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Carli, Elio – Grandi, Giovanni

3 Agosto 2019

Diari dell’Armir

Diari dell’Armir

I due diari che compongo il libro si devono, ancora una volta, alla operosità di Roberto Andreuccetti, studioso attento delle due guerre mondiali e delle loro conseguenze sulla vita dei cittadini, oltre che sugli uomini impegnati al fronte. Riferendosi ai reduci rimasti ancora in vita, ormai ultranovantenni, scrive nell’introduzione, che ha anche una breve prefazione di Pino Scaccia: “Quando anche l’ultimo ci lascerà, sarà come un faro che si spegne e non avremo più la testimonianza diretta di chi della vita ha conosciuto gli aspetti peggiori.”.

Lo scopo di Andreuccetti si identifica in toto con quello di questa raccolta, che, anche se limitata alla testimonianza di reduci e narratori lucchesi, ci offre l’ampio e completo spettro di cosa furono per l’umanità le due tragiche guerre mondiali.
“Elio faceva il contadino e Giovanni il falegname.”.
I diari contengono errori che il curatore non ha voluto correggere per proteggerne la genuinità dell’ispirazione.

Cominciamo con quello di Giovanni Grandi, dedicato al figlio Pietro Lino, che ha il titolo: “Racconto della ritirata di Russia”.
Grandi apparteneva alla Divisione Cosseria, 2° Battaglione guastatori, 4° Compagnia.

Il diario inizia con la data del 16 dicembre 1942. Siamo sulla riva destra del Don, in Ucraina: “La vallata appariva irta di crateri di diverse dimensioni che risaltavano sulla bianca coltre di neve per il loro colore nerastro.”; “Dal letto del fiume, fino alla fascia di reticolati l’enorme quantità di cadaveri di soldati sovietici che si potevano scorgere, faceva spavento. In alcune zone giacevano ammucchiati gli uni sopra gli altri.”; “Ad un tratto, come per incanto si aperse uno squarcio nelle nubi ed il sole mostrò la sua pallida faccia rischiarando la valle, ma come terrorizzato dalla macabra scena, scomparve di nuovo.”. Anche tra gli italiani ci sono molti morti. Qui ne descrive uno: “Un militare italiano, forse un guastatore, giaceva supino indossando solo i pantaloni; al centro del suo petto nudo era stata fissata con uno spillo una specie di coccarda rossa con sopra ricamati in colore oro una falce ed un martello. Il volto del povero soldato era ricoperto di escrementi.”. La posizione in cui si trova Grandi è delicata, infestata di soldati nemici; uno di questi sta avvicinandosi strisciando sull’erba con l’arma in pugno. Ha la fortuna di scorgerlo e fa appena in tempo a sparare per primo: “Il militare sovietico volse il capo verso di me e puntò la sua arma. Troppo tardi. Un colpo era partito dal mio fucile e l’aveva raggiunto.”.

Ci avvediamo che avremo a che fare con un soldato che si sta rivelando abile e coraggioso, già esperto dei segreti della guerra: “Quando mi trovai a passare davanti alla mia vittima prelevai il suo manto di pelliccia bianca e lo indossai. Pensavo così di mimetizzarmi con il colore della neve e di evitare di farmi individuare essendo io vestito come tutto il mio reparto, in grigio verde.”. Il freddo è intenso: “Avevo tenuto le mani riparate il più possibile, avendo i piedi ricoperti da tre paia di calze di lana, ma tutto sembrava inutile; le scarpe erano diventate rigide ed una corona di ghiaccioli formatasi sui bordi del passamontagna e provocati dalla respirazione, mi incorniciava il volto provocandomi dolori agli zigomi ed al naso.”. Sta camminando tra i girasoli. La situazione metereologica peggiora: “Ero solo, in una notte buia, in mezzo alla neve che copriva la sconfinata steppa ed in mezzo alla tormenta.”; “Il vento, che fino a poco prima spirava alle mie spalle ora non aveva più una direzione precisa; con violenza inaudita mi scagliava in faccia turbini di neve, uniti a sferzate di girasoli che si piegavano sotto quella furia. Respirare mi era divenuto quasi impossibile.”. Sono immagini vivide, rese con lucidità, che si stampano nella mente del lettore, richiamando romanzi e film famosi. Viene in mente “Michele Strogoff” di Jules Verne, del 1876, portato al cinema da vari registi.

Inciampa in un soldato sovietico ferito gravemente, sta per ucciderlo, ma sente pietà per quella vita, e si ferma ad assisterlo fino alla sua morte. Ripreso il cammino, allo stremo delle forze, entra nel paese di Novohalitva: “Il fuoco stava divampando nelle isbe ed alle mie orecchie giunse il rumore di raffiche di armi automatiche e colpi di fucile accompagnati da latrati di cane.”. Poco distante c’è un’isba abitata da Vittor e Sonia, entrambi sui quarant’anni e senza figli, che Giovanni conosce per averli frequentati nei momenti in cui “ero libero dal servizio di guardia sulla linea del Don.”. Si propone di raggiungerla: “Se fossi riuscito a trovare l’isba di Vitia avrei potuto chiedere ospitalità e trovare un po’ di sollievo.”.

Vittor, che la moglie chiama ‘Vitia’, ha “la faccia quadrata e la pelle rugosa segnata dai disagi e dalla vita faticosa che svolgeva; aveva occhi celesti, capelli rossicci un po’ mossi, corporatura erculea ed era privo dell’arto inferiore sinistro.”, che aveva perduto quando lavorava in una miniera di carbone; “Sonia era invece bionda con i capelli lisci e riuniti dietro la schiena da una piccola coda; aveva il volto dai lineamenti gentili ma sempre malinconico ed era di corporatura minuta e fragile.”.

Giovanni ci fa conoscere due compagni russi con cui intrattiene rapporti di amicizia. Persone umili e buone: lui faceva il calzolaio “a scappa tempo” e curava un alveare; lei sbrigava le faccende di casa “e lavorava un po’ come sarta.”.

Accolto in casa, può rifocillarsi e ripartire all’alba del giorno successivo in direzione di un’altra località ucraina, Taly. La pelliccia bianca che indossa lo salva da alcune situazioni rischiose: viene scambiato per un russo e riesce a farla franca tra i passanti che lo salutano con “Hurrà Stalin!”. Lungo la strada incontra due soldati italiani allo sbando e con loro (ne incontrerà altri) continua il viaggio verso Taly: “Secondo il mio giudizio, il movimento dei sovietici in quella zona era limitato ad alcune staffette di carri che si spostavano velocemente da un villaggio all’altro informati dai civili, per controllare la zona dove sapevano essere presenti gruppi di soldati italiani che procedevano senza una meta precisa.”.

I tre ad un certo punto si trovano sul luogo dove è avvenuto lo sfondamento dei russi che ha provocato la disfatta del II Corpo d’Armata. Ci sono morti dappertutto: “avevo capito della disfatta e della orrenda sorte che era toccata agli uomini del mio battaglione ed ai miei amici.”. I sopravvissuti “si trascinavano dolorosamente verso una meta sconosciuta, straziati dal gelo, dalla fame e dalla stanchezza.”; “C’era chi al posto delle scarpe aveva pezzi di coperta per dare sollievo ai piedi congelati, chi con alcuni stracci cercava di alleviare il dolore alle mani, altri che tenevano mutande sporche avvolte attorno al collo a guisa di sciarpa ed altri ancora che avevano il capo ricoperto da brandelli di pastrano.”; “Alle orecchie arrivavano i lamenti, le imprecazioni e le bestemmie di coloro che seduti o sdraiati ai lati della pista, non potevano più proseguire da soli.”; “Alcuni soldati erano immobili come fossero addormentati e quelle erano le numerose vittime della morte bianca.”.

Vicino a Taly, vedono che la città è in fiamme e capiscono che i soldati italiani sono stati costretti alla ritirata sotto l’incalzare delle truppe russe. La colonna degli sbandati si arresta e decide di non proseguire. Lo fa invece il nostro protagonista, che conosce bene la zona e sa come muoversi. La prima cosa a cui pensa è di procurarsi del cibo nei magazzini a cui il II Corpo d’Armata, ritirandosi, ha dato fuoco. Vi incontra un caporale italiano, suo vecchio amico, e insieme, una volta riempiti gli zaini di cibo, si recano all’isba di Nikolaiev, un vecchio russo che Giovanni conosce bene, sperando di ricevere accoglienza. E infatti è così.

È un diario che ci fa assistere all’avventura di un singolo che passa indenne tra le minacce della guerra grazie al suo ardimento e alla sua prontezza di spirito. Si rimane incantati da questa sua abilità e dal suo decisionismo ogni volta che si trova davanti agli ostacoli. Un uomo senza paura, o, per lo meno, capace di superarla con una robusta forza di volontà.

Si passa alla data del 18 dicembre 1942.

I russi continuano a cannoneggiare Taly. I superstiti italiani cercano di resistere: “Un reparto di soldati italiani lasciato come ultima difesa della borgata, munito di armi automatiche e di una mitraglietta da venti centimetri che non assomigliava purtroppo a quelle russe perché esplodeva colpi più cupi e raffiche più lente, si impegnò in un’accanita battaglia contro gli assalitori.”. Poi inizia la ritirata: “La maggioranza dei soldati aveva deciso di viaggiare in gruppo, come le formiche, pensando di essere più protetti, mentre invece in quella maniera divenivano facili bersagli per i carri sovietici o prede per coloro che intendevano catturare prigionieri.”. Giovanni e l’amico caporale decidono di percorrere un sentiero secondario: “viaggiando da soli avremmo avuto maggiori possibilità di salvezza.”. Invece, sono intercettati dai partigiani russi che li tengono sotto il tiro delle loro armi, finché non riescono a fuggire. Il caporale sparisce alla sua vista ed ha l’impressione che sia stato colpito. Rimasto solo, riflette: “A quel punto, contrariamente a quello che avevo deciso in precedenza, e cioè di continuare la ritirata da solo in mezzo alla steppa, mi ritenni più sicuro fra la massa.”. Così prosegue il cammino insieme con gli altri superstiti: “il lungo serpentone si trascinava dolorosamente in avanti con sforzi sovrumani, per non cadere nelle mani dei sovietici.”. Chi soffriva di più “Erano quelli che avevano dovuto abbandonare le isbe seminudi, che gridavano vinti dalla morsa del freddo e che cercavano di rubare un pezzo di stoffa a chi stava loro accanto. Altri ancora avevano i piedi doloranti, non riuscivano a camminare o lo facevano con grandi sforzi, zoppicando. E poi i casi peggiori di quelli che ormai esausti, si dovevano fermare e che venivano urtati e calpestati dalla furia degli sbandati in ripiegamento.”. Viene resa con efficacia la lotta tra la vita e la morte, nonché l’assenza di pietà in coloro che cercano di sopravvivere: “I più disperati, vedendo che nessuno si piegava per soccorrerli, si avvinghiavano con le braccia ad una gamba o ad un braccio del primo che transitava loro vicino, ma erano scacciati con pugni e calci come cani randagi.”; “Qualcuno più generoso ed anche coraggioso provava a prendere un compagno sulle spalle, ma dopo pochi metri cadevano entrambi senza riuscire più a rialzarsi.”. Queste efficaci e precise descrizioni fanno tornare alla mente la ritirata delle truppe di Napoleone dalla Russia immortalate nel capolavoro di Sergej Bondarchuk: “Waterloo”, del 1970, e anche il film “Italiani brava gente”, di Giuseppe De Santis (con la bella interpretazione di Raffaele Pisu, nei panni del soldato protagonista Libero), del 1964, in bianco e nero, ambientato proprio nei luoghi della Seconda guerra mondiale con quei campi di girasoli e la battaglia del Don, e la conseguente tragica ritirata, narrati in questo diario.

In aggiunta, subiscono un mitragliamento da un aereo nemico: “Uomini sventrati giacevano a terra ed arrossavano di sangue la neve, ma peggio era per quelli rimasti soltanto feriti che chiedevano aiuto.”. Ma nessuno aveva forze sufficiente per aiutarli: “Solo qualcuno che doveva dire addio ad un amico colpito, provava a farlo, ma per pochi attimi e per dire due parole di conforto e dare un saluto al moribondo.”; “Tutti gli uomini che erano stati feriti dalle mitragliatrici dell’aereo, subirono la stessa sorte, piangenti e doloranti rimasero nella neve, mentre la colonna continuava stancamente ad avanzare.”.

È una fase della ritirata resa con asciuttezza, che fa di Giovanni Grandi un valente narratore.

La meta dei superstiti è la cittadina di Kantemirovka, “situata sulla sponda di una palude”. Sono assaliti da impetuose raffiche di vento che spazzano via la neve, “sferzando le facce dei superstiti già ricoperte da lunghi ghiaccioli che torturavano gli zigomi, la fronte ed il mento.”: “La temperatura si aggirava intorno ai trenta gradi sotto zero.”. È anche questa una zona che Giovanni conosce bene, e dunque, raggiuntala, si dirige da solo verso un’isba dove abita Taisa, una ragazza che lo aveva accolto per qualche tempo insieme con altri suoi compagni. Quando la vede, lei gli sorride, ma a Giovanni appare anche un’altra ragazza “alta ed elegante”, Martova: “Il suo capo era ricoperto da un colbacco di pelliccia bianca con due lunghe falde ai lati che ricadevano sul petto a guisa di trecce e terminanti con due zampette unghiate. Il suo corpo era ricoperto da un pesante pastrano di colore scuro e sul quale spiccava un candido scialle che le scendeva dietro le spalle.”. La ragazza gli si avvicina, lo bacia e se ne va. Si conoscono? Non sa spiegarselo. Poi si dirige da Taisa e si abbracciano intensamente.

L’autore del diario ci descrive anche le isbe dell’Ucraina: “Le isbe del Kolkoz non avevano un basamento, ma i pavimenti erano a livello del terreno e consistevano in semplici lastre di pietra poggiate sulla terra. In alcune, abitate da famiglie molto povere, non c’erano neppure i lastroni, ma soltanto la terra.

I pavimenti con fondo terroso, andavano resi più facilmente praticabili e meno sporchi. Le donne ucraine scioglievano escrementi di vacca in acqua e li spalmavano poi per terra, dove si formava una crosta liscia ed abbastanza resistente.

Anche l’isba di Taisa aveva quest’ultimo tipo di pavimento e mi occorse molto tempo prima di riuscire a sopportare odori non gradevoli.

Quelle abitazioni, se durante le ore del pomeriggio apparivano nitide, con i loro tetti ricoperti di neve e con i comignoli fumanti, nella penombra della sera che stava per cedere poi il passo alle tenebre, andavano a poco a poco scolorandosi.”.

Nella cittadina i russi non sono ancora arrivati e si trovano insediate postazioni tedesche.

Assistendo alla festa di Martova, attorniata da altre ragazze russe, Giovanni si rende conto che la guerra che stava facendo era una guerra di aggressione contro un popolo che niente aveva fatto per scatenarla: “Dopo il canto delle ragazze russe capii tante cose, perché mi trovai improvvisamente sbattuta in faccia la cruda realtà.”. Di fronte al vecchio padre di Martova, che si mostra gentile con lui, invece di considerarlo un nemico, poiché, gli dice, avvertiva in ogni persona il suo prossimo e “avvertiva forte il bisogno di aiutarla e di soccorrerla”, Giovanni si sente smarrito: “Rimasi sconcertato dopo la risposta di quel vecchio e provai un senso di vergogna nei confronti di me stesso e di odio verso coloro che mi avevano mandato a combattere quella guerra.”.

Sappiamo da questa raccolta che Giovanni non fu il solo a provare un tale sentimento.

Il diario segna ora la data del 19 dicembre 1942.

Mentre sta dormendo, si ha l’irruzione di quattro carri armati sovietici nella cittadina di Kantemirovka, dove si trovano ancora tanti soldati italiani sbandati: “I carri spostarono il fuoco sul viadotto della palude, che colpito in pieno da più proiettili, si spezzò, si accartocciò su sé stesso e cadde nell’acqua ghiacciata sottostante trascinando con sé il carico di mezzi e di vite umane.”. Inoltre, alcuni prigionieri russi, approfittando della distrazione delle sentinelle italiane e dell’arrivo dei compatrioti, si impadronirono delle armi e, unitosi a loro un gruppo di partigiani, “strinsero fra due fuochi gli sbandati e incendiarono l’ospedale italiano.”.

Il diario finisce qui, con la partenza di Giovanni verso un’altra cittadina, Bucaievka. Ci lascia, però, il malinconico e bel ricordo dell’addio alla sua ragazza russa, Taisa: “Mi augurò di sposare una donna italiana in grado di amarmi quanto mi aveva amato lei e mi disse di tenere memoria di quel 19 dicembre 1942 a Kantemirovka quando stavo dicendo addio ad una ragazza figlia di una gelida terra lontana.”.

L’esperienza di Giovanni ci ha lasciato più di un’emozione, grazie anche ad una scrittura pulita e ad una lucida ricostruzione.

Ora è il turno dell’altro diario scritto da Elio Carli, appartenente alla Divisione Cuneense, 4° Reggimento Artiglieria da montagna, Gruppo Pinerolo.

È il 16 marzo 1940 quando il giovane, che ha “solo venti anni e tre mesi” riceve la cartolina militare e va a Cuneo da dove, dopo tre mesi di addestramento, è inviato “esattamente a Mont Maurin in val Varaide sulla linea di difesa Maginot.”. Ha “l’incarico di artificiere”; “La batteria era composta di quattro pezzi e ad ognuno operavano otto persone: sei serventi più il caporal maggiore comandante del pezzo e naturalmente il capitano comandante di batteria.”.

Siamo, dunque, sul confine francese, e sappiamo che la Francia è già in ginocchio a causa dello sfondamento su tutta la linea operato dalle forze tedesche. L’Italia si è unita alla Germania per sfruttare anche a suo vantaggio l’esito della guerra che sembra volgere a favore dei nazisti. La Francia non dimenticherà mai quello che ha sempre giudicato un colpo a tradimento dato dal nostro Paese ad una Nazione già morente.

Ciò nonostante, la Francia cerca di resistere: “Due uomini della seconda batteria furono colpiti dal fuoco nemico che causò loro gravi ferite. Dopo aver perso parecchio sangue, senza che nessuno potesse far loro niente, morirono fra i lamenti.”.

Sul fronte francese resta solo tre giorni; il quarto gli italiani vengono rimpiazzati dai tedeschi: “Secondo le voci il nostro esercito si era trovato in difficoltà contro quello francese, meglio armato ed attrezzato ed i tedeschi non si fidavano più di noi.”.

A novembre 1940 è inviato in Albania. Giunto a Bari si imbarca per Valona. È la notte di Natale. Vede il mare per la prima volta: soffrivo da morire il mal di mare e vomitai tutto il poco cibo che mi era stato dato per cena.”. Una nave inglese lancia un siluro che è evitato grazie ad una manovra spericolata del comandante; ma il secondo siluro colpisce la seconda nave del convoglio italiano e la manda in fiamme: “Rimasi impressionato nel vedere le fiamme alzarsi verso il cielo scuro precedute da un’enorme colonna di fumo. Provai brividi dietro la schiena nel pensare ai poveri miei compagni che avevano sicuramente fatto una brutta fine ed al grave pericolo che avevo corso.”. Troveremo nel romanzo di Roberto Andreuccetti “L’ombra della gora” il racconto visto da chi si trovò a bordo della nave colpita. Ritroviamo anche il freddo e la neve. Siamo sulle montagne, ai confini con la Grecia: “La vita in quelle montagne innevate fra la Grecia e l’Albania era molto dura e vinto dalla fame, dal freddo e dalla paura fui preda della disperazione.”; “Ogni mattina assistevo a scene di miei compagni che non riuscivano più a camminare perché avevano i piedi congelati: venivano visitati e rispediti velocemente a casa.”. Per poter tornare a casa arriva a compiere il tentativo di farsi congelare i piedi dal freddo, senza però, con suo dispiacere, riuscirci: “Rimasi per più di sei ore al freddo con i piedi in mezzo alla neve e per aumentare le possibilità di congelamento legai stretti alle caviglie i lacci degli scarponi perché non circolasse il sangue.”.

È abbastanza fortunato, perché arriva l’ordine che insieme coi compagni dovrà tornare a Cuneo “che raggiunsi alla metà di giugno e dove rimasi fino all’inizio inverno del 1941.”, quando è inviato sul fronte della Carnia a combattere i partigiani titini: “Un giorno subimmo un bombardamento proprio dopo aver ascoltato la Messa; avevamo appena lasciato il pianoro dove ci eravamo radunati, quando due proiettili di artiglieria caddero in quel punto formando due grossi crateri.”. L’ha scampata per miracolo. Lascia anche la Carnia ed è mandato in Russia. Siamo alla “fine di giugno del 1942”. Lungo il viaggio in treno passa anche da Berlino: “mi sembrò molto bella, con le sue larghe vie, con i suoi grandi palazzi, con un traffico enorme di uomini e di merci e con numerose fabbriche.”. Scendono dal treno “perché le ferrovie russe avevano uno scartamento diverso da quelle del resto d’Europa.” e continuano a piedi con lunghe ed estenuanti marce: “Facevamo due soste al giorno per consumare un misero pasto: un po’ di carne in scatola, due o tre biscotti ed una piccola pagnotta di pane.”, “dovendo percorrere a volte anche ottanta chilometri in una giornata”; “Passavamo la notte nelle case abbandonate dalle famiglie russe che avevano dovuto sfollare.”. Allorché arriva sul fronte del Don, “Era la metà di agosto e da quando eravamo scesi dal treno avevamo percorso circa settecento chilometri a piedi.”.

Siamo arrivati al cuore della guerra in Ucraina combattuta ferocemente e causa di una moltitudine di morti e feriti, e di devastazioni di villaggi, paesi e città: “Al di là del fiume, che dal punto dove avevamo sistemato il nostro campo era largo circa quattrocento metri, sapevamo che c’erano i russi, i nostri nemici.”; “Cominciammo subito a scavare per costruire bunker e trincee ed ogni squadra ebbe l’incarico di piazzare la propria bocca da fuoco.”. Si avvicina il terribile dicembre 1942; i russi stanno forzando le linee nemiche; gli alleati dei nazifascisti, i rumeni e gli ungheresi, abbandonano il fronte e iniziano una ritirata. Anche per gli italiani “Arrivò finalmente l’ordine di ripiegare.”; “Ad intervalli regolari incontravamo pattuglie russe e si accendevano brevi scaramucce.”.

Come abbiamo visto che succedeva a Giovanni Grandi, anche Elio e i suoi compagni trovano rifugio presso isbe abitate da donne, essendo gli uomini impegnati nella guerra, e sono “accolti con cortesia.”: “Molti di noi devono la sopravvivenza proprio alle donne russe.”. Rimane ferito: “Una scheggia andò a conficcarsi nella mia mano sinistra fra il dito mignolo e l’anulare. Era una piccola ferita, ma fui costretto ad estrarre la scheggia con i denti perché non avrei potuto farlo con l’altra mano che stringeva il fucile e che era semicongelata.”. Subito dopo è colpito da un altro proiettile: “questa volta alla gamba ed aperse un grosso squarcio sopra la caviglia.”. È una brutta ferita “ed anche se non provavo grande dolore perché avevo i piedi resi quasi insensibili dal freddo, perdevo molto sangue.”. La colonna di sbandati in cui si trova procede con lentezza, paurosa di altre incursioni delle truppe nemiche. La sua ferita sta migliorando, dopo che è stata medicata da un soldato appartenente al corpo della sanità. Ma ad un certo punto, vinto da ogni specie di sofferenza: “Persi conoscenza di colpo e caddi in mezzo alla neve.”. Nessuno si occupa di lui e quando si risveglia si ritrova solo, e si accorge che “soldati russi erano passati di lì, ma che molto probabilmente mi avevano creduto morto.”. Ritrova la colonna degli sbandati e continua con loro la ritirata. I russi incalzano: “un certo Mariotti di Genova, cercava di raggiungerci nel nostri rifugio, ma proprio mentre stava per spiccare il volo ed infilarsi nel fossato, fu centrato in pieno da un colpo di mortaio.”; “Quel poveretto fu letteralmente frantumato e ridotto in briciole e parecchi brandelli della sua carne assieme a pezzi di stoffa, mi piombarono addosso.”; “Tale fu l’orrore che provai, che anche se sono passati oltre sessant’anni da quell’episodio, ogni tanto la notte lo rivedo in sogno.”. Si trova insieme ad altri due amici, “l’artigliere Pinocci di Gallicano ed il sergente di fureria Delfo Pelletti.”. Sentono uno sparo e scoprono che, forse per non cadere prigioniero in mano del nemico, “Il nostro vicecomandante di batteria si era suicidato.”.

Infine, sono fatti prigionieri dai russi e incolonnati con altri prigionieri in marcia a piedi verso una località ancora sconosciuta: “Ogni tanto giungeva alle nostre orecchie uno sparo; era il pietoso colpo di grazia arrivato per un nostro compagno che era ormai ridotto all’estremo.”; Per le sentinelle russe nessuno doveva uscire dalla colonna; chiunque l’avesse fatto riceveva una scarica di piombo. Anche se avevamo necessità di urinare dovevamo farlo camminando.”. Il lettore si accorgerà che questa testimonianza mostra una crudeltà non dissimile da quella nazista e contrasta con un altro diario (quello di Aldo Luciani) dove si compara la crudeltà nazista a quella russa e si considera quest’ultima più umana. Probabilmente si tratta di occasioni diverse vissute dai nostri testimoni.

Sono rinchiusi in una grande baracca divisa in stanze: “Dopo tre giorni, dei dieci che eravamo nella mia fredda stanza, rimanemmo soltanto in tre.”; “Quando arrivavano i soldati a portarci il pasto, che era dato da una fetta di pane duro e da un pezzo di pesce secco, impossibili da masticare, portavano via coloro che erano ormai in agonia.”.

I due compagni che sono con lui nella stanza muoiono per gli stenti: “Uno lo conoscevo perché era di Bolognana e non appena rientrato in Italia denunciai la sua morte alla famiglia.”.

Il piede ferito è nel frattempo peggiorato: “Rimasi in quella stanza e in quelle condizioni, fino alla metà di febbraio del 1943.”, quando, insieme con tanti altri, è caricato su di un treno per un lungo viaggio verso la Siberia: “La gavetta su quel treno serviva per usi diversi; oltre che per mangiare e per bere, anche per farci i nostri bisogni e poi appena potevamo scendevamo dal treno ed andavamo a lavarla nella neve.”. Ad ogni stazione trovano soldati russi che chiedono se nel vagone ci sono morti da prelevare e porgono cibo costituito da “pane duro e da un pesce congelato che dovevamo dividerci.”; “la ferita, dopo l’operazione che avevo fatto, mi sembrava andasse meglio e poi la disinfettavo orinandoci sopra.”. Era intervenuto sulla ferita, raschiando con un temperino la parte andata in cancrena.

Giunto in Siberia è assegnato ad una baracca e riceve l’incarico di pelare patate, “prendere acqua alla pompa e pulire le pentole.”.

Anche per Elio, la fame è il tormento più doloroso. Qualche tentativo di procurarsi da mangiare con espedienti, è vanificato dal personale di servizio. Riesce a fare solo questo: “Prima di lavare le marmitte, raschiavo con un mestolo di legno tutto il residuo di cibo possibile e lo mettevo nella mia gavetta. Alla sera quando nessuno mi vedeva, consumavo quel piccolo ma utile supplemento di pranzo.”. Arriverà a cuocere e a mangiare anche i topi catturati con una trappola costruita con le sue mani.

Due medici tedeschi prigionieri notano la sua ferita, si accorgono che devono risanarla dalla cancrena, e lo operano: “Ripensando negli anni avvenire a quell’episodio non ho potuto non serbare riconoscenza a quei due ufficiali medici tedeschi che con i loro interventi avevano evitato alla mia ferita di incancrenirsi e mi avevano salvato la vita. Ripensai anche alle molte atrocità compiute da loro colleghi in Italia ed in Europa, ma molto probabilmente in mezzo a tanti demoni c’è qualche angelo e nel mio caso mi era stato mandato dal cielo.”.

Scampa anche al tifo: “Rimasi per circa una settimana con la febbre alta e senza mangiare, ricevevo soltanto l’aiuto di Attilio Pinocci, il mio compagno di Gallicano.”. Poi si ammala anche Pinocci ed è lui ad aiutarlo: “Gli bagnavo ogni tanto la fronte, gli davo da bere qualche goccia d’acqua e gli cedetti per qualche notte anche il mio telo perché non avesse freddo.”. Pinocci se la caverà. Però: “In quei terribili giorni vidi morire tanti prigionieri.”.

Nella baracca resta fino al marzo del 1944 quando è trasferito altrove: “L’ambiente mi sembrò subito desolante e rimpiansi il lazzaretto che mi aveva ospitato per oltre un anno.”; “Il lavoro degli ospiti di quel campo consisteva nell’abbattimento di piante di abete e di betulla, per mezzo di grossi segoni.”. Trascorre “il freddissimo inverno 1944 – 1945.”; “La temperatura era sempre sui cinquanta sotto zero e la neve era la incontrastata regina di quelle lande sperdute.”. A causa della rigida temperatura: “Ce ne stavamo quasi sempre al chiuso, ed uscivamo soltanto per effettuare i servizi esterni come quelli di pulizia e di smaltimento, ma anche dell’opera pietosa del seppellimento dei morti in una fossa comune.”.

In tutti i diari di guerra, il lettore avrà potuto notare che la morte e la fame sono sempre presenti; convivono con essi rinfocolando sofferenze e inquietudini: “avevamo l’impressione di non appartenere più a questo mondo.”; “Mi sentivo sempre più stanco ed avvertivo che le mie forze andavano giorno dopo giorno calando, come una candela che sta esaurendo la cera.”. Quando contrae la pleurite, è condotto in un locale dove si trovano già una decina di malati: “Non ricevemmo alcuna cura, ma gli infermieri aspettavano soltanto la nostra morte.”. Lui e un altro riescono a salvarsi; “gli altri erano stati portati via stesi sopra delle coperte perché erano morti.”. Poi anche il compagno muore. Sembra che la morte ormai stia per ghermirlo: “Ero in attesa della fine, ma anche questa volta, non so per quale grazia divina, non arrivò.”.

È un diario che ha un costante appuntamento con la morte, e questo sembra emergere come tema assai significativo per sottolineare una delle conseguenze più nefaste, tanto psicologiche che materiali, della guerra: di ogni guerra.

Siamo arrivati all’estate del 1945: “La mia patria, il mio paese, la mia famiglia mi apparivano visioni lontane sfumate dalla nebbia.”; “Se è vero che il dolore fisico è sofferenza il dolore dell’anima è ancora peggiore, perché non c’è palliativo che possa alleviarlo.”; “L’estate andava morendo ed eravamo in attesa di un nuovo inverno; parlavo ogni tanto con il mio amico Pinocci ed insieme formulammo la triste previsione che quell’inverno, come era successo con tanti nostri compagni avrebbe decretato anche la nostra fine.”.

Arriva finalmente il tempo in cui le sentinelle russe cominciano a dire ai prigionieri: “Gli italiani bravi presto andranno a casa.”.

Il 7 ottobre 1945 è “il giorno più bello della mia vita.”, “quando lasciai lo squallido campo che per due anni e mezzo mi aveva ospitato, quando oltrepassai con le lacrime agli occhi la sua barriera di filo spinato, quando fui accompagnato ad una stazione dove un treno passeggeri stava aspettando.”. Ha l’occasione per fare una riflessione: “Ripensavo anche al popolo russo, che nonostante fossimo stati degli invasori non ci aveva trattato come tali; ripensavo ai soldati che fino a poco tempo prima chiamavo nemici, ma che ora ai miei occhi nemici non apparivano più.

Pure durante la prigionia il personale dei campi dove ero stato internato, non mi aveva trattato male, e mi aveva dato quello che poteva.

Mi sembrava strano ma i soli maltrattamenti che avevo ricevuto mi erano stati inferti da italiani.”.

Lungo il viaggio incontra un amico di Calavorno, Fernando Paladini; si abbracciano felici di averla scampata. Giungono in Austria dopo un mese di viaggio con soste alle stazioni dove ricevono del cibo, il “solito miglio ed il pesce secco.”.

In Austria trovano ad accoglierli gli americani, che li fanno scendere e li portano in una grande sala dove sono rifocillati con tanto mai di quel cibo che alcuni si sentono male, come anche il nostro Elio: “Anch’io che avevo ingurgitato troppo, fui colpito da vomito e dissenteria.”. Giungono al Brennero e dunque in Italia. Li accolgono inni patriottici e tanta gente festante: “sulle pensiline c’era gente festante, ma io ed i miei compagni non riuscimmo a vedere niente, perché i nostri occhi erano colmi di lacrime. Piangemmo tanto, tutti e la nostra fu come una liberazione.”. Mentre gli amici Pinocci e Paladini tornano a casa, Elio, a causa della gamba ancora dolorante, è ricoverato all’ospedale militare di Merano. E poi in un’altra struttura dove rimarrà fino al febbraio 1946. Riceve la visita inattesa del fratello, che ritornerà poi per ricondurlo a casa, a Vallico Sotto. È il 22 febbraio 1946: “Dopo cinque anni, dieci mesi e ventisei giorni, potevo rituffarmi nella mia terra e ritrovare il calore della mia famiglia.”.


Letto 192 volte.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart