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Bruno, Vincenzo

27 Aprile 2019

La mia dimora

La mia dimora, 1943

“La casa è un bisogno istintivo pari a quello che spinge la rondine a fabbricare il suo nido e il castoro la sua tana.”.
L’assunto è: possedere una casa propria deve essere l’aspirazione di ogni essere umano, giacché tra le sue mura si annidano i veri sapori della vita. La casa come oasi rispetto ad un mondo esterno che non ci dà altro che assilli e tormenti.

Un vecchio (lo stesso autore) ricorda il suo cammino per raggiungere un tale scopo: “La casa può sostituire il mondo, il mondo giammai la casa.”; “La casa è la base del benessere individuale e sociale.”. Non è un romanzo vero e proprio; piuttosto una raccolta di ricordi, memorie, impressioni che ruotano intorno alla propria dimora e agli affetti. Quasi una confessione, un insieme di piccole icone che si leggono volentieri per la accuratezza della scrittura, mai gridata o svenevole, e per la dolcezza nostalgica che l’accompagna. Un tema originale (un precedente è citato dallo stesso Bruno: “Viaggio intorno alla mia camera” di Xavier De Maistre, del 1794), sul quale vanno a convergere i molti assi e segmenti della vita. Così come taluni oggetti su cui l’autore richiama la nostra attenzione si colorano di una vivida iridescenza animatrice: “Evadere dal presente per trasferirsi nel tempo lontano e nel sogno non è forse il segreto della felicità?”.

Infatti, è il passato che a poco a poco emerge dalle pagine del libro. L’ottuagenario ne è rimasto affezionato a tal punto che il suo intento è quello di farlo rivivere: un ricordo che lo recupera e lo immette tal quale nel presente. Gli stessi viventi che hanno conservato nel loro aspetto e nelle loro abitudini i tratti del passato, come il giovane contadino Martino, la serva Pegotty, fra Diodato (“Un’altra figura del tempo trascorso, ma che persiste ancora a casa mia.”), con la loro presenza riverberano nella casa una tenace resistenza alla dimenticanza, e sono, dunque, un segmento di eternità, impossibile da far scomparire. Ambienti, usanze, stagioni, cose (“tutti gli oggetti sono balzati incontro a noi ilari e festosi, sorridenti come volti amici non veduti da un pezzo.”) sono altresì ricoperti di una patina di colore che li fa tutt’uno con la propria dimora, la quale è, in tal modo, nella gioia e nella sofferenza, anima e universo insieme: “Assistere alla distruzione della propria casa… Lo schianto è come per la dipartita d’una persona cara.”; “Pare che la casa si raccolga, si faccia più piccola per essere tanto più vicina al cuore dell’ospite atteso e desiderato.”; “La casa ha una sua vita interiore, ma ne ha un’altra che chiamerò di contatto o di relazione. Essa vive anche in comunione e, più o meno, in partecipazione col mondo che la circonda.”. In taluni paragrafi aleggia lo spirito di Monsignore Giovanni Della Casa e del suo “Galateo overo de’ costumi”, del 1558.

Una caratteristica del libro è rappresentata dalle numerose citazioni, letterarie soprattutto, che lo impreziosiscono e che ci fanno capire i molti influssi che hanno agito sull’autore. Si cita, ad esempio, un anonimo poeta latino che si lamenta dei rumori che si patiscono nell’antica Roma: “Il povero non può né pensare né dormire, in Roma. Al mattino i maestri di scuola, di notte i fornai, per tutto il giorno i martelli dei calderai fanno impossibile la vita. Qua un cambiavalute sfaccendato fa risuonare sopra il sudicio banco le monete di Nerone, là un battitore con un palo lucente picchia e ripicchia sulla pietra il lino di Spagna.”. Di contro l’armonia di una casa di campagna del suo tempo: “La sera ci riuniamo tutti per la cena intorno alla tavola, in cucina. Vedo sempre quelle facce serene sotto il riflesso di un’unica lampada che pende dal soffitto. Poi sostiamo sull’aia ad ascoltare il silenzio dei campi trapunto da mille piccoli rumori e a veder le stelle che piano piano tramontano.”. L’autore ha tanto a cuore la dimora che arriva a scrivere: “C’è da credere che, ove all’umanità fosse stata assicurata la casa, la storia sua avrebbe avuto da un pezzo uno sviluppo diverso e migliore.”.

Indubbiamente non è facile rendere piacevole e interessante un libro che si snoda su questo tema. La bella e controllata scrittura di Bruno ci riesce e, grazie al alcune sue riuscitissime pagine, il romanzo ci rimane nel cuore: “Avviene spesso che la stanza ove la sera abitualmente ci intratteniamo, abbia le persiane e i vetri serrati. Allora, quando fuori è buio e dentro c’è il lume acceso, si riproduce, di là dai vetri, un’altra stanza, in gran parte immersa nell’ombra fitta. La luce della lampada rischiara col suo vivo riflesso la tavola sottostante, intorno alla quale c’è mia moglie che legge o cuce, Pegotty che sferruzza, la mia sedia vuota, e, sul piano, le mie carte e i miei libri.”.

incenzo Bruno: “La mia dimora”, 1943


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart