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Bertozzi, Enrico

9 Dicembre 2018

Lupardo
Una volta si nasce

Lupardo

Un riconoscimento solenne Enrico Bertozzi l’ha già avuto. Il paese garfagnino di Sassi ha intitolato una piazza a suo nome, quale tributo di riconoscenza per i suoi scritti in cui amore e bellezza si sono mischiati in un canto di lode per quelle terre che abbelliscono e rendono cara la Lucchesia.

Bertozzi ha amato la Garfagnana e a lei ha dato tanto, con poesie e romanzi. Nella vita ha fatto il bancario, ma il contatto con i numeri non lo ha contaminato e appena poteva dischiudeva la mente e il cuore ai suoi ricordi e alla sua fantasia di artista. Questi i suoi lavori in ordine cronologico: “Una volta si nasce”, 1980; “L’Enrico Giulebbe e l’anima”, 1981; “Argo” (la storia di un cane), 1982; “Lupardo”, 1989; “Onorato”, uscito postumo nel 2012; come postumo, nel 2013, è uscito il suo libro “Poesie”. Ha ottenuto vari riconoscimenti, quali il “Premio Castello” di Verona per “Argo” e il secondo premio a Anzio (edizione  “Un libro per l’estate”) con “Una volta si nasce”. Alla radio, scelte dal critico letterario Leone Piccione, grande studioso di Ungaretti, sono stati letti alcuni suoi testi.

Ci occuperemo di “Lupardo”, poiché sono rimasto affascinato da quel nome antico e ormai in disuso. Di esso scrive in modo elogiativo nella sua notizia introduttiva Giorgio Bárberi Squarotti, l’illustre studioso della letteratura italiana, morto nel 2017, del quale ho potuto godere l’amicizia e il prezioso consiglio grazie ad una corrispondenza durata diciassette anni.

Quando scrisse “Lupardo”, Bertozzi aveva 77 anni. Nato l’11 novembre del 1912 sarebbe morto di lì a pochi anni il 24 luglio 1992.

La sua anima era dunque gravida di memoria e di sentimento.

L’incipit è già un fecondo indizio della sua bravura. Lungo più di una pagina mozzafiato, in cui si riverbera il fascino di una natura incontaminata e di un mondo che non c’è più. Siamo in cima ad una collina, là c’è la casa di Lupardo, eremitica: “ha una finestra che dà sul versante della Valle del Sogno, e il Sogno è un torrente.”; “è piantata con una parte del muro su una roccia biancastra che le fa da sgabello. Ne continua esattamente il colore fatta com’è di pietre simili trovate sul posto, murate con la calce ricavata dai sassi raccolti in giro. (…) Ha accanto una capanna coperta a paglia e un seccatoio per le castagne, piccolo come una casetta per nani.”, “A un luogo così romito non viene mai nessuno, ma appena s’alza ci arriva il sole. Il posto si chiama Pennàlta.”.

Samuele Boschi è il padre di Lupardo. Quando il romanzo comincia, Lupardo è appena nato e Samuele si reca dal parroco, don Antonio, per fissare il giorno del battesimo e, a domanda, gli confida che vuole dargli il nome di Lupardo, poiché alla Fiera ha visto un lupo ed un leopardo, che gli sono piaciuti: “Ho pensato che ci sarebbe voluto un incrocio tra il lupo e il leopardo per fa’ veni’ fuori la bestia più bella del mondo.”. Troveremo di frequente l’uso del vernacolo, così espressivo ed efficace nell’ambiente rurale. Il parroco non è d’accordo con quel nome, parendogli una stravaganza, ma poi consulta il suo archivio e trova che nel 1285 c’erano nella zona fior di preti che portavano quel nome. E dunque accetta volentieri.

La scrittura di Bertozzi è naturale, ha il sapore dei suoi luoghi, vi si amalgama e dà confidenza: “Il bimbo, già a sei mesi, aveva gesti e atteggiamenti miracolosi. Offriva le cose che aveva, apriva le mani e porgeva i ditini aperti, regalava il suo sorriso, diceva pa’ e ma’, girava la testa se lo chiamavano.”.

Assistiamo alla crescita del piccolo Lupardo; va a scuola e per raggiungere la corriera deve fare due chilometri e inoltrarsi nel bosco. Quando piove o cade la neve resta a casa, accanto al fuoco con il padre. La sua crescita è tutta dentro la natura. Tra i due si cementa una affinità. Lupardo è come uno scoiattolo, un ramo d’albero, una foglia. Gioca e cresce affiatato e in mimesi con ciò che sta intorno a lui. La natura lo attende e lui vi si muove come un folletto. E ne approfitta di questa confidenza. Per caso trova a terra un nido di merli, un viaggiatore con lui sulla corriere gli propone di venderglieli e li paga bene. Così Lupardo capisce che c’è un modo di guadagnare facile e diventa un cacciatore di nidi. Un cacciatore come in qualche modo lo sono gli animali e gli uccelli. Gli assomiglia. La natura gli offre ciò di cui ha bisogno, e anche qualcosa di più per mettersi dei soldi da parte e acquistare una motocicletta: funghi, lamponi, fragole, chiocciole, le trote del torrente Sogno.

Il sindaco del paese gli si è affezionato. Aveva un figlio morto prematuramente che forse gli somigliava. Lo mette al riparo dai carabinieri che sono stati avvertiti di alcune sue birichinate come, appunto, l’asportazione dei nidi per vendere i piccoli a Cecco, l’uccellinaio, che glieli paga bene.

A Bertozzi piace farci assistere alla crescita di Lupardo. Ci fa capire da subito che il ragazzo è destinato ad essere una persona speciale. Già svelto e astuto da piccolo, ora che è diventato adolescente e possiede la motocicletta, gira un po’ i dintorni e diventa sempre più monello. Ha le marachelle nel sangue, non può stare fermo e una ne fa e cento ne pensa. È un miscuglio garfagnino tra Tartarino di Tarascona e Lazarillo de Tormes. E anche di Pinocchio. La presenza costante dei carabinieri, nella vita del ragazzo, ce lo fa ricordare, come del resto il sindaco che lo protegge fa pensare alla Fata Turchina. E il Faggio dell’Impedimento non evoca forse l’albero carico di zecchini d’oro del Campo dei Miracoli? S’immagina che all’autore siano venute in mente, mentre scriveva, queste somiglianze e queste caratterizzazioni. Si avvertono anche il piacere e il divertimento che vuol dare a se stesso e a noi. Ogni scena creata, ogni fatto inventato hanno la garbata impronta del buonumore paesano, di chi dispensa agli altri la propria felicità. Il debole quasi sempre si prende gioco del potente, è più astuto di lui, finge di ossequiarlo ed invece lo raggira, e se la ride sotto i baffi come qui fa il suo autore.

La storia continua a seguire minutamente la crescita di Lupardo, convinto com’è Bertozzi che è attraverso di essa che si può tentare la raffigurazione di una umanità non rassegnata di fronte alle insicurezze della vita. Lupardo è il ragazzo e sarà l’uomo che farà fronte al suo destino, nel bene e nel male, con serenità. Non si abbatterà mai, e ne trarrà ogni volta una lezione di vita. È un romanzo di formazione particolare, in cui si cerca di modellare il prototipo di una esistenza semplice, piena di intoppi, ma tutto sommato felice. La si può vivere, anche se si è nati in una casa romita e poveri in canna, e trarne vigore e gioia.

Si mette in testa, in un inverno pieno di neve, di cacciare le volpi per ricavare denaro dalla loro pelliccia. Mette le trappole e ne cattura. Ha furbizia e ingegno. Anche a scuola è bravo. Quando vende i funghi sulla strada, porta i libri con sé e studia. Gli insegnanti sono contenti di lui e, se è assente per il cattivo tempo, dopo, al suo ritorno, gli spiegano ciò che han detto quando non c’era.

“Così passavano gli anni, e a questo modo si svolgevano, secondo le stagioni, le vicende del babbo e del figlio, maturate sempre nel reciproco accordo, senza invidia per nessuno al mondo, nella pace di una facile contentatura, ma quella era per loro l’unica, la vera vita, e non s’accorgevano ch’erano solo una piccola eccezione, indietro di un paio di generazioni, sfuggiti per miracolo forse irripetibile alle maglie della regola grande.”. La lunga citazione è riportata per offrire un esempio più ampio della bella scrittura di Bertozzi, che nella sua semplicità è tuttavia personale e inimitabile. Essa ci avverte anche che nella storia e nella vita di Lupardo qualcosa sta cambiando. La vita è a gradi e quello che finora era un ragazzo sta per diventare un uomo.

Arriva il tempo della chiamata di leva. Deve andare a fare il soldato. In treno riflette sulle sue solide qualità. È sicuro di sé. Va incontro a questa nuova esperienza accompagnato dal suo passato, di cui è contento. Sa che il contatto con la natura generosa e aspra lo ha temperato. La scrittura si imperla di un leggero humor per raccontare le audacie amorose del protagonista (con la ragazza che trova da militare, Osvalda), il quale rivela ardimento e ostinazione. Forte e robusto com’è ha la facilità e la sfrontatezza di un don Giovanni. Partecipa a risse in cui i militari in libera uscita si trovano immischiati, e ogni volta, grazie al suo vigore, riesce a salvarli dall’assalto dei civili. Si guadagna l’ammirazione di tutti. È pronto anche a subire la cella di rigore per le malefatte degli altri, pur di non fare la spia. I superiori l’ammirano. Il suo capitano, dopo che è uscito vincitore da una rissa, gli dà un avvertimento: “Hai un nemico. In te stesso! Il tuo pugno. Speriamo vada a finir bene, ma ricordati durante la vita che senza volerlo puoi uccidere.”.

La morte del babbo dà l’occasione di apprezzare pagine in cui la commozione non solo è tenuta sotto controllo ma riesce ad esprimersi in profondità con passaggi di assoluta naturalezza. I portatori sono appena usciti di casa con la bara sulle spalle: “Il viottolo stretto impediva il passaggio dei portatori appaiati. Allora Lupardo si fermò, si puntò un dito al petto. S’accomodò sulla testa la giubba aggiustandola a bardella alla schiena. Capirono, gli caricaron la cassa. Quando si sentì addosso il peso mormorò: – Andiamo, babbo. So che venite volentieri con me. – Piangevano. Per sei chilometri non volle il cambio, non si fermò mai.”.

La zia gli propone di andare a vivere con lui, ma Lupardo rifiuta: “Ho bisogno d’esser solo, grazie di tutto.”.

Il capitolo XV, in cui si dà avvio, in pratica, ad una nuova vita di Lupardo, intenzionato a condurla in solitudine, ha un incipit significativo: “L’uomo le cose le sa, ma a volte s’illude.” e delinea, imprimendole suggestione e fascino, i primi passi in questa direzione. Prima di riportare il brano che interessa, due precisazioni: il funerale si è svolto il giorno prima e Votaboschi è il nome che è stato dato al merlo raccolto quando era di nido da Lupardo, e ora destinato al richiamo: “La mattina dopo ebbe fame, ma prima pensò al merlo. Prese la gabbia, se la tenne davanti agli occhi. Il Votaboschi rivedendo l’amico spimpinò, poi fece la risata scrosciante di chi non ha preoccupazioni, non sente quelle degli altri, è contento d’esser vivo. Infine arruffò le penne, si precipitò a testa bassa. Voleva beccare. Lupardo gli porse il dito, intanto guardava.”. Vi è in questo passaggio e in questa bella descrizione l’immagine riflessa di un Lupardo che osserva e studia per essere lui stesso espressione vivida della natura. Il merlo e Lupardo si somigliano. Come le volpi di cui va a caccia, anch’egli si sente primitivo e predatore; come gli uccelli, come le altre specie viventi egli non si addomestica al lavoro moderno, ma si rifà all’antico, a quello dei cacciatori che si muovevano e si appostavano per procurarsi il cibo. Diventa pure lui un cacciatore, ed anche un ladro, come succedeva nei tempi primevi, quando l’uomo, non trovandone da sé, depredava di cibo chi ne aveva, nascostamente o con la forza. Lupardo lo fa di notte, sa dove cercare, si muove con leggerezza e abilità. Più che un uomo è una bestia del creato, un essere vivente che la vita solitaria ha conservato con gli istinti primordiali. In questa fase, e in virtù di un capitolo chiave del romanzo, noi vediamo delinearsi una figura inusuale e superlativa, così che le sue azioni ci paiono ovvie, essendo naturali. Quando al mattino mangia del formaggio rubato quella stessa notte, e lo gusta e ne è soddisfatto, l’autore annota che “il sapore era quello delle cose buone ed oneste, frutto di una camminata lunga.”. Subito dopo rileverà: “Rimorso per quel che aveva fatto, nulla, al punto che se i pentimenti, come dice il proverbio fossero camicie, lui era nudo.”. Lavora anche i campi, ne raccoglie i frutti, ma sono appena bastanti per sé e, dunque, la sua vita di cacciatore e ladro deve continuare. Sarà l’occasione per l’autore di farci assistere alle sue avventure e ai relativi imprevisti, tali che ci faranno anche divertire. Pensate ad una di queste: si è trovato rinchiuso in una cantina ricca di cibarie; s’è impossessato di un grosso salume, ma non sa come fuggire; la porta è solida e anche il catenaccio che la tiene serrata. La sua forza non basta. Che fare? Non c’è che attendere che qualcuno venga ad aprire. E succede, infatti:  arriva una ragazza  e va verso le finestrelle chiuse per dare luce alla stanza. Lupardo s’è nascosto dietro l’anta spalancata della porta e appena la ragazza si allontana dall’uscio per andare ad aprire le finestrelle, “scantonò dietro l’uscio col suo salame. Lei un vento lo percepì e si girò, ma era tardi.”. Sembra di vedere una volpe che scappa con in bocca la sua preda o una faina che fugge soddisfatta una volta strangolate le galline nel pollaio.

Come succede a Pinocchio quando incontra il Gatto e la Volpe, i quali cercano di approfittarsi di lui e della sua selvatichezza, lo stesso accade a Lupardo il giorno che, avendo visto le sue qualità di arrampicatore sugli alberi, tre personaggi lo avvicinano e gli promettono 5 milioni di lire se ruberà il quadro della Madonna (“una tavola del trecento”) che si trova nella chiesa del suo paese, Poggio di Sogno. Lupardo non se lo fa dire due volte. Tutti i fatti in cui si trova coinvolto il protagonista sono raccontati con una invidiabile capacità descrittiva. In questo che ci narra del furto della Madonna d’oro (chiamata così per via del suo fondale dorato) ci pare d’essere noi il ladro, ma saranno saporose anche le sue imprese a salvamento prima di un giovane caduto in un crepaccio e poi di una ragazza sequestrata.

Il furto avviene di notte e ha successo, e mette in subbuglio il paese.

La storia ha acquisito maturità e scorrevolezza nella scrittura che, sempre impreziosita da un accento vernacolare, non ha mai smesso di amalgamarsi alle vicende narrate. Compiuto il furto stanno attendendo il Capo della banda a cui il quadro deve essere consegnato: “Di dove uscì non si seppe, ma venne davvero lui, molto elegante, anche profumato. Arrivò con l’aria espansiva di tutti, proprio da amico, ma si sentiva che aveva il miele sulle labbra e il rasoio al cintolo.”; Lupardo è lasciato scendere dall’auto per andare a suonare il campanello di una villa, dove la refurtiva deve essere depositata. I tre della banda stanno in macchina ad osservare la scena: “La villa recinta da un muro aveva davanti un cancello. Il cane lupo, dentro, rugliò come una belva a quello sconosciuto arrivato solo davanti alle sbarre, essendosi gli altri fermati per godere dell’accoglienza feroce a cui era sottoposto.”. Ma Lupardo non teme il cane; si volta a guardare i tre, poi: “Fece uscire dalle labbra messe a bacio un sibilo sottile per richiamar l’attenzione e guardò la belva ad occhi strizzati e furbeschi.”. Con alcune scherzose mosse, l’imbambola e il cane è domato.

I tre furfanti, esaminato il quadro con tutta calma, lasciano intendere al protagonista che, contrariamente a quanto avevano sperato, la refurtiva non vale nulla, si sono sbagliati e così, anziché i cinque milioni promessi, ricompensano Lupardo con soltanto cinquecentomila lire. Credono di averlo fatto fesso, ma il giovane è più furbo di loro e, di nascosto, torna alla villa e ruba il quadro, lasciandoli con un palmo di naso, poiché il quadro vale almeno cento milioni. Il Capo decide di ucciderlo, sa troppe cose e, anche se non avesse più il quadro con sé, non può restare in vita.

Si va alla caccia di Lupardo come in Inghilterra si va alla caccia della volpe. Si sa che è furbo come una bestia selvatica, ma si spera che alla fine cadrà nella trappola. Il profumo ruspante della terra e dei boschi impregna la scrittura. Gli uomini che vi si muovono non sono mai totalmente tali; si mescolano alla selvatichezza. Da ciò il garbo e il piacere del racconto:  è notte, sta piovendo a dirotto; i tre si stanno dirigendo alla casa isolata di Lupardo per sorprenderlo e ucciderlo: “- Avanti! – intimò il Capo. Proseguirono. I rami dei cespugli frusciavan sugli impermeabili, agguantavano i cappucci, scoperchiando gli uomini. Ogni momento si ricoprivano. L’acqua correva a ruscelli per le gambe, ma dentro le scarpe non ce n’entrava più.”. La missione omicida fallisce. Per il momento Lupardo l’ha scampata e ha con sé non solo il dipinto, ma anche le cinquecentomila lire ricevute a ricompensa del furto e in più scopre che in una sua giacca che non metteva da tempo il babbo gli aveva lasciato una busta piena di soldi: una trentina di banconote da cinquantamila lire l’una. Una cuccagna. Vengono in mente le cinque monete d’oro ricevute da Pinocchio dal burattinaio Mangiafuoco.

Ha un mucchio di soldi, dunque, ma, nonostante non abbia più le urgenze di prima, riprende la sua vita consueta in solitudine; va a caccia di prede e le stagioni lo favoriscono. Sembrano volerlo aiutare.

E a questa benevolenza della natura, Lupardo corrisponde esaltando il suo vigore selvatico. C’è tanta neve, siamo vicini al Natale e ode delle grida. Che è mai successo? Sale in cima al monte e vede gente radunata, ha zaini, corde, piccozze ma è sgomenta. Lo vedono, e gli corrono incontro, intuendo il suo valore; gli dicono che un loro compagno è caduto nel canalone, ed è ancora vivo; ma non sanno come salvarlo. Ci riesce Lupardo. Bertozzi ha disegnato l’uomo originale, quello che fu creato da Dio: “Si sentiva ricco, ed era, perché in lui la fonte dei desideri non aveva mai cantato, o se aveva gorgogliato sommessa era stato solo a livello delle esigenze prime della vita.”. Il lettore s’accorgerà presto che quel gesto eroico produrrà i suoi frutti di bene. Bertozzi è a questo fine che ci ha raccontato la sua storia, mostrandoci che un uomo, privo degli orpelli della modernità, vivendo al solo contatto con la natura in maniera semplice e primitiva (“imprevedibile nelle mosse come un animale selvatico”), seppure non ha il senso del male, riceve tuttavia vivido e potente quello del bene. Ne percepisce tutta la grandezza e ne è conquistato. La modernità e il progresso sono come una tela, un sipario, che nasconde, agita il dubbio, smorza la gioia.

Ha ancora con sé il prezioso quadro della Madonna, non lo ha ancora venduto, sebbene sia di grande valore. Avverte per la prima volta che la natura lo ha privilegiato rispetto a tanti altri esseri umani: “a vedere come vanno le cose, ci sarebbe più convenienza ad aiutare la gente che a derubarla!”. Qualcuno lo protegge e gli vuole bene per come è, per essersi mantenuto schietto, senza le intemperanze e le inquietudini dell’ambizione e del desiderio. Restituirà il quadro alla chiesa; nascostamente, di notte, lo rimetterà al suo posto (in paese penseranno a un miracolo). Si sentirà definitivamente in pace, e, anche se non richiesta, vedrete, la fortuna gli arriderà.

Conclusione. Pur essendo stato un bancario come me, e negli stessi anni, e nella stessa città, non ho conosciuto Bertozzi, ma mi son fatto l’idea, ricavandola dalla sua frizzante e nello stesso tempo tranquilla scrittura, che doveva essere un uomo brioso, facile all’ironia e simpatico. Valga a dimostrarlo questa perla di frase: “Ora, parlando, le lettere non sono né maiuscole né minuscole”, eccetera eccetera, che mi pare nessuno l’abbia mai scritta e forse nemmeno detta, nonostante che riveli una sacrosanta verità.

Una volta si nasce

Questo romanzo si avvale dell’introduzione della figlia dell’autore, Elena (in calce si troverà una sua “Guida alla lettura” sapiente e articolata), ma in principio incontriamo, sotto il titolo di “Notizia”, il giudizio che ne ha dato il grande studioso della letteratura italiana Giorgio Bárberi Squarotti, scomparso nel 2017. Basterebbe questo dall’esimerci da un’ulteriore aggiunta.
Bertozzi è scrittore che va scoperto e valorizzato, tanto per la bella scrittura quanto perché eccellente cantore della Garfagnana, terra a cui appartenne e che amò.
“Una volta si nasce” è del 1980 e fu il suo primo romanzo, che scrisse quando aveva 68 anni, una volta venuto in pensione dal lavoro di bancario.
L’inizio con l’accenno ad una casa e a una famiglia povera, fa venire in mente quel superbo e poco conosciuto, almeno in Italia, scrittore irlandese Flann O’Brien e il suo romanzo del 1941 “La miseria in bocca”.
Siamo a metà novembre del 1912 e in una casa di un paesino della Garfagnana nasce Giovannino: “Nudo come un verme, fresco come una rosa, di pelle morbida come il velluto, Giovannino piangeva nella luce. Rimpiangeva un’ombra e un tepore più intenso e gli mancava un contatto fino a quel momento sicuro in una posizione mantenuta a lungo con fiducia con le gambine tirate in su verso il petto e la testina incurvata, come sopra pensiero.”. Il padre è felice che gli sia nato un maschio, poi non perde tempo e pensa al proprio lavoro per portare a casa quel po’ che riusciva a guadagnare, una miseria: “Fra un’ora sarebbe partito, ancora a notte fonda, per la montagna dove grandi mucchi di carbone di faggio l’aspettavano. Con la pala lasciata sul posto avrebbe riempito le balle e le avrebbe caricate a braccia sui muli. Per arrivarvi occorrevano però due ore da passare seduti lateralmente sulla bestia più fidata. Così stando, cullati un po’ ad ogni passo, non bisognava neppure guidare perché il mulo ha da sé gli occhi. Meglio era però pensare a chi si poteva portare il carbone a Castelnuovo, a quanto si poteva venderlo, alle balle vuote da recuperare dall’uno e dall’altro. La puerpera invece, tutta felice appoggiava Giovannino “ai due bei seni turgidi”. Poi il neonato è deposto “nella culla fatta dal nonno col pennato. Era una culla rozza il cui fondo, costituito da tralci verdolini intrecciati insieme, non si vedeva, perché un materasso riempito di lana greggia di pecora lo nascondeva.”.
È il felice quadro che ritrae una nascita in tutta la sua semplicità e ordinarietà, irradiante gioia: “Alla mamma venne in mente il vitellino quando, appeso alla mammella della vacca, dà grandi succhiate con suoni da far venire i brividi e gronda latte dalle connessure dei labbri e lasciava fare con gioia quieta. Neanche le dispiaceva il paragone, anzi lo ripeteva tra sé “Sì, come un vitellino, salvando l’anima”. La fede in Dio non si discute; se può mancare il pane, non manca mai l’osservanza e il rispetto della religione: “Ai tempi in cui Giovannino nasceva ci si sarebbe trovati in difficoltà a individuare l’uomo che aveva trasgredito uno dei dieci comandamenti.”.
La donna tiene una bottega da cui trae un po’ di profitto sommandosi a quello del marito, dimodoché avrebbero potuto accudire in modo adeguato e soddisfacente il bambino. Tutto ciò rendeva forte e sicura la loro felicità. E nel paese? Anche nel paese si faceva a meno della tristezza, quando proprio essa non si accaniva contro qualcuno, e “Si cantava invece molto spesso nei campi e nelle selve. Pareva quasi che povertà e felicità potessero sussistere insieme.”.
Bertozzi intende divertire e divertendo insegnare, proprio allo stesso modo di Flann O’Brien a cui molto assomiglia. Pensate che ad un certo punto, a causa della posizione embrionale che Giovannino amava prendere nei suoi primi mesi di vita, un giorno che gridava e fu assistito dalla madre, quest’ultima, alla domanda della vecchia Filomena: “Che aveva?”, risponde “Si pisciava in bocca!”.
Giovannino è seguito passo passo nella sua crescita; scopre il mondo sorprendendosi e reagendo ogni volta a modo suo, con birbonate innocenti che già rivelano il suo carattere. Quando una giovane gli mette un dito in bocca, lui coi suoi primi dentini subito la morde: “Si udì uno strillo tanto acuto che Giovannino non avrebbe mai saputo fare e una ragazza si mise a saltellare per la stanza tenendo il dito alto.”. Scoprire e reagire, mai restare inerme. Il carattere di Giovannino è già tutto nelle sue piccole azioni. Un ribelle? Potrebbe anche essere.

Quando muove i suoi primi passi si accorge che il cane e il gatto sono diventati più piccoli di lui e che “In piedi si trovano molte più cose. Afferrando una tovaglietta che copre un tavolino e tirando cascano in terra molti oggetti sconosciuti.”.
Dite la verità, non vi sembra di essere piccoli e cicciottelli come lui? È perché Bertozzi, scherzando scherzando, ci sta trasformando nel suo personaggio. Già questa è grande bravura. Vedendo il becco giallo di un merlo, la sua testolina riflette: “L’hanno chiamato becco giallo. Difficile è stato trovare gli occhi in quella testina piccola e c’è voluto l’aiuto dell’accompagnatore. Sono velati e ci si può tenere sopra il dito.”. Ragione e sensitività stanno componendosi in lui: “Vide forse in uno di quei pertugi sparire una testina con due occhietti vivi, ma Giovannino non fu proprio sicuro del fatto e non conosceva le lucertole.”. Vede il cancello e infila la testa tra le sbarre e non riesce più a toglierla. Grida, nessuno lo sente, salvo un vecchio paralitico, che sta prendendo il sole fuori dell’uscio. Costui grida e chiede aiuto per Giovannino, che finalmente viene liberato dalla mamma dall’incresciosa situazione: “Quando arrivò la mamma non si impressionò molto e non mandò neanche a chiamare il fabbro. Prese la testa di Giovannino che come ci era entrata doveva uscire e girandola appena lo rimise in libertà.”. Riesce perfino a catturare un’ape posata sulla rosa cresciuta vicino al muro di casa sua, e se la stringe nel pugno, finché improvvisamente si mette a urlare. L’ape, ovviamente, l’ha punto, e la mamma, resasene conto, manda subito Filomena a prendere un pezzo di patata da tagliare a fettine e posarle sul palmo della mano ferita, “tanto fresche che parevan bagnate di lacrime.”.
Cresce a furia di monellerie; è la natura la sua maestra: “Un filo d’acqua scende continuo dalla piletta. Giovannino la popola di animali che gli capitano vicino: formichine, cavallette, qualche farfalla di rado. Dopo un po’ ci si addormentano.”. Sono ovviamente affogate, morte.
Si avverte un connubio fra la meraviglia del bambino e la lenta ma continua sua acquisizione dell’intelligenza e della consapevolezza, ossia il meccanismo con cui si prende conoscenza di se stessi e della vita. Attraverso queste azioni minime e queste meticolose reazioni del bimbo, Bertozzi ci spiega l’evoluzione del pensiero in una creatura appena sbozzata, la quale a poco a poco assume la sua vera natura grazie al contatto e alla complessa, ma spontanea, esperienza provata. Troveremo più avanti: “Tutto era nuovo e da esplorare.”.
Il nonno se lo carica sulle spalle e per una strada sassosa lo porta a casa sua (la mamma sta per partorirgli una sorellina): “I prati avevano il colore della coperta grande in camera della mamma ed erano anch’essi stesi e non finivano mai. Letti rifatti con coperte folte. Ne apparivano sempre di nuovi sebbene non si vedesse nessun bimbo addormentato.”. Quelle che Bertozzi ci mette davanti sono scoperte gioiose. Un invito a vivere. Riportato a casa la sera stessa, entrando in camera sua trova il suo lettino occupato, “fra cuffiette e trine c’era un musetto che non gli piacque per nulla.”. E la mamma osserva e dice al babbo: “Non vuol vedere. Forse c’è rimasto un po’ male.”.
Bertozzi mette nella vita di Giovannino tutte le azioni e le scoperte possibili in un ragazzo di campagna che viveva quei tempi lontani. L’osservazione del volo delle farfalle, delle mosse di un cavallo chiuso nella stalla, della pipa che il nonno sta fumando e poi si mette a cantare, la secchia piena d’acqua fresca in cui ficca il naso dissetandosi; i conchini pieni di panna in cui affonda il dito e se lo mette in bocca gustandone il sapore, la scoperta dei grilli e delle lucciole, non avrebbero senso se non fossero le vertebre di una spina dorsale che si va formando. Si diventa uomini anche passando da queste minute e minime esperienze. Bertozzi lo sa, ce le narra e vi indugia. Giovannino è come spezzettato nelle sue azioni, che poi si congiungono a delinearne la nascente personalità. Ogni tanto la mamma lo osserva: “Le pareva che negli atteggiamenti e nelle poche parole, esprimesse cose del tutto inattese.”. Si stava attenti nei paesi ai figli e li si teneva sotto controllo, allarmandosi a volte per un nonnulla, affinché il proprio non fosse diverso dagli altri. Tutto doveva correre secondo natura. Ci doveva essere armonia tra l’uomo e il creato.

In paese ci furono giorni di pioggia. Ecco come in questa bella descrizione si muoveva la gente, facendo a meno degli ombrelli: “Gli uomini arrivavano in bottega con un sacco sulle spalle messo a cappuccio e camminavano un po’ curvi, anche i giovani, così quella palandrana che si inzuppava subito e diventava pesante, stando un po’ bassi, oltre a salvare il dorso giovava anche al petto. Le donne portavano invece paracqua più leggeri: lo scialle un po’ fitto, l’asciugamano colorato, qualche copertina. Roba che, attorno al viso, risultasse un po’ graziosa. “. Come si divertiva Giovannino quando pioveva? Stava sull’uscio della bottega e posava sull’acqua che scorreva sulla strada le barchette che gli aveva confezionato la mamma, le quali “partivano galleggiando in discesa e sparivano in basso. Indietro non gliene tornava neanche una, segno di pericoli oscuri trovati per via.”. Guardava la pioggia anche dalla cantina: “osservando i campi e i prati curvi a ricevere quel che veniva dal cielo, ed erano fili continui, come se tante vecchie, dall’alto, facessero pendere, da rocche invisibili, fusi anch’essi invisibili, sostenuti però da fili veri. La terra, in risposta, fumava un poco.”. La fanciullezza di Giovannino coincide anche con la Prima guerra mondiale, a cui prende parte il padre. Quando essa finì “Ne dettero l’annuncio dalla valle per primi i quattro campanili di Castelnuovo. A quelli, dai monti, poco a poco, se ne unirono altri cinquanta, uno per paese e altrettante voci cantavano la stessa gioia, ciascuna col rombo in note diverse di tre campane, sicché chi viveva in mezzo a quella cerchia ne risultò frastornato. Poi, come succede, la gioia si spense e ciascuno considerava le sue piaghe.”. Due paesani tornano invalidi, uno senza una gamba, l’altro col viso bruciato e cieco. Giovannino vede anche questo, ma soprattutto si accorge della preoccupazione della mamma, poiché il babbo non tornava. Un giorno che lei glielo domanda per l’ennesima volta, come per cercare consolazione e speranza nel figlio, il bimbo, come se lo presentisse, risponde “È qui!”; “S’aprì la porta ed era il babbo.”. Dopo la guerra un’altra esperienza importante attende il bimbo. Il nonno muore, lo sente rantolare: “Le sue coperte si alzavano e si abbassavano seguendo il movimento di un petto in rantolo. Giovannino fu portato via.”. E l’autore prosegue: “Quando il nonno morì, la sua anima campestre, che pur se ne doveva andare, indugiò un attimo alla piccola finestra, poi, non vista, come d’altronde in tutta una vita, abbandonava i luoghi familiari.”. Portando la sua capretta al pascolo, scopre un nido con quattro piccole uova d’uccello. Ma ripassando di lì dopo un’ora, si accorge che manca un uovo. Dov’è finito?: “un ramarro se lo teneva fra le zampine davanti e, avendo rotto il guscio, lo beveva in pace. Sembrava un bimbo che succhiasse un uovo di gallina.”. Minuzie e attimi di vita mai neutrali. In essi vi è sempre ricerca, osservazione, immagine e movimento, i quali penetrano ed edificano il Giovannino che verrà. È la rappresentazione di un presente che non è mai inutile e prepara il futuro tanto del mondo quanto dell’uomo. Giovannino ha già visto e imparato molto: “controllava la pancia della capra: non doveva rimanere vuota, ma neanche gonfiare troppo per paura che avesse a scoppiare. Quando era zeppa al punto giusto, cosa di cui il bimbo si rendeva conto pigiando col pugno il fianco della bestiola un po’ sotto le costole, veniva dato l’ordine di partenza e si tornava a casa.”. Osserva la mammella gonfia della capra: “Giovannino la seguiva rallegrandosi di quella mammella scomodissima che la capra si trascinava dietro, tanto gonfia e ad ogni passo oscillava dall’una all’altra gamba. In quella bisaccia grigia, che sarebbe stato tanto più comodo portare a spalla, c’era latte per tutti. Tre volte al giorno la mamma la mungeva.”.

Si sarà notato come l’autore sia bravo nelle descrizioni e vi accompagni un certo piacere creativo, trattandosi di brani di vita osservati, forse anche praticati in qualche modo, e conosciuti nel loro semplice ma superbo valore. È in simbiosi con quel mondo: “E ci sono poi tante altre cose buone da fare al mondo. Cose necessarie e innocenti: segare l’erba dei prati quando è matura e appassisce, portare il concime nei campi, prendere acqua dalle fontane, tirar fuori dalla terra le patate ai tempi opportuni, cogliere le castagne cadute, filare la lana e staccare i grossi grappoli dell’uva matura che seppur lasciano le mani intrise a volte di un sugo rosso, ognuno può sincerarsi, alla prima occhiata, che non si tratta di sangue.”. In questo brano troviamo anche il segno di una scrittura genuina, spontanea, refrattaria alle imbalsamazioni canoniche, e vicina per scelta ad un linguaggio semplice e intuitivo. In quest’altro brano è rappresentato il mondo dei bambini di una volta, intenti ai giochi semplici e al contempo disposti a compiere il lavoro richiesto, in loro aiuto, dai genitori, cui non si sottraevano: “Tutti questi divertimenti non comportavano aggravio di spese ai genitori, proprio non costavano nulla, altrimenti non si sarebbero potuti fare. I bimbi poi qualcosa di utile anche facevano.
In quei tempi non era raro che un gioco si dovesse interrompere perché qualcuno dei ragazzi veniva chiamato a far qualche faccenda, ed era anche facile vedere, viaggiando per la campagna, un bimbo che guardava le vacche appoggiato a un bastone due volte più lungo di lui, o una bimba piccolissima che vigilando le pecore faceva già la calza, o un omino minuscolo che posando a un poggiolo un suo carico, costituito da una fascina sola, si asciugava col dorso della mano il sudore precoce della fronte.”.
Bertozzi osserva il mondo dei piccoli, ne annota la crescita e vi si immerge come se ne fosse partecipe, lui già grande, ma ancora, almeno nell’ispirazione, rimasto ragazzo come loro. Gli interrogativi di Giovannino, li fa suoi, annullando gli anni della propria crescita: “Cos’era il cielo, Giovannino non riusciva a capirlo. Si accorgeva che in qualunque posto fosse non si sottraeva mai alla sua vigilanza.
Ne osservava il cambiamento continuo nelle varie ore del giorno e della notte e riconosceva di non averlo mai visto due volte uguale.
Riteneva che essendo sempre diverso avrebbe dovuto essere oggetto di contemplazione da parte degli uomini, i quali vi rivolgono invece lo sguardo fuggitivo solo quando hanno bisogno di fare le previsioni del tempo.
Vedeva che il giorno era percorso dal sole e di notte dalla luna che naviga attraverso le stelle.
Lo trovava invaso dalle chiome degli alberi e dalle case degli uomini.
Percepiva che la sua piccola persona, elevandosi di poco dal suolo, occupava una minima parte di cielo.
Riceve il fumo dei camini e le nebbie dei ruscelli che vi si perdono senza lasciar traccia, e il suono invisibile e, infine, l’anima quando abbandona il corpo morto degli uomini.”.

Tra gli anziani, chi non ricorda quando da ragazzi, in chiesa si accendevano le candele con una canna e uno stoppino acceso? Eccone la descrizione: “Brillava l’altare di luce santa quando Giovannino per mezzo di una candeletta accesa, infilata di traverso nella fessura di una lunga canna, dopo aver indugiato con la fiammella a lungo su lucignoli che non si vedevano, riusciva infine ad accendere tutti i ceri disposti in vari ordini, e perfino i più alti.”. Segue la descrizione dei paramenti del sacerdote e delle procedure da seguire per indossarli e come si svolgeva la celebrazione, allora in latino, della Santa Messa. Rituali scomparsi, fermati nel tempo dall’autore con grazia e partecipazione. La vicinanza della gente alla Chiesa è qui rappresentata nella sua reale fisionomia fatta sì di fede ma anche di abitudini, di credenze e di tradizioni.
Giovannino si sta formando attraverso queste esperienze, tutte ubertose e fertili, in grado di provvedere alla maturazione di una personalità ad immagine del proprio tempo. L’autore ritrova e traccia, in realtà, con questa storia, anche la propria crescita, osservata come da una finestra sulla cui balaustra si è appoggiato con l’intenzione di ripercorrere, attraverso quel bimbo, anche la sua storia. Giovannino e Enrico vengono a poco a poco a coincidere. Ma Enrico viene a rivestire anche un altro ruolo, didatticamente importante, quello del padre che osserva Giovannino e nello stesso tempo quello di Giovannino che osserva il padre. Numerosi capitoli segnano questo passaggio e una tale alternanza. Nell’autore, dunque, il padre e il figlio, pur rimanendo personaggi distinti, si interscambiano e si intersecano. Credo che sia questa la cifra più alta dell’offerta che viene donata da Enrico Bertozzi a noi lettori, in un passaggio che ha la lievità di una piuma e la miracolosa complessità e consistenza di un’anima. Come è stato possibile? Leggeremo: “Tutto ciò che il bimbo pensava, ecco, era vero, e figurava anche ad occhi aperti: solo per qualche immaginazione più ardita era bene chiuderli per vederci meglio. Giovannino dava così mano, per proprio conto, a perfezionare nel letto di un ruscello una creazione che doveva essere avvenuta presso a poco allo stesso modo per volontà di un Dio potente.”. L’uomo è creatura di Dio, dunque, ci ricorda l’autore; e in lui possono avvenire cose prodigiose, proprio come quelle che accadono in questa storia della pubertà in cui padre e figlio celebrano in se stessi il mistero e la potenza di Dio.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart