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CINEMA: I MAESTRI: 20 marzo 1968: È morto Theodor Dreyer, la voce più alta del cinema

30 Maggio 2008

di Giovanni Grazzini
[da “Il Corriere della Sera”, giovedì 21 marzo 1968]

Copenhagen 20 marzo, notte.
Il regista danese Carl Theodor Dreyer è morto ieri sera in un ospedale di Copenhagen. Aveva settantanove anni.

Si spenge, con Dreyer, la vo­ce incontestabilmente più al­ta del cinema. Quella che me­glio d’ogni altra giustifica l’ambizione del cinema di sposare lo spettacolo all’arte. Si ferma la mano d’un poeta che esprime, con l’immagine, il nodo tragico del Novecento: la lotta della coscienza, lo spazio del­la vita morale in un mondo che sembra tendere soltanto al benessere, a scrollarsi di dos­so la presenza del sacro. Bloc­cata dalla morte, l’opera di Dreyer serba il sigillo dei pro­feti, degli stregoni e dei me­dici dell’anima. Perché in lui c’è l’uno e l’altro: la severa mi­naccia di chi annuncia l’occhio di Dio, il fosco ricordo del sor­tilegio, la paziente speranza del taumaturgo laico che vuole aiutare l’umanità a guarire dal pessimismo. Non già prescrivendo la ricetta d’un nuovo misticismo, bensì prospettando­le le ragioni d’una condizione drammatica, inerente alla stes­sa natura dell’uomo, che nel­l’epoca nostra ha raggiunto una tensione angosciosa.
Le grandi inquietudini del secolo sono sublimate, con l’o­pera di Dreyer, nella contem­plazione di un conflitto fra Bene e Male che, disceso dal­le regioni metafisiche nel cuo­re dell’uomo, è insolubile fin­ché l’individuo, peccando di superbia razionale, pretende di aver cancellato il mistero, la nozione della grazia, il valore sacro della sofferenza. Quan­do invece, dice Dreyer, per do­minare il destino bisogna ac­cettarlo, con tutto il suo peso di arcana ferocia, sforzandosi tuttavia di conoscere le molle segrete che lo determinano, mosse dai gorghi del sangue e dalle tempeste dell’anima. Dun­que, dobbiamo scavare gli abis­si del sentimento, penetrarne le ragioni più lontane e, forse, eterne: «attingere alle segrete radici del subconscio per fissare   intuitivamente   la   verità poetica del presente».
E’ per la forza visuale di quest’opera di scandaglio, condotta con una coerenza sinora unica nella storia del cinema, e con esiti artistici che ripa­gano il Novecento di molte av­venture psicanalitiche, che Dreyer merita il titolo di mae­stro. Di robusti richiami al valore del trascendente, o sem­plicemente ai frutti dell’intro­spezione, il nostro tempo non è avaro. Ma fra tutti coloro che li hanno pronunciati con la macchina da presa Dreyer è l’unico a evitare che perda­no di profondità e di durata rispetto all’azione o alla pagi­na scritta. Il suo merito gran­dissimo sta appunto nel risol­vere i temi della problematica morale in motivi plastici, nell’universalizzarli affidandoli al­l’eloquenza cosmopolita dell’im­magine, nel renderli incisivi e concreti con un’operazione sti­listica che rafforza il contenu­to spirituale d’una realtà ra­refatta.
La vita di Dreyer è la storia di una vocazione, di una passio­ne tanto più nobile quanto più si è sviluppata negli anni in cui il cinema si è degradato a fa­stosa mercé di consumo. Nato il 3 febbraio 1889 da madre svedese e padre danese, Carl Theodor Dreyer, rimasto orfa­no, fu educato a Copenaghen in una rigida atmosfera luterana. Autodidatta, fece vari mestieri, finché nel 1912 entrò nel mondo del cinema, come sceneggiatore d’un romanzo popolare, La fi­glia del birraio. Fu l’inizio di una carriera che soltanto nel 1919, dopo altre sceneggiature per la « Nordisk Films », lo avrebbe portato alla regìa con II Presidente: un caso di co­scienza narrato in modi melo­drammatici, ma in cui Dreyer già mostrò di avere assorbito da Griffith quell’uso dei «primi piani» che sarebbe stato uno dei contrassegni del suo stile.
Seguirono, fra il ’20 e il ’21, i Fogli del libro di Satana (quat­tro episodi sul Male attraverso i secoli) e II quarto matrimonio della signora Margherita, ispi­rato a una farsa del ‘600; nel ’22, Amarsi l’un l’altro e C’era una volta, nel ’24, Mikael (« De­siderio del cuore »); nel 1925, L‘angelo del focolare – il primo successo internazionale – e La fidanzata di Glomsdal. Tutti film che pur riecheggiando Sjöstrom, Stiller, Grifflth, il Kammerspiel, venivano delineando la fisionomia personalissima di un autore attento a combinare elementi realistici e fantastici, il disegno psicologico e la pittura d’ambiente, via via impegnato a liberarsi d’ogni residuo natura­listico.
Virtù che trionfarono, nel ’28, nella Passione di Giovanna d’Arco, uno dei pochi capolavo­ri assoluti della storia del cine­ma e della cultura figurativa del Novecento: dove il processo della Pulzella fu rievocato, sulla base dei verbali degl’epoca, e anche grazie alla potenza espres­siva della Falconetti, con stupendo vigore drammatico, su uno sfondo scenografico di nuda purezza.
Venuta l’età del sonoro, sem­brò che Dreyer non sapesse adattarsi. Infatti Vampyr, del ’32, un thriller fantastico gre­mito di incubi macabri e grotte­schi, ebbe scarso successo, e il regista dovette tornare al gior­nalismo. Ma rivenne a cantare la gloria del cinema nel ’43, con Dies irae, una leggenda nordica del ‘600 in cui Dreyer, raggiunta la piena maturità artistica, si servì dell’acutissima analisi psicologica e della limpida messin­scena per condannare l’intolle­ranza e la superstizione, e per affrontare il problema della li­bertà e della presenza di Dio: i motivi-guida di tutta l’opera sua.
Dopo un altro scacco com­merciale, Due creature (‘45), e alcuni documentari, Dreyer fir­mò nel ‘55 il famosissimo Ordet («La parola»), premiato a Ve­nezia: una sconcertante, mira­bile celebrazione della fede nel soprannaturale, dove la religio­ne e le teorie einsteiniane si danno la mano in una prospet­tiva formale che spoglia la real­tà d’ogni valore caduco. Fatte accoglienze contrastanti a Gertrud (‘64), il mondo del cinema era in attesa del film su Gesù, il massimo sogno di Dreyer, pro­gettato fin dal 1931, e per il quale ora soltanto aveva ottenuto i finanziamenti.
Non lo vedremo, e nessuno saprà cosa avremo perduto. Ma quanto ci resta di Dreyer basta al cinema mondiale, alla storia della cultura, al gusto e alla sensibilità, per collocare questo uomo solitario e pudico che vi­veva facendo il direttore d’un cinema di Copenaghen, questo nordico in cui rivissero motivi dell’arte fiamminga, la fantasia di Andersen e i turbamenti di Kierkegaard, fra i massimi te­stimoni del nostro vivere diffi­cile.
Un inadeguato necrologio non rende giustizia a Dreyer, il clas­sico dello schermo che è stato per mezzo secolo la risposta dell’Europa a Hollywood. E’ l’emo­zione profonda di cui tuttora ci arricchisce il suo lavoro, l’espressività dei volti, la tensione dei rapporti spaziali, il ritmo, la lu­ce, la misura del gesto a consa­crarne la grandezza e il rim­pianto.


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Bart