: si offende”).
Qui apprendiamo che “Pippo ero costretto a portare seco la moglie e la cognata, onde evitare il rischio, sempre presente e che avrebbe avuto gravissime conseguenze, di vederle catturare dai tedeschi.”.
Un’opera impegnata e scrupolosa, scritta col cuore.


Letto 96 volte.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart