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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

11 Settembre 2010

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Il rifugio

Le refuge
François Ozon, 2009
Fotografia Mathias Raaflaub
Isabelle Carré, Louis-Ronan Choisy, Pierre Louis Calixte, Melvil Paopaud, Claire Vernet, Jean-Pierre Andréani, Jérôme Kircher, Nicolas Moreau, Marie Rivère, Emile Berling, Maurice Antoni.
Torino 2009, Festa mobile.

«Colui che perde la vita un giorno la ritroverà». Le parole sacerdotali al funerale di Louis/Poupaud, morto per overdose, ci dicono subito che siamo nell’ambito della fede cristiano/cattolica, vissuta con spirito contemporaneo. Ozon, dopo l’invenzione visionaria, provocatoria e mal riuscita, del neonato vero che vola con le ali finte (Ricky – Una storia d’amore e libertà, 2008), esce dalla metafora simbolica e rientra in sé, a trattare tematiche dei nostri giorni con adeguato spirito d’impegno. Qua e là fa capolino la predica («siamo nati per soffrire»), appiccicata sul pancione della protagonista, Mousse/Carré, in indebiti siparietti didascalici, ma in generale il film mantiene una degna cifra poetica,  non di rado vincente sulla piattaforma ideologica. Vero che, oggigiorno, un gay ha bene il diritto di aspirare alla paternità – e il fratello adottivo del marito morto di Mousse, mentre fa da sponda sentimentale alla giovane vedova incinta, trova il tempo di una visitina in chiesa dove accende una candela a un “San Giuseppe con Bambino” -, ma è anche vero che il contesto è fluido e a ciascuno è lasciato lo spazio emotivo di crescita e di evoluzione in una vita propria, che sia frutto di una scelta, di una presa di coscienza autonoma. Mousse (attrice brava, doppiata forse con un tantino di accentuazione “nervosa” che a tratti finisce per attenuare le aperture interpretative), rifugiatasi in una villa di campagna in vista del mare, ha voluto portare a compimento la propria gravidanza da drogata sotto metadone, ma al dunque lascia a Paul/Choisy, simpatico “cognato”, il compito di trastullare il pargolo, magari con la promessa di tornare, un giorno, a riprendersi il ruolo di madre. Intanto Paul potrà continuare la relazione con Serge/Calixte, in un’armonia pressoché universale. Il quadro assume perfino un tratto mistico/misterico se si tiene conto della battuta di Mousse, quando la ragazza si lascia sfuggire, in confidenza con Paul, che non le dispiacerebbe «essere la Vergine Maria». Sogni beati che non fanno male. Ci resta male invece la famiglia borghese di Louis, le cui colpe ricadono con evidenza sui figli. Va riconosciuta a Ozon l’accortezza dello sguardo “consapevole”.

Somewhere

Somewhere
Sofia Coppola, 2010
Fotografia Harris Savides
Stephen Dorff, Elle Fanning, Chris Pontius, Caitlin Keats, Kristina Shannon, Karissa Shannon, Julia Melim, Paul Greene, Philip Pavel, Alexandra Williams, Brian Gattas, Rich Delia, Joe Champa, Laura Chiatti, Benicio Del Toro, Alden Ehrenreich, Michelle Monaghan, Maurizio Nichetti, Simona Ventura, Nino Frassica, Valeria Marini.
Venezia 2010, concorso.

Lost in… Somewhere. Di due film se ne potrebbe fare uno solo. A distanza di 7 anni, Sofia Coppola col medesimo sguardo di Lost in translation continua a indagare la stupidità esistenziale (alienazione?) contemporanea, seguendo una traccia “qualunque”, che indifferentemente la porti a soffermarsi da qualche parte, Somewhere. Ed è proprio in questa preferenzialità attenuata la chiave del possibile accostamento di contenuti in sé diversi: nel 2003, l’amore sfumato nell’incontro impossibile di Bill Murray e Scarlett Johansson nella realtà “straniera” e insensata, pubblicitaria; nel 2010, il tenero e precario aggancio padre-figlia (Stephen Dorff-Elle Fanning) lungo la vita di una famiglia mancata e perduta nel nulla del divismo insipido e replicante. Col suo tratto leggero e discreto, la regista individua inesorabile le nullità dello spettacolo cine-televisivo (due forme ormai inseparabili, sembra dire, al livello dell’espressione usuale), astenendosi dalla predica e mostrando con dolorosa e anche spiritosa calma, senza frenesie narrative, il “privato” inconsistente del divo Johnny Marco (il Dorff  già apprezzato in Blodd and wine di Bob Raphelson e in Nemico pubblico di Michael Mann),  sprofondato nella noia lussuosa di Hollywood, nell’opaca ritualità di giornate ripetitive. Si direbbe un’obbligata incoscienza, rispettosa di piaceri non rischiesti, di soddisfazioni anche sessuali non improvvise. Una svolta potrebbe venire con l’arrivo di Cleo (bravissima Fanning attrice bambina), figlia di una madre lontana. Il contatto c’è, simpatico e sorridente, ma sarà difficile andare al di là del rimpianto appena accennato di un padre tardivo e assente. La vera sostanza è il contorno, determinante, decisiva inerzia dell’inutile abbondanza (Ferrari, elicotteri, suites con piscina interna, ragazze e pasticche, Telegatti italiani e trastulli elettronici, conferenze stampa, trionfi dell’afasia, circoli del non-incontro), il destino è segnato da una non-direzione, da una mancanza di prospettiva che porta da qualche parte senz’altro. Nel frastuono dei rifacimenti, delle riprese e dei recuperi, nel trionfo dei moviolismi e delle post-produzioni, il tocco riflessivo di Sofia Coppola parla di un cinema a venire ripescato dalla coscienza di cineprese non immemori dello sguardo/mistero e rivelatore, quando il nuovo cinema lasciò sperare in una nuova era. Se al presente non si può che andare  somewhere, meglio fermarsi un momento a riflettere.

La solitudine dei numeri primi

La solitudine dei numeri primi
Saverio Costanzo, 2010
Fotografia Fabio Cianchetti
Alba Rohrwacher, Luca Marinelli, Aianna Nastro, Tommaso Neri, Vittorio Lomartire, Aurora Ruffino, Giorgia Pizzo, Isabella Rossellini, Maurizio Donadoni, Roberto Sbarrato, Giorgia Senesi, Filippo Timi.
Venezia 2010, concorso.

Il miglior film di Saverio Costanzo (Private, In memoria di me) quanto al contenuto, la cui sostanza questa volta si intuisce più facilmente. La derivazione dal romanzo di Paolo Giordano (quella del Premio Strega è un’altra storia) non c’entra, non solo perché un film non si può leggere come un libro – e nonostante Giordano stesso abbia scritto la sceneggiatura insieme al regista. Alice (Rohrwacher) e Mattia (Marinelli) sono soli per le disgrazie che ha riservato loro la vita, fin da bambini. Le due solitudini s’incontrano per un destino che non è solo il loro ma forse riguarda tutti, segnato dalle “disgrazie” di ciascuno, diverse e uguali. Si comincia in tenera età. Guardarsi intorno e riflettere. Questa cosa, del tutto moderna e nota, si può dire in tanti modi e qui si va alla forma del contenuto. I genitori, le famiglie, la scuola; poi il lavoro, difficile per i giovani bravi in Italia, più possibile in Europa, specialmente in Germania dove tutto sembra dover funzionare meglio. Una struttura che possiamo controllare ogni giorno ad apertura di Tg.  Difficoltà a riconoscere, ad associare. Nodi che si portano dentro. La coscienza di sé, la capacità di conquistare una propria autonomia nonostante il condizionamento delle incomprensioni  e  le alienazioni vicine e lontane, segrete e risapute: se si ha occhio per vedere, si noterà che i “disturbi” si manifestano nel fisico, i corpi delle persone “parlano”. Si dimagrisce, si aumenta di peso. E si arriva al cinema, all’occhio della cinepresa e al montaggio delle scene. Anche in letteratura funziona il montaggio, ma lo schermo ha in più, tra l’altro, il potere del tempo, della durata; l’intreccio delle sequenze se ne sostanzia per indicare, determinare, suggerire il senso della storia oltre che per segnarne la qualità emozionale. Costanzo sembra conoscere bene le arditezze di un cinema così e mostra di applicarsi con lucidità a scalarle, muovendosi con disinvoltura tra i materiali del già visto (non sta troppo bene renderne conto a livello di recensione), quasi facendo attenzione – per così dire – a non tradire il possibile trailer della propria regìa. Sul versante espressivo, il film cresce almeno per un’oretta, almeno fino all’intrusione piuttosto pesante della Rossellini, esempio scolastico di madre (di Mattia) incomprensiva. A partire da tale presenza (oh, il sorriso della sua madre vera…), la costruzione progressiva delle motivazioni psicologiche va a formare un castello/thriller/horror sempre più trasparente quanto più “labirintico”. Il regista cede via via al richiamo dello stereotipo, non perché ami specialmente l’usuale ma piuttosto per una sorta di “inconfessata” necessità preventiva, contro i misteri imbarazzanti dell’arte. Per esempio, sulla rappresentazione delle ragazzine, compagne di scuola di Alice (il film racconta il segreto e duplice tormento dei protagonisti “indagando” le successive fasi dalla fanciullezza fino alla giovinezza avanzata), avrebbe potuto dare suggerimenti, per l’esperienza che la pratica di certi format gli ha dato, diciamo un Boncompagni dei bei tempi televisivi. Intendiamoci, il lavoro di Costanzo non è in sé da piccolo schermo. Tanto per dirne una, la bravura della Rohrwacher nel trapassare la prova del fisico (dimagramento fino alla “anoressia”), quasi cancellando il “linguaggio” del corpo a cui invece la regìa tiene spudoratamente, travalica le abitudini seriali e ci regala un discorso dell’anima raro nel contesto attuale. Soprattutto nella prima parte, quando Costanzo pare meno preoccupato di bilanciare “indagine” e “sincerità”, il film mantiene un’apprezzabile verosimiglianza interna, che poi purtroppo tenderà a perdere.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart