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Camaiani, Mario

17 Maggio 2019

La mia guerra – Da Livorno a Fornaci di Barga, 1940-1945
Sprazzi di vita del ventesimo secolo

La mia guerra – Da Livorno a Fornaci di Barga, 1940-1945

Qualche tempo fa glielo chiesi, ma nessuna parentela corre tra l’autore di questo diario di guerra e lo studioso Pier Giorgio Camaiani, autore di molti libri di analisi storica e sociale, tra cui “Dallo Stato cittadino alla città bianca – La «società cristiana» lucchese e la rivoluzione toscana”, uscito con La nuova Italia nel 1979. Però li unisce la stessa voglia di riflettere e di raccontare.

Permettetemi una digressione. Da ragazzo ero iscritto all’Azione Cattolica, e in conseguenza degli incarichi che avevo nella mia parrocchia (il rione popolare di Pelleria), ero chiamato a partecipare alle riunioni diocesane, dove, novello frequentatore e molto sprovveduto, avevo modo di incontrare persone più grandi di me, che poi nella vita hanno preso strade diverse. Ricordo qui alcuni nomi in forza di una nostalgia che ogni tanto mi prende: Pier Giorgio Licheri (ex parlamentare, generoso e altruista come lo è sempre restato nella vita), Alvaro Biondi (oggi professore universitario), Piero Angelini (ex parlamentare, che capitava ogni tanto e già si mostrava competente e preparato suscitando un certo timore reverenziale), Alberto Del Carlo (da tempo presidente della Banca del Monte), Fabio Pezzini (che fu sindaco di Camaiore), Mario Dinelli (credo scomparso molto giovane) e ogni tanto capitava Pier Giorgio Camaiani (oggi professore universitario), che ricordo sempre gioviale e festoso. Ai miei tempi il religioso responsabile della sezione lucchese dell’Azione Cattolica era lo scomparso don Pino Nardi, uomo mite, preparato e disponibile all’ascolto, succeduto, credo, a don Arturo Paoli, dedicatosi alla missione e ancora vivente.

Veniamo al libro di Mario Camaiani, che non è un romanzo ma un diario degli anni di guerra. Il 10 giugno 1940 (entrata in guerra dell’Italia), l’autore non ha ancora 12 anni, ma la sua memoria e la sua capacità di osservazione si rivelano già notevoli [dopo il bombardamento di Livorno da parte degli Alleati, avvenuto nel febbraio del 1941, nel tornare a casa la famiglia si ferma ad un bar e l’autore annota: “prendemmo il caffè (io un cappuccino)]”.

Ci si rende subito conto che la guerra non sarà una passeggiata. Se la Francia si è arresa appena quindici giorni dopo la nostra entrata di guerra (praticamente la colpimmo alle spalle), altrove la resistenza è tenace. La Gran Bretagna, in particolare, tiene testa alle forze dell’Asse e domina nel Mediterraneo.

Il 28 maggio 1943 Livorno è bombardata. Il quadro che ne uscirà è terrificante: “Le vittime civili totali delle incursioni aeree furono oltre ottocento ed i feriti parecchie migliaia.”.

Non bisogna dimenticare che qualche mese dopo la stessa sorte toccherà alla vicina Pisa, il 31 agosto, e il 6 gennaio 1944 a Lucca.

Nei rifugi i livornesi pregano l’effige della Madonna di Montenero e si domandano del perché della guerra, non riuscendo a trovare una spiegazione circa la cattiveria degli uomini.

All’inizio una spiegazione politica ce la offre lo stesso autore quando afferma che Mussolini aveva fretta di entrare in guerra poiché la Germania stava ottenendo rapide vittorie e presto avrebbe conquistato l’Europa e dunque l’Italia temeva di arrivare troppo tardi per poter vantare dei diritti sulla spartizione del supposto grosso bottino di guerra.

Per valutare quanto esaltata fosse l’azione di Mussolini, occorre anche aggiungere che, secondo indiscrezioni trapelate circa il carteggio Churchill-Mussolini, all’Italia, purché non entrasse in guerra, erano stati offerti la Corsica, Nizza ed altro ancora: “Secondo le interpretazioni più accreditate e sostenute da testimonianze di chi afferma di aver potuto sbirciare in quei documenti (Carissimi-Priori di Gonzaga), Churchill ad un certo punto avrebbe buttato a mare la Francia, quando ancora non si era arresa ed avrebbe addirittura offerto all’Italia l’intera Dalmazia e l’Istria, il possesso definitivo delle isole del Dodecaneso, la Tunisia, la Corsica, Nizza, e quant’altro pur di evitare questo tanto paventato intervento italiano.”.

E anche qui: “Questa tranche di missive indirizzate da Churchill a Mussolini e viceversa riporta tutte date anteriori al 1940. Essa sarebbe, pertanto, solo una parte del fantomatico carteggio epistolare che i due statisti si sarebbero vicendevolmente scambiati. La sua importanza deriva dal fatto di contenere diverse lettere molto imbarazzanti impostate dal premier inglese. Esse mettono a rischio i rapporti con la Francia, con la Grecia e con la Jugoslavia: prima del conflitto, mettendo nero su bianco, ‘Winnie’ aveva, infatti, promesso a Mussolini, per convincerlo a schierarsi con gli alleati contro Hitler, l’intera Dalmazia, il possesso definitivo delle isole greche del Dodecaneso, di tutte le colonie, della Tunisia, della Corsica e di Nizza e, forse, anche di Malta (cosa improbabile visto che quell’isola era sotto la sovranità britannica).”.

qui e qui.

Chissà, forse Mussolini pensava che, grazie alla vittoria di Hitler, egli avrebbe ottenuto di dominare il mediterraneo con l’acquisizione di colonie e possedimenti britannici. Le cose andarono invece diversamente, e Mario Camaiani ci dà una testimonianza della tragedia che rappresentò per gli italiani la Seconda Guerra mondiale. Ancora oggi mi domando spesso come si possano perdonare le atrocità commesse dal nazifascismo ed in particolare dal popolo tedesco. Quanti morti causati dalla follia, e quale cinismo e quale spietatezza nel seminare l’odio e la morte! C’è un film recente, del 2008: “The Reader – A Voce Alta”, di Stephen Daldry (adattamento cinematografico del romanzo di Bernhard Schlink del 1995, â€œDer Vorleser”) in cui un tentativo di riscatto, processando alcune ex guardie delle SS nei campi di concentramento da parte di un tribunale tedesco, non riesce a convincermi di una consapevolezza dell’orrore provocato profonda e irreversibile.

Del resto lo stesso autore, in occasione della cerimonia in cui presso la Prefettura di Lucca il 27 gennaio 2011 viene consegnata una Medaglia d’Onore “prevista per i cittadini italiani militari e civili deportati nei lager nazisti o obbligati al lavoro coatto” osserva: “anche il sottoscritto era presente a questa commovente commemorazione; ma subito pensai come però non fosse completa: c’era una evidente lacuna, perché tutto si svolgeva dalla parte lesa, quella italiana, mentre mancava la parte colpevole, quella tedesca.”.

L’autore si serve di alcune occasioni, come i viaggi in treno, o gli incontri al bar, per registrare l’opinione dei cittadini di fronte a ciò che stava accadendo, soprattutto dopo il 25 luglio 1943, ossia dopo la caduta di Mussolini e poi – avvenuta la sua liberazione da parte dei tedeschi – la costituzione della Repubblica di Salò. Come l’esercito, lasciato senza guida (celebre il film di Luigi Comencini: “Tutti a casa” del 1960, con uno straripante Alberto Sordi), anche il popolo italiano è disorientato. Significative le parole di un cittadino che prende parte ad una di queste discussioni: “Ho ascoltato ciò che è stato detto a proposito del bene sociale che il fascismo abbia fatto al popolo italiano; ma il male che gli sta causando con questa maledetta guerra è immensamente più grande!”. Oppure il giovane Marco che decide di arruolarsi nella repubblica di Salò e all’autore dice: “in questo conflitto siamo partiti alleati con i tedeschi, i quali ci hanno aiutato più volte, in Africa, in Grecia, nei Balcani, ed ora che combattevano con noi in Italia, dopo il voltafaccia del Re, ci hanno occupato. (…) Ci sono dei miei ex camerati che sono entrati a far parte delle formazioni partigiane, mentre fino a non tanto tempo fa erano fascisti convinti.”.

È una fotografia impietosa della situazione in cui la guerra aveva gettato il nostro popolo, e l’autore – non si deve dimenticarlo – ne parla come testimone diretto, anche se a quel tempo era ancora un ragazzo.

Il libro, dunque, ha valore di verità, come altri libri che sono usciti raccontandoci quegli anni. Non mancano episodi di umanità, come quello della famiglia sconosciuta che ospita in casa propria la famiglia dell’autore per una notte, allorché, a causa dei bombardamenti, il treno che avrebbe dovuto portarla a Livorno era stato requisito. O del soldato tedesco che evita di denunciare una famiglia che tiene nascosti dei sacchi di grano. O i tedeschi che aiutano Davide a liberare la gamba rimasta imprigionata a causa del crollo del proprio cancello. O la caduta presso Ghivizzano di un aereo inglese e la sepoltura del pilota nel cimitero di Loppia.

Tuttavia il segno del libro sta nella denuncia della inevitabile violenza della guerra, da qualunque parte la si combatta. Le stesse forze di liberazione alleate si resero colpevoli di orrendi misfatti che l’autore puntualmente ricorda, quali stupri e soprusi perpetrati nei confronti della popolazione civile da parte di truppe nordafricane dopo lo sfondamento di Montecassino, e ciò ci riporta alla mente il capolavoro di Vittorio De Sica, “La Ciociara”, del 1960 (tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia).

Numerosi episodi vissuti direttamente dall’autore arricchiscono la parte finale del libro (in cui è sempre presente la fede in Dio), nel momento in cui gli alleati, superata Lucca, entrano, il 5 ottobre 1944, con truppe brasiliane (sostituite poi dalla divisione di colore “Buffalo”), nella valle del Serchio preceduti da violenti bombardamenti, e i tedeschi arretrano e resistono sulla Linea Gotica. Interessante la rievocazione della battaglia di Sommocolonia, di cui da ragazzo sentivo parlare quando mi indicavano il paesino arroccato sul monte che si vede bene da Barga, dove a metà degli anni ’50 mi sono recato in colonia per due anni. Come pure l’annotazione a riguardo della sommaria esecuzione, avvenuta a Milano, di Mussolini e di Claretta Petacci: “attaccati ad una intelaiatura di una edicola di giornali, impiccati per i piedi come animali macellati, offerti al pubblico ludibrio ad una moltitudine di gente che di fronte ad una tale gogna cadaverica, ebbe comunque una briciola di umanità, se è vero che la gonna di Claretta fu legata in modo che non le si scoprisse parte della sua nudità.”.

Ove si pensi che il tutto deriva da un diario quanto meno della memoria (“buona memoria dei fatti di allora, come io credo di avere”) tenuto da un ragazzo che allo scoppio della guerra non aveva ancora compiuto 12 anni e che vedeva svolgersi tali devastanti avvenimenti sotto i suoi occhi (ancora conserva taluni reperti: biglietti di viaggio; una scheggia di bomba che colpì la casa che l’ospitava; alcune carte annonarie), riuscendo a mantenere il controllo di sé e ad annotarli,  non v’è che da esprimere nei confronti di un tale autore che ha saputo recuperarli e ricostruirli la più sincera ammirazione e un grato ringraziamento.

 

Sprazzi di vita del ventesimo secolo

È una antologia di racconti che tratteggiano la vita che si conduceva nel ventesimo secolo nelle piccole comunità. Una narrazione coinvolgente e ricca di buoni sentimenti.
Ma mi occuperò qui solo della prima parte, poiché essa è composta di brevi racconti che ricordano fatti di guerra i quali, a mio avviso, sono utili ad integrare il quadro che si tenta di definire con questa raccolta.
Il libro ha una bella e esaustiva prefazione di Gian Gabriele Benedetti.
Tra essi, esamineremo insieme quelli che ci raccontano particolari non presenti altrove, e comincerò, dunque, dal racconto “I francesi a Livorno”. Ricordo, a questo proposito, che l’autore è nato a Livorno, dove ha trascorso la sua giovinezza.

