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Bertozzi, Enrico

9 Dicembre 2018

Lupardo
Una volta si nasce
Onorato
Argo
L’Eríco, Giulebbe e l’anima
Poesie

Lupardo

Un riconoscimento solenne Enrico Bertozzi l’ha già avuto. Il paese garfagnino di Sassi ha intitolato una piazza a suo nome, quale tributo di riconoscenza per i suoi scritti in cui amore e bellezza si sono mischiati in un canto di lode per quelle terre che abbelliscono e rendono cara la Lucchesia.

Bertozzi ha amato la Garfagnana e a lei ha dato tanto, con poesie e romanzi. Nella vita ha fatto il bancario, ma il contatto con i numeri non lo ha contaminato e appena poteva dischiudeva la mente e il cuore ai suoi ricordi e alla sua fantasia di artista. Questi i suoi lavori in ordine cronologico: “Una volta si nasce”, 1980; “L’Enrico Giulebbe e l’anima”, 1981; “Argo” (la storia di un cane), 1982; “Lupardo”, 1989; “Onorato”, uscito postumo nel 2012; come postumo, nel 2013, è uscito il suo libro “Poesie”. Ha ottenuto vari riconoscimenti, quali il “Premio Castello” di Verona per “Argo” e il secondo premio a Anzio (edizione  “Un libro per l’estate”) con “Una volta si nasce”. Alla radio, scelte dal critico letterario Leone Piccione, grande studioso di Ungaretti, sono stati letti alcuni suoi testi.

Ci occuperemo di “Lupardo”, poiché sono rimasto affascinato da quel nome antico e ormai in disuso. Di esso scrive in modo elogiativo nella sua notizia introduttiva Giorgio Bárberi Squarotti, l’illustre studioso della letteratura italiana, morto nel 2017, del quale ho potuto godere l’amicizia e il prezioso consiglio grazie ad una corrispondenza durata diciassette anni.

Quando scrisse “Lupardo”, Bertozzi aveva 77 anni. Nato l’11 novembre del 1912 sarebbe morto di lì a pochi anni il 24 luglio 1992.

La sua anima era dunque gravida di memoria e di sentimento.

L’incipit è già un fecondo indizio della sua bravura. Lungo più di una pagina mozzafiato, in cui si riverbera il fascino di una natura incontaminata e di un mondo che non c’è più. Siamo in cima ad una collina, là c’è la casa di Lupardo, eremitica: “ha una finestra che dà sul versante della Valle del Sogno, e il Sogno è un torrente.”; “è piantata con una parte del muro su una roccia biancastra che le fa da sgabello. Ne continua esattamente il colore fatta com’è di pietre simili trovate sul posto, murate con la calce ricavata dai sassi raccolti in giro. (…) Ha accanto una capanna coperta a paglia e un seccatoio per le castagne, piccolo come una casetta per nani.”, “A un luogo così romito non viene mai nessuno, ma appena s’alza ci arriva il sole. Il posto si chiama Pennàlta.”.

Samuele Boschi è il padre di Lupardo. Quando il romanzo comincia, Lupardo è appena nato e Samuele si reca dal parroco, don Antonio, per fissare il giorno del battesimo e, a domanda, gli confida che vuole dargli il nome di Lupardo, poiché alla Fiera ha visto un lupo ed un leopardo, che gli sono piaciuti: “Ho pensato che ci sarebbe voluto un incrocio tra il lupo e il leopardo per fa’ veni’ fuori la bestia più bella del mondo.”. Troveremo di frequente l’uso del vernacolo, così espressivo ed efficace nell’ambiente rurale. Il parroco non è d’accordo con quel nome, parendogli una stravaganza, ma poi consulta il suo archivio e trova che nel 1285 c’erano nella zona fior di preti che portavano quel nome. E dunque accetta volentieri.

La scrittura di Bertozzi è naturale, ha il sapore dei suoi luoghi, vi si amalgama e dà confidenza: “Il bimbo, già a sei mesi, aveva gesti e atteggiamenti miracolosi. Offriva le cose che aveva, apriva le mani e porgeva i ditini aperti, regalava il suo sorriso, diceva pa’ e ma’, girava la testa se lo chiamavano.”.

Assistiamo alla crescita del piccolo Lupardo; va a scuola e per raggiungere la corriera deve fare due chilometri e inoltrarsi nel bosco. Quando piove o cade la neve resta a casa, accanto al fuoco con il padre. La sua crescita è tutta dentro la natura. Tra i due si cementa una affinità. Lupardo è come uno scoiattolo, un ramo d’albero, una foglia. Gioca e cresce affiatato e in mimesi con ciò che sta intorno a lui. La natura lo attende e lui vi si muove come un folletto. E ne approfitta di questa confidenza. Per caso trova a terra un nido di merli, un viaggiatore con lui sulla corriere gli propone di venderglieli e li paga bene. Così Lupardo capisce che c’è un modo di guadagnare facile e diventa un cacciatore di nidi. Un cacciatore come in qualche modo lo sono gli animali e gli uccelli. Gli assomiglia. La natura gli offre ciò di cui ha bisogno, e anche qualcosa di più per mettersi dei soldi da parte e acquistare una motocicletta: funghi, lamponi, fragole, chiocciole, le trote del torrente Sogno.

Il sindaco del paese gli si è affezionato. Aveva un figlio morto prematuramente che forse gli somigliava. Lo mette al riparo dai carabinieri che sono stati avvertiti di alcune sue birichinate come, appunto, l’asportazione dei nidi per vendere i piccoli a Cecco, l’uccellinaio, che glieli paga bene.

A Bertozzi piace farci assistere alla crescita di Lupardo. Ci fa capire da subito che il ragazzo è destinato ad essere una persona speciale. Già svelto e astuto da piccolo, ora che è diventato adolescente e possiede la motocicletta, gira un po’ i dintorni e diventa sempre più monello. Ha le marachelle nel sangue, non può stare fermo e una ne fa e cento ne pensa. È un miscuglio garfagnino tra Tartarino di Tarascona e Lazarillo de Tormes. E anche di Pinocchio. La presenza costante dei carabinieri, nella vita del ragazzo, ce lo fa ricordare, come del resto il sindaco che lo protegge fa pensare alla Fata Turchina. E il Faggio dell’Impedimento non evoca forse l’albero carico di zecchini d’oro del Campo dei Miracoli? S’immagina che all’autore siano venute in mente, mentre scriveva, queste somiglianze e queste caratterizzazioni. Si avvertono anche il piacere e il divertimento che vuol dare a se stesso e a noi. Ogni scena creata, ogni fatto inventato hanno la garbata impronta del buonumore paesano, di chi dispensa agli altri la propria felicità. Il debole quasi sempre si prende gioco del potente, è più astuto di lui, finge di ossequiarlo ed invece lo raggira, e se la ride sotto i baffi come qui fa il suo autore.

La storia continua a seguire minutamente la crescita di Lupardo, convinto com’è Bertozzi che è attraverso di essa che si può tentare la raffigurazione di una umanità non rassegnata di fronte alle insicurezze della vita. Lupardo è il ragazzo e sarà l’uomo che farà fronte al suo destino, nel bene e nel male, con serenità. Non si abbatterà mai, e ne trarrà ogni volta una lezione di vita. È un romanzo di formazione particolare, in cui si cerca di modellare il prototipo di una esistenza semplice, piena di intoppi, ma tutto sommato felice. La si può vivere, anche se si è nati in una casa romita e poveri in canna, e trarne vigore e gioia.

Si mette in testa, in un inverno pieno di neve, di cacciare le volpi per ricavare denaro dalla loro pelliccia. Mette le trappole e ne cattura. Ha furbizia e ingegno. Anche a scuola è bravo. Quando vende i funghi sulla strada, porta i libri con sé e studia. Gli insegnanti sono contenti di lui e, se è assente per il cattivo tempo, dopo, al suo ritorno, gli spiegano ciò che han detto quando non c’era.

“Così passavano gli anni, e a questo modo si svolgevano, secondo le stagioni, le vicende del babbo e del figlio, maturate sempre nel reciproco accordo, senza invidia per nessuno al mondo, nella pace di una facile contentatura, ma quella era per loro l’unica, la vera vita, e non s’accorgevano ch’erano solo una piccola eccezione, indietro di un paio di generazioni, sfuggiti per miracolo forse irripetibile alle maglie della regola grande.”. La lunga citazione è riportata per offrire un esempio più ampio della bella scrittura di Bertozzi, che nella sua semplicità è tuttavia personale e inimitabile. Essa ci avverte anche che nella storia e nella vita di Lupardo qualcosa sta cambiando. La vita è a gradi e quello che finora era un ragazzo sta per diventare un uomo.

Arriva il tempo della chiamata di leva. Deve andare a fare il soldato. In treno riflette sulle sue solide qualità. È sicuro di sé. Va incontro a questa nuova esperienza accompagnato dal suo passato, di cui è contento. Sa che il contatto con la natura generosa e aspra lo ha temperato. La scrittura si imperla di un leggero humor per raccontare le audacie amorose del protagonista (con la ragazza che trova da militare, Osvalda), il quale rivela ardimento e ostinazione. Forte e robusto com’è ha la facilità e la sfrontatezza di un don Giovanni. Partecipa a risse in cui i militari in libera uscita si trovano immischiati, e ogni volta, grazie al suo vigore, riesce a salvarli dall’assalto dei civili. Si guadagna l’ammirazione di tutti. È pronto anche a subire la cella di rigore per le malefatte degli altri, pur di non fare la spia. I superiori l’ammirano. Il suo capitano, dopo che è uscito vincitore da una rissa, gli dà un avvertimento: “Hai un nemico. In te stesso! Il tuo pugno. Speriamo vada a finir bene, ma ricordati durante la vita che senza volerlo puoi uccidere.”.

La morte del babbo dà l’occasione di apprezzare pagine in cui la commozione non solo è tenuta sotto controllo ma riesce ad esprimersi in profondità con passaggi di assoluta naturalezza. I portatori sono appena usciti di casa con la bara sulle spalle: “Il viottolo stretto impediva il passaggio dei portatori appaiati. Allora Lupardo si fermò, si puntò un dito al petto. S’accomodò sulla testa la giubba aggiustandola a bardella alla schiena. Capirono, gli caricaron la cassa. Quando si sentì addosso il peso mormorò: – Andiamo, babbo. So che venite volentieri con me. – Piangevano. Per sei chilometri non volle il cambio, non si fermò mai.”.

La zia gli propone di andare a vivere con lui, ma Lupardo rifiuta: “Ho bisogno d’esser solo, grazie di tutto.”.

Il capitolo XV, in cui si dà avvio, in pratica, ad una nuova vita di Lupardo, intenzionato a condurla in solitudine, ha un incipit significativo: “L’uomo le cose le sa, ma a volte s’illude.” e delinea, imprimendole suggestione e fascino, i primi passi in questa direzione. Prima di riportare il brano che interessa, due precisazioni: il funerale si è svolto il giorno prima e Votaboschi è il nome che è stato dato al merlo raccolto quando era di nido da Lupardo, e ora destinato al richiamo: “La mattina dopo ebbe fame, ma prima pensò al merlo. Prese la gabbia, se la tenne davanti agli occhi. Il Votaboschi rivedendo l’amico spimpinò, poi fece la risata scrosciante di chi non ha preoccupazioni, non sente quelle degli altri, è contento d’esser vivo. Infine arruffò le penne, si precipitò a testa bassa. Voleva beccare. Lupardo gli porse il dito, intanto guardava.”. Vi è in questo passaggio e in questa bella descrizione l’immagine riflessa di un Lupardo che osserva e studia per essere lui stesso espressione vivida della natura. Il merlo e Lupardo si somigliano. Come le volpi di cui va a caccia, anch’egli si sente primitivo e predatore; come gli uccelli, come le altre specie viventi egli non si addomestica al lavoro moderno, ma si rifà all’antico, a quello dei cacciatori che si muovevano e si appostavano per procurarsi il cibo. Diventa pure lui un cacciatore, ed anche un ladro, come succedeva nei tempi primevi, quando l’uomo, non trovandone da sé, depredava di cibo chi ne aveva, nascostamente o con la forza. Lupardo lo fa di notte, sa dove cercare, si muove con leggerezza e abilità. Più che un uomo è una bestia del creato, un essere vivente che la vita solitaria ha conservato con gli istinti primordiali. In questa fase, e in virtù di un capitolo chiave del romanzo, noi vediamo delinearsi una figura inusuale e superlativa, così che le sue azioni ci paiono ovvie, essendo naturali. Quando al mattino mangia del formaggio rubato quella stessa notte, e lo gusta e ne è soddisfatto, l’autore annota che “il sapore era quello delle cose buone ed oneste, frutto di una camminata lunga.”. Subito dopo rileverà: “Rimorso per quel che aveva fatto, nulla, al punto che se i pentimenti, come dice il proverbio fossero camicie, lui era nudo.”. Lavora anche i campi, ne raccoglie i frutti, ma sono appena bastanti per sé e, dunque, la sua vita di cacciatore e ladro deve continuare. Sarà l’occasione per l’autore di farci assistere alle sue avventure e ai relativi imprevisti, tali che ci faranno anche divertire. Pensate ad una di queste: si è trovato rinchiuso in una cantina ricca di cibarie; s’è impossessato di un grosso salume, ma non sa come fuggire; la porta è solida e anche il catenaccio che la tiene serrata. La sua forza non basta. Che fare? Non c’è che attendere che qualcuno venga ad aprire. E succede, infatti:  arriva una ragazza  e va verso le finestrelle chiuse per dare luce alla stanza. Lupardo s’è nascosto dietro l’anta spalancata della porta e appena la ragazza si allontana dall’uscio per andare ad aprire le finestrelle, “scantonò dietro l’uscio col suo salame. Lei un vento lo percepì e si girò, ma era tardi.”. Sembra di vedere una volpe che scappa con in bocca la sua preda o una faina che fugge soddisfatta una volta strangolate le galline nel pollaio.

Come succede a Pinocchio quando incontra il Gatto e la Volpe, i quali cercano di approfittarsi di lui e della sua selvatichezza, lo stesso accade a Lupardo il giorno che, avendo visto le sue qualità di arrampicatore sugli alberi, tre personaggi lo avvicinano e gli promettono 5 milioni di lire se ruberà il quadro della Madonna (“una tavola del trecento”) che si trova nella chiesa del suo paese, Poggio di Sogno. Lupardo non se lo fa dire due volte. Tutti i fatti in cui si trova coinvolto il protagonista sono raccontati con una invidiabile capacità descrittiva. In questo che ci narra del furto della Madonna d’oro (chiamata così per via del suo fondale dorato) ci pare d’essere noi il ladro, ma saranno saporose anche le sue imprese a salvamento prima di un giovane caduto in un crepaccio e poi di una ragazza sequestrata.

Il furto avviene di notte e ha successo, e mette in subbuglio il paese.

La storia ha acquisito maturità e scorrevolezza nella scrittura che, sempre impreziosita da un accento vernacolare, non ha mai smesso di amalgamarsi alle vicende narrate. Compiuto il furto stanno attendendo il Capo della banda a cui il quadro deve essere consegnato: “Di dove uscì non si seppe, ma venne davvero lui, molto elegante, anche profumato. Arrivò con l’aria espansiva di tutti, proprio da amico, ma si sentiva che aveva il miele sulle labbra e il rasoio al cintolo.”; Lupardo è lasciato scendere dall’auto per andare a suonare il campanello di una villa, dove la refurtiva deve essere depositata. I tre della banda stanno in macchina ad osservare la scena: “La villa recinta da un muro aveva davanti un cancello. Il cane lupo, dentro, rugliò come una belva a quello sconosciuto arrivato solo davanti alle sbarre, essendosi gli altri fermati per godere dell’accoglienza feroce a cui era sottoposto.”. Ma Lupardo non teme il cane; si volta a guardare i tre, poi: “Fece uscire dalle labbra messe a bacio un sibilo sottile per richiamar l’attenzione e guardò la belva ad occhi strizzati e furbeschi.”. Con alcune scherzose mosse, l’imbambola e il cane è domato.

I tre furfanti, esaminato il quadro con tutta calma, lasciano intendere al protagonista che, contrariamente a quanto avevano sperato, la refurtiva non vale nulla, si sono sbagliati e così, anziché i cinque milioni promessi, ricompensano Lupardo con soltanto cinquecentomila lire. Credono di averlo fatto fesso, ma il giovane è più furbo di loro e, di nascosto, torna alla villa e ruba il quadro, lasciandoli con un palmo di naso, poiché il quadro vale almeno cento milioni. Il Capo decide di ucciderlo, sa troppe cose e, anche se non avesse più il quadro con sé, non può restare in vita.

Si va alla caccia di Lupardo come in Inghilterra si va alla caccia della volpe. Si sa che è furbo come una bestia selvatica, ma si spera che alla fine cadrà nella trappola. Il profumo ruspante della terra e dei boschi impregna la scrittura. Gli uomini che vi si muovono non sono mai totalmente tali; si mescolano alla selvatichezza. Da ciò il garbo e il piacere del racconto:  è notte, sta piovendo a dirotto; i tre si stanno dirigendo alla casa isolata di Lupardo per sorprenderlo e ucciderlo: “- Avanti! – intimò il Capo. Proseguirono. I rami dei cespugli frusciavan sugli impermeabili, agguantavano i cappucci, scoperchiando gli uomini. Ogni momento si ricoprivano. L’acqua correva a ruscelli per le gambe, ma dentro le scarpe non ce n’entrava più.”. La missione omicida fallisce. Per il momento Lupardo l’ha scampata e ha con sé non solo il dipinto, ma anche le cinquecentomila lire ricevute a ricompensa del furto e in più scopre che in una sua giacca che non metteva da tempo il babbo gli aveva lasciato una busta piena di soldi: una trentina di banconote da cinquantamila lire l’una. Una cuccagna. Vengono in mente le cinque monete d’oro ricevute da Pinocchio dal burattinaio Mangiafuoco.

Ha un mucchio di soldi, dunque, ma, nonostante non abbia più le urgenze di prima, riprende la sua vita consueta in solitudine; va a caccia di prede e le stagioni lo favoriscono. Sembrano volerlo aiutare.

E a questa benevolenza della natura, Lupardo corrisponde esaltando il suo vigore selvatico. C’è tanta neve, siamo vicini al Natale e ode delle grida. Che è mai successo? Sale in cima al monte e vede gente radunata, ha zaini, corde, piccozze ma è sgomenta. Lo vedono, e gli corrono incontro, intuendo il suo valore; gli dicono che un loro compagno è caduto nel canalone, ed è ancora vivo; ma non sanno come salvarlo. Ci riesce Lupardo. Bertozzi ha disegnato l’uomo originale, quello che fu creato da Dio: “Si sentiva ricco, ed era, perché in lui la fonte dei desideri non aveva mai cantato, o se aveva gorgogliato sommessa era stato solo a livello delle esigenze prime della vita.”. Il lettore s’accorgerà presto che quel gesto eroico produrrà i suoi frutti di bene. Bertozzi è a questo fine che ci ha raccontato la sua storia, mostrandoci che un uomo, privo degli orpelli della modernità, vivendo al solo contatto con la natura in maniera semplice e primitiva (“imprevedibile nelle mosse come un animale selvatico”), seppure non ha il senso del male, riceve tuttavia vivido e potente quello del bene. Ne percepisce tutta la grandezza e ne è conquistato. La modernità e il progresso sono come una tela, un sipario, che nasconde, agita il dubbio, smorza la gioia.

Ha ancora con sé il prezioso quadro della Madonna, non lo ha ancora venduto, sebbene sia di grande valore. Avverte per la prima volta che la natura lo ha privilegiato rispetto a tanti altri esseri umani: “a vedere come vanno le cose, ci sarebbe più convenienza ad aiutare la gente che a derubarla!”. Qualcuno lo protegge e gli vuole bene per come è, per essersi mantenuto schietto, senza le intemperanze e le inquietudini dell’ambizione e del desiderio. Restituirà il quadro alla chiesa; nascostamente, di notte, lo rimetterà al suo posto (in paese penseranno a un miracolo). Si sentirà definitivamente in pace, e, anche se non richiesta, vedrete, la fortuna gli arriderà.

Conclusione. Pur essendo stato un bancario come me, e negli stessi anni, e nella stessa città, non ho conosciuto Bertozzi, ma mi son fatto l’idea, ricavandola dalla sua frizzante e nello stesso tempo tranquilla scrittura, che doveva essere un uomo brioso, facile all’ironia e simpatico. Valga a dimostrarlo questa perla di frase: “Ora, parlando, le lettere non sono né maiuscole né minuscole”, eccetera eccetera, che mi pare nessuno l’abbia mai scritta e forse nemmeno detta, nonostante che riveli una sacrosanta verità.

Una volta si nasce

Questo romanzo si avvale dell’introduzione della figlia dell’autore, Elena (in calce si troverà una sua “Guida alla lettura” sapiente e articolata), ma in principio incontriamo, sotto il titolo di “Notizia”, il giudizio che ne ha dato il grande studioso della letteratura italiana Giorgio Bárberi Squarotti, scomparso nel 2017. Basterebbe questo dall’esimerci da un’ulteriore aggiunta.
Bertozzi è scrittore che va scoperto e valorizzato, tanto per la bella scrittura quanto perché eccellente cantore della Garfagnana, terra a cui appartenne e che amò.
“Una volta si nasce” è del 1980 e fu il suo primo romanzo, che scrisse quando aveva 68 anni, una volta venuto in pensione dal lavoro di bancario.
L’inizio con l’accenno ad una casa e a una famiglia povera, fa venire in mente quel superbo e poco conosciuto, almeno in Italia, scrittore irlandese Flann O’Brien e il suo romanzo del 1941 “La miseria in bocca”.
Siamo a metà novembre del 1912 e in una casa di un paesino della Garfagnana nasce Giovannino: “Nudo come un verme, fresco come una rosa, di pelle morbida come il velluto, Giovannino piangeva nella luce. Rimpiangeva un’ombra e un tepore più intenso e gli mancava un contatto fino a quel momento sicuro in una posizione mantenuta a lungo con fiducia con le gambine tirate in su verso il petto e la testina incurvata, come sopra pensiero.”. Il padre è felice che gli sia nato un maschio, poi non perde tempo e pensa al proprio lavoro per portare a casa quel po’ che riusciva a guadagnare, una miseria: “Fra un’ora sarebbe partito, ancora a notte fonda, per la montagna dove grandi mucchi di carbone di faggio l’aspettavano. Con la pala lasciata sul posto avrebbe riempito le balle e le avrebbe caricate a braccia sui muli. Per arrivarvi occorrevano però due ore da passare seduti lateralmente sulla bestia più fidata. Così stando, cullati un po’ ad ogni passo, non bisognava neppure guidare perché il mulo ha da sé gli occhi. Meglio era però pensare a chi si poteva portare il carbone a Castelnuovo, a quanto si poteva venderlo, alle balle vuote da recuperare dall’uno e dall’altro. La puerpera invece, tutta felice appoggiava Giovannino “ai due bei seni turgidi”. Poi il neonato è deposto “nella culla fatta dal nonno col pennato. Era una culla rozza il cui fondo, costituito da tralci verdolini intrecciati insieme, non si vedeva, perché un materasso riempito di lana greggia di pecora lo nascondeva.”.
È il felice quadro che ritrae una nascita in tutta la sua semplicità e ordinarietà, irradiante gioia: “Alla mamma venne in mente il vitellino quando, appeso alla mammella della vacca, dà grandi succhiate con suoni da far venire i brividi e gronda latte dalle connessure dei labbri e lasciava fare con gioia quieta. Neanche le dispiaceva il paragone, anzi lo ripeteva tra sé “Sì, come un vitellino, salvando l’anima”. La fede in Dio non si discute; se può mancare il pane, non manca mai l’osservanza e il rispetto della religione: “Ai tempi in cui Giovannino nasceva ci si sarebbe trovati in difficoltà a individuare l’uomo che aveva trasgredito uno dei dieci comandamenti.”.
La donna tiene una bottega da cui trae un po’ di profitto sommandosi a quello del marito, dimodoché avrebbero potuto accudire in modo adeguato e soddisfacente il bambino. Tutto ciò rendeva forte e sicura la loro felicità. E nel paese? Anche nel paese si faceva a meno della tristezza, quando proprio essa non si accaniva contro qualcuno, e “Si cantava invece molto spesso nei campi e nelle selve. Pareva quasi che povertà e felicità potessero sussistere insieme.”.
Bertozzi intende divertire e divertendo insegnare, proprio allo stesso modo di Flann O’Brien a cui molto assomiglia. Pensate che ad un certo punto, a causa della posizione embrionale che Giovannino amava prendere nei suoi primi mesi di vita, un giorno che gridava e fu assistito dalla madre, quest’ultima, alla domanda della vecchia Filomena: “Che aveva?”, risponde “Si pisciava in bocca!”.
Giovannino è seguito passo passo nella sua crescita; scopre il mondo sorprendendosi e reagendo ogni volta a modo suo, con birbonate innocenti che già rivelano il suo carattere. Quando una giovane gli mette un dito in bocca, lui coi suoi primi dentini subito la morde: “Si udì uno strillo tanto acuto che Giovannino non avrebbe mai saputo fare e una ragazza si mise a saltellare per la stanza tenendo il dito alto.”. Scoprire e reagire, mai restare inerme. Il carattere di Giovannino è già tutto nelle sue piccole azioni. Un ribelle? Potrebbe anche essere.

Quando muove i suoi primi passi si accorge che il cane e il gatto sono diventati più piccoli di lui e che “In piedi si trovano molte più cose. Afferrando una tovaglietta che copre un tavolino e tirando cascano in terra molti oggetti sconosciuti.”.
Dite la verità, non vi sembra di essere piccoli e cicciottelli come lui? È perché Bertozzi, scherzando scherzando, ci sta trasformando nel suo personaggio. Già questa è grande bravura. Vedendo il becco giallo di un merlo, la sua testolina riflette: “L’hanno chiamato becco giallo. Difficile è stato trovare gli occhi in quella testina piccola e c’è voluto l’aiuto dell’accompagnatore. Sono velati e ci si può tenere sopra il dito.”. Ragione e sensitività stanno componendosi in lui: “Vide forse in uno di quei pertugi sparire una testina con due occhietti vivi, ma Giovannino non fu proprio sicuro del fatto e non conosceva le lucertole.”. Vede il cancello e infila la testa tra le sbarre e non riesce più a toglierla. Grida, nessuno lo sente, salvo un vecchio paralitico, che sta prendendo il sole fuori dell’uscio. Costui grida e chiede aiuto per Giovannino, che finalmente viene liberato dalla mamma dall’incresciosa situazione: “Quando arrivò la mamma non si impressionò molto e non mandò neanche a chiamare il fabbro. Prese la testa di Giovannino che come ci era entrata doveva uscire e girandola appena lo rimise in libertà.”. Riesce perfino a catturare un’ape posata sulla rosa cresciuta vicino al muro di casa sua, e se la stringe nel pugno, finché improvvisamente si mette a urlare. L’ape, ovviamente, l’ha punto, e la mamma, resasene conto, manda subito Filomena a prendere un pezzo di patata da tagliare a fettine e posarle sul palmo della mano ferita, “tanto fresche che parevan bagnate di lacrime.”.
Cresce a furia di monellerie; è la natura la sua maestra: “Un filo d’acqua scende continuo dalla piletta. Giovannino la popola di animali che gli capitano vicino: formichine, cavallette, qualche farfalla di rado. Dopo un po’ ci si addormentano.”. Sono ovviamente affogate, morte.
Si avverte un connubio fra la meraviglia del bambino e la lenta ma continua sua acquisizione dell’intelligenza e della consapevolezza, ossia il meccanismo con cui si prende conoscenza di se stessi e della vita. Attraverso queste azioni minime e queste meticolose reazioni del bimbo, Bertozzi ci spiega l’evoluzione del pensiero in una creatura appena sbozzata, la quale a poco a poco assume la sua vera natura grazie al contatto e alla complessa, ma spontanea, esperienza provata. Troveremo più avanti: “Tutto era nuovo e da esplorare.”.
Il nonno se lo carica sulle spalle e per una strada sassosa lo porta a casa sua (la mamma sta per partorirgli una sorellina): “I prati avevano il colore della coperta grande in camera della mamma ed erano anch’essi stesi e non finivano mai. Letti rifatti con coperte folte. Ne apparivano sempre di nuovi sebbene non si vedesse nessun bimbo addormentato.”. Quelle che Bertozzi ci mette davanti sono scoperte gioiose. Un invito a vivere. Riportato a casa la sera stessa, entrando in camera sua trova il suo lettino occupato, “fra cuffiette e trine c’era un musetto che non gli piacque per nulla.”. E la mamma osserva e dice al babbo: “Non vuol vedere. Forse c’è rimasto un po’ male.”.
Bertozzi mette nella vita di Giovannino tutte le azioni e le scoperte possibili in un ragazzo di campagna che viveva quei tempi lontani. L’osservazione del volo delle farfalle, delle mosse di un cavallo chiuso nella stalla, della pipa che il nonno sta fumando e poi si mette a cantare, la secchia piena d’acqua fresca in cui ficca il naso dissetandosi; i conchini pieni di panna in cui affonda il dito e se lo mette in bocca gustandone il sapore, la scoperta dei grilli e delle lucciole, non avrebbero senso se non fossero le vertebre di una spina dorsale che si va formando. Si diventa uomini anche passando da queste minute e minime esperienze. Bertozzi lo sa, ce le narra e vi indugia. Giovannino è come spezzettato nelle sue azioni, che poi si congiungono a delinearne la nascente personalità. Ogni tanto la mamma lo osserva: “Le pareva che negli atteggiamenti e nelle poche parole, esprimesse cose del tutto inattese.”. Si stava attenti nei paesi ai figli e li si teneva sotto controllo, allarmandosi a volte per un nonnulla, affinché il proprio non fosse diverso dagli altri. Tutto doveva correre secondo natura. Ci doveva essere armonia tra l’uomo e il creato.

In paese ci furono giorni di pioggia. Ecco come in questa bella descrizione si muoveva la gente, facendo a meno degli ombrelli: “Gli uomini arrivavano in bottega con un sacco sulle spalle messo a cappuccio e camminavano un po’ curvi, anche i giovani, così quella palandrana che si inzuppava subito e diventava pesante, stando un po’ bassi, oltre a salvare il dorso giovava anche al petto. Le donne portavano invece paracqua più leggeri: lo scialle un po’ fitto, l’asciugamano colorato, qualche copertina. Roba che, attorno al viso, risultasse un po’ graziosa. “. Come si divertiva Giovannino quando pioveva? Stava sull’uscio della bottega e posava sull’acqua che scorreva sulla strada le barchette che gli aveva confezionato la mamma, le quali “partivano galleggiando in discesa e sparivano in basso. Indietro non gliene tornava neanche una, segno di pericoli oscuri trovati per via.”. Guardava la pioggia anche dalla cantina: “osservando i campi e i prati curvi a ricevere quel che veniva dal cielo, ed erano fili continui, come se tante vecchie, dall’alto, facessero pendere, da rocche invisibili, fusi anch’essi invisibili, sostenuti però da fili veri. La terra, in risposta, fumava un poco.”. La fanciullezza di Giovannino coincide anche con la Prima guerra mondiale, a cui prende parte il padre. Quando essa finì “Ne dettero l’annuncio dalla valle per primi i quattro campanili di Castelnuovo. A quelli, dai monti, poco a poco, se ne unirono altri cinquanta, uno per paese e altrettante voci cantavano la stessa gioia, ciascuna col rombo in note diverse di tre campane, sicché chi viveva in mezzo a quella cerchia ne risultò frastornato. Poi, come succede, la gioia si spense e ciascuno considerava le sue piaghe.”. Due paesani tornano invalidi, uno senza una gamba, l’altro col viso bruciato e cieco. Giovannino vede anche questo, ma soprattutto si accorge della preoccupazione della mamma, poiché il babbo non tornava. Un giorno che lei glielo domanda per l’ennesima volta, come per cercare consolazione e speranza nel figlio, il bimbo, come se lo presentisse, risponde “È qui!”; “S’aprì la porta ed era il babbo.”. Dopo la guerra un’altra esperienza importante attende il bimbo. Il nonno muore, lo sente rantolare: “Le sue coperte si alzavano e si abbassavano seguendo il movimento di un petto in rantolo. Giovannino fu portato via.”. E l’autore prosegue: “Quando il nonno morì, la sua anima campestre, che pur se ne doveva andare, indugiò un attimo alla piccola finestra, poi, non vista, come d’altronde in tutta una vita, abbandonava i luoghi familiari.”. Portando la sua capretta al pascolo, scopre un nido con quattro piccole uova d’uccello. Ma ripassando di lì dopo un’ora, si accorge che manca un uovo. Dov’è finito?: “un ramarro se lo teneva fra le zampine davanti e, avendo rotto il guscio, lo beveva in pace. Sembrava un bimbo che succhiasse un uovo di gallina.”. Minuzie e attimi di vita mai neutrali. In essi vi è sempre ricerca, osservazione, immagine e movimento, i quali penetrano ed edificano il Giovannino che verrà. È la rappresentazione di un presente che non è mai inutile e prepara il futuro tanto del mondo quanto dell’uomo. Giovannino ha già visto e imparato molto: “controllava la pancia della capra: non doveva rimanere vuota, ma neanche gonfiare troppo per paura che avesse a scoppiare. Quando era zeppa al punto giusto, cosa di cui il bimbo si rendeva conto pigiando col pugno il fianco della bestiola un po’ sotto le costole, veniva dato l’ordine di partenza e si tornava a casa.”. Osserva la mammella gonfia della capra: “Giovannino la seguiva rallegrandosi di quella mammella scomodissima che la capra si trascinava dietro, tanto gonfia e ad ogni passo oscillava dall’una all’altra gamba. In quella bisaccia grigia, che sarebbe stato tanto più comodo portare a spalla, c’era latte per tutti. Tre volte al giorno la mamma la mungeva.”.

Si sarà notato come l’autore sia bravo nelle descrizioni e vi accompagni un certo piacere creativo, trattandosi di brani di vita osservati, forse anche praticati in qualche modo, e conosciuti nel loro semplice ma superbo valore. È in simbiosi con quel mondo: “E ci sono poi tante altre cose buone da fare al mondo. Cose necessarie e innocenti: segare l’erba dei prati quando è matura e appassisce, portare il concime nei campi, prendere acqua dalle fontane, tirar fuori dalla terra le patate ai tempi opportuni, cogliere le castagne cadute, filare la lana e staccare i grossi grappoli dell’uva matura che seppur lasciano le mani intrise a volte di un sugo rosso, ognuno può sincerarsi, alla prima occhiata, che non si tratta di sangue.”. In questo brano troviamo anche il segno di una scrittura genuina, spontanea, refrattaria alle imbalsamazioni canoniche, e vicina per scelta ad un linguaggio semplice e intuitivo. In quest’altro brano è rappresentato il mondo dei bambini di una volta, intenti ai giochi semplici e al contempo disposti a compiere il lavoro richiesto, in loro aiuto, dai genitori, cui non si sottraevano: “Tutti questi divertimenti non comportavano aggravio di spese ai genitori, proprio non costavano nulla, altrimenti non si sarebbero potuti fare. I bimbi poi qualcosa di utile anche facevano.
In quei tempi non era raro che un gioco si dovesse interrompere perché qualcuno dei ragazzi veniva chiamato a far qualche faccenda, ed era anche facile vedere, viaggiando per la campagna, un bimbo che guardava le vacche appoggiato a un bastone due volte più lungo di lui, o una bimba piccolissima che vigilando le pecore faceva già la calza, o un omino minuscolo che posando a un poggiolo un suo carico, costituito da una fascina sola, si asciugava col dorso della mano il sudore precoce della fronte.”.
Bertozzi osserva il mondo dei piccoli, ne annota la crescita e vi si immerge come se ne fosse partecipe, lui già grande, ma ancora, almeno nell’ispirazione, rimasto ragazzo come loro. Gli interrogativi di Giovannino, li fa suoi, annullando gli anni della propria crescita: “Cos’era il cielo, Giovannino non riusciva a capirlo. Si accorgeva che in qualunque posto fosse non si sottraeva mai alla sua vigilanza.
Ne osservava il cambiamento continuo nelle varie ore del giorno e della notte e riconosceva di non averlo mai visto due volte uguale.
Riteneva che essendo sempre diverso avrebbe dovuto essere oggetto di contemplazione da parte degli uomini, i quali vi rivolgono invece lo sguardo fuggitivo solo quando hanno bisogno di fare le previsioni del tempo.
Vedeva che il giorno era percorso dal sole e di notte dalla luna che naviga attraverso le stelle.
Lo trovava invaso dalle chiome degli alberi e dalle case degli uomini.
Percepiva che la sua piccola persona, elevandosi di poco dal suolo, occupava una minima parte di cielo.
Riceve il fumo dei camini e le nebbie dei ruscelli che vi si perdono senza lasciar traccia, e il suono invisibile e, infine, l’anima quando abbandona il corpo morto degli uomini.”.

Tra gli anziani, chi non ricorda quando da ragazzi, in chiesa si accendevano le candele con una canna e uno stoppino acceso? Eccone la descrizione: “Brillava l’altare di luce santa quando Giovannino per mezzo di una candeletta accesa, infilata di traverso nella fessura di una lunga canna, dopo aver indugiato con la fiammella a lungo su lucignoli che non si vedevano, riusciva infine ad accendere tutti i ceri disposti in vari ordini, e perfino i più alti.”. Segue la descrizione dei paramenti del sacerdote e delle procedure da seguire per indossarli e come si svolgeva la celebrazione, allora in latino, della Santa Messa. Rituali scomparsi, fermati nel tempo dall’autore con grazia e partecipazione. La vicinanza della gente alla Chiesa è qui rappresentata nella sua reale fisionomia fatta sì di fede ma anche di abitudini, di credenze e di tradizioni.
Giovannino si sta formando attraverso queste esperienze, tutte ubertose e fertili, in grado di provvedere alla maturazione di una personalità ad immagine del proprio tempo. L’autore ritrova e traccia, in realtà, con questa storia, anche la propria crescita, osservata come da una finestra sulla cui balaustra si è appoggiato con l’intenzione di ripercorrere, attraverso quel bimbo, anche la sua storia. Giovannino e Enrico vengono a poco a poco a coincidere. Ma Enrico viene a rivestire anche un altro ruolo, didatticamente importante, quello del padre che osserva Giovannino e nello stesso tempo quello di Giovannino che osserva il padre. Numerosi capitoli segnano questo passaggio e una tale alternanza. Nell’autore, dunque, il padre e il figlio, pur rimanendo personaggi distinti, si interscambiano e si intersecano. Credo che sia questa la cifra più alta dell’offerta che viene donata da Enrico Bertozzi a noi lettori, in un passaggio che ha la lievità di una piuma e la miracolosa complessità e consistenza di un’anima. Come è stato possibile? Leggeremo: “Tutto ciò che il bimbo pensava, ecco, era vero, e figurava anche ad occhi aperti: solo per qualche immaginazione più ardita era bene chiuderli per vederci meglio. Giovannino dava così mano, per proprio conto, a perfezionare nel letto di un ruscello una creazione che doveva essere avvenuta presso a poco allo stesso modo per volontà di un Dio potente.”. L’uomo è creatura di Dio, dunque, ci ricorda l’autore; e in lui possono avvenire cose prodigiose, proprio come quelle che accadono in questa storia della pubertà in cui padre e figlio celebrano in se stessi il mistero e la potenza di Dio.

Onorato

Il romanzo uscì postumo nel 2012.
Ci troviamo di fronte a una scrittura graffiante; ogni personaggio ha contorni precisi e se ne rileva il carattere dalle azioni che compie.
Siamo in un paese di campagna. Si è ucciso il maiale e dappertutto sono stesi i prodotti che ne derivano. Onorato e la moglie Irene sono rappresentativi di un rapporto familiare diffuso nell’ambiente agreste. Concreti, ma litigiosi tra loro, non passa minuto che uno non rimproveri l’altra.
La loro fisionomia è lasciata all’immaginazione del lettore, che se la costruisce dai loro comportamenti.
Un gatto si avvicina ad una forma di formaggio e Onorato non ha incertezze, prende il fucile e gli spara, seppellendolo in tutta fretta affinché la moglie non se ne accorga: “Onorato lo prese, lo ravvolse nel giornale, lo portò nell’orto. Fece con la vanga un bel buco, ce lo buttò dentro, lo premette col piede, ricoprì, pareggiò, sparse due manciate di polvere sul sepolcro in modo che il terreno risultasse uniforme anche al colore. Tornò poi in casa a vestirsi per la messa.”.
Onorato è il padrone e ha sotto di sé il mezzadro Pietro, che ha una bella moglie, Luisa: “La moglie di Pietro, la Luisa era troppo bella.”.
Onorato si sentiva fortunato e gli piaceva essere rispettato dai paesani i quali, quando lui passava, lo salutavano e si facevano da parte.
Andava in chiesa per consuetudine, e faceva sempre i conti con le parole del vangelo e con la predica del prete. Era un cristiano a cui piaceva la vita comoda.
Succede che il mezzadro salito su un albero per pulirlo dei rami secchi, cade e, seppure soccorso dai contadini, muore.
Onorato si prende cura della donna e del figliolo, Nicoletto.
Si avverte da subito il forte legame dell’uomo con la natura. Un intreccio che appare indissolubile. Si sente il profumo di un rapporto non solo materiale, ma anche spirituale; un connubio che rende natura e uomo una sola entità.
La scrittura è brillante carica di ironia che orna i fatti narrati di un capriccio che strappa il sorriso. Sembra che le cose della natura che ci vengono incontro debbono essere tutte esplorate, ripulite, per un loro più completo amalgama con il singolo uomo.
Le giornate sono piene di piccole cose, che non sono mai inermi, bensì producono idee e pensieri con i quali ci si deve confrontare. Le minimalità sono scelte per rappresentare la vita. Perfino lavorare alla formazione di una catasta di legna, da ammucchiare per l’inverno, assume il valore di un percorso forte e necessario. Come del resto la cura e l’attenzione da mettere nell’allevamento dei conigli: nove femmine e un maschio (di nome Gigetto) devono dare per lo meno duecento conigli all’anno.
In questa descrizione pare di vedere un quadro del pittore barghigiano Alberto Magri (1880 – 1939): “Di giorno tutto sembrava buono: le vacche calme per le campagne, l’azzeccar del pennato, lo schiocco delle forbici sulle viti, il respiro lento dei lenzuoli stesi ad asciugare all’ultimo sole, Il volo dei colombi dalle campagne ai tetti segnavano tempi sereni di pace e di lavoro. Le voci eran miti, i gesti rassicuranti, le mani fraterne.”.
Caratteristica del libro è l’immersione nella natura: “Montava intanto su da tutte le gole una nebbia grigia come fumo e pareva portasse in sé un soffio indistinto, quasi un fruscio di lunghe sottane invisibili strascicate per le pareti dei monti. Qualcosa era in viaggio, qualcosa era in arrivo. Si sperava che quell’avanzare misterioso e implacabile perdesse di forza dove le campagne si distendono, come succede per l’acqua quando trova il largo.”.

L’amore segreto che il padrone nutre per la mezzadra Luisa è mescolato agli impulsi e ai passionali colori della natura circostante, sì che vediamo l’uomo avvolto tutto intero nei vortici dello spazio e del tempo provocati e regolati dalla creazione.
Bella scrittura, sorgiva e personalissima. Qui è descritto l’attacco di un falco ad una colomba. Pare di leggere lo scrittore lucchese Vincenzo Pardini: “Ruota alto e guarda. Quando la colomba è vicina al poggetto si butta in picchiata un po’ di sbieco, l’agguanta con le unghie, la stacca facilmente dal terreno perché è in discesa, si ferma più in basso a un castagno. Qui la stende su un ramo, la rovescia; comincia a spiumare col becco la pancina e sembra faccia piano. Ma ben presto ha già in bocca la prima budellina. Poco a poco la svuota e mangia tutto. Lei lascia fare. È morta.”.
Leggete come descrive il tentativo di Onorato di possedere la vedova del mezzadro, Luisa: “La teneva piegata da un lato e vide un occhio lucido nel quale sera invetrato il pianto. La bocca, fin troppo aperta, disegnava una piega amara. Dentro la bocca c’era il buio e da quel nero pareva fiottasse fuori il dolore. Le labbra non si muovevano, però gli posero in cuore parole semplici che si dicono ai bimbi e mettono paura: ‘Quello che vuoi fare è male. Dio non vuole.’”.
È quanto basta per definire Bertozzi uno scrittore di razza, che non deve il suo stile a nessuno, ma gli è proprio, generato dalla sua sensibilità d’artista.
Onorato, pur nelle vesti rozze del contadino-padrone, è uno di noi, e i suoi capricci, le sue burle, i tentativi di sottomettere ai suoi voleri i fatti della vita, lo rendono uno di noi. Furbo e ingenuo ad un tempo, passionale e pudibondo, rivoluzionario e tradizionalista, cattolico e impenitente.
Anche la vecchiaia, che piega un po’ la baldanza di Onorato, è, pure quella, roba nostra, della nostra vita. La santità che, alla fine, gli viene riconosciuta è il segno dell’invincibilità del bene, e il male non potrà mai sconfiggerlo.

Argo

Uscito nel 1982, è una storia di abbandono e di irriconoscenza. Contrariamente a quanto scrive l’amico Giorgio Bárberi Squarotti nel suo lusinghiero commento, è proprio per l’abbandono e la irriconoscenza che io vedo una connessione con l’Argo più famoso, il cane di Ulisse. Sappiamo poco di lui, ma quando l’eroe omerico ritorna a Itaca lo trova immerso nella sporcizia e nella desolazione, dimenticato. Nessuno ha continuato a trattarlo quale fedele compagno del padrone di casa. Partito lui, per la lunga guerra di Troia, nessuno lo ha più accudito e ha dovuto arrangiarsi da solo, come il cane di Bertozzi. Riconoscerà il padrone, l’unico a riuscirci, e morirà per l’emozione provata. Ulisse, che mai ha versato una lacrima nel corso della sua odissea, la verserà per lui, molto probabilmente anche per le condizioni miserabili in cui lo ha ritrovato.
Ma ora andiamo a conoscere l’Argo di Bertozzi.
È un cane da caccia e appartiene a Feliciano e a Giusi, il primo senza barba, il secondo barbuto. Un giorno, si lascia sfuggire la lepre, irritando Feliciano. Per fortuna viene uccisa da Giusi, appostato più avanti. Ecco la bella descrizione della lepre un istante prima di essere colpita e nel momento della morte: “Era tranquilla, perché dà fiducia il luogo dove s’è sempre stati bene. Dopo essersi pulita il muso con le zampe davanti uscì senza sospetto allo scoperto. Vide un lampo, e non era male, sentì uno scoppio, e non era male, ma portò una percossa che la stroncò. Rimase a occhi aperti come aveva l’abitudine di fare nel sonno. E come quando dormiva a occhi aperti non vide immagini.”.
Chi ci ha seguiti nelle letture che stiamo dando dei romanzi di questo scrittore garfagnino, ha potuto rendersi conto della sua bravura. Impiegato di banca, scrive per una autentica e forte vocazione. Qualsiasi mestiere avesse praticato, questi romanzi sarebbero usciti tali e quali dalla sua penna.
Ha una scrittura limpida, ma capace di specialità, come si è visto nella bella descrizione della morte della lepre. Sono zampate che fanno ricordare quelle di Mario Tobino, improvvise, non annunciate, spiazzanti e tali da destare una forte meraviglia.
Meriterebbe che qualche critico di fama gli rendesse gli onori postumi che merita.
Io glieli rendo con le mie letture, sicurissimo di fare opera di giustizia in un mondo spietato, come quello della letteratura, dove spesso si acquisisce fama immeritata grazie a tante complicità.
Bertozzi è stato uno scrittore del silenzio, isolato, dedito al suo lavoro e alla sua terra. A spingerlo non era alcun desiderio di notorietà, ma il bisogno insopprimibile di trasformare il suo profondo sentire in arte.
Feliciano, ma anche gli altri amici cacciatori, non è contento del suo cane; perfino gli spara: “Alla sferzata del piombo Argo perse per un attimo l’uso delle gambe di dietro, poi, riavutosi, urlò a gola aperta il suo dolore e arava la terra col culo spostandosi in giro.”.
Giusi non era riuscito a fermare in tempo il compagno.
Fu deciso “di abbandonarlo tra i monti di un’altra regione.”.
L’abbandono è umiliante. Avviene con l’inganno. Il cane ha sentito la lepre e corre e s’inoltra nel bosco. Feliciano e Giusi lo incoraggiano, battendo anche le mani. Ma una volta sparito alla loro vista, si allontanano, tornano alla loro auto e lo abbandonano al suo destino.
D’ora in avanti Bertozzi, ribellandosi a questa cattiveria, lo accompagnerà e seguirà, invece, e ce ne farà conoscere la storia, purtroppo sofferente e malinconica. Lo innalzerà al ruolo di protagonista.
Argo non trova più i padroni: “Cresceva intanto dentro di lui la paura di essersi perso, d’esser rimasto solo in un posto mai visto, e lo sgomento di non poter ritrovare la strada gli dava un senso di gonfiore ed oppressione in tutto il corpo e gli serrava la gola. Non sapeva più quel che fare, ma glielo suggerì l’Istinto. Intanto bisognava cominciare a tener la bocca un po’ aperta, gemere per non scoppiare, poi cercare uno sfogo, uno sfogo più grande, aprire di più la bocca, mandarlo fuori il dolore.”.
Argo è diventato uno di noi, coi nostri smarrimenti, le nostre ansie, le nostre paure, i nostri sconforti: “E gli abbai durarono per ore a scoppiare dall’alto giù per le faggete deserte, giù fino alle selve, fino alle gole dei torrenti. Era quello il richiamo per i padroni, il lamento di chi si trova male solo.”.
Ci sono, in queste parole, intrecciate e amalgamate, la forza e la disperazione del dolore.
Ci viene in mente Jack London e il suo celebre “Zanna Bianca”, uscito a puntate nel 1906.
Bertozzi ci farà vedere, in sovrappiù, il mondo degli uomini visto da un cane, un punto di osservazione suggestivo e originale.
Il lettore ne è attratto. Gli occhi di un cane aperti sul palcoscenico umano. Argo ha fiducia nell’uomo, nonostante ciò che gli è accaduto. Sono gli uomini, invece, a dare mostra di un animo cinico e egoista, restio alla pietà e alla misericordia: “Quando i ragazzi, a comando, si chinarono a prendere i sassi, s’insospettì, restò a distanza, ma si dimenticò la cosa e tornò vicino ai ragazzi perché lo chiamavano. Lui invece chiedeva ancora pane.”.
Quei ragazzi lo prendono a sassate: “Al riparo degli alberi Argo, mentre si leccava i punti dolenti, non trovò nella cosa né malizia, né cattiveria, né tradimento perché quel che succede succede, e prima non si sa, ma si convinse che gli uomini sono tutti temibili ed è bene stare lontani.”.
Il rapporto con l’uomo si fa diverso, sta cambiando. Non più fiducia piena, come era prima, anche se l’uomo e le sue abitudini restano, comunque, sempre un punto di riferimento.
Argo sta osservando un cacciatore, il quale spara a uno scoiattolo, lo uccide senza però riuscire a ritrovarlo, non avendo un cane con sé. Se ne va, e ci pensa Argo a scovare il corpicino dello scoiattolo, “con un piede lo tirò fuori e se lo mangiò.”.
Ha fame e entra in un pollaio. È notte e le galline dormono: “Afferrò la gallina più bassa e se la tenne fra le zampe. Siccome si mise a strepitare e quel fracasso usciva dalla testa, il cane gliela schiacciò fra i denti diverse volte e il sapore del sangue e del cervello sembrò buono. La gallina tacque.”.

Si sta inselvatichendo; c’è poca differenza tra lui e una volpe. Il lettore avverte che può già scambiare l’uno per l’altra: “Ormai Argo s’era abituato senza accorgersene al mondo selvatico dove ogni sasso che rotola rende attenti, ma anche un’ombra, anche il poco rumore, e dà sospetto un uccello che smette di cantare, paura se vola via.”.
Bertozzi agisce attraverso un processo minuto e lento, restituendo alle proprie origini un cane che era stato addomesticato.
Allorché il padrone del pollaio chiama un giovinetto a far la guardia di notte per acciuffare la bestia che gli uccide le galline, portandosele via, viene alla mente Pinocchio quando, legato alla catena, fa la guardia ai ladri.
Il racconto ravviva tanti ricordi letterari e forse quelle immagini sono passate anche nella mente di Bertozzi, mentre creava le sue.
È un merito, anche questo, del libro.
Il povero Argo, nel corso di uno dei suoi furti, rimane preso dal filo spinato, una punta del quale gli squarcia una gamba e lo lascia appeso alla rete. Il contadino al mattino lo scopre, gli assesta delle bastonate sul cranio e, dopo che lo ha creduto morto, lo va a gettare, infilzatolo con la forca, nel vicino fossato.
Argo non muore; riesce ancora a scamparla, dopo aver rischiato di essere divorato, creduto morto, da una famiglia di volpi.
Le sue pene non sono finite. Si rende conto che la vita selvatica non ha tenerezze, ma egoismi e crudeltà. Vivere è lotta e fatica; e l’incontro con la morte è sempre prossimo.
Costantemente aggredito dalla fame, si arrangia anche col rimestare tra i sacchi della spazzatura: “eran di gente che aveva mangiato ogni cosa, lasciando solo bucce di patate e sottili.”. Ma potevano capitare anche sacchi contenenti residui di carne e di altre squisitezze, “e gustò il sapore sopraffino delle cose rifiutate dagli uomini.”.
Ci domandiamo se a questo punto Argo ricordi ancora i suoi padroni, ovvero l’uomo a cui si era legato da fedeltà e fiducia. Qualche volta gli succede, poiché gli accade di incontrare cacciatori. Uno, di nome Gedeone, lo ha visto e vorrebbe catturarlo, avendo capito che è un buon cane da caccia.
Intanto arriva un momento di pacchia per Argo. Il territorio viene rifornito di nuove lepri provenienti dall’Ungheria e dalla Maremma. Una manna caduta dal cielo per il nostro segugio. Ne mangerà una al giorno, finché i cacciatori non se ne accorgeranno. Gedeone pensa subito ad Argo. Per colpa sua il ripopolamento è fallito. Suggerisce di aspettare il vicino inverno e la neve su cui il cane lascerà le orme, costretto dalla fame ad avvicinarsi alle case. Sarà facile dargli la caccia: “Tutti riconoscono nella neve il suo piede. Non si può sbagliarlo con quello della volpe.”.
Ed ecco che viene in mente un altro film bellissimo, “Uomini e lupi”, di Giuseppe De Santis e Leopoldo Savona, del 1957, con attori straordinari come Yves Montand; Silvana Mangano e Pedro Armendáriz.
Gedeone, con altri tre cacciatori, la notte che viene la neve si mette in cerca di Argo. Le sue tracce sono evidenti, ma non la caccia non è facile. Argo si è accorto di essere inseguito: “Gedeone continuò il suo cammino infaticabile perché traeva forza dalle tracce e dal disegno che aveva in mente. S’accorgeva da certe strisciate sulla neve che il cane cominciava ad essere stanco e ogni tanto si fermava e appoggiava la pancia.”.
Gedeone lo stana; s’è rifugiato in una capanna. Gli dice con falsa dolcezza di avvicinarsi. Argo ubbidisce. Ricorda quando aveva un padrone: “l’Istinto lo consigliò d’ubbidire, come aveva fatto tante volte in passato. Apparve nella penombra, poi nella luce, dimenava la coda, teneva la testa bassa piegata da un lato e dimostrava soggezione e timore per come sarebbero andate le cose, per via soprattutto delle due canne puntate dagli occhi neri.”.
Sembra arrendersi a Gedeone, e invece all’improvviso, cogliendolo di sorpresa, scappa. Ma la caccia riprenderà. Argo è sempre in continua fuga: “Che lo cercavano l’aveva capito e stava attento. Come facevano a ritrovarlo sempre senza mettere il naso per terra, rientrava nel numero delle cose che l’uomo sa fare e il cane no.”.

Questa caccia ostinata degli uomini ad Argo è affascinante. Si svolge in un paesaggio bianco di neve e con temperature rigidissime, che danno il riscontro di una caparbietà che la dice lunga sul cinismo e la cattiveria del più forte (“i persecutori”) sul più debole.
Il cane è fortunato, scorge in basso una vallata inondata dal sole, dove la neve è scomparsa lasciando spazio a “un mare di verde”. È la sua vallata, quella da cui era fuggito. Si avvicina ad una casa. Seduto nell’aia c’è un vecchio pressoché cieco; si chiama Beppe. È in questa casa che capita uno dei suoi vecchi padroni, il più cattivo, quello senza barba, Feliciano. Non si incontrano e poco dopo l’uomo se ne va. Ma al vecchio accade un mancamento, cade a terra. Non c’è nessuno ad aiutarlo. È presente nell’aia solo Argo, che comincia ad abbaiare: “Gli sembrò di doverlo fare.”.
Rosa, la moglie del vecchio, arriva e pensa che sia morto, invece respira ancora e a poco a poco si rinviene; lo aiuta ad alzarsi: “Arrivò gente, lo portarono in camera. Venne il dottore. Ordinò punture e riposo a letto. In serata ecco il prete.”.
Il vecchio morirà e la casa viene abbandonata. Come le aveva consigliato il prete, Rosa lascia fuori della porta una buona scorta di cibo affinché lo sconosciuto cane che l’aveva avvertita del malore del marito, possa avere qualcosa da mangiare, ed infatti Argo si trattiene fino a quando il cibo non si sarà esaurito. Dopo, torna a vagare ramingo, perseguitato dalla fame, la sua peggior nemica, la più accanita: “Argo, già immerso nel bosco in quello continuò, ma per il suo desiderio di stare lontano dall’uomo fame ne patì tanta. Era più che altro la pancia a farlo soffrire.”.
Infine incontra un lupo. Entrambi, uno di fronte all’altro, digrignano i denti: “Ma un vero Lupo non era!”. Proprio come il celebre Zanna Bianca.
Decidono di rinunciare a combattersi: “Così umiliati il cane e il Lupo fecero amicizia e ognuno guardò con occhi buoni le miserie dell’altro e sentì voglia d’esser d’aiuto.”.
Agiscono insieme, cacciano insieme. Fanno strage negli ovili. Non risparmiano gli agnelli, anzi sono il boccone più prelibato. Bertozzi ci descrive la morte di uno di essi: “Il Lupo l’agguantò al groppone e l’alzò. Piangeva forte come un bimbo, ma gli scrolloni gli ruppero quel belato a distesa e lo ridussero a brevi gridi di strazio, poi a singulti, infine a lamenti flebili che annunciarono il mancamento e la rassegnazione. Allora una pecora belò. Le altre le fecero eco col Montone, come se solo la morte del più piccolino fosse da compiangere, perché per il resto ci si può fare anche una ragione e si sa.”.
Questa volta però il Lupo non riesce a scappare, mentre Argo ci riesce, e al mattino ecco arrivare il padrone che si accorge della presenza nell’ovile della belva. Chiama aiuto e tra coloro che giungono ci sono anche Feliciano e Giusi.
Il lupo è ucciso, ma il cane riesce a fuggire, dopo aver lanciato uno sguardo ai due vecchi padroni. Giusi si accorge di qualcosa di già visto, di familiare; non altrettanto Feliciano che lo prende in giro.
Argo di nascosto ritorna al suo canile, contento di rivedere i vecchi luoghi. Resta nei dintorni: “Si fermò per caso sui monti vicini, in una riserva, solo perché trovò un difficile odore di lepre, buono per domani. Sotto vedeva i lumi di due paesi e quelli di casolari sparsi. La gente dormiva dentro le case. A lui bastaron le felci dell’anno prima, perché foglie secche non ce n’eran più e quelle nuove spuntavano allora.”.
Quando gli capita di incontrare la cinghiala coi suoi cuccioli, riesce a sottrargliene uno, ma al secondo tentativo la madre reagisce ferocemente e manca poco che ci lasci la pelle.
Arriva il momento delle fagiane: “Quando poi venne il tempo in cui le fagiane covano le uova o avevano i piccoli, si seppe che il cane le sorprendeva nottetempo ai nidi e faceva strage di loro e di quel che avevano sotto l’ali.”.
Di nuovo gli danno la caccia.
Argo vive secondo le leggi della natura, non crede di far del male e invece gli uomini si accaniscono contro di lui. Niente di ciò che egli fa è buono per gli uomini. Due nature distinte, separate, incongiungibili.
Argo farà una brutta fine, nonostante abbia compiuto una buona azione. Le pagine in cui uccide la vipera che ha morso Nandino, il figlio di Feliciano, e in pratica gli salva la vita, senza averne in cambio riconoscenza, dimostrano, se ancora ce ne fosse bisogno, la bravura dello scrittore che, nel suo muoversi ruspante all’interno della natura, ma con tanto amore e intimità, ricorda in qualche modo il grande Federigo Tozzi.

L’Eríco, Giulebbe e l’anima

Il romanzo è del 1981.
Eríco (facile pensare all’autore), dopo 35 anni di lavoro, è andato in pensione e vuole godersi la nuova libertà. Poiché è cacciatore, ne approfitterà per godersi la sua passione: “Invece, quando impallidiscono le stelle, osservo le cime dei monti intatte in una luce pura. Sta per arrivare l’ora in cui gli uccelli del bosco, uscendo da chissà dove, vanno ai mangimi abituali. È l’ora del cacciatore.”.
Un anno dopo, Bertozzi scriverà la commovente storia di un cane da caccia, Argo, abbandonato dai suoi padroni.
Si è subito colpiti dalla scrittura, tutta intrisa dal desiderio e dalla voglia di trasgredire e volar lontano con una fantasia dolce e ribelle nello stesso tempo. È una scrittura che si fa contenuto, poiché la storia raccontata avrà questo fiato: “Ho sognato che mi scrollavo di dosso la famiglia.”.
Diamo un piccolo esempio: “Tra l’altro per me il vestito ideale è quello che somiglia a un sacco, con tante tasche in cui riporre le cose e nelle quali ritrovo a volte, in primavera, rimasugli di una foglia cadutaci nell’ultimo autunno nel quale sono stato a stropicciarmi pei boschi.”.
Si tratta, ovviamente, della classica casacca del cacciatore.
Chi sa perché, viene in mente “Tre uomini in barca (per non parlar del cane)”, il divertente e avventuroso romanzo di Jerome K. Jerome del 1889.
Nel nostro romanzo, il compagno di avventura è un ubriacone, Giulebbe.
Tutto si svolge in un clima mescolato tra sogno e realtà, anzi, diciamo meglio, tutto si svolge in un’ambientazione da sogno, favolistica, che ha la leggerezza di un respiro.
Pare di essere a teatro comodamente seduti a goderci lo snodarsi del racconto su di un palcoscenico adorno di meraviglie.
L’anima è, infatti, il terzo invisibile compagno di avventura: “La solitudine e la segretezza dei luoghi di cui non traspare al di fuori un dettaglio, fan sì che il pensiero non disturbato per lunghi periodi, prenda infine confidenza e si espanda.”.
Chi ha letto tutta l’opera di Bertozzi avrà notato una sua propria specialità. Sa tenere molte tonalità; ha più registri, più scale di note: quella umoristica, quella romantica, quella malinconica, quella tragica e ogni minima variazione di coteste. Anche il passaggio e l’alternarsi, nel corso del racconto, tra terza e prima persona, hanno il segno di una giocosa variante musicale. È, insomma, un ottimo suonatore di violino, quasi un Paganini: “E il pettirosso, curioso com’è, con volo gobbo vien subito a vedere. Mentre penso che non gli sparerò perché è piccolo e ho poche munizioni, sopraggiunge con un soffio la grossa ghiandaia che non disdegna nutrirsi della carne degli uccelletti minuti. Sotto il suo peso un ramo s’agita ancora.”.
L’alba di un cacciatore è qualcosa di magico. Egli assiste a tutti i risvegli della natura. Li osserva con gli occhi incantati dal suo capanno, dove nessuno immagina che vi sia appostato, vigile e nascosto: “Intanto qualcosa, o è l’effetto delle ombre e delle luci giocate dal primo sole, scivola lungo un fusto di nocciòlo. Una forma allungata e fulva appare e si nasconde furtiva girando attorno al tronco. È lo scoiattolo. Con un balzo giovanile è sulla roccia e s’avvia seguito dalla lunga coda verso l’acqua nella quale ha tante volte rispecchiato il musetto.”.
Non vi è dubbio che nel romanzo è contenuta la contraddizione tipica del cacciatore, il quale ama immergersi nella natura, sa anche godersela a suo modo, ma con la caccia uccide ciò che gli ha destato meraviglia. La sua gioia ha la spontanea selvatichezza delle segrete regole della natura secondo le quali per sopravvivere devi difettare del senso stesso della morte: “Rientro nel capanno col proposito di non sparare oltre: anche le tagliole daranno il loro frutto e non voglio uccidere se non per necessità.”.
Leggete questa descrizione in cui il senso della morte, che pure alberga nel cacciatore, si fa misteriosamente lieve, quasi assente. Sta osservando un gruppo di ghiandaie che bevono presso una vaschetta ripiena d’acqua: “Bevono a turno e fanno il bagno nella loro vasca senza litigare. Si asciugano al sole. Una non partecipa all’assemblea e vigila dall’alto di una vetta di carpino. Darà l’allarme se si avvicina l’uomo.
Se ne vanno invece per altro motivo. C’è stato forse un fruscio che non ho percepito e partono una ad una senza paura, ma come chi non vuole assistere a uno spettacolo repellente. E si snoda nella radura la grossa biscia acquaiola tenendo un pochino sollevata la testa. Sogna un refrigerio che non potrà mancare. In breve è sulla vaschetta e assume l’acqua a poco a poco, allungando e ritraendo la lingua.”.
Prevale il senso della vita. La morte è trasfigurata nella vita e specialmente nella gioia e nella esaltazione del vivere. Qui il protagonista si dedica alla pesca per procurarsi il cibo. Cattura una cavalletta che gli farà da esca: “e trafiggo quel gioiello con l’amo a cominciare dal capo, non contento finché l’ardiglione non esce all’altra estremità del corpicciolo magrolino. Dopo questa operazione rimane ferma e stabilmente incurvata. Un minuto più tardi, essendomi avvicinato con estrema cautela allo specchio d’acqua, dondola a mezz’aria, ormai del tutto indifferente circa la località nella quale andrò a posarla.”.
Con questa profonda immersione nella natura, pare di percepire le atmosfere dei romanzi di Mark Twain, come “Le avventure di Tom Sawyer” del 1876 e “Le avventure di Huckleberry Finn”, del 1884.

Il protagonista (ossia Bertozzi) ha fatto anche la guerra, la Seconda guerra mondiale come ufficiale mandato in Russia. Ogni tanto la ricorda: “E mi rivedo sulla riva di un fiume gelato [è il Donetz], grande come il Po. Comandavo allora una compagnia di fanti. Avevamo il compito di resistere a oltranza ai carri armati nemici, segnalati a qualche chilometro.”.
Meno solitudine e più giovialità la incontriamo nella seconda parte, quando, dopo due giorni che è stato nel bosco, torna a casa. Tutti erano stati in ansia. I carabinieri e molti del paese erano andati alla sua ricerca, inutilmente (anche perché lui non si lasciava trovare). Per ricompensarli di questa loro attenzione verso la sua persona, offre loro un pranzo in trattoria, durante il quale il lettore assaporerà il gusto del gioco e dell’ironia di Bertozzi, il quale sta scrivendo con gioia e divertimento.
Giulebbe è un suo compagno ombra, quasi un punto di appoggio. Si vede appena, come in trasparenza, ma è presente. Simpatici i giochi di ipnosi che il protagonista si diverte a fare su di lui. Giulebbe è una sua propaggine scherzosa e civettuola, un alter ego.
Attraverso questo accoppiamento si manifesta una saggezza popolare che si radica e va a coprire di sé tutto il romanzo: “Arrivati a casa, dopo aver mangiato, Giulebbe mi chiama dalla stradina. È l’ora di tornare nei campi. Ha con sé due vanghe. Andiamo a un campicello comodo da lavorare perché vicino, nel quale da dieci anni nessuno ha più messo i ferri. Fertile è certo perché le zolle vergini, sepolte, suppliranno il concime che non abbiamo.
E Giulebbe comincia a vangare. Pare impossibile, ma egli rivolta la terra come se gli fosse amica, e lo fa con un ritmo che pare in un certo senso danza. E la terra, da verde, diventa nera. Provo anch’io a farle cambiare colore. Mi resta assai brizzolata di verde e duro tanta fatica. Ma Giulebbe mi dimostra che non bisogna solo lavorare di braccia, ma che poggiando il dorso della mano sinistra che regge il manico della vanga sul ginocchio destro, e su questo facendo leva, il lavoro è facile. Ed è vero.”.
Bertozzi gli dice: “Tu vivrai a lungo, invece, Giulebbe, poiché sei il simbolo della nostra razza povera, paziente e felice. La tua figura non si può spegnere finché l’uomo vivrà su questi monti, e qui pianterà alberi e si curverà sui campi.”.
Che è un bell’omaggio alla terra e all’uomo che la lavora.
Questo romanzo che pare all’inizio soltanto e semplicemente divertente, è tutto intriso di umanità e di terra, ma di quella specie di umanità rara che nella terra è nata e muore.
È una storia di grande bellezza, difficile a scriversi per chiunque con quella lievità che il Bertozzi ha saputo trovare per trasmetterci l’intimità dei segreti e dell’esistenza. La seconda parte, in cui Giulebbe prende la sua consistenza di personaggio che affianca e da colore al protagonista (“L’Eríco e il Giulebbe vedono le cose alla stessa maniera!”), è di una invidiabile perfezione: contenuto, suggestione e scrittura sono opera d’arte. Come una statua del Canova.
La terza parte, quella dedicata all’anima, ci parla della vecchiaia e del tramonto della vita: Eríco “Non scende più nei campi e anche per le vie piane del paese ha messo in uso quella gamba inopportuna al mattino, disdegnata a mezzogiorno, utile soltanto a sera. È di nocciolo.
La prima volta, vedendolo col bastone, uno disse incautamente: ‘Ormai ha preso un pallino in un’ala!’. Poi salutò a voce più alta. Credeva che venendo la vecchiaia con tutti i difetti, l’Eríco fosse diventato anche sordo. Rimase quindi molto confuso sentendosi dire: ‘Amico, ti perdono l’affermazione perché ha un gustoso sapore di caccia!”.
Questo brano può fare anche da esempio di come nasce una descrizione congiunta a precisione e arguzia. Spesso Bertozzi, nelle sue opere costruisce frasi che risultano felici e leggere ma la cui composizione richiede un raro talento.
Mi dispiace di non aver conosciuto questo artista che ha lavorato in banca come me, e i nostri tempi si sono incrociati, anche se tra me e lui ci correvano trent’anni, essendo Bertozzi nato nel 1912. Morirà nel 1992.
Qui pensa alla morte e al suo piccolo cimitero posto sulla collina: “… finché dai triboli non si sbuca in un poggiolo felice e insospettato in cui guariscono vecchie ferite e nuove non ce ne possono essere. Qui si riposa e si guarda un po’ dall’alto e come da lontano.”; “Rientrando in casa disse alla moglie: ‘Mi dovesse succedere di partire per il lungo viaggio bisogna dare diecimila lire a ogni uomo che si darà il cambio per portarmi al cimitero. Ho trovato faticosa la salita.”.
Pare di vedere il giullare che, nel capolavoro di Ingmar Bergman, “Il settimo sigillo”, del 1957, scorge sulla collina il cavaliere che con altri compagni segue la morte.

Eríco è disteso sul letto, ha la polmonite, la febbre molto alta. La mente vaga e risorge il passato, tornano taluni ricordi, è preda dei sogni: “Li cominciava da sveglio.”.
Questo racconto è scritto nel 1981, come si è detto, ossia undici anni prima della morte del suo autore ed è ammirevole la fantasia che riesce a presentarcela con realismo, ma anche con brio: “Poi arrivò il prete che conosceva tutti i peccati. Portava con sé una buona possibilità di star meglio perché è noto, come dice Giacomo, che quando uno era malato i presbiteri della chiesa antica pregavano su di lui e lo ungevano con olio nel nome del Signore. Il Signore allora lo rialzava, oltre a perdonargli i peccati. Si aveva così un doppio vantaggio che soltanto chi è nel bisogno e costretto a letto può apprezzare al giusto valore.”; “Quando il prete si apprestava ormai a ungere la fronte e le mani del malato, che era poi la cosa essenziale per guarire, e gli aveva già steso le sue sul capo l’Eríco dette un’occhiata nella stanza come per guardare se si prestava abbastanza attenzione all’avvenimento conclusivo: vide la moglie che pregava e udì uccelletti cantare fuori della finestra che, per fargli piacere, rimaneva sempre socchiusa.”.
È una morte gioviale, non vestita di nero, ma dei bei colori della natura, ossia della vita: “entravano nella stanza, ignoti a tutti, la giovinezza e l’amore, e un sorriso si disegnò sulla guancia sinistra dell’Eríco.”.
Ed ecco l’anima uscire dal corpo: “Ma si sentiva indifesa e nuda, essendole venuta a mancare l’efficace protezione della carne, unica barriera che ci difenda validamente da Dio, e tentava di rientrare un po’ nel corpo e di trattenercisi per il tempo necessario all’assuefazione a cose nuove occhieggiando fuori, quando s’accorse che esso, senza vita e volontà da opporre e in via di raffreddamento, non costituiva ormai maggior riparo di un qualsiasi inutile muro.
Sicché si ritrovò fuori alla mercé di Dio, col quale c’eran conti da fare, di un conteggio rimandato a lungo.”.
Mi ricordo di aver trovato una descrizione mirabile della morte nel racconto di Lev Tolstoj, “La morte di Ivan Il’ič”, del 1886, ma questa del Bertozzi ha una leggerezza fantasiosa e benigna da spingerci ad invidiarla e farla propria nel convincimento di una spassosa trasmigrazione altrove della nostra vita.
Eríco non è più di carne. La carne giace distesa sul letto di morte circondata da quattro ceri accesi. Ora è solo anima e si muove tra la propria casa e l’aldilà con estrema disinvoltura. È curiosa, vuol conoscere, vuol sapere, vuole rendersi conto.
Sono pagine intense e tenere, baciate dal piacere del gioco e dalla briosità di un’arguzia istintiva e ficcante. Vede la moglie, vestita di nero, vicina alla bara; seduta su una sedia, faceva pena: “L’Eríco a vedere così suggeriva: ‘Bisogna ammazzare subito una gallina, farle un po’ di brodo, e convincerla che non è successo nulla di grave. Ci siete in tanti lì dintorno!’. E impazientito andava in cucina.”; “S’accorse intanto, standoci sopra come a respirar l’odorino, di non soffrire il caldo né del vapore, né del metallo certo rovente della pentola, e di scoperta in scoperta, con sempre maggior coraggio, s’infilò sulla fiamma e ci si rigirava trovandocisi bene come, si dice, le salamandre nel fuoco. Non sentiva né fresco né caldo. Si smise così d’aver paura, se pur se n’era mai avuta, della condanna alla pena del fuoco, e si tornò nella stanza dei ceri e dei fiori ai quali proprio non s’era badato.”.
Si ha l’idea di una farfallina che giri per la casa.
E quando va fuori non ha confini: “Ora l’Eríco aveva già molto imparato a spostarsi. Non era più alle prime esperienze del volo. Gli bastava pensare un luogo con l’intenzione di andarci e subito c’era, fosse pure in capo al mondo.”.
Quando la moglie, con la corona del rosario tra le dita, sale la collina per far visita alla sua tomba, Eríco la vede e la compiange: “Poverina! Non pensare tanto a venire quassù dov’è stato messo il mio corpo. Dov’è il mio corpo, io proprio non ci metto piede e sono altrove. Cercami piuttosto fra le pentole della cucina, o nell’orto fra il prezzemolo dove ti chini spesso perché sembra stia bene dappertutto, o nel cigliere accanto al mucchio delle patate che sarà bene tu cominci a spinzare, o alla finestra che dà sul prato da dove guardavo arrivare gli uccelli.”.
La morte per Bertozzi, non è morte, ma vita: “Fratelli, dopo la morte, si vive!”.

E qui troviamo una delle sue tante dichiarazioni d’amore per la sua terra: “Intanto, a quel che mi sembra, non mi allontanerò per parecchio tempo dalla mia Garfagnana, valle segreta e meravigliosa che si può scoprire solo dalle alte vette e dal cielo. Qui ho passato la giovinezza, questi monti ho percorso allora, infaticabile come un cane, protervo in caccia, silenzioso in amore, traversando, con passo appena lungo, i torrenti.”.
Non abbiamo ancora detto che nel nuovo spazio di mondo, Eríco ha ritrovato suo padre e vanno in giro insieme, perfino a Calcutta, dove la moglie ha mandato una lettera ad un missionario affinché celebri una messa a suffragio del marito.
Ma ora il padre deve lasciarlo, perché chiamato ad un nuovo e lungo viaggio, quello definitivo che lo porterà alla destinazione finale: “… resto sperso e sgomento”, dice al padre: “Durante il lamento, l’Eríco si sentiva svuotare della sua parte migliore e perdeva il conforto che dà una mano fedele o un braccio sicuro allacciato alla vita.”.
La concezione espressa dalla fantasia di Bertozzi è, dunque, quella che, per un certo tempo, l’anima resti a contatto con la vita e possa vedere e sentire. Quanto questo tempo sia lungo non si sa e Bertozzi non lo dice.
Chi sa se a distanza di quasi trent’anni dalla sua morte, lui sia ancora qui tra noi, a guardarci e a sorridere.
In quello spazio straordinario, e quasi mitologico, ora lo accompagna anche sua moglie, da poco morta, dal “viso irripetibile da cui fino all’ultimo aveva tratto conforto.”.
Quando si ritrova al cimitero, l’anima di sua moglie lo sta cercando: “… e c’era già lei alla pietra che chiamava forte l’uomo che aveva amato in terra, piangendo come per una grossa sventura da raccontare, ma molto più si doleva perché il sepolcro era vuoto, senza l’anima, e non si sapeva dove era andata.”.
L’incontro delle due anime sarà commovente e il lettore se lo gusterà da sé, riconoscendo di avere avuto tra le mani uno stupendo e originale racconto.
Troveremo anche l’anima di Giulebbe: “Ci s’abbracciò in uno scenario di monti.”. E poi quelle dei fratelli: “Come foglie portate dal vento cominciavano poi ad arrivare i fratelli dell’Eríco, ciascuno al suo rintocco di campana e ognuno riceveva l’abbraccio lasciato in deposito dal babbo.”.
Si arriva perfino a desiderarlo, alla fine, quello spazio.

Poesie

Nella vita di ogni narratore, e più ancora, di ogni letterato, ci sono sempre i momenti della poesia. Arrivano all’improvviso e ci sconvolgono. La poesia è il sangue dell’anima, che ad un certo punto si mette a pulsare, come a bussare ad una porta per uscire, volare nell’aria, volare dappertutto. Quando è uscita, la poesia immediatamente non ci appartiene più, è di tutti, è diventata universale. È il dono che l’anima fa ad ogni uomo. Molti non riescono ad avvertirla, ma è anche dentro di loro e resterà chiusa, non espressa. Fortunati quelli che invece la sentono pulsare e l’ascoltano. Ogni poesia è una grande poesia, poiché porta con sé l’impronta di un’anima, di quell’anima, unica e irripetibile.
Bertozzi ne ha avvertito il pulsare e si è messo in ascolto.
Questo libro, uscito postumo nel 2013, ne raccoglie 82, scelte dalle figlie Elena e Maria Giovanna.
Vi è una poesia che riassume bene quanto ho appena scritto. S’intitola “Ansia”. Si riporta per intero:

“Forse quando monta la marea
forse quando cala la luna
il poeta ha qualcosa da dire:
gli altri ascolteranno.
Ma quello che dice lo sanno!
Seguono i fili che ha steso
vischiosi di riso, di pianto, d’amore
di terra che si deve lasciare.
Arrivano e… ‘Ci hai mossi
dalle nostre faccende e ci lasci
dov’è caduta la freccia?
Lanciare di nuovo non puoi?
Da sempre s’aspetta, ti seguiremmo!
Che pena se ci dovessimo accorgere
che sei come noi!’”

Il sentimento religioso, la presenza di Dio e la devozione del credente sono un aspetto quasi nuovo nella scrittura di Bertozzi. Nei romanzi essi restano sommersi, sottaciuti, spesso sovrastati da un umanesimo ribelle e poco conciliante.
Ma nella poesia, Dio è presente:

“Ringrazio Dio per l’avvenimento previsto,
per il gusto durevole degli anni poveri
e per la mia solitudine.”

(“Io cuoco”);

“Non so se tornerò al tuo podere.
Metto un fiore nel buco del muro
dov’è ancora la tua Madonnina di gesso.
Dio ti riposi!”

(“Giusè”);

“Ma che dico? Ora è tempo di pregare il Signore
che ci adduca ai suoi santi tabernacoli
dopo una vita in cui non ci siamo accorti di nulla,”

(“Una generazione”).

L’amato pettirosso lo ha sollevato spesso dalla solitudine, congiungendolo a Dio:

“quando non ci sarà più moglie o marito
e padri e madri smemoreranno nella folla
perché solo da Te siamo nati,
rendimi almeno una creaturina terrena
tanto piccola che non è neanche miracolo
risuscitarla, ed ha l’ali.
Il pettirosso, Signore!
Canta fino,
è tutt’occhi.
Per me è sempre fiorito
sullo spino più alto
offrendo petto e gola,
quando l’ho cercato
perché mi sentivo solo nel mondo.

(“Si può?”).

Questa, molto significativa, si riporta per intero:

“Svegliarsi alle ore piccole come fanno i frati
perché ha suonato dentro una campanellina,
trovarsi a braccia in croce, animo in pace,
stretti al cuore il mio io e il mio Dio.
Il mio io acerbo che appena matura al tramonto
pensoso nell’ultima muta,
il mio Dio che rinvengo se prego,
viva in me almeno l’antica speranza di Giobbe
di vederLo non da straniero.”

(“Svegliarsi alle ore piccole…”).

In quest’altra ci sono la felicità del vivere e la riconoscenza per la vita:

“Sono alla spalletta del ponte, di là dalla strada
C’è il maneggio: chiedo un cavallo e galoppo.
Il vento mi fa svolazzare i capelli.

(“A cavallo. Il sogno e il vero”).

Sono poesie che rifiutano la rima, si esprimono in una prosa nella quale è il sentimento a fare da rapsodia e a suscitare l’emozione e la condivisione:

“Ma i vecchi si faranno cogliere prugne mature
perché l’han già gustata, loro, agra la vita.”

(“Primavera e Autunno”).

Il passare del tempo non ricorre solo in “Primavera e Autunno”, ma si gonfia di malinconia ogni qualvolta il poeta avverte il piacere dell’esistenza:

“D’altri pesci non conosco la pastura e l’andare.
Ma ogni sorpresa alta è possibile
per chi è ormai come me tra la foce e il mare.”

(“Presentimento a pesca”);

“È venuto il freddo nei monti dove son nato,
e la neve. Tiro quindi il filo elastico della mia vita
fino a un luogo che so, al mare.
Potrei allungarlo oltre oceano e la tensione
non sarebbe maggiore. Pericolo che si spezzi non c’è.
Ma basta così. E la malinconia
del posto dove sono nato e riposerò
è temperata dalla vicinanza di monti
bianchi di cui vedo il versante
dove il Sole dolce convince a disfarsi la neve.
Oltre è il Nord pensato, non visto,
dove amici fedeli bruciano cataste di legne
in neri camini che ricacciano il fumo
secondo il vento.
Piangono un poco in cerchio alla fiamma
la loro terra indurita, troppo lungo l’inverno,
le notti infinite. Non mi pensano
perché mi sanno in salute e non sono al bisogno.
Io che vedo fiorire le rose
rimpiango le voci d’amici
e quel po’ di fumo negli occhi.”

(“Il filo della vita”, riportata integralmente, tra le più belle, se non la più bella ).

In questa poesia l’anima, il sentire e il volere di Bertozzi ci sono tutti. Egli è immerso malinconicamente nella natura ed avverte il perituro scorrere della vita. È una poesia intensa e perfino difficile per i significati numerosi che esprime.
Leggendo queste poesie, immagino il poeta seduto su di un poggio ad ammirare e gustare il creato, pensoso a volte, attraversato dalla tristezza del tempo che scorre e tutto consuma.
È uno dei motivi centrali e basilari della poesia di Bertozzi. Se il lettore terrà fissa dentro di sé questa immagine avvertirà con grande intensità la fusione del poeta con la natura e la esistenza del creato.
Mirabile è la capacità di osservazione e di riflessione anche sulle minime cose:

“Proprio una capinera e un pettirosso
perlustrano di primo mattino
il grande giardino della città
e cercano a terra lombrichi.”

(“Nel Parco”).

Anche qui:

“ed era il tempo che la mamma cuoceva la cena
nel paiolo nero, e l’ora che il babbo
riempiva di semola le cassette, mangiatoie dei muli.
Poi s’andava nella casa delle candele
e dei canti e dell’uomo vestito bello
(dopo che aveva chiamato la campanella)
e c’erano bocche aperte, occhi lucenti
e il ragazzo che sventola la padellina di brace viva
dove si buttano tre granelli d’incenso
che fuma e si sente un odore buono
che non s’è mai potuto portare a casa.”

(“Allora”).

E anche qui (ma ne troveremo altre), ne “Il paesello”, che si riporta integralmente:

“Mi sembra la terra una smisurata e rotonda
chioma di sambuco esposta al sole,
e ognuno sta alla sua rappa
come gli uccelli ai pippoli.
Trasvolare da un ramo all’altro
è come scoprire altre Americhe:
ognuno dimora dove è nato
o dove s’è avvezzato.
Terra povera della mia gente,
mio stento racimolo di sambuco,
mio orto di continuo assetato
dov’è più il mio sudore
che l’acqua di stagione che t’ha bagnato,
come ti abbandonerò?
Qui l’imbeccata, qui il diventare volastro
e in questa tardiva stagione
maturi per reciproca compassione
intensi sorrisi di donne.”

Ancora: nella poesia intitolata e dedicata alla coniglia dell’infanzia, “La coniglia”:

“Oh coniglia della memoria,
orecchio dritto, orecchio a ciondolo,
neanche tu sapevi le cose.
Era nascosto il destino di ciascuno e della nidiata:
della mamma, del babbo, dei fratelli, il mio,
di ogni carne creata.”

Vengono in mente le poesie di Giovanni Pascoli, in cui ricorda il padre, tra cui le celebri “La cavalla storna” e “X agosto”.

Un tale sentimento è presente anche nella poesia “Una volta l’uomo…”.

I3n quest’altra poesia la morte si fa presente con forti accenti:

“vedo cose fatte bene,
e non mi dovrei preoccupare
io che valgo più di molti passeri
di quella brancata di polvere
che resterà di me nel futuro.
Ma c’è chi si vuole cremato,
disperso sui monti, sul mare.
Io preferirei rimanere aggrumato
facile ad essere intriso d’acqua viva.”

(“Cose fatte bene”).

Ancora sulla morte, una delle più belle poesie, che si riporta integralmente:

“Quando sarò nella mia nuvola
e avrò con me le due bisacce
una piena e una vuota,
ma tutte e due motivo di raccapriccio,
e vorrò mani per levare e per mettere
ma è passato il tempo,
avrò paura del Lampo
che mi dimostrerà che sono stato uomo,
avrei dovuto capire
e non mi sono accorto.”

(“Quando sarò nella mia nuvola…”).

Un’altra poesia che evoca la morte è “Sconforto”:

“E presto di noi resterà
La gabbia del torace
Vuota, leccata,
e quel che il cuore
ha pigolato
– quando c’era –
sperso.”

Quest’altra è memoria dell’abbandono, quando si lascia la vita:

“O Dio che hai dato l’orientamento agli uccelli
e la spiritotromba alle farfalle crepuscolari,
guidami, Ti prego, nel viaggio al nettario profondo.
Vedo il vessillo viola sull’Antiporte,
sento l’indicibile odore.
Lascio sui petali che scosto
insieme al mio brivido
le mie camicie.”

(“La morte come un fiore”).

Vi è poi la tenera poesia dedicata alla morte del fratello:

“Il tuo vuoto mi tira. Aspettami a un Passo alto.”

(“In morte del fratello Pietro”).

Ci sono pure esaltanti esplosioni di vita:

“Il fico è carico di ragazzi:
ci stanno anche a testa in giù
come gli uccelletti al sambuco;
qualcuno pare voglia discendere
dalle cime curvate dei rami.”

(“Ragazzi sul fico”).

L’immersione nella natura è esemplarmente espressa in “Vita sommersa”, che si riporta integralmente:

“A volte quella della vita è luce cruda,
ma allora mi faccio ombra con le mani:
riesco così a somigliare
alle pèrlidi inconsapevoli sommerse sotto le pietre
appena coperte dall’acqua del torrente,
o alle arselle sepolte alla riva
sotto un palmo di rena che boccheggian le valve
quando discorrono l’onde del mare,
o alle cedonie stordite
dentro le vaste infiorescenze del sambuco.”

Ma anche qui:

“La terra partorisce ora le salamandre
gialle come le foglie più gialle,
nere come tizzi di carbonaia,
teste dure disposte alla difesa dei viottoli.”

(“Tempo di salamandre”).

Chi ha letto il romanzo “L’Eríco, Giulebbe e l’anima”, troverà in questa stupenda poesia, dedicata al mio compianto amico, grande critico letterario, Giorgio Bárberi Squarotti, una sintonia d’ispirazione con la terza parte di quel romanzo.
La poesia, che si riporta integralmente, è intitolata “L’incredibile mutazione”:

“La prigione degli anni mi tesse per ora
inferriate risibili che smuovo con mano:
le vedo cader compiaciuto.
So che si faranno più rigide
e a misura che cedono i miei desideri
s’oscureranno le finestrelle: ecco il muro.
E mi figuro
il transito che non si scampa
e non sono neppure sicuro di ritrovare,
dopo l’incredibile mutazione,
persone care con le quali parlavo già in vita
a voce d’anima,
con l’accorgimento sottile degno della mente di Ulisse
di sperimentare un modo di intenderci dopo.”

È una poesia che ha una grandezza incommensurabile per la leggerezza con cui è rappresentata la trasmutazione tra vita terrena e vita dell’aldilà.

La stessa colleganza troviamo in “Per gli spazi”, breve, che si riporta integralmente:

“E andando
la Terra semina anime per gli spazi
uscite da corpi, quelli sì
allogati.”

E anche in “I vecchi della montagna”, anch’essa riportata integralmente:

“I vecchi della montagna
che si sono lamentati un po’ delle stagioni,
ma quando s’è trattato di morire
non han fatto lagne,
riposano ora nei cimiteri alti.
Vedono paesi deserti,
ruffi i prati che lasciaron pettinati,
stalle vuote, cadenti,
pasture piene di sprocchi, io fottuto!
Ve’ com’è ridotta la terra!
La terra tanto amata
da starci bene dentro e non guardare,
fondi due metri.”

Un raccordo con quello stesso romanzo, e precisamente con la sua prima parte, lo troviamo anche nella poesia: “In solitudine”:

“Sì, l’ho sempre sognato e l’ho fatto!
un capannino fitto di frasche
che se ci piove si aggiustan tre foglie
– come nel tetto tre tegole –
e per una stagione para.
Fatto nel bosco privato o nel demaniale
con l’aiuto di una pennatino
pieghevole, in tasca:
fuorivia, e lo potrebbe scoprire un matto.”

Qui invece è racchiuso il mistero della nascita:

“Per me qualcuno funziona male:
son io o è il mio corpo astrale.
Ma non l’anima! Non quella alta e serena
che scelse in un autunno rosso
di cominciare la vita terrena
e disse a un bimbetto: – Piccolino, mi senti?
Resto con te. Spero che la tua carne
prima o poi prenda il sale. Questo conta.
Ti porto pochi talenti. –”

(“L’anima”).

Troviamo anche poesie che accennano alla guerra. Ricordiamo che Bertozzi ha partecipato alla tragica ritirata di Russia. Citiamo “Campo di granturco”, “Scendendo alla valle”, “La grande suggestione”, “Inverni” (che si riporta integralmente):

Sarei dovuto morir sula neve
Nel millenovecentoquarantatre:
era la ritirata di Russia.
Millenovecentottantasei:
inverno risibile, casa al mare, termosifone.
La sacca un ricordo.
Tanto m’è stato concesso
perché nell’inferno bianco,
quarantacinque sotto zero,
– il fiato degli uomini fumava come quello dei muli –
fu ascoltato un gemito
quando sentii gelarmi dentro anche il sorriso
d’alcune mie, ritenute certe,
speranze.”

In “Porgendo la chiave”, si legge “e non sono il solito Eríco”, che ci ricorda il bel romanzo già citato. Nella mia lettura, annotai l’indifferenza che il cacciatore ha nei confronti delle sue vittime. Ebbene, troviamo una poesia: “Impronte”, in cui si avverte una reminiscenza di pentimento. Sgorga un pianto:

“Le mie impronte fonde
d’Orco con gli stivali
marcano l’antico delitto
contro compagni alati,
pianto.”

Alla fine della lettura, non si ha più alcun dubbio: Bertozzi ha dialogato, per se stesso e per noi, con la vita:

“Quando alla lontana
già vedo tremare a saluto
mani di foglie,
la mente che seconda i passi mi ride:
tu dovevi nascere albero o uccello!”

(“L’estrosa tendenza”).


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart