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CINEMA: I MAESTRI: “Grandi Manovre”

1 Agosto 2009

di Filippo Sacchi
[da ‚Äúal cinema col lapis‚ÄĚ, Mondadori, 1958]¬†

Quei teneri colori che ancora infreddoliti sotto gli inclementi equinozi, le primavere non riescono pi√Ļ a versare nei glicini e nei rododendri, ce li port√≤ l’anno scorso per primo Ren√© Clair nei va¬≠ghissimi, incantevoli pastelli delle sue Grandi manovre. Dalla im¬≠magine d’apertura, la strada deserta di una intatta cittadina set¬≠tecentesca della provincia francese nella nitida luce del primo mattino, a quella di chiusura, la partenza del reggimento di dra¬≠goni che nelle loro festose uniformi sfilano caracollando per la citt√† trascinandosi dietro una scia di ondeggianti criniere e di sguardi innamorati, il film √® come una galleria di quadri, un ma¬≠gico album del tempo che fu. Ancora una volta √® chiaro quello che si vide quando nel Fiume Jean Renoir affront√≤ il colore: che il grande regista √® sempre pi√Ļ forte del mezzo meccanico, e riesce a imporgli la sua visione e la sua volont√†. Cos√¨ Ren√© Clair in Grandi manovre. Si direbbe che, docilmente, obbiettivi emulsioni pellicole si sensibilizzino anche questa volta per soddisfare le esi¬≠genze della sua retina, per dare al mondo le tinte della sua fantasia.
Naturalmente Ren√© Clair non ha fatto un film soltanto per mo¬≠strarci graziosi quadretti di genere, ma per raccontarci una storia. Storia d’amore e di costumi provinciali del principio di secolo, con un po’ della vena posciadesca dei nonni, e l’ombra di malinconia che serbano nel ricordo gli incontri mancati e gli amori non com¬≠piuti. In seguito a una scommessa di mensa, Armando tenentino dei dragoni che spazza tutti i cuori della guarnigione si impegna con gli amici di ridurre al suo piacere, entro i ventisei giorni che mancano alla partenza per le grandi manovre, una signora che ver¬≠r√† estratta a sorte. Il capriccio del caso, deliziosamente manovrato nel film da un seguito di contrattempi, cade sopra una donna bel¬≠la, gentile, e appena dolcemente fan√©e, una parigina da poco arri¬≠vata nella citt√† a dirigere un negozio di mode, e che un tempera¬≠mento serio e appassionato, reso sensibile da prove e delusioni, fa molto diversa dalle altre dame e damigelle della citt√†, abituale pre¬≠da dei baldi dragoni.
Qui comincia il gioco dell’amore e del caso. A mano a mano ero preso nel ridente indovinello, mi chiedevo: ma che √® questo? Dove ho sentito queste maliziose schermaglie, respirato quest’aria impertinente e romantica? Una scommessa sulla virt√Ļ di una don¬≠na; il tranello galante ordito freddamente senza nessuna parteci¬≠pazione del cuore; lo spensierato dongiovanni che preso nelle sue stesse reti cade innamorato di colei che intendeva ingannare… ma perbacco, ci siamo, √® De Musset: Il ne faut jurer de rien. Non bi¬≠sogna mai giurare niente in amore. E come dice il Valentino della commedia, quando alla fine cade ai piedi della candida e irresisti¬≠bile Cecilia:¬†¬† ¬ę La cosa pi√Ļ ragionevole del mondo √® sragionare d’amore ¬Ľ.
Quello che in Grandi manovre cambia tutto e a poco a poco tra¬≠sformer√† l’elegante avventura in doloroso conflitto, portandolo da ultimo non gi√† ai lieti nodi d’Imene ma alla straziante tristezza dell’addio, √® che la donna, Maria Luisa, si rifiuta di sragionare. Dapprima resiste, anche un po’ per lealt√† verso un corteggiatore a cui non ha detto di s√¨, ma non ha neppure detto di no. Per√≤ √® vinta, e una sera, nel vortice di un valzer, non riesce a nasconder¬≠lo. Pure qualcosa le impedisce di abbandonarsi a questo amore. Ogni giorno, nel piccolo mondo cittadino, voci, sussurri, ambigue risate le riportano le passate prodezze di Armando. Egli non se ne fa pi√Ļ nulla della sua stupida bravata e della scommessa. Perch√© ama finalmente di un amore vero. Tremante, umiliato balbetta ora a lei quelle parole di passione, tante volte sospirate con fatuo ci¬≠nismo. Purtroppo le parole di prima non sono morte,¬† circolano ormai attaccate alla sua leggenda di piccolo seduttore, si mettono contro di lui. Egli giura a Maria Luisa che √® diventato un altro uomo. Questo contrappunto amoroso √® condotto da Clair con una suprema finezza. Sua √® sempre stata l’arte di intrecciare sentimento a ironia, ma mai era arrivato ad osare quello che osa qui: di tocca¬≠re, attraverso la farsa, le corde di una ardente emozione. E vero che da capo a fondo. Mich√®le Morgan risponde meravigliosamen¬≠te alle sollecitazioni della parte: per esempio la sequenza dopo il duello, quando si accorge che Felice √® in chiesa, e subito pensando Armando ferito, immemore di riguardi e convenienze, si precipita a casa di lui. E quegli ultimi stupendi primi piani nei quali Clair cava tutto ci√≤ che si pu√≤ cavare di fiero, struggente e patetico dal volto di una donna disperatamente innamorata e disperatamente decisa a cancellare il suo amore.
Perch√© alla fine accade l’inevitabile: la donna viene a sapere della oltraggiosa scommessa. Questo √® il colpo di grazia. E adesso ripensate bene agli occhi di Maria Luisa quando, ritta dietro al finestrino della carrozza, fissa Armando, Armando supplice e bal¬≠bettante, mentre, dalla porta della taverna dove si √® tenuto il cini¬≠co festino, arriva l’insultante schiamazzo degli ufficiali avvinazzati. Cosa c’era nella luce di quelle due pupille sbarrate? C’era un ferale riflesso: un pensiero di morte. Nel film, come Ren√© Clair lo aveva concepito e girato, Maria Luisa va a casa e si asfissia. Quando alla fine si vede la cameriera spalancare la finestra, mentre nella strada al suono allegro delle fanfare sfila il reggimento che lascia la citt√†, √® per soccorrere la padrona, riversa oramai nel sonno della morte. Ma quella finestra aperta √® scorta anche da Armando, che cavalca alla testa del plotone, e per un sinistro equivoco egli lo interpreta come un segno, come una cauta, blanda, futura promessa di per¬≠dono: e questa era l’ultima struggente vibrazione patetica del film. Poi il finale parve ai produttori troppo tragico, forse troppo in contrasto con la galante cornice ottocentesca, e insistettero perch√© Clair lo modificasse. Credevano, i poverini, di farla franca e in¬≠vece non si sono accorti che quei terribili primi piani di Mich√®le Morgan sarebbero rimasti ancora l√† ad accusarli e a denunciare la loro artistica vigliaccheria.
Non mi si creda incontentabile se dico che G√©rard Philippe mi ha disilluso. L’ho trovato per la prima volta monotono. E, sia det¬≠to di passaggio, nuoce questa volta all’aureola del personaggio sco¬≠prire che, in calzoni da cavallo, egli non mostra di possedere le gambe perfette che noi, maschi di tutte le latitudini, tante volte costretti a subire svantaggiosamente il suo confronto, avevamo il diritto di esigere da lui…


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Bart