Siamo negli anni della “Grande Guerra” 1915 – 1918.
Scrive: “La presenza dei soldati francesi era dovuta al fatto che il porto di Livorno era scalo per il transito delle truppe d’Oltralpe dalle colonie in Africa al fronte europeo e viceversa; ed inoltre era un ospedale di tappa”, e ci racconta che “i soldati francesi, durante la ‘libera uscita’ per la città, si erano presi l’andazzo di importunare le donne, specie se sole, ma talvolta anche se erano in compagnia, con gesti e parole che andavano da canzonatorie fino a volgari, offensive. Questo incivile comportamento, che con il passare dei giorni tendeva a peggiorare, suscitò le proteste dei cittadini che sempre più reagivano a simili soprusi, finché si giunse a furiose cazzottate fra cittadini e soldati francesi.”. Il tutto, infine, si ricompose con una riconciliazione generale, e da quel giorno “sempre si comportarono civilmente in modo impeccabile, riprendendo la stima e l’amicizia con la popolazione.”.

Siamo nel 1941. Tra gli insegnati di scuola, c’è chi è prudente ed evita di commentare i fatti di guerra e quelli politici, e ci sono i più che sono dei veri e propri fanatici e si surriscaldava in aula, osannando la guerra e il regime. Uno di questi è messo in risalto nel racconto “Una domanda proibita”. Qual è questa domanda? La rivolge uno studente di nome Carlesi, compagno di classe dell’autore, al suo insegnante di computisteria, Barbini, il quale è convinto che la guerra l’avrebbe vinta Mussolini. Il professore poco prima aveva tuonato preso da esaltazione: “Quando conseguiremo la vittoria finale, la Francia ci dovrà ridare Nizza, la Savoia e la Corsica; e all’Inghilterra, la perfida Albione, prenderemo Malta ed i due accessi al Mediterraneo, cioè Suez, in Egitto, e Gibilterra, che magari potrebbe tornare alla Spagna; ma gli inglesi dal nostro mare dovranno uscirne, e per sempre!”. Da qui la domanda, posta con innocenza, ma terribile per il professore: “e se la guerra la perdiamo noi, che ci prenderebbero?”. L’ira del professore piomba sul ragazzo come una tempesta di grandine, e quando si arriverà a fine anno scolastico, Carlesi “ebbe la promozione, ma la sufficienza in computisteria!”.

Durante la Seconda guerra mondiale, erano frequenti gli annunci del regime trasmessi attraverso gli altoparlanti dislocati nelle piazze di tutta Italia. L’emittente di cui ci si serviva era la radio, chiamata EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche). I commentatori più conosciuti erano Giovanni Ansaldo, che poi sarà direttore de “Il Telegrafo” (oggi “Il Tirreno”) che era “di proprietà della famiglia Ciano”, giornalista considerato “ponderato, analitico, che ben approfondiva gli argomenti con giusti e logici ragionamenti.”, e Mario Appelius che, “a differenza del primo, egli era volgare, fanatico nel propagare l’ideale fascista.”. L’autore ci dice che è a lui che si deve il conio della frase, diventata a quel tempo celebre, “Dio stramaledica gli Inglesi!”. Lo leggiamo nel racconto: “Una frase blasfema”.

“Le patate della SMI di Fornaci” ci avvicina a Lucca. Come noto, in tempo di guerra, la nota azienda fabbricava armi per il regime. Pochi invece sanno che aveva predisposto una “dispensa della metallurgica”, una specie di supermercato per rendere meno costosa la spesa dei suoi dipendenti: “Mamma ed io ogni settimana andavamo a fare la spesa grossa, ed il pagamento avveniva per trattenuta sulla paga del babbo, con la possibilità di dilazionare detta trattenuta.”. Non si vendevano soltanto generi alimentari, ma anche “generi di stoffa”.

Nel racconto “Il pilota Spencer” si narra di questo sergente maggiore dell’aviazione inglese (il nome completo è Goe William Clement Spencer), il cui aereo, a seguito di un combattimento nei cieli della Mediavalle del Serchio, precipita “nella spiaggia del fiume Serchio, presso Ghivizzano”. Il pilota, appena giunti i soccorsi, chiede subito “il Dottore e il Sacerdote”. Morirà di lì a poco “nell’infermeria dello stabilimento metallurgico di Fornaci di Barga”, intorno alle ore 13,30 del 4 giugno 1944. Vi era stato condotto “sotto l’ordine del quartiere generale tedesco”. Il 7 giugno “La salma fu portata alla chiesa di Loppia dove, senza pompa, fu interrata.”. Camaiani, grazie alle sue ricerche, scrive che la salma fu trasferita nel marzo del 1945 “nel cimitero britannico, del Commonwealth, a Firenze”, “inaugurato nel novembre del 1944”. Conclude il racconto ricordando che Spencer “perse la vita in una terra, la nostra, nella quale mai era stato e che non conosceva. Eppure, pur in terra nemica, chiese aiuto materiale e spirituale, che generosamente gli fu dato fino ad accogliere la sua salma in un nostro cimitero. Questo toccante fatto di grande umanità, dà molto onore ai protagonisti della vicenda rischiarando il fitto buio della guerra.”.

“Un ‘giallo’ fornacino” ci racconta di un artigiano tedesco, sposato a “Menchi di Filecchio (Barga)”, il quale diventa amico dei suoi compatrioti e fa loro da interpreti. Succede, però, che un giorno i paesani assistono al suo arresto da parte dei tedeschi e capiscono che lo stanno portando nei pressi dello stabilimento metallurgico per fucilarlo. L’accusa è quella “che li imbrogliasse prendendo a nome di loro dai contadini dei viveri che invece si teneva per sé.”. Odono gli spari dell’esecuzione, e quando la pattuglia se ne va, cercano il cadavere e non lo trovano. Così si convincono che i soldati tedeschi avevano sparato in aria, risparmiando il loro connazionale.

“Luglio 1944: truppe tedesche sono presenti nel barghigiano dai primi del mese, ed a Fornaci di Barga prendono possesso dello stabilimento SMI, che era in parte distrutto ad opera dei bombardamenti aerei.”.

Così comincia “Il macchinista”. Carlo, detto Carlino, è il nome dell’uomo che, per conto dei tedeschi, guida una locomotiva a vapore che trasporta il materiale che i nazisti trafugano dai magazzini della fabbrica e caricano sui treni pronti presso la stazione locale. Un giorno Carlino è informato da qualcuno che i tedeschi intendono portarsi via anche la sua locomotiva e con essa il macchinista, ossia lui stesso, non essendoci altri in grado di guidarla. Al che Carlino, terrorizzato, decide di fuggire e di nascondersi percorrendo con una torcia elettrica “i grossi cunicoli delle fognature principali”, proprio come Jean Valjean de “I miserabili, il capolavoro di Victor Hugo, del 1862. Riuscirà a salvarsi, ma della sua locomotiva non si saprà più nulla.

In “Eroi senza medaglia” siamo in un campo di concentramento greco, “nei pressi di Calampaca, nella regione del Pindo”, nell’autunno del 1940. Vi sono rinchiusi trecento prigionieri italiani. Accade che la squadriglia aerea italiana scambia il campo di concentramento per una caserma e avvia il mitragliamento a tappeto, che causa molti morti tra prigionieri e guardie greche. Una scheggia colpisce al braccio il capitano Ugo Facchini, responsabile degli italiani; la ferita rischia di farlo morire dissanguato. È a questo punto che Mirkos, un sergente greco, uno dei guardiani del campo, si accorge della situazione e con coraggio corre verso il capitano e, raggiuntolo, “nell’infuriare dell’attacco aereo”, “gli legò il braccio con la cintola per arrestare l’emorragia del sangue e lo trascinò in salvo.”. Gli dirà il nostro capitano: “Lei ha rischiato la sua vita per salvare quella di un nemico: per questo non le daranno una medaglia; ma lei è un eroe!”. Finita la guerra, Facchini si mette alla ricerca di Mirkos e riesce ad avere il suo indirizzo. Gli scrive ed apprende che il suo salvatore se la passa male: “lavorava poco e conduceva, con la famiglia, una difficile esistenza”. La Grecia è in condizioni economiche spaventose; così Franchini, che occupa un posto di dirigente in un’azienda, lo invita a venire a lavorare con lui in Italia. Mirkos accetta e le due famiglie si frequenteranno “con grande amicizia.”. Un giorno si recheranno insieme a visitare in Grecia, l’ex campo di concentramento, “ricordando quel breve, ma pur intensamente drammatico periodo della loro vita.”.

Camaiani ci narra fatti che esaltano i sentimenti sani, di fratellanza e di solidarietà, che alcuni hanno saputo conservare pur in mezzo alle atrocità della guerra. Il suo è un continuo cercare il riscatto dell’uomo che apra alla speranza.

In onore degli Alpini, eroici combattenti nelle due Guerre mondiali, in Lucchesia, all’Argegna, nell’Alta Garfagnana, è stato eretto un monumento che ha al suo centro una grossa campana. Ogni anno, nel mese di giugno, tanti alpini della Toscana vi si riuniscono e assistono alla Santa Messa celebrata proprio davanti al monumento. Vi ho assistito qualche volta. È una ricorrenza suggestiva. Nel vasto prato che lo circonda si radunano bancarelle che vendono di tutto, e vi accorre molta folla, anche per godersi la frescura e le meraviglie del paesaggio. “L’alpino Orlando: la sua storia” narra l’odissea di Orlando chiamato a partecipare alla tragica campagna di Russia con l’armata italiana ARMIR, di cui il lettore trova resoconti anche su altri diari qui pubblicati.

Siamo nel settembre 1942. I russi costringono le truppe nazifasciste ad arrestarsi. Agli italiani viene dato l’ordine di schierarsi sulla riva destra del Don e attendere la primavera, così che i nostri alpini, “adatti a combattere su terreno montagnoso e che “erano stati inviati in Russia per operare sui monti del Caucaso”, “rimasero invece fermi nella pianura ucraino-russa prendendo posizione su un lungo tratto del fiume Don, dando il cambio alle truppe tedesche.”. Orlando ha vent’anni ed è in prima linea. Avvicinandosi l’inverno, i russi lanciano da un aereo “cicogna” dei manifestini su cui è scritto: “Arrendetevi, disertate, ché altrimenti con l’arrivo del grande freddo vi attaccheremo, e sarete distrutti!”. La minaccia è sottovalutata, ma le operazioni russe cominciano ad intensificarsi, finché nel gennaio 1943 “scatenarono una grande offensiva sfondando le linee alle due estremità del nostro schieramento, e avanzando velocemente a tenaglia, chiusero in una grande sacca il grosso delle forze italiane”. Sono i prodromi della grande e tragica disfatta. Orlando aveva la mansione di telefonista e “doveva riparare i cavi telefonici rotti dai colpi del nemico, aveva in dotazione una pistola per difesa personale, aveva gli sci e indossava una tuta bianca.”. Quando la disfatta è ormai irreversibile e comincia la ritirata, fame, neve e freddo diventano i terribili compagni dei superstiti: “Anche Orlando fu colpito da un principio di congelamento al piede destro, ma gli infermieri che erano nel gruppo gli applicarono sul piede una pomata anticongelante ed inoltre lo consigliarono di togliersi gli scarponi e di fasciare i piedi con strisce di coperta, così egli, superato il tremendo pericolo, poté riprendere la strada.”. È fortunato, poiché sappiamo di altri che si fermarono e morirono ghermiti dalla morte bianca. Orlando riesce a tornare in Italia, ha una licenza di quaranta giorni e può tornare a casa; scaduta la licenza, dovrà recarsi a Ora, una cittadina in provincia di Bolzano.

Ma arriva l’8 settembre 1943, e lui, come tanti altri soldati, è fatto prigioniero dai tedeschi e trasferito in Polonia “a lavoro coatto”: “questa deportazione durò venti mesi, fino al termine della guerra, quando fu liberato, insieme agli altri prigionieri italiani”. Questa volta è sfortunato, invece, poiché, attraversando la Jugoslavia, il treno è fermato dai partigiani titini e i passeggeri sono comandati a “ricostruire un ponte che era stato distrutto dall’aviazione italiana. Da notare che i partigiani jugoslavi colpivano con frustini, alle cui estremità erano applicati pallini metallici, i prigionieri che non lavoravano attivamente come volevano loro.”. Quando, a luglio del 1945, torna a casa, il suo peso è passato da 90 kg a 45!

Allorché l’Italia, il 10 giugno 1940, dichiara guerra alla Gran Bretagna e alla Francia, molti italiani che vivevano in quelle due Nazioni, delle quali avevano perfino preso la cittadinanza e dove erano nati i loro figli, affrontarono un periodo di grande sofferenza. Nel racconto “L’ultima crociera dell’Arandora Star”, ci viene raccontato ciò che accadde in Gran Bretagna, dove prende il via la “caccia” agli italiani: “vengono arrestati i maschi con l’età compresa da diciotto (ed anche meno) fino ad oltre settant’anni di età e radunati in attesa di essere inviati in appositi campi di concentramento, come prigionieri di guerra: essi che militari non erano, bensì civili cui non veniva imputato alcunché di malefatta.”. Le mogli, le madri, le donne tutte si domandavano gridando nelle piazze: “Perché ci fate questo?”. Qualcuno faceva notare che gli italiani avevano figli che stavano facendo la guerra arruolati nell’esercito britannico. Sulla nave Arandora Star, “bellissima nave transoceanica” da crociera, vengono trasportati nei campi di concentramento del Canada, insieme con prigionieri tedeschi e austriaci. È il 1 luglio 1940. Una tragedia li attendeva il giorno dopo. Il piroscafo è intercettato da un sommergibile tedesco e affondato. Ci furono molti morti. Il piroscafo che aveva una capienza per 500 passeggeri ne aveva imbarcati circa 1.500, tra prigionieri di guerra e prigionieri civili: “La tragedia si svolse in meno di un’ora ed infine il mare inghiottì l’Arandora Star e con essa perirono più di ottocento uomini, di cui quasi cinquecento erano italiani.”. I superstiti, raccolti da una nave canadese, sono riportati in Inghilterra e da lì imbarcati nuovamente verso “chissà quale isola dei possedimenti britannici in Oceania; ma anche questo piroscafo, pochi giorni dopo la partenza, fu silurato e affondato da un sommergibile tedesco! Ed in questa circostanza, con tanti altri, Saverio perse la vita.”. Saverio è lo zio di colui che ha narrato la storia al nostro autore. Barga “ebbe dodici concittadini periti nell’affondamento dell’Arandora Star”.

“Le foibe, una tragedia italiana” ci ricorda la truce pulizia etnica perpetrata dai titini: “Italiani, fascisti e non, finanzieri, carabinieri, insegnanti, preti e gente comune del popolo, venivano ammazzati come bestie, senza pietà alcuna, in vari modi; ma il più eclatante era quello di gettarli, vivi o morti, nelle foibe, che sono cavità naturali, pozzi verticali, tipici della Regione Carsica e dell’Istria.”. Chi riuscì a salvarsi scappò abbandonando casa e averi. Fu un vero e proprio esodo. Ne troviamo una efficace descrizione nel bel romanzo di Piero Tarticchio, “Maria Peschle e il suo giardino di vetro”, del 2019, e nel film di Maximiliano Hernando Bruno, “Red Land”, del 2018. Stranamente (e forse no) questo film non ha avuto la circolazione ampia che meritava, e non è ancora acquistabile in dvd. Spero che si rimedi; è una ricostruzione storica che non può mancare all’appello.

A Fornaci di Barga ebbero ospitalità alcune famiglie di profughi (come nella città di Lucca). Uno di essi, un sacerdote, Giuseppe Stagni, “diventò parroco di Ponte all’Ania.”.

A don Giuseppe Stagni l’autore riserva l’ultimo capitolo di questa prima parte, dedicata alla guerra.

S’intitola: “Le vicende di un prete istriano”.

Studiava nel seminario di Zara, ma da lì dovette trasferirsi “nella villa del Sacro Cuore a Lussingrande (isola di Lussino), “perché a Zara non si poteva più vivere, data la guerra e le incursioni aeree di notte e di giorno (1943): Zara subì oltre sessanta bombardamenti aerei da parte degli Alleati, perché d’accordo con Tito dovevano eliminare questa città italiana in Dalmazia.”.

E qui finisce anche la nostra lettura del libro di racconti che nelle altre due parti descrive, con felice penna, scene e situazioni di vita paesana che hanno reso speciali alcune generazioni e che non torneranno più.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